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50 anni e non li dimostra

50 anni e non li dimostra
di Massimo Giuliberti
(questo articolo è uscito sull’Annuario del CAAI 2014-2015, per gentile concessione)

La Torre d’Alleghe e la Torre di Valgrande (a ds.). Sulla prima, sullo spigolo tra sole e ombra, sale la via Bellenzier
Torre d'Alleghe e Torre di Valgrande, gruppo del Civetta. Dolomiti Orientali

Nel 2014 ha compiuto 50 anni un itinerario delle Dolomiti relativamente poco conosciuto che, sia per la difficoltà tecnica sia ancor di più per il tipo di scalata, il mezzo secolo non lo dimostra davvero: la via Bellenzier al pilastro nord-ovest della Torre di Alleghe.

Nel circoletto, Bellenzier impegnato nel tiro chiave della sua impresa. Foto: Gianfranco Riva
Domenico Bellenzier nel circoletto impegnato nella sua prima ascensione (e in solitaria) dello sua via alla Torre d'Alleghe

La storia
Siamo in Civetta negli anni ’60 quando i migliori alpinisti del momento, per dirla con George Livanos, non paghi di aver salito la cattedrale, si attaccano anche a tutti i suoi pinnacoli minori.

Nell’estate del 1963, dopo un precedente tentativo di alpinisti romani, i lecchesi Giorgio Redaelli e Aldo Anghileri attaccano quello che era al momento considerato uno degli ultimi problemi del Civetta, pur se su una torre tutto sommato minore nella grandiosa Nord-ovest. I lecchesi, con l’uso di molti chiodi, superano la prima lunghezza di VI, ma devono poi ritirarsi sotto un temporale, ripromettendosi di ritornare.

Domenico Bellenzier si allena, anni ’60
Domenico Bellenzier si allena, anni '60

Il giovane Domenico Bellenzier, tramite un amico, ottiene la promessa di potersi unire ai due al prossimo tentativo nell’anno successivo, ma poi le cose vanno diversamente.

Il 16 luglio 1964 infatti Bellenzier, senza attendere Redaelli e Anghileri ma accompagnato fino in cima allo zoccolo dai due amici Claudio Dell’Agnola e Gianfranco Riva (il fotografo di Alleghe, tutt’oggi in piena attività professionale) e da loro assicurato sulla prima lunghezza, attacca da solo la parete e, in due giorni di scalata, dopo un bivacco, il 17 luglio compie la salita della sua vita superando, pur con l’aiuto di 3 chiodi a pressione ed una cinquantina di chiodi e cunei, una parete di roccia grigia e compatta con difficoltà oggi valutate di VII- e A3 (in libera VII+).

Gli amici lasciati senza corda in cima allo zoccolo vengono recuperati da Bellenzier che, anziché scendere dalla facile via normale, si cala in doppie dalla via Rudatis-De Poli (che qualche anno più tardi salirà in prima solitaria) e poi tutti raggiungono il rifugio Coldai dove con altri amici si ritrovano poi a festeggiare.

Un Domenico Bellenzier degli anni ’60
Domenico Bellenzier negli anni '60

La via
La difficoltà e soprattutto “l’ingaggio” della via furono da subito certificati dai primi ripetitori Heini Holzer e Reinhold Messner. Quest’ultimo infatti la descrisse come “una via di primo ordine, fra le più belle nel gruppo della Civetta”.

Ulteriore conferma del livello tecnico venne dalla ripetizione di Manolo, che fu il primo a liberarla valutandola di VII+.

E in effetti la via, dopo un tiro iniziale facile, supera due lunghezze verticali e in parte strapiombanti su roccia gialla, con difficoltà di VI e VI+, per arrivare con un traverso a destra sulla piccola cengia alla base delle placche grigie. Di qui si superano tre lunghezze di roccia grigia, compatta e levigata, con pochissime protezioni possibili, che non stonerebbero affatto sulle vie del Wenden.

La parola al Protagonista
Domenico Bellenzier, classe 1940, vive oggi come allora ad Alleghe, dove abita proprio davanti alla Nord-ovest del Civetta ed ha gentilmente accettato questa piccola intervista:

Quando salisti la Torre di Alleghe avevi solo 24 anni: quale era stato il tuo percorso alpinistico e quali erano state le vie più significative fino a quel momento?
Da ragazzino mi divertivo ad arrampicarmi su un albero e poi a saltare da una pianta all’altra senza mai scendere a terra. Poi ho incominciato ad arrampicare, ma senza chiodi e senza corda (e in questo modo nel 1961 ripete la via dei Tedeschi al Civetta, NdR). Poi ho comprato una corda e ho incominciato a farmi dei chiodi, ma ero proprio un autodidatta, e a quell’epoca non sapevo quasi fare la corda doppia. Ho incominciato a ripetere le vie del Civetta e nel 1962, con mio fratello più giovane (14 anni!) ho fatto la Carlesso alla Torre di Valgrande. Arrampicavo durante le ferie estive e in poche altre occasioni, perché da quando avevo 18 anni lavoravo come carpentiere per la ditta Fochi di Bologna, che faceva impianti e costruzioni in Italia e all’estero, ed ero sempre via da casa.

E come ti allenavi per arrivare preparato al momento delle ferie?
Mi allenavo… lavorando! Tutte le volte che c’era un lavoro difficile, appesi da qualche parte, toccava sempre a me. Una volta in Sicilia costruivamo dei grandi silos, alti 20 o 30 metri e con un foro sul soffitto. Durante la pausa pranzo io andavo a saldare dei piccoli anelli alla parete interna, senza che si vedesse; quando ho terminato sono andato dentro con delle staffe artigianali per allenarmi un po’; i miei compagni mi hanno visto entrare e per farmi uno scherzo mi hanno chiuso dentro; allora ho risalito tutta la parete uscendo dal foro sommitale e poi sono sceso dalla scala esterna e loro ci sono rimasti di stucco.

Veniamo alla tua via sulla Torre di Alleghe: prima di te l’avevano tentata dei romani e dei lecchesi?
I romani erano stati i primi, avevano superato il primo tiro difficile, e avevano lasciato una scaletta sugli strapiombi prima di arrivare alla cengia alla base dei grigi. La scaletta l’ho recuperata e poi gliel’ho restituita. A Redaelli avevo fatto vedere io la via, ma poi nel ’63 lui aveva le ferie ad agosto mentre le mie ferie erano finite a luglio e lui aveva attaccato con Anghileri; avevano anche loro fatto il primo tiro difficile, mettendo molti chiodi. Io andai a toglierli all’inizio dell’estate ’64, per paura che facilitassero il tentativo di qualcun altro, e calandomi poi dallo zoccolo con una sola corda ebbi una brutta avventura rimanendo appeso nel vuoto a cercare di riprendere la parete pendolando. Poi a metà luglio Redaelli avvisò Ceci Pollazzon che sarebbe venuto con degli amici nel fine settimana, ma io non avevo capito se mi voleva con lui o no, e allora decisi di andare per conto mio.

Massimo Giuliberti sulla via Bellenzier alla Torre d’Alleghe, 2014
Massimo Giuliberti sulla via Bellenzier alla Torre d'Alleghe, 2014

E anche molto in fretta, vero? Come andarono in realtà le cose?
Il 16 luglio chiesi a due amici, che non erano scalatori, di aiutarmi a portare il materiale fino al rifugio Coldai e poi alla base dello zoccolo. Erano Claudio Dall’Agnola e Gianfranco Riva, il fotografo di Alleghe [autore di belle cartoline illustrate negli anni ’60 e tuttora in piena attività professionale, NdR]. Loro chiesero all’amico G. Sorge, che aveva un’automobile, di accompagnarci, e così alle otto e mezza di sera, un po’ di nascosto, arrivammo a Malga Pioda su una fiat 750 e una lambretta. Io, Gianfranco e Claudio salimmo al Coldai e alle 4 del mattino eravamo in cammino. Arrivati alla base dello zoccolo i due amici mi chiesero di venire almeno fino all’inizio delle difficoltà, e io fui ben contento perché mi aiutavano con il materiale e Gianfranco avrebbe sicuramente fatto delle fotografie. Così salimmo in cima allo zoccolo.

Poi hai attaccato da solo, con chiodi, cunei e anche qualche chiodo a pressione. E ai piedi che cosa avevi? E come ti legavi?
Sì, gli amici mi avevano regalato qualche chiodo pressione e Giosuè Da Pian, il custode del Coldai, mi aveva prestato un perforatore. Quando però feci il primo buco per superare la prima placca nei grigi mi accorsi che il foro era più piccolo del diametro dei chiodi. Così di buchi alla fine ne ho fatti solo 3, cercando di allargarli per fargli entrare qualcosa. Ai piedi avevo i miei vecchi scarponi di sempre, un po’ sporchi di calce perché li usavo anche al lavoro. In vita avevo degli anelli di corda, non usavo l’imbragatura. Mi autoassicuravo con un prusik sulla corda che fissavo a un chiodo, e poi, finito il tiro, dovevo scendere a slegarle e a recuperare il materiale.

Giovanni Rosti sulla via Bellenzier alla Torre d’Alleghe, 1983. Più in basso è una cordata di bulgari, poi ritiratasi
Giovanni Rosti sulla via Bellenzier alla Torre d'Alleghe, Civetta

La domanda è quasi banale ma … come hai fatto a passare?
Avevo buone mani, che usavo tutti i giorni a lavorare, ma soprattutto avevo un buon senso dell’equilibrio, che mi aiutava sulle placche, e ovviamente… non soffrivo di vertigini! Poi mi ero forgiato dei piccoli chiodini appuntiti, che andavano benissimo nei buchetti del calcare e si potevano anche accoppiare. E poi… difficilmente sarei riuscito a tornare indietro!

Insomma, dopo l’immancabile bivacco, il 17 luglio sei uscito, e intanto gli amici?
I miei amici non erano rocciatori ma, si direbbe oggi, dei buoni escursionisti. Gianfranco era mio coetaneo e spesso mi accompagnava in montagna sulle vie normali “difficili” e faceva delle gran belle fotografie, come quella volta. Di corda ne avevamo una sola e ovviamente l’ho presa io. Quindi eravamo d’accordo che sarei tornato a prenderli; solo che noi pensavamo in giornata. Comunque appena sono uscito, al mattino presto, mi sono calato dalla via di Rudatis, li ho raggiunti sullo zoccolo e siamo scesi e poi siamo andati al Coldai.

Così hai scritto una pagina nella storia dell’alpinismo dolomitico! Alfonso Bernardi ti ha dedicato un bel racconto ne La Grande Civetta, Alessandro Gogna un intero capitolo in Sentieri Verticali, che ha intitolato Un giorno da Leoni, e anche Ivo Rabanser ha inserito la tua via tra gli itinerari difficili da consigliare in Dolomiti. E tu negli anni dopo cosa hai fatto? Hai mai ripetuto la via?
No, no, quella via non l’ho mai ripetuta. Però ho continuato a scalare per molti anni, sempre da queste parti e durante le ferie. Le classiche del Civetta le ho fatte quasi tutte, la Solleder due volte, e una terza volta, arrivati al Cristallo, abbiamo proseguito per la via dei Tedeschi alla Piccola Civetta, che trovai ancor più impegnativa della Solleder. Spesso scalavo da solo: nel ’61 avevo ripetuto la Via degli Agordini sulla Nord della Piccola Civetta, senza corda e senza chiodi. Nel ’66 dopo averla attaccata per errore con mio fratello (volevamo ripetere la via De Toni–Pollazzon, ma c’era la nebbia) ho aperto una via nuova sulla parete est della Torre di Valgrande con mio cugino Orazio de Toni. Nel ’74 ho fatto in solitaria la Rudatis–De Poli alla Torre di Alleghe, dove ero sceso nel ’64. Poi ho ripetuto anche il Philipp–Flamm.

Domenico Bellenzier nel 2014

E poi, arrivando a oggi, la passione ti è sempre rimasta?
Certo! Per molti anni ho fatto parte del Soccorso Alpino, e mi ricordo anche degli interventi molto difficili, come una volta sul Philipp dove mi sono calato per duecento metri per recuperare due austriaci e due svizzeri. Nella seconda metà degli anni ’70, per potermi costruire la casa, ho accompagnato qualcuno in montagna, facevo spesso la Tissi al Pan di Zucchero. Poi ho lavorato nella costruzione della funivia della Marmolada, e una volta sono rimasto sotto una slavina. Sul Civetta ci sono salito ancora due anni fa (a 73 anni! NdR). Un’altra passione della mia vita sono le sculture in metallo, che facevo con i residuati bellici recuperati in Marmolada.

 

Ora si è fatto davvero tardi (sono quasi le 9 di sera e Domenico e la moglie devono ancora cenare). Lo ringrazio davvero per la sua disponibilità ed esco augurandogli buon anno, con la speranza che la prossima estate Domenico voglia salire con me ancora una volta sul Civetta.

Bibliografia
Ivo Rabanser, Civetta, Guide dei monti d’Italia, CAI–TCI, 2012
Alfonso Bernardi (a cura di), La Grande Civetta, Zanichelli (BO), 1971
Alessandro Gogna, Sentieri verticali, Zanichelli (BO), 1987
Ivo Rabanser-Orietta Bonaldo, Vie e vicende in Dolomiti, Ed. Versante Sud, 2005

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