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L’Altopiano del Cambiamento

L’Altopiano del Cambiamento
di Ivan Guerini
(tratto dall’Annuario del CAAI, 2007-2008, per gentile concessione)

Sentii parlare dell’idea di “Altopiano” nei primi anni Settanta, al tempo in cui entrai in contatto con il fermento culturale che caratterizzava la Rivista della Montagna e soprattutto grazie alla personalità di Gian Piero Motti.

A quel tempo, Gian Piero auspicava una possibilità di rinnovamento che potesse ossigenare la staticità ideologica dell’alpinismo d’allora, trattando argomenti come la “filosofia d’arrampicata” californiana (intesa come libero arrampicare e vita in parete) e il “Nuovo Mattino” (il nuovo modo di vivere la montagna per noi europei). Ci traduceva fedelmente la filosofia d’arrampicata di quella parte del mondo dove il clima era più mite di quello alpino, che per noi europei poteva diventare un metodo per soffermarci sul significato dello stare in montagna e non soltanto dell’agire in parete: un’opportunità per divenire più flessibili rispetto alla severità dei luoghi. Temi che condussero all’idea di “Altopiano” quale possibilità d’un cambiamento imminente e importante quanto il sorgere di un periodo storico definitivamente diverso dal passato.

Un Altopiano come quello delle Pale era l’unico altopiano concepibile un tempo
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Motti proponeva articoli e letture che davano idea di ciò che accadeva oltre Oceano e, parallelamente, di quanto stava accadendo sulle pareti situate nei luoghi più miti e distanti dalle condizioni disagevoli e severe dell’alta montagna.

Raccontava di un modo diverso d’arrampicarsi che l’ambiente torinese iniziava a praticare sulle sconfinate falesie delle Calanques di Marsiglia, su quelle alte del Vercors, sulle pareti della Valle dell’Orco e delle Valli di Lanzo, sul grande macigno calcareo del Saussois, il Sasso Remenno dei parigini, e persine sulle piccole pareti dei massi di Fontainebleu. Raggiungendo le arse distese orizzontali di quelle scogliere, le foreste che sormontano quei grandi bastioni e gli spiazzi delle sommità granitiche attorno a casa, Gian Piero aveva sperimentato l’effettiva possibilità di vivere diversamente la montagna e così iniziò a delinearsi in lui il concetto d’altopiano. Sulle “sommità pianeggianti” di quelle pareti, laddove la verticalità s’appiattiva d’un botto per trasformarsi bruscamente nell’identica dimensione orizzontale dalla quale alpinisti ed arrampicatori da sempre sfuggono, poiché in essa non trovano pace, a Motti parve concretizzarsi quell’idea.

Un Altopiano non vissuto come un’assenza di vetta ma piuttosto come una vetta estesissima che non invitava subito a scendere, per la complessità del ritorno a valle, e non faceva sentire la necessità di scappare immediatamente qualora le condizioni climatiche fossero mutate. Appariva come un luogo che consentiva di soffermarsi e di spaziare senza sentirsi in balia degli elementi, come spesso accade sulle sommità alpine!

Questo non significa che Motti mirasse a cancellare dall’alpinismo l’idea di arrivare su una vetta per valorizzare i luoghi montani che ne sono privi, pensava invece che, per un certo periodo, fosse necessario prendere le distanze da un modo di praticare l’alpinismo ormai ammalato da atrofia culturale, per poi rapportarsi alla montagna diversamente. Era assolutamente necessario sciogliere quel groppo alla gola, dovuto all’angoscia compressa che sempre gli alpinisti provano quando, pur di “tirare fuori” la salita, agiscono oppressi dal dovere delle decisioni imposte, vivendo un’esperienza semplicemente impegnativa e faticosa in modo interiormente doloroso.

Gian Piero riteneva che il passo successivo sarebbe stato il “far ritorno” alle montagne e alle loro vette, con una mentalità cambiata nel modo di rapportarsi ad esse.

In vetta alla Pietra di Bismantova è un piccolo altopiano. Un luogo da Pace con l’Alpe.
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Qualcosa non quadrava
Pur coinvolto dal fascino di quella tesi, sentivo che in quel discorso qualcosa non quadrava agli occhi della mia irrequietezza giovanile. Mi pareva che si trattasse di un tentativo d’applicare un concetto più estrapolato dalle sue letture, che tanto bene traduceva, piuttosto che dedotto dall’esperienza vissuta: mancava la genuinità che caratterizza ogni scoperta diretta.

Dato che a quel tempo avevo vissuto solo poche esperienze in montagna, mi chiedevo che senso avesse sostituire il valore di una Vetta con quello di un Altopiano e perché mai ci si dovesse sentire più contenti al sommo di un bastione che non al termine angusto di una parete montuosa. Avevo la sensazione che attribuire alle caratteristiche miti d’un altipiano una possibilità di cambiamento non fosse sufficiente a far sì che si arrivasse a vivere la montagna in modo diverso.

Ma ciò che mi lasciò più sconcertato negli anni a venire fu quando constatai che la singolare esperienza dell’Altopiano non era poi così diversa da quella dell’alpinismo da cui ci si voleva in quel momento allontanare.

Vi furono, anche in questa rinnovata visione dell’andare in montagna, protagonisti morti per la causa di una identica battaglia ideologica che schiera da sempre gli eventi prima delle necessità umane. Parlo di eroi come Renato Casarotto, capitani di ventura come Gian Carlo Grassi e martiri come Danilo Galante, quest’ultimo non vinto in battaglia nel tentativo di raggiungere una vetta, né deceduto per la casualità d’un crollo lungo una parete pericolosa, bensì sfinito dal peso di quel “nuovo cammino” sulla sommità d’un mite altopiano… che ci s’illude sia tale, ma che gli elementi della montagna possono trasformare in trappola se non lo si rispetta comunque.

In quel periodo, dalle guglie vertiginose della Grignetta, meta inevitabile dell’alpinismo classico, ero passato ai giardini sommitali dei giganteschi macigni circostanti il Sasso Remenno in Val Masino. E percorrendo alcune delle pareti più ostiche, mi ero accorto che l’austerità, il vuoto e l’impegno che le caratterizzavano non era meno privo delle incognite di percorso d’una cima alpina esposta e affilata. E anche i boschi sommitali dei grandi bastioni della Val di Mello non mi parevano più pacificamente raggiungibili della vetta di un “4000”. Erano soltanto espressioni di fatica, dolore e impegno diversi perché più solari rispetto a quelli glaciali dell’alta montagna.

L’altopiano brasiliano della Diamantina (Chapada Diamantina)
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La trasformazione del piacere e del dolore
Così, la diapositiva con l’espressione stravolta dalla sete che sorprese Alessandro Gogna durante la salita della via Salathé al Capitan, compiuta assieme a Marco Preti e a Franco Perlotto, mi fu rivelatrice di come la condizione vissuta su quella parete, arroventata dal calore del sole, non fosse poi così diversa dalla lotta feroce ingaggiata dai due inglesi che nell’inverno 1976 percorsero, in condizioni proibitive e in assoluta autonomia, la via di Gino Soldà sulla parete nord del Sassolungo, dalla quale uscirono dopo sei giorni, se non ricordo male: “quando il freddo staccava la pelle annerita dei polsi come i polsini di una camicia sporca”. No place for brass monkeys era il titolo dell’articolo che ne raccontava le gesta, e venne proposto e tradotto magistralmente, guarda caso, sempre da Motti.

Essendo gelo e calore opposti elementi naturali che al loro apice provocano analoghe conseguenze (tant’è che il corpo del malcapitato si sfinisce, intirizzito o disidratato), essi portano a considerare il freddo e il tepore come forieri d’esperienze austere o miti, quasi sinonimi di vetta o d’altopiano. Si tratta di elementi naturali con i quali alpinisti e arrampicatori devono inevitabilmente interagire trovando un equilibrio con essi, per trasformare l’esperienza esistenziale da “infernale” a “paradisiaca”, indipendentemente da riferimenti ad aspetti religiosi.

Probabilmente è proprio l’incapacità d’interagire con gli estremi citati che induce a praticare esperienze sospese tra i propri limiti di vedute, trasformando quella che poteva diventare un’esperienza autentica in inferno mite o in paradiso severo, sinonimi di una vita illusoria.

Contemplazione dalla Cedar Mesa (Utah)
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L’altopiano della Vita e dell’Illusione
Proprio perché le motivazioni di quell’idea non sono state sufficientemente chiarite, va ricordato che Motti, nella sua ultima monografia su Caprie, che scrisse poco prima di morire suicida nel giugno 1983, ci rivelò che l’idea dell’altopiano altro non era che la rappresentazione d’una visione della vita tratta dalla filosofia indiana.

Solo facendo soccombere in noi le progressive illusioni – diceva Motti – possiamo approdare a un altopiano esistenziale (rappresentazione orientale del paradiso terrestre) dove scompaiono definitivamente le sofferenze operate dalle illusioni, le stesse che riducono l’esistenza a una vita non vissuta rispetto a quella più autentica che a causa loro non pensiamo sia possibile vivere.

Il suo tentativo, in ogni caso genuino, di divulgare quella teoria incontrò da noi forti resistenze ad essere accettato perché la diversità dei contenuti fu vissuta dagli scettici come un vero e proprio pericolo di soverchiamento dei valori tradizionali e frainteso dai mediocri come una delle tante cocciute prese di posizione teorica dell’intellettuale torinese e pertanto, più che attecchire, alla fine fu considerato erroneamente mera utopia. Così, quell’intento interpretativo di Gian Piero, messaggero della possibilità di un ponte di scambio tra valori e interpretato erroneamente come un ponte di scavalcamento, da allora divenne solo lo spunto per capire come eliminare sempre più le componenti più disagevoli dei territori montuosi per servirsi in modo più agevole della natura verticale, per trasformare gradualmente i lembi della montagna in un “divertimentificio” accessibile, grazie anche alle autorità inclini ad asservire, per interesse, la maggioranza.

Tutto ciò si può riscontrare:
– nei giornalisti che ritengono sia stato lo sport l’attività che ha permesso l’evoluzione dell’arrampicata e dell’alpinismo;
– nei docenti che considerano la natura verticale con raziocinio privo di logica percettiva delle sue componenti;
– negli scrittori di montagna che non scrivono per dire, ma per produrre racconti dove specchiarsi;
– negli editori di guide che vorrebbero trasformare tutti gli angoli verticali d’Italia in manufatti editoriali;
– negli alpinisti che realizzano salite nel mondo non per esprimere, ma per specchiarsi nell’ammirazione degli altri;
– negli arrampicatori che hanno abilmente sfuggito il confronto con se stessi, preferendo ciò che riesce difficile ad altri;
– negli attrezzatori di tracciati geotecnici che considerano la natura verticale un mezzo da trasformare in livelli tecnici di salita.

Inevitabilmente, questi punti di vista illusori portano da possibilità speciali ad ambiti specializzati, da conoscenza della natura a considerazione tecnica, da espressività a ristrettezza creativa, da cultura a vuoto culturale, da maestria effettiva ad apparente maestria, da itinerari tecnici a tracciati geotecnici, imboccando la strada che porta dalla valorizzazione al degrado della natura verticale.

Oggi più che mai mi pare si sia definito un altopiano delle illusioni che risalta con forma decisamente concreta, proprio perché non divide i buoni dai cattivi o i capaci dagli incapaci, ma si rivela nelle idee e nel comportamento di chi si occupa o si muove per le montagne considerandole solo col filtro della propria categoria mentale.

Ma sarà sempre possibile distinguere chi sembra avere contenuti da chi effettivamente li ha, come capire le motivazioni di chi tira avanti con automatismo, passando da una ripetizione all’altra, rispetto ai desideri esplorativi scaturiti da una passione conoscitiva: basterà scegliere la via della consapevolezza. Nessun giudizio. Se esiste una verità essa va cercata nella vita stessa, che inevitabilmente serve il conto a ognuno di noi. Non c’è alcun premio o punizione divina che non sia il risultato di tutto ciò che si è costruito o fatto socialmente e da cui non si sfugge perché ciascuno di noi abita senza scampo dentro a se stesso.

A onor del vero, furono proprio le vette di fondovalle e quelle piallate dei dossi d’alta montagna che ho raggiunto camminando e arrampicando nel corso degli anni, ad annullare in me l’idea di liberarmi tramite il concetto di vetta o d’altopiano

Una volta, scendendo dalla sommità d’un masso, così minuscola da non potervi sostare, mi accorsi che le vette più esili e le sommità microscopiche non erano una caratteristica specifica delle montagne più elevate, ma pure dei fondovalle più riposti e meno conosciuti.

E che le falesie più variegate e sconcertanti non erano solo quelle di fondovalle ma anche quelle formate da lontani spalti glaciali, che una volta raggiunti si rivelarono non esser altopiani… E proprio non saprei dirvi se facendo tutto ciò mi fossi divertito o ne avessi sofferto, distratto com’ero dalla meraviglia di veder trasformare di continuo tutto quello che un attimo prima m’appariva assolutamente certo e immodificabile.

Così le masse montuose incorruttibili mi parvero non dissimili da nubi evanescenti… le une e le altre mai uguali a se stesse.

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Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della Natura Verticale. Ivan si adopera perché questo marchio sia “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti percorse e ancora da percorrere.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che stimoli una maggiore apertura di coscienza al riguardo della Natura verticale.

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