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Impercettibili suoni di primavera

Impercettibili suoni di primavera
di Chiara Baù
(già pubblicato su http://www.imperialbulldog.com il 28 aprile 2016)

“Driiiiin”, implacabile… il trillo della sveglia che insieme al sorgere del sole ci annuncia una nuova giornata. Poi, assuefatti dal ritmo della quotidianità, smettiamo di ascoltare altri rumori o suoni che in realtà sono la colonna sonora di ogni giornata. Può essere il passaggio di un tram sulla rotaia, il rintocco di un campanile, il violino di un suonatore vagabondo per strada, un’armonica melodia alla reception di un hotel mentre si fa colazione. A seconda dell’ambiente dove viviamo abbiamo l’opportunità di farci rapire da una gamma di incredibili suoni. Certo sta a noi percepirli come rumori o suoni a seconda del nostro umore, della nostra percezione ed emotività. Il risultato è sempre quello, si entra in una sorta di caleidoscopio di suoni.

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Pochi giorni fa mi sono trovata alla Stazione Centrale di Milano dove ultimamente è stato collocato un pianoforte e chiunque lo desideri può liberamente suonarlo. Così in mezzo al frastuono degli annunci dei treni, tra il chiacchierio delle persone e i rumori dei treni, le note di un pianoforte suonate da un perfetto sconosciuto sfuggono al controllo tentando di attirare l’attenzione di qualsiasi passeggero che in quel momento si trova sulla scia di quella melodia… riuscire a percepire tali suoni nel rumore di una stazione non è facile… ma è pur vero che appena si presta attenzione a una nota appena accennata, il seguito è come un concerto. Sembra che l’orecchio si concentri solo su quella musica apparentemente impercettibile ma poi magnificamente udibile… e così la partenza di qualsiasi viaggio in treno inizia con un concerto inaspettato.

Dicono che nei primi tre anni di vita del bambino l’attività cerebrale assorba come una spugna ogni cosa; il cervello subisce l’influenza dell’ambiente esterno a tal punto che si formano le basi fondamentali della fase adulta. La plasticità del cervello funziona anche dal punto di vista uditivo, assorbe inconsciamente anche i primi rumori abituando il bambino a percepire ogni minimo suono.

Avevo due anni, la prima vacanza in tenda in mezzo a un bosco con i miei genitori. La foresta del lago di Braies in Alto Adige, lo scenario.

Le braccia degli abeti e dei larici ci proteggevano dalla pioggia. I raggi del sole asciugavano gli indumenti stesi e le nostre membra intorpidite dopo le notti umide passate a dormire in tenda.

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Il torrente, la fonte di tutto. Niente amuchina o chissà quale altra sostanza disinfettante, l’acqua fredda e pungente del torrente annientava ogni microbo. La pasta si cucinava direttamente sui fornelletti mobili a gas piazzati tra un tronco e l’altro, e nessun problema se qualche ago di pino unito a qualche formica finiva nel condimento. Ogni giorno all’imbrunire, così mi racconta la mamma, ci recavamo in fondo alla vallata oltre il bosco per scrutare i ghiaioni alla ricerca di camosci e caprioli, gli eroi dei miei fumetti da bambina.

Ad ogni avvistamento, tra le poche parole che a due anni potevo sapere, fuoriuscivano due sillabe, “… IOLI… IOLI… IOLI”… così indicavo con la mano ogni animale dotato di corna, sia che si trattasse di veri caprioli, di camosci o di qualsiasi altro animale.

Finché una sera un verso imponente ruppe l’armonia del tramonto, una sorta di muggito ma dalle note piú acute. Risuonava nel bosco in un silenzio surreale. Anche il vento sembrò fermarsi, era un bramito, il brutale verso del cervo maschio durante la stagione degli amori.

Nonostante l’imponenza di quel verso non mi ero spaventata, come se fosse parte del mio Dna acustico: in fondo quel verso, anche se inquietante, non poteva che essere riconosciuto dal mio udito come un semplice suono. Da allora mi piace pensare che quell’episodio abbia condizionato la mia vita sensibilizzandomi verso i suoni naturali che mi circondano. Lo chiamo il ‘SUONO MAESTRO’ una sorta di faro acustico che non mi ha mai abbandonato. Così in qualsiasi situazione io mi trovi la prima cosa che mi colpisce sono i suoni, i rumori, i silenzi.

Facendo un salto nel tempo mi piace ricordare la famosa favola dei suoni, dal Saggiatore di Galileo Galilei. La storia è semplice: un uomo assai curioso attento ai canti degli uccelli scoprì che non solo gli uccelli producevano suoni, ma anche diversi tipi di strumenti e di insetti e di oggetti. Passò così a esaminare lo zufolo di un pastorello e poi un violino e infine osservò che anche i cardini delle porte o il dito sull’orlo di un bicchiere o che persino vespe, zanzare e mosconi emettevano suoni. Ecco un breve estratto della favola.

Nacque molto tempo fa un uomo molto intelligente e curioso che passava il tempo ad allevare uccelli e si meravigliava moltissimo osservando che con la stessa aria che respiravano essi riuscivano a emettere soavi canti. Una notte vicino a casa sua udì un delicato suono e pensò ci fosse un qualche uccelletto; ma uscendo di casa per vederlo si accorse che in realtà c’era un pastorello che con un bastoncino forato dotato di tanti buchi, chiusi o rilasciati dalle sue dita, emetteva suoni simili a quelli degli uccelli, sia pur in modo molto differente. Stupefatto e incuriosito donò al pastore un vitello per avere in cambio quel meraviglioso flauto e capire come funzionasse. Cosi si rese conto che se il pastorello non fosse casualmente passato quel giorno egli non avrebbe mai saputo che esistono altri modi per produrre suoni e decise quindi di uscire da casa per cercare nuove esperienze. Il giorno dopo passando vicino a una casa udì un suono provenire dall’interno e volle entrare per scoprire se si trattasse di un uccello o del suono di un flauto. Il suono era quello di un’arpa che un bambino teneva con la mano sinistra facendo vibrare le corde con la mano destra senza usare il fiato. Quanto fosse stupito lo sa solo chi ha la sua stessa curiosità. Infatti, avendo scoperto due nuovi modi di suonare che non aveva mai immaginato, credette di poterne trovare altri in natura. Chi può sapere quanto fu contento quando, entrando in una chiesa, si accorse che il suono che udiva proveniva ora dagli infissi di un portone? Un’altra volta, spinto da curiosità, entrò in un’osteria, e credendo di trovare un suonatore di arpa, vide uno che strofinando un polpastrello sull’orlo di un bicchiere, produceva un dolcissimo suono… e così via… Per il ricercatore che indaga quale sia la natura del suono e tenta di catalogare l’intera serie, Galileo offre l’idea dell’impossibilità di esaurire e conoscere tutti i suoni e le loro cause.

Così, a mia volta immaginandomi sdraiata su un prato in montagna a fine aprile mi trovo a identificare e percepire molteplici suoni, dai più forti ai più sottili.
È proprio in questo periodo un fischio inconfondibile risuona nella prateria, ne sono padrone le marmotte che iniziano a uscire dalle tane.

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Quando ad avvicinarsi è un predatore la regola è fuggire, e per farlo in fretta le marmotte hanno escogitato un sistema efficace: l’allarme scatta sotto forma di fischio, la sentinella si alza ritta sulle zampe posteriori ed emette un grido simile a un fischio, provocato dall’espulsione di aria attraverso le corde vocali. Tale sistema serve inoltre a mantenere un collegamento fra i componenti del gruppo. Si è potuto rilevare che il fischio è singolo in caso di avvistamento di predatore alato (aquila), multiplo quando il pericolo arriva da terra (ad esempio volpe o cane). Quando l’aquila si getta sulla preda, il silenzio dei prati è rotto da fischi penetranti, lunghi. L’intensità del fischio fornisce indicazioni sulla distanza del probabile predatore. I segnali sono udibili fino a un chilometro in linea d’aria. Essendo un segnale di pericolo, il fischio viene sfruttato anche da animali di altre specie, come camosci, cervi e stambecchi e la marmotta viene anche chiamata sentinella delle Alpi. Poi non è propriamente un fischio ma un grido di origine laringea, emesso a bocca aperta.

Quest’anno a causa del forte innevamento dei mesi di febbraio e marzo, i cuccioli saranno ancora più esposti al ratto delle aquile: questo perché i cuccioli, usciti come d’abitudine in aprile, hanno trovato all’uscita dalla tana ancora tanta neve, cosa che ha reso più evidenti i loro corpi sul manto nevoso.

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Cessato il fischio, la situazione sembra apparentemente rientrare, come quando dopo il passaggio di un’ambulanza ed esserci fatti da parte per lasciarla passare, si ritorna nel traffico normale. Nel capire quali altri suoni completino l’orchestra della natura ecco che nell’apparente silenzio primaverile un leggero scricchiolio sembra essere portato via dalla brezza di monte.

È lo squittio dello scoiattolo (Sciurus vulgaris). Durante la vita quotidiana lo scoiattolo squittisce per ‘sgranarsi’ la gola, per richiamare altri scoiattoli o per riprodursi e in ogni caso, a seconda del momento, lo squittio dello scoiattolo è abbastanza stridulo, ma forte e lo si sente da 15 metri di distanza.

È un animale poco attivo d’inverno, con abitudini differenti dagli altri animali, infatti, immagazzina le eccedenze di cibo un po’ a caso in diversi depositi; poi si costruisce un ‘nido’ sferico, generalmente in una biforcazione dei rami, per trascorrere l’inverno. Quasi ogni giorno esce dal nido per andare a prelevare un po’ di cibo che ha accumulato in precedenza, servendosi dell’odorato per ritrovare i suoi magazzini e alternando periodi di sonno e periodi di attività.

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La coda svolge un’importante funzione equilibratrice nei salti e di segnale visivo durante i corteggiamenti. Il cibo è costituito da ogni tipo di semi tra cui sono particolarmente graditi quelli delle pigne, le faggiole, le noci e le nocciole, oltre alle gemme, ricche di succosa linfa, che in primavera integrano le scorte ormai quasi esaurite accumulate per l’inverno.

Di questi semi viene fatta man bassa durante tutta l’estate e molti vengono accuratamente nascosti in provvisori nascondigli, per costituire delle vere e proprie dispense per la stagione invernale.

L’abitudine di nascondere i semi anche sottoterra in luoghi diversi, tecnica adottata anche da altri animali che non svernano, come la nocciolaia, è risultata assai utile per la diffusione di molte specie di alberi, destinati altrimenti, per il tipo di seme pesante o comunque di non facile diffusione per vie naturali, a vedere disseminata la propria progenie solo nello spazio su cui si espande la loro chioma. Non è raro che lo scoiattolo che si imbatte in un nido temporaneamente incustodito con uova o piccoli implumi, ne faccia razzia; un comportamento crudele ai nostri occhi, ma pur sempre appartenendo agli schemi delle leggi naturali che regolano la vita animale.

L’uomo è in grado di udire suoni la cui frequenza è compresa dai 20 ai 20.000 Hz. Tale gamma di suoni è chiamata campo (o intervallo) di udibilità dello spettro delle frequenze sonore. I suoni la cui frequenza è al di sotto dei 20 Hz sono chiamati infrasuoni, i suoni la cui frequenza supera i 20.000 Hz sono chiamati ultrasuoni. Alcuni animali hanno una gamma udibile maggiore di quella dell’uomo, in particolare per quanto riguarda il limite superiore.

La soglia di udibilità dei cani si estende fino a 45.000 Hz, i gatti arrivano a 70.000 Hz e i pipistrelli oltre 100.000 Hz.

In realtà, pochissimi individui sono in grado di ascoltare in un intervallo così ampio, da 20 a 20.000 Hz. Più spesso la massima frequenza che riusciamo ad ascoltare non supera i 16.000 Hz.

Mi chiedo quanti rumori quasi impercettibili ogni giorno riusciamo a sentire senza accorgerci e senza prestare attenzione; tornando su quel prato costellato di tracce di neve che pian piano stavano svanendo, come in un climax discendente di suoni, mi stavo accorgendo dell’impercettibilità di un nuovo suono. Il fiore dell’erica che pian piano riusciva con la sua forza a bucare la neve. Forse il leggero scricchiolio della neve che si scioglie unito al rumore della pianticella che tenta di farsi spazio nella crosta di neve genera un suono sicuramente impercettibile ma degno comunque di essere ascoltato.

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Tra le tante varietà di erica merita una menzione particolare l’Erica carnea, molto apprezzata per la magnifica fioritura invernale, caratterizzata da fusti sottili, che portano foglie aghiformi di colore verde scuro, bronzeo o arancio, a seconda della collocazione rispetto alla luce.

La particolarità della pianta è data dai fiori rosa o bianchi, che nella stagione invernale spuntano dalla neve, per annunciare l’arrivo imminente della bella stagione. L’Erica carnea cresce facilmente allo stato spontaneo, specie nelle regioni del Nord Italia. Il termine Erica deriva dal greco Eréiko che significa ‘frangere’ perché si credeva fosse utile per spezzare i calcoli renali; altre fonti dicono che sia perché i rami sono molto fragili, e secondo altri ancora per la proprietà di rompere la roccia con le sue radici. Il termine carnea è dovuto al colore rosa dei fiori.

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E’ incredibile come avvenga la miracolosa fioritura dell’Erica quando tutta la natura dorme ancora sotto la neve. Verso la fine dell’estate e in autunno i ramoscelli portano già i fiori dell’anno seguente allo stadio di bottoni verdi, destinati a passar l’inverno sotto la neve. Appena la neve inizia a sciogliersi, le campanule diventano rosse e si dischiudono per attirare gli insetti con il vivace colore delle loro corolle. Nelle regioni alpine però l’Erica non può contare che sulla visita delle farfalle, non disponendo gli altri insetti di una proboscide sufficientemente sviluppata per attingere il nettare dai suoi fiorellini dal calice angusto e sbarrato da numerose antere. Questo potrebbe essere un grande problema quando fiorisce precocemente, in periodi in cui le sue visitatrici sono ancora nei rifugi invernali se non addirittura nel bozzolo, se l’infinita saggezza della natura non avesse previsto il pericolo ed escogitato il rimedio. I fiorellini dell’Erica, infatti, prima di appassire allungano e sporgono dalle corolle i filamenti con le antere per affidare al vento il polline che gli insetti avrebbero dovuto portare ad altri fiori. Corolla e calice sono dello stesso rosso vivacissimo che colora il peduncolo e il lungo pistillo sporgente, mentre foglioline aghiformi, di un verde intenso, fanno contrasto con il bruno oscuro dei rami e delle antere. Queste note di colore rendono l’Erica un miracolo artistico della natura.

La giornata volge al suo termine. Tempo di alzarmi da quel prato fonte di nuovi rumori e suoni continui. È ora il turno delle raganelle che verso sera con il loro gracidio diventano gli attori e i cantanti del concerto serale. Mi ritiro nel rifugio vicino a quel prato dove con qualche amico continuo a descrivere sul mio taccuino dello scoppiettio della legna nella stufa, dello scricchiolio del pavimento e del nostro sorridere.

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