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Percorsi inutili 2

Percorsi inutili 2 (2-5)
2002
Il 28 marzo 2002 i due traditori arrivarono da Sassari: era un’ora tale da non permettere grandi cose. Così ci precipitammo al Pilastro Marragone che, con il suo accesso pedestre inesistente, poteva garantirci almeno qualche tiro. Il sole non era più tanto alto sull’orizzonte, tirava un po’ di vento e non faceva caldo. Qualche raro pastore passava in macchina, rallentava, poi proseguiva. Qualcuno andava alle fonti Settiles per fare rifornimento di acqua buona. Vedemmo subito il diedro d’attacco e una possibile continuazione per fessure e tafoni. Ne uscì Furto a Nieddu, una via magnifica di quattro tiri. Il nome si riferisce al fatto che il pilastro era un ripiego, avevamo un pomeriggio libero, vivevamo in zona e l’avevamo salito convinti che fosse basso e non molto interessante. La riuscita e la lunghezza della via ci avevano sorpreso: così eravamo riusciti a “rubarlo” in poche ore.

Demetrio Ricci in arrampicata verso il “black hole”. Punta dei Banditi, 9.12.1988
PercorsiInutili2-Banditi-Soregaroli

Lorenzo Castaldi in arrampicata verso il “black hole”. Punta dei Banditi, 29.03.2002
Rocca dei Banditi, parete ovest, 2a ascensione, 3 lunghezza

Marco continua: “Questa Pasqua ci ritroviamo tutti e tre finalmente riuniti a Padru, ospiti dell’amico tedesco Markus e organizziamo “il lavoro”. Io e Lorenzo vogliamo aprire nuove vie il più possibile mentre Alessandro è curioso di ripetere le preesistenti, in breve l’accordo è fatto e passeremo dei giorni fantastici, bevendo poco e nutrendoci di sola roccia.
La via Black Hole è proprio quella che segna Punta dei Banditi, è una via fantastica, lineare, la più bella che si potesse fare su quella parete. Una volta entrati nella grotta si arrampica nel suo interno per 40 m (granito asciutto e pulito!!) con varie “finestre” che ne illuminano la scena e si esce in aperta parete da un buco superiore destro”.

Era il 29 marzo 2002 e potrei aggiungere che, nei rispetti della relazione, le lunghezze di corda sono un po’ sovradimensionate, come pure il dislivello, ma per il resto tutto coincide perfettamente. Quella citazione della cresta SSW avrebbe lasciato supporre che ci fosse una relazione anche per quella (la cresta di destra la vedevamo e ci piaceva): eppure nella busta originale trovata al CAI non c’erano altre relazioni. Ora bisognava parlare con quel Ricci… C’è da notare anche che non abbiamo trovato il chiodo di fermata della S1 e che nella relazione non si parlava di spit.

Lo spigolo nord-ovest della Punta Muzzone dove si svolge Per Elena. Visibile la torre staccata, a sinistra della quale, in ombra, è la grande fessura di Felicemente sprotetti
Parete nord della Punta Muzzone (M. Nieddu), 04.2004

In cima c’eravamo aggirati per le bellissime vasche di granito piene d’acqua, poi quasi a malincuore scendemmo con un po’ di facile arrampicata e una corda doppia da 50 m sul versante orientale. L’avventura del giallo del buco era davvero finita e io ero gonfio di ammirazione per coloro che ce l’avevano regalata. Tornando alla base, già controllavamo se per caso si poteva aprire un itinerario che superasse la parete completamente esterno: ma non c’erano grandi speranze, neppure con il binocolo che infatti, per dirla con Gabriele Boccalatte, «ingrandisce solo le difficoltà».

Il caldo sole della giornata aveva fatto evaporare i migliori profumi della macchia: mirto, corbezzolo, lentisco, ginestra e chissà quante altre sembrava volessero insinuarsi nel cervello con una dolcezza indescrivibile. Marco, che studiava botanica, mi elencava nomi di fiori e piante, ma a me sembrava di essere tornato tanti anni indietro, quando mi aggiravo per l’isola con lo scopo di scrivere un libro. Adesso non avevo più un obiettivo, mi sembrava di sfiorare la felicità: e quando sarei arrivato a casa sarei stato con gli amici a guardare le bambine giocare, a bere vino e godere del sole al tramonto. Quella era la vita che desideravo.

Marco continua: “Ma si sa che la fame viene mangiando e così il giorno seguente siamo sulla via Per Elena, sempre di Soregaroli, Ricci e Serafini. Questa aveva difficoltà inferiori alla precedente e forse per questo rimarremo tutti fregati! Gogna comincia a scoprire che il primo VI- è un buon VI (un alberello, indispensabile appiglio, mi cede e io ci volo anche), segue Lorenzo e trova un VII anziché un VI (per via di una sua piccola variante). Si ferma in una sosta scomoda ma l’unica possibile e noi lo raggiungiamo. Alessandro scopre che gli apritori sono passati leggermente più a sinistra di dove siamo saliti noi, e su placca (comunque difficoltà sempre di almeno VI+); nel frattempo Lorenzo, prima di continuare, si studia il suo tiro strapiombante su lame fragili e vuote di IV+. Alessandro è in sosta con me e sembra che abbia voglia di stare comodo.
Per me le corde sono come oro colato, le curo, le pulisco e quando le sposto le metto in una confezione impermeabile. Alessandro invece comincia a rovistare come un cinghiale nella fessura colma di terra e felci che gli si trova innanzi e io guardo inorridito la mia bella corda rossa diventare marrone e poi scomparire sotto un cumulo di terra gonfia di humus. Faccio sicura a Lorenzo e ogni tanto guardo Gogna a bocca aperta, come una mucca che guarda il treno che passa, ma lui forse se ne accorge perché ha il coraggio di proferire
«Eh sì, così poi stiamo meglio, no?!».
Segue una calata nel vuoto per raggiungere un masso incastrato e sostarci sopra e poi mi tocca una splendida placca di 20 metri improteggibile, con uno spit dell’88 alla base e un chiodino a lama ondeggiante in uscita. Sestomeno dice la relazione e salgo concentrato. La placca ha un po’ di licheni e all’inizio riesco anche a pulirla prima di appoggiarci la scarpetta ma poi bisogna andare e basta. Correre sul lichene e il granulo che si sfalda per raggiungere l’unico appiglio della placca: un quarzo sporgente. Ma appena arrivato vicino mi scivola un piede, il suono aspirato dei miei amici in basso mi ricorda il “rischiodifarmimale” ed è solo grazie a quel grugnotto di quarzo che, preso al volo, riesco a non cadere. La via è tutta così, un susseguirsi di emozioni e di domande su chi era questa Elena cui è dedicato l’itinerario, sino a raggiungere la vetta di Punta Muzzone «Ogni tanto bisogna ripetere le vie degli altri per capire quanto si è bravi (frase storica proferita sulla vetta)»”.

Lorenzo Castaldi sulla seconda lunghezza di Per Elena, 30.03.2002
M. Marrosu (da secondo) sulla seconda parte della 2a L della via per Elena (2a asc.), Sperone della Mantide, Punta Muzzone, Monte Nieddu. 30.03.2002

Anche qui potrei aggiungere che le lunghezze di corda sono leggermente abbondanti, come pure il dislivello, ma per il resto tutto coincide ancora una volta perfettamente, a parte che anche per questa via la relazione originale non parla di spit se non per la vetta (il che potrebbe ridimensionare l’affermazione di Marco sui «minchioni»!). Quella volta preferimmo scendere sul versante orientale con una breve doppia di 20 m e, dopo aver girovagato un po’, raggiungere il versante meridionale, per poi traversare brevemente alla base di Ayò e Il Giallo del Buco.

Scendendo nel canalino invaso dalla frana, aggirammo la base occidentale della Punta Muzzone per dare un’occhiata alla grande placconata, ripidissima, che costituiva ancora il grande problema della parete W: lassù in alto a sinistra vedevamo il piccolo segmento di placca salito poche ore prima, la quinta lunghezza della via Per Elena. Ci sembrava perfino più abbattuto del lisciume che ora avevamo sopra agli occhi. E, proprio partendo dal punto più basso, una fila di quattro vecchi spit faceva bella mostra di sé. L’ultimo faceva pendere un cordino slavato e sfilacciato, chiaro segno di ritirata.

Fu con emozione che facemmo quella scoperta. Chi era stato? Quale delle due cordate che ci avevano preceduto? O erano altri visitatori ignoti? Altro mistero destinato per il momento a dare sostanza alle nostre chiacchiere.

Il giorno dopo, con Lorenzo e Marco, ci recammo a Lanaitto, dove salimmo la via Eco Sospeso alla Torre Attesu di Bruncu Nieddu: un accesso di ore, ma ne valeva la pena, anche perché non ricordavo più come si arrampica su calcare. Marco era dolorante ad una mano per una pedata che Falk, per scherzo, gli aveva tirato la sera prima. Il lunedì di Pasqua lo passai finalmente con Guya e le bambine, un’epica mangiata all’agriturismo di Antonio. C’erano tavolini sparsi per tutto il cortile della vecchia fattoria, gente messa elegante era arrivata da ogni dove per il porcellino e per l’agnello pasquali. Le fronde delle querce m’impedivano di vedere le mie cime, che sapevo lì sopra, il brusio m’impediva di godere di quel silenzio che sapevo esserci a poche centinaia di metri. Ero felice, anche se la campagna sarda andava a chiudersi un’altra volta, perché Lorenzo e Marco se n’erano andati e il tempo era quasi finito.

Per Petra ed Elena, unitamente all’amica Alessandra, il soggiorno a Biasì fu una vacanza indimenticabile. Abitavamo sotto l’appartamento dei padroni di casa, ma rumori se ne sentivano pochi. Cavalli, passeggiate, giochi con gli altri bambini, tutto ciò che può servire per dimenticare una metropoli e il cittadino obbligo di lavarsi le mani.

C’erano anche altri ospiti, tedeschi, dei Morgenstern: nella casetta un po’ più bassa della nostra, isolata sulla stalla e circondata dai fiori. Una bellissima fanciulla dell’età della mia maggiore era chiaramente l’idolo di Milo, il gran figo dei maschietti. Della cosa si erano subito accorte le tre italiane e la poverina cadde nelle loro antipatie più profonde: la chiamavano strunz. Cosa fa la strunz, dov’è andata la strunz? Tutta colpa della strunz! Quella d’altra parte sapeva difendersi benissimo, dando con ciò ancora più colore agli umori e alle oscillazioni del gruppo.

A sera guadagnavano intorpidite le brande e dopo qualche minuto gravava il silenzio più totale. Messi a letto gli altri due «bambinoni» più grandi, Marco e Lorenzo, per Guya e me arrivava la vera pace.

Nella casa non aveva fatto mai un gran caldo, ci eravamo aiutati con una stufa a gas: ma durante il giorno il sole fu sempre generoso, a parte gli ultimi due giorni. Proprio prima di chiudere casa e puntare ai traghetti di Olbia, il 3 aprile andammo tutti al vicino Monte Utaru Pisanu, vicino all’inserimento della provinciale nella superstrada per Olbia: Markus, Falk e Milo ci fecero da guida in mezzo ad una selva di bellissimi massi di granito: un percorso bello per tutti, compresi alcuni passaggi davvero atletici. Lì vidi che Markus sapeva arrampicare, eccome.
– Qvesto pasaccio, molto tificile!

Petra, Elena e Alessandra si divertirono tra i blocchi, poi sembrava che ci fossimo persi, impossibile districarsi dal labirinto… metti il piede qui e la mano là, a volte il vento ci faceva urlare. Quando partimmo per Olbia, pioveva a dirotto e quindi ci dispiacque meno.

Quando mi appassiono a un luogo o a una serie di vicende in progress diventa per me assai naturale sviscerarne i contenuti, come se non fossi mai contento se non sapendo tutto ciò che si può sapere, poi dubitarne e infine ristabilire altre o le stesse verità. A Milano venni a sapere da Lorenzo Merlo che erano stati proprio lui e suo fratello Stefano a fare quel tentativo sulla parete W di Punta Muzzone, destinato a fallire perché effettuato dal basso. Altri arrampicatori sarebbero scesi con le corde dall’alto, avrebbero ripulito la placca con una spazzola di ferro e piazzato qualche spit a intervalli precisi. Questo è quello che si fa normalmente oggi, ed è proprio ciò che a noi non piace. Il loro tentativo fu senza dubbio senza grande convinzione e si arrestarono giusto in tempo per capire che non avrebbero potuto farcela senza piantare uno spit al metro.

Poi, controllando attentamente la tavoletta IGM, mi accorsi che la Punta Muzzone non corrispondeva alla Quota 528 m come descritto da Maurizio Oviglia. Questa era spostata ancora più a S, riprova ne era che la carta disegnava un altro rilievo, a metà tra le due, molto più corrispondente al vero per ciò che riguarda le distanze reali. Il circoletto era comunque un’isoipsa dei 520 m: così, anche lavorando di memoria e facendo conti con le lunghezze di corda, stabilii a 530 m c. la nuova quota, confinando i 528 m ad un rilievo che ospitava sul suo fianco una guglia assai rilevata, l’unica struttura a S della Punta Muzzone ad essere davvero notevole.

2003
Già a febbraio dell’anno dopo le mie bambine mi chiedevano impazienti quando saremmo partiti per la Sardegna: fu «giocoforza» comprare altri biglietti e programmare un’altra vacanza a Biasì. Una telefonata a Markus mi confermò che problemi non ce n’erano e che ci aspettavano. Anzi, c’era una sorpresa: allo stesso prezzo ci avrebbero dato la casetta con i fiori (quella della strunz, per intenderci).

Uno dei problemi più quotidiani fu subito quello del riscaldamento, come del resto era stato l‘anno precedente. Ci sembra sempre di ricordare che d’aprile in Sardegna ci sia un gran caldo, salvo riscoprire poi che non è affatto vero. La stufetta della nuova casa era poco più che un giocattolo e, soprattutto, nei dintorni c’era ben poca legna: tanto che se si doveva punire qualcuna per i motivi più vari, il castigo più comune era quello di «andare a far legna»; inoltre i locali non erano stati abitati per l’intera primavera, dopo le vacanze natalizie dei suoceri, quindi l’umido non perdonava: era bene accendere la stufa per asciugare i muri, anche se la temperatura non lo rendeva necessario. E quindi si dormiva con tanto di piumone, coperta e copriletto. Chi entrava alla mattina nella stanza delle bambine per svegliarle veniva tramortito da un maleodorante afrore di piedi, sudore e umido. In verità quest’ultimo era il maggiore responsabile del fetore, ma ciò non bastava ad evitare che la sveglia ogni mattina fosse squillante, con una constatazione di finta meraviglia, «però, che odore di conigliera…», seguita dalla decisa apertura della finestra, con secco frastuono per far entrare con violenza luce e aria asciutta e pulita: che le nostre tre coniglie accoglievano con grugniti soffocati dopo essersi rintanate ancor più in profondità nei sacchi piuma.

La colazione era un fiero pasto che lasciava sul campo briciole di biscotti e larghe macchie di latte e nutella. Da fuori nulla lasciava presagire che dentro si svolgessero scene tali, perché dopo un breve vialetto a scalini leggeri, tra un bel prato e una siepe di fiori, si era davanti alla porta d’ingresso, con accanto tavolino tondo e sedie poste sotto ad una pergola. Dall’altra parte era un bel terrazzo settentrionale, usato più probabilmente nei mesi estivi, sempre per una campagna davvero godibile. L’intero appartamento appoggiava sulla stalla, i cavalli infatti ci tenevano compagnia per tutta la notte con agitar di froge e nitriti. Ce n’eravamo accorti già dalla prima notte. Eravamo stati avvertiti da Markus che la cavalla doveva partorire, magari non proprio quella notte e se sentivamo qualche rumore di non preoccuparci. Era ancora buio pesto quando gli scalpitii raggiunsero livelli di furia inaudita, nitriti acuti si susseguivano senza tregua con disperazione. Poi con le prime luci, voci concitate in tedesco, un misto tra i richiami e gli ordini perentori. Ecco, adesso partorisce, pensammo. Invece no, da quel momento tutto tacque e inopinatamente riuscimmo a riprendere sonno.

Reduci dalla notte in traghetto, dopo una seconda nottata del genere eravamo piuttosto provati, qualcuno doveva spiegarci cos’era successo. La ricostruzione dei fatti ipotizzò il parto più o meno verso mezzanotte, senza che nessun umano se ne accorgesse. Il puledro in seguito, senza volerlo, era rotolato sotto alla porta e quindi nel prato antistante. La madre, legata alla catena e comunque spossata, non poteva seguirlo, anzi non lo vedeva affatto. Perciò si disperava facendo tutto il rumore possibile, e questo fino all’alba, quando la Suzy decise bontà sua di andare a vedere se tutto procedeva bene. Nel prato giaceva il puledro fradicio di rugiada e di liquido amniotico, la cavalla sembrava volesse tirar giù la stalla a calci. Petra, Elena e Alessandra nella loro conigliera non avevano sentito assolutamente nulla, ma al mattino la nascita aveva le qualifiche del grande evento, una processione di bambini curiosi e inteneriti accarezzava il neonato dalle zampe così magre e tremule.

La strunz quell’anno non c’era, con ciò privandoci di una discreta serie di gossip da fattoria. Ma i motivi d’interesse alla vacanza non erano certo diminuiti, forse Milo si era accorto che le italiane non erano né brutte, né sceme né antipatiche. Continue spedizioni alla scoperta dei boschetti circostanti venivano effettuate, tra urla e grida in due lingue. Milo mostrava fiero le sue costruzioni in legno sugli alberi del circondario, rozze capannette, a volte pericolanti, in bilico a parecchi metri da terra. Dopo momenti del genere, con bambini che salivano assieme lassù e poi si spintonavano insultandosi, le lezioni di cavallo quanto a pericolosità erano un scherzo e si poteva tirare un sospiro di sollievo.

Petra cavalcava con scuola (e lo credo, con tutte le lezioni profumatamente pagate a Milano…), fiera ogni volta che le concedevano di galoppare, sicuramente teneva più eretto il busto in sella che non in altre occasioni più normali, come lo stare a tavola; Elena, che del cavallo non poteva fregarle di meno, non rinunciava alla lezione ma si vedeva che pativa la bravura della sorella maggiore; in ultimo Alessandra cavalcava come una che fa il bagno in una vasca piena d’acqua e schiuma, svaccata come poche altre volte e con la testa altrove.

Il fiero atteggiamento di Milo Morgenstern con seguito di adoranti
Padru: Elena, Petra, Alessandra, Milo MorgensternLe nostre apparizioni al supermercato di Padru erano rare ma, dati i prezzi, letali. Meglio il macellaio, rubizzo e sempre incazzato con il figlio, che però ci serviva con impegno oppure l’ortolana gentile ma strabica e con un occhio di vetro. Accanto alla macelleria, un pub raccoglieva tutti i giovani fumatori del paese che ti guardavano senza che neanche tu fossi ancora entrato: un locale che non invogliava alcuna visita.

Il 18 aprile 2003 Marco e io decidemmo di aprire le ostilità, andando a vedere lo sperone SW della Punta dei Banditi, quello che non sapevamo se mai salito o no per via di quell’accenno nella relazione Ricci.

La parete ovest della Punta dei Banditi: ben visibile il “black hole”
Punta dei Banditi, parete ovest

Alla fine della prima lunghezza, dal III al V grado, uno spit lucente e nuovissimo occhieggiava, tanto inutile quanto invasivo. Negli immediati dintorni c’erano spuntoni e clessidre in quantità. Capimmo subito che non era stato piantato dalla mitica cordata Ricci-Serafini-Soregaroli, non era dell’annata giusta: in più era stato piazzato in un tratto d’arrampicata che non era il più difficile e neppure era una sosta, a circa 35 m da terra. Come se qualcuno, per qualche motivo, avesse dovuto ritirarsi in fretta senza esercitare alcuna fantasia sul come farlo in sicurezza. La via continuava non difficile e, superato un bellissimo spigolo, giungeva alla base del muro finale, assai difficile e dal superamento logico. Un sesto grado dove si vedeva che nessuno era mai passato.

Concludemmo la giornata con una piccola ricognizione, slegati, sulla parete W, alla ricerca di una via diretta ed esterna; poi andammo a salire il facile torrione a nord della Punta dei Banditi, che chiamammo Punta d’India.

Il giorno seguente affrontammo il problema dello sperone meridionale della Punta Muzzone, una bella serie di risalti arrotondati e interrotti da tafoni. Toccò a Marco superare un breve passaggio in artificiale, che non è né la sua passione né la sua migliore carta da visita. Rendeva il momento emozionante il fatto che, se gli ancoraggi avessero ceduto, Marco sarebbe andato a battere su una cengia spiovente poco sotto. Ma tutto andò bene, anche l’uscita in libera per andare a incastrarsi finalmente in un facile ma faticoso camino. Il nome Via della Checca fu dato perché Marco era ed è a tutt’oggi convinto di essersi comportato come tale in quell’occasione.

La Punta dei Banditi da sud. Tra ombra e sole è lo sperone sud-ovest, 18.04.2003
da P. Muzzone verso P. Banditi

Scesi da lì navigammo coraggiosamente nella macchia per raggiungere un altro bellissimo torrione, svettante subito a ovest della vera Quota 528 m. La salita ci riservò momenti di dubbio sulla scelta dell’itinerario e di entusiasmo per la bellezza dell’arrampicata che, anche se breve (due lunghezze) era davvero estetica. In cima non c’era spazio per due persone, ma in compenso c’era un bel clessidrone che facilitò di molto le operazioni di discesa. Lo chiamammo Guglia di Petra.

La prozia Giovanna si era tanto raccomandata che Elena e Petra non trascurassero la funzione pasquale. Così, anche perché era due giorni che non stavo minimamente con loro, mi accollai il gradito compito di portarle a Messa. Verso le 10.30 ci trovammo nel bel mezzo di una festa religiosa particolare, con tanto di anticipo sotto forma di processione in giro per tutto il paese di Padru: la statua della Madonna veniva trasportata da giovani forzuti e compresi nella loro parte. Il prete, assistito da un folto nugolo di chierichetti, fece una bella omelia alla popolazione, che però spesso sorprendevo a dare occhiate di curiosità nei nostri confronti e subito dopo a parlottare nell’orecchio.

Finalmente entrammo nella bella e ordinata chiesetta, tipo barocco messicano con panche scomodissime. Gli uomini a destra, le donne a sinistra: questa volta noi ci sistemammo in posizione assai arretrata, così da ridurre drasticamente il numero delle occhiate. Il sacerdote ci parlò ancora, con parole piene di buon senso: dalla porta cominciava ad entrare un vago odore di purceddu arrosto che la maggior parte delle donne del paese, che in ogni caso avevano di certo assistito alla messa di primo mattino, stavano giusto in quel momento preparando. Alla fine della funzione i fedeli sciamarono all’esterno, e noi con loro.

Avevamo una fame bestiale: così, raccolti a casa Marco e Guya, ci avviammo verso l’agriturismo di Antonio. Laggiù l’eccitazione era al culmine, il sole e il bel tempo garantivano una bella festa all’aperto e comitive intere si erano date appuntamento per la storica mangiata. Nel vecchio forno a legna posto di fronte alla costruzione, quella rinnovata con le vetrate, ferveva grande attività. I cinque porcellini che il giorno prima Marco ed io avevamo visto appena scannati, ripuliti e bruciacchiati erano stati infilzati negli spiedi. C’era un’aria da medioevo, una sagra laica temperata dai vestiti moderni, giacche, cravatte e vestiti di cotone sgargiante, nel fumo odoroso di ginepro ed altre spezie. In cucina, cuoche anziane e in carne davano gli ultimi tocchi a piatti preparati per giorni. Continuavano ad arrivare auto di grossa cilindrata, ma ormai non trovavano più neppure un metro d’ombra perché tutti i posti migliori erano già da un pezzo occupati.

Casa Morgenstern, Biasì (Padru)
Biasì, casa MorgensternMi sorprese che la gente stesse tutta lì nell’aia, perfino i bambini non andavano ad esplorare muretti a secco e boscaglia vicina. Nessuno dava la caccia alle lucertole, sembravano grandi e sorridevano poco. Il casino lo facevano gli adulti, si conoscevano quasi tutti e rigorosamente gli uomini stavano con gli uomini e le donne con le donne. E poi dicono che non ci sono più tradizioni… ci sono, ci sono, basta osservare bonari, senza giudicare.

Al di sopra delle classiche strutture che pian piano ci svelavano i loro segreti una vetta più alta spingeva più lontane idee selvagge di percorsi ancora più inutili. Una fascia di macchia un po’ scoraggiante avrebbe dovuto far accedere a una barriera di granito disuguale ed esposta a sud-ovest che solo in corrispondenza di un’anticima assumeva caratteristiche di problema d’arrampicata e alla cui sommità sembrava di vedere un grande arco naturale di roccia.

Sulle carte questa cima è chiamata M. Coltellaccio ma i locali la conoscono come M. Antoni Canu: vista da Biasì sembra perfino più alta del Casteddacciu, che si profila ugualmente elegante sulla destra. E l’anticima che dicevo è una quota, stimata 715 m.

Ci preoccupava quasi di più la marcia per raggiungerne la base che un’eventuale risoluzione del problema roccioso. Non era una bella mattina quel 21 aprile, la pioggia sembrava minacciare da un momento all’altro, solo che giunti ormai al colletto dietro la Punta dei Banditi ci sentivamo autorizzati a meritarci moralmente una giornata asciutta.

Come tutti i territori apparentemente repulsivi da queste parti, se li si sa prendere per il verso giusto dopo un po’ rivelano passaggi insperati. Questo si dimostrò vero anche quella volta, con qualche eccezione momentanea di lotta estrema nelle spine. Dopo aver lasciato gli zaini su un sasso emergente dalla macchia, in corrispondenza di un nostro possibile ritorno dalla cima, nel grigiore più plumbeo giungemmo a una grande nicchia rossastra alta circa 30 metri.

Dopo qualche indecisione iniziale ruppi gli indugi, attaccando un abbastanza evidente spigolo sulla sinistra della grande nicchia: il problema era che aveva piovuto nella notte e qualche tratto di roccia era un po’ bagnato. In più non era facile, per fortuna trovai qualche fessura da chiodare.

La Guglia di Petra, 19.04.2003
da vetta P. Muzzone verso Guglia di PetraAlla sommità dello spigolo riuscii a traversare a destra su una cornice, proprio al di sopra del nicchione rossastro. Giunto ad un ginepro capii che anche per oggi la via era risolta: dopo un piccolo anfiteatro si delineava un aguzzo spigolo tafonato, non particolarmente difficile, che portava diritti alla vetta.

Marco lo affrontò deciso, proprio mentre cominciava a piovere: ma si vedeva che non avrebbe fatto sul serio. Alla fine della terza lunghezza, su roccia splendida, facile e già asciutta, mi ritrovai in vetta. Non avrebbe più piovuto. Con calma ci guardammo attorno, mentre scendevamo a corda doppia nei pressi dello splendido arco naturale. Poi proseguimmo camminando fino alla vetta del M. Coltellaccio, scendemmo sul versante meridionale opposto fino ad una Sella 720 m c. e da lì nel solitario valloncello ad ovest per recuperare i nostri zaini.

Battezzammo la via Profondo Rosso, per via della grande nicchia basale che sembrava impedirci il passaggio. Venimmo poi a sapere che quest’anticima ha un nome, lu Balcunaddu, per l’ovvio riferimento alla grande finestra naturale.

La parete sud-ovest di lu Balcunaddu, con la via Profondo Rosso, 21.04.2003
2004.04 Balcunaddu da Punta Banditi Elena Piccola 001 , Sardegna
Il giorno dopo, 22 aprile, fu la volta di quella prua di nave che tante volte, al tramonto, ci aveva colpiti per la sua eleganza di linea aguzza. Peccato che lo spigolo non arrivi su una vetta vera e propria, ma sulla Quota 675 m c. del Monte Coltellaccio, ma osservarlo dalla Punta dei Banditi o dai dintorni era proprio bello. Anche lui si rivelò più facile del previsto, ricordo ampi buconi, clessidre e un’arrampicata aerea e non troppo impegnativa. Diventò la via del Piacere. Scesi rapidamente per il canale a sinistra, decidemmo di non averne avuto abbastanza e affrontammo la grande fessura che si fa notare nella parte settentrionale e nascosta della Punta Muzzone, a sinistra della via per Elena. Evidente e sinuosa va a morire proprio sotto gli ultimi strapiombi giallastri della vetta.

Marco salì d’incastro l’intera fessura fino a che questa si allarga a camino. Ne uscì a destra in spaccata, poi non lo vidi più. Quando toccò a me, scoprii che la fessura era divertente e le fessure lo sono raramente. Lo raggiunsi assicurato a un grosso albero.

Purtroppo il tiro dopo non si presentava altrettanto bello. Evitando il muschioso camino soprastante, traversai a sinistra scavalcando uno spigoletto e salii una fessura piena di terra e alberi fino ad un blocco incastrato con alberi.

La terza lunghezza presentò il dubbio se seguire un ributtante camino liscio e strapiombante oppure preferire una più aerea scalata su placca e spigolo. Marco optò per questa soluzione, riuscendo in una tribolata performance di psiche salda: un tiro praticamente improteggibile. Poi l’ultimo tiro facile, in comune con la via Per Elena. Felicemente Sprotetti fu il nostro commento e quello diventò il nome di questa bellissima via.

Il giorno dopo decisi di portare la truppa a vedere Capo Testa, non senza prima aver dato un’occhiata al turistico Capo d’Orso e alla sua roccia così emblematica. Nonostante la giornata stupenda, le ragazze non avevano voglia di camminare, volevano solo sbattersi sulla prima spiaggia e pucciarsi in acqua. Io volevo arrivare alla classica insenatura di Capo Testa, quella sovrastata dalla parete rocciosa più importante, la Turri, e volevo arrivarci da Cala Spinosa, dove avevamo lasciato l’auto.

Elena, Petra e Alessandra sulla testa dell’Orso (Capo d’Orso), 23.04.2003
Testa dell'Orso (Capo d'Orso), Gallura: Elena Gogna, Petra Gogna, Alessandra Thiele, x. 23.04.2003

Sarà stato il caldo, ma dopo un po’ ci fu un litigio violento: io non riuscivo a sopportare il lassismo dilagante, loro volevano a tutti i costi fermarsi. Finalmente arrivammo a destinazione, immusoniti e incapaci di sorridere alla vita. Ci pensarono due o tre gruppetti di punkabestia a incuriosirci e a farci passare l’incazzatura. Due decadi fa c’erano gli hippies, ma era cambiato poco. Eravamo appena ad aprile e già tutte le grotte erano occupate da tribù in pianta semistabile.

Il ritorno per la valle della Luna fu più rilassato: dopo una bella bevuta alla fontana, riuscii anche ad interessarle mostrando loro i sassi delle cave pisane e spiegando che per rompere il granito usavano fare quelle ben visibili serie di buchi riempiendoli poi di legno che gonfiavano con l’acqua. Un po’ noioso fu poi il lungo giro per andare a recuperare l’auto.

La nervosa passeggiata verso Capo Testa (da Cala Spinosa): Elena, Petra, Alessandra e Guya, 23.04.2003
Elena e Petra Gogna, Alessandra Thiele e Guya Spaziani a Capo Testa, Gallura:  23.04.2003Anche il giorno dopo Marco era assente per impegni di lavoro, così decidemmo di andare ancora una volta al mare, questa volta a Birchidda, tanto per vedere cosa significa una lunga distesa di sabbia a perdita d’occhio nella solitudine. Ma forse solo Guya e io riusciamo ad apprezzare fino in fondo.

Le vacanze erano agli sgoccioli, ma Marco aveva promesso di tornare e lo fece. Il 26 aprile ci rimaneva però solo il tempo di una veloce scappata al Pilastro Marragone, dovendo noi partire la sera stessa. A destra di Furto a Nieddu la parete era ancora più verticale e solcata da una serie di fessure zigzaganti, su per una specie di spigolo assai arrotondato e tafonato.

La mattinata ci regalò una bellissima arrampicata, la via della Spinta, con una fessura nel primo tiro dura e non immediatamente leggibile dove mi trovai assai impegnato. La seconda lunghezza fu più facile ma ugualmente bella. Per la vetta rimaneva solo una facile ginnastica.

Pilastro Marragone. Sono segnate, da sinistra: Furto a Nieddu (28.03.2002), via della Difesa (9.07.2005) e via della Spinta (26.04.2003)
2004.04 copia Pilastro Marragone 002 , SardegnaA casa fervevano i preparativi per la partenza, che dispiaceva davvero a tutti.
Ma il disagio della dipartita venne troncato da un evento eccezionale: il parto della pecora. La stalla d’emergenza era poco distante, vi era un gran confluire degli abitanti della fattoria Morgenstern: il movimento ci distraeva a tal punto dalle manovre di facchinaggio dei bagagli alla macchina che praticamente rimasi solo al caldo di fine pomeriggio a svolgere la penosa incombenza.

Guya venne investita da un’eccitata Suzy di un compito di levatrice che mai lei avrebbe potuto svolgere con freddezza nonostante la sua professione nel suo pronto soccorso veterinario, in pieno centro di Milano, dove oltre a cani e gatti si vede talvolta al massimo qualche criceto bisognoso di cure.

Il parto procedeva con difficoltà, anzi sembrava proprio estremo, vista la sofferenza del povero animale. E alla fine Suzy risolse la situazione infilando la sua mano per afferrare la testa dell’agnellino che non ne voleva sapere di uscire… Il caldo, l’odore, il sangue, le mosche e l’eccitazione ne fecero una scena indimenticabile, che sopperiva assai bene allo spettacolo mancato del puledro.

Elena e Petra, estate 2006
Spiaggia di Budoni, Elena, Petra

Tornato a Milano, nella primavera venni finalmente a contatto con Mauro Soregaroli: questi per e-mail (1) mi confermò quanto sostanzialmente già sapevo, oltre a darmi i nomi di Ricci (Demetrio) e Serafini (Luca). Mi prodigai in sinceri complimenti e la cosa finì lì (l’anno dopo avrei incontrato di persona Soregaroli al Circo Concordia del Baltoro, con grande piacere di entrambi).

(1) Corrispondenza con Mauro Soregaroli
14 maggio 2003
Caro Soregaroli, ti disturbo per chiederti se sei tu che assieme a D. Ricci hai fatto due o più vie nuove nella zona di Padru, in Sardegna, nel dicembre 1988. Cari saluti
16 maggio 2003

Ciao Alessandro, ho ricevuto la tua e-mail. Sì, ti confermo che sono stato io insieme a Ricci e Serafini a effettuare queste salite che trovi segnalate sommariamente anche nella Guida Monti d’Italia – Sardegna – di Oviglia. Se ti servono altre informazioni contattami nuovamente. Ciao. Mauro Soregaroli.
16 maggio 2003

Caro Soregaroli, non sai quanto sono contento di avervi individuato.
Se hai tempo di leggere, ti farei un po’ di storia di quel posto, di cui mi sono letteralmente innamorato.
Tutto parte dal fatto che le due notizie delle vostre salite, assieme ad una relazione di Lorenzo e Stefano Merlo, sono riportate sulla guida di Oviglia (Monti d’Italia) subito dopo la descrizione di San Pantaleo. Non so bene per quale motivo stupido, leggendo, ho pensato che le tre vie fossero su una qualche struttura vicino a San Pantaleo. Mentre invece stiamo parlando del gruppo del Casteddacciu, ben distante, come sai. Giunto casualmente a Padru, vedo le due strutture più importanti e mi dico che lì bisogna ASSOLUTAMENTE andarci!
Così con l’amico Marco Marrosu, di Sassari, mi arrabatto a cercare i sentieri nella macchia mediterranea. Era l’agosto 2001. Finiamo per salire una via molto bella (che poi abbiamo chiamato Il Giallo del Buco) su quello che voi avete chiamato Sperone della Mantide (e che in posto è noto come Punta Muzzone). Felici di essere arrivati in cima, vediamo il vostro spit di discesa… Capiamo dunque che qualcuno c’era già stato, riguardiamo la guida e capiamo tutto. Rimaneva ancora da capire come cazzo avete fatto a passare in quel buco della Punta dei Banditi (voi se non sbaglio la chiamate Quota 560 m). Ecco perché… Il Giallo del Buco…
In autunno mi faccio dare dal redattore della Rivista del CAI, Alessandro Giorgetta, le vostre relazioni originali. Non vedevo davvero l’ora di andare a ripetere le vostre due vie. Tra l’altro, altro piccolo giallo, nella relazione si fa cenno ad uno spigolo SSW della Quota 560 m (Punta dei Banditi) in maniera tale che lasciava presupporre che voi aveste salito anche quello. Ma nei fogli da me ricevuti non v’era traccia di relazioni o date relative allo spigolo SSW.
Torniamo a primavera 2002. Ripetiamo in due giorni le due vostre vie. Bellissime, e complimenti per il fatto di averle fatte a dicembre con la poca luce che c’è. Complimenti per aver intuito la possibilità della caverna.
Sono tornato ancora a Pasqua di quest’anno e abbiamo salito altre vie.
Ti allego un file che è una specie di monografia della zona, ancora in divenire. Potresti dirmi i vostri nomi di battesimo, dirmi se avete salito anche lo spigolo SW (che dovrebbe essere abbastanza facile a parte l’ultimo tiro) o lo spigolo SSW (che abbiamo salito noi quest’anno, trovandovi tra l’altro uno spit di sosta a 40 m da terra, di nessuna utilità, e comunque diverso da quelli che avete usato voi) o nessuno dei due….
E se mi racconti anche come avete scoperto la zona e qualche aneddoto mi fai un grosso piacere.
Cari saluti, Alessandro Gogna
22 maggio 2003

Ciao Alessandro, scusa per il ritardo nel risponderti, ma il tempo come sempre è tiranno.
Come tu hai saputo abbiamo salito quelle due vie nel dicembre 1988. I nostri nomi sono Mauro Soregaroli (Guida Alpina), Demetrio Ricci (Istruttore Nazionale CAI) e Luca Serafini tutti e tre di Bergamo. Luca Serafini, alpinista, sci alpinista estremo ed appassionato esploratore di nuove strutture ha una casa vicino ad Olbia ed è stato grazie a lui che è partita la proposta di andare ad arrampicare in quel posto. In quell’occasione abbiamo salito solo quelle due vie menzionate sulla Guida dei Monti d’Italia nella zona del Casteddacciu. Se ti interessa sull’Annuario della sezione di Bergamo del 1988 è stato pubblicato un articolo con relazioni di queste vie. Se vuoi posso spedirti per posta le fotocopie di quest’articolo (indicami il tuo indirizzo). Così potrai confrontare le relazioni.
Ciao, a presto. Mauro Soregaroli

CONTINUA

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Go aid a pitch 02

Go aid a pitch 02 (2-4)
di Gabriele Canu

Patabang, Val di Mello
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Patabang, Val di Mello
… ricordi un po’ confusi e deliranti, ricordi di questo weekend un po’… insolito, via! Val di mello, ore 22. “C’è la luna sui tetti, c’è la notte per strada, le ragazze ritornano in tram”, diceva Francesco. Tranne una, ragazza nota per la sua finezza e proverbiale dolcezza nei confronti delle persone con cui ha a che fare. Giusto per far capire meglio il personaggio, una che del formaggio mangia solo la crosta e butta via tutto il resto (… visto fare con i miei occhi!!). Poi una festa, e poi un enorme masso a fare da riparo alla lunga (…) notte che ci attende. Cantare tutti insieme “we all live in a yellow submarine” prima di addormentarsi certo non aiuta. Lo sguardo di Lui non è certo incoraggiante, ma l’idea è di Lei, uno degli altri due (il più sano) cerca di ricordarsi pure le strofe, l’altro le inventa totalmente. Al mattino si va a scalare… dove si va?… di qua, di là, di su, di giù, insomma, in duecento metri di dislivello riusciamo a salire 12 (!) tiri. Su dritti lungo una placca, poi pare la via sia finita, e si ricomincia prendendo un diedro, una fessura, e poi via, di nuovo placca, attraversando tutto il “giardino” e unendo una sosta e l’altra con una o due protezioni… le uniche che si possono mettere, chiaramente! Poi una doppia, e un mini trekking verso un gran diedro ad arco, che si raggiunge con… placche! A metà del diedro, sosta con anello di calata: beh, in effetti il tiro dopo proprio bello bello non è… chissà mai che si calino tutti da qui!… e non vogliamo a tutti i costi essere diversi, la giornata non è ancora finita e c’è tempo per lanciarsi su un bel canalone rumegoso (san lucano style, ma con più roccia, per di più buona: figurarsi!), e finire sotto la mitica Patabang. Eh, il weekend ha da essere delirante, per cui questa è immancabile! Primo tiro, 80 metri su roccia splendida e prese ergonomiche, fino a pochi metri sotto la sosta, dove, chiaramente, diventa più delicata; ma i secondi, con la corda tirata, non hanno modo di apprezzare a pieno la differenza. E’ il momento del secondo tiro, altri 80 metri, 30 di traverso orizzontale su una vena, polimagò-style, solo che su quella finito il traverso c’è una fessura. Qui c’è un bel muretto nero di una decina di metri, non così stupido, prima di arrivare a mettere una protezione, la prima (e l’ultima) chiaramente. Lo sguardo di lui guardando la sosta da metà muretto, e le parole urlate dall’altro, risuonano potenti “… guarda che l’hai voluta tu la via ingaggiosa!!”. La normale conclusione di una cosa così sarebbe giù a valle, cena, e nanna a riposare i neuroni. E invece uno dei tre, inorridito dalla scelta dell’itinerario della giornata, si allontana, e noi si fa a cambio con due squilibrati fuori come poggioli, i cui discorsi sembrano davvero quelli di ale&franz sulla panchina, solo in versione decisamente alcolica. Uno di questi giunge anche a mangiare una mosca pur di non sembrare un cagasotto. E poi arriva il terzo, che si capisce subito come mai si conoscano e, soprattutto, tendano a frequentarsi. E si comincia a bere seriamente (nessuno escluso, e qui i soliti facinorosi potrebbero dire “sprite?!”), e la serata prende una piega già pronosticata dai più. Pochi ricordi, un po’ (…) annebbiati, ma un lui emiliano rimarrà a lungo nei nostri cuori. Per vari momenti, attimi, frasi. Un benefattore, cosa dire altrimenti di uno che incitava follemente a un lui svaccato in terra in condizioni disastrose “dai, forsa, meglio fuori che dentro, fidati di me!” e poi, come niente, a porre due dita in gola al malcapitato, ovviamente sconosciuto… ah, che seratina! Il ritorno alla macchina sarà un’epopea, dopo 100 metri di strada è come non essere neanche partiti, e così due vanno a prendere la macchina, e i duecento metri in retromarcia per uscire dal parcheggio saranno drammatici. Alle cinque e poco più uno o due ometti vengono lanciati dentro la tenda a smaltire un po’ di sprite, gli altri, due lui e una lei, avendo invece preferito fanta e lemon-soda, hanno solo mal di testa e si concedono una lussuosa notte in macchina. Al risveglio, uno ha ancora il coraggio di andare a scalare una vietta (… e qui i soliti facinorosi… !!), gli altri si dedicano a chiudere un boulder giusto per poter dire di aver chiuso un blocco… al melloblocco, e alla sera la cena fuori è l’ultimo delirio prima del rientro a casa… un’oretta e mezza per tutti, tranne uno…
Data: 7-8 maggio 2011

L’ultimo shampoo del generale Custer ai Pinnacoli di Maslana
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L’ultimo shampoo del generale Custer ai Pinnacoli di Maslana
Sabato, direzione Presolana di Castione. Con tutti gli avvicinamenti possibili, scegliamo il più disagevole che ci viene in mente: dalla Valle dei Mulini. Diversi bergamaschi, alla comunicazione del punto di partenza, rimangono allibiti. Inutili a tal scopo i vani tentativi di giustificarsi spiegando che siamo liguri e che stampare una relazione decente voleva dire toner, carta e usura delle parti meccaniche della stampante. Pure noi comunque rimaniamo allibiti quando ci ritroviamo a ravanare per felci e lamponi, fino a giungere su un’ampia carrozzabile, che ovviamente arrivava lì con piacevole e sinuoso andamento. La lotta con l’alpe è tornata in auge… per non parlare del ghiaione sotto la parete. Esticazzi. Preso frontalmente, da sotto, può essere considerata una variante d’attacco della via. Terminata la suddetta variante di quattrocento metri, al secondo tiro della via ufficiale, ga si ritrova sotto la simpatica placchetta di quinto (…) per uscire in sosta sotto una discreta grandinata. Riparte lore su per il terzo tiro, ancora sotto la grandine, perché le previsioni meteo erano buone… sarà una cosa così, passeggera. Eh sì, passeggera, ma di un treno di trenitalia. E infatti decidiamo di scendere, non appena i fulmini non così distanti smentiscono a gran voce le previsioni meteo. Non contenti della lezione, non disdegniamo un salto a vedere la mitica cornalba (“tanto è di strada”…). Legnate su legnate per ga, e conseguimento del brevetto di volo su un 6a, dove peraltro racimola tutte le ore di volo necessarie. Contento dell’obiettivo raggiunto e festeggiato con lore il risultato, il team gap decide per la fine delle ostilità della giornata. Al mattino si riparte, destinazione maslana. Obiettivo Pegaso, ma visto il meteo del giorno prima (e visto che per oggi davano peggio, che è tutto dire), accorciamo ancora di un tiro per finirne almeno una in due giorni, e la scelta va sull’ultimo shampoo… cioè quando il destino sceglie il nome per te. Riusciamo a finirla, e a trovarla bellissima! Dalla placca del primo tiro, al magico diedrone del terzo, al mitico caminone dell’ultimo tiro, dove lore vorrebbe tirare qualche protezione in ricordo dei vecchi tempi ma, complice la libera di ga sul tiro precedente, è stretto nell’angolo dall’orgoglio personale (e dall’abbondante chiodatura) che lo costringe suo malgrado a finire in sosta in libera. Il tempo nel frattempo sta cambiando, ma due doppie e possiamo scappare. Però appena qui a fianco c’è un conto in sospeso oramai da tre anni… il camino di vent’anni di sfiga è a pochi metri, e dopo la conigliata di anni fa, è il momento di chiudere i conti con il passato. Armato di tutto punto (peraltro inutilmente), è lore che deve procedere all’espiazione dei propri peccati. Tutto suo, all’epoca, il tiro del camino, evitato con una variante a spit che lo attraversava. Operazione, questa, che non era passata inosservata agli amici bergamaschi, e che aveva per questo motivo provocato grossi malumori, de ura e de uta. E allora via, verso nuovi orizzonti!… che incontra dopo una decina di metri, quando qualche nuvola grigio-scura comincia a coprire il sole, e qualche piccola goccia comincia a raccontarci la sua storia. Lore non sembra interessato, anzi sembra quasi infastidito; ga tutto sommato, tranquillo in sosta all’asciutto e con le mutande ancora linde, sembra quasi assistere indifferente agli eventi. Fortuna che non si mette a piovere seriamente, se non quando sale ga, ma con la corda dall’alto è un altro sport. Tre doppie, e poi vien giù dal cielo l’infinito mondo: acqua, acqua, acqua. Quanta, quanta, quanta! Il diluvio universale si abbatte su maslana e sui due poveri quasi trentenni (uno più dell’altro). Ma d’altronde, dopo uno shampoo così, cosa ci si poteva aspettare?!
Data: 22 maggio 2011

Tempi Moderni alla Marmolada
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Tempi Moderni alla Marmolada
“Allora lo, si torna a fare una salita insieme?”… “dai ga, ben volentieri! Immagino che qualche idea l’avrai in testa, e ho come la vaga impressione che non sarà una vietta plaisir… !!! Dai, spara, cosa vuoi andare a fare?… è il caso che mi sieda?!”… “beh, già che si torna a scalare insieme, bisognerà fare qualcosa di… beh, sì va, siediti!!!”. Alla proposta, giunta dopo vari giri, arzigogolati percorsi tra un dettaglio e un altro senza aver il coraggio di chiamare le cose con il loro vero nome, fa seguito un lungo silenzio. Interrotto da un esclamazione contenente il nome della via A STAMPATELLO e una serie di punti esclamativi/interrogativi senza soluzione di continuità, seguita a ruota da una lunga serie di epiteti che non è questa la sede opportuna per elencare. E, attenzione, non è che si parlasse di tempi moderni, eh!… e nemmeno di marmolada, sarebbe scontato! Invece… e chi lo sa, di che si parlava, insomma “… beh, dai, ammesso che si vada davvero a fare sta follia, e ammesso che io non presenti il certificato della mutua il giorno prima della salita, ma bisognerà allenarsi prima, no?!” – “Ok, dai, il prossimo we, visto che è l’ultimo a disposizione prima della folle idea, ci si allena… occhio che però… si picchia duro, eh! Sennò che allenamento è?!”. Così, ecco che lore si presenta all’allenamento, improvvisato all’ultimo giorno, un last-minute deciso e prenotato alla mattina del venerdì: “tempi moderni” in marmolada. La logica sequenza degli ultimi quattro mesi di attività: spigolo demetz al gran cir, l’ultimo shampoo a maslana, steger al catinaccio… tempi moderni in marmolada. Abbastanza lineare!… come allenarsi alla quota salendo, nemmeno in rapida sequenza, Monte Mao e Bric Mindino, e poi salire sul bianco dal pilone centrale. Tant’è, la follia è un dono di pochi, e alle 7 e mezza di “un sabato qualunque, un sabato italiano”, siamo in moto verso il Falier, obiettivo: cengia mediana. Sacchi a pelo, e ci mancherebbe altro… mica siam quelli che Modern Zeiten la fanno in giornata… ma neanche a pensarci:… inarrivabile!… però siamo stati avvertiti dal nostro caro amico: “Oh, grandi scèc! Carichissimi, eh!… però mi raccomando… SE SI FA, SI FA TUTTA!!”. Non ce l’avrebbe passata, solo la parte bassa, non ci avrebbe passato nemmeno l’uscita sulla gogna o sulla messner evitando l’orrido muro terminale… e un monito così, da un così caro amico e socio di fiducia, non potevamo ignorarlo. Ma il terrore di essere colti da un attacco di stanchezza, o di coniglite che dir si voglia, era troppo. Ma quel ca..o di vecchio biplano a motore, maledetto amaro montenegro o no, si sarebbe rimesso a funzionare un giorno!
… tempi moderni è davvero una via grandiosa; tracciato logico in basso, in alto un po’ forzato, sul primo e sugli ultimi cinque tiri; ma voleva il muro terminale, voleva la via indipendente, voleva una via dura, ma interamente in libera… e l’ha trovata, dove sembrava non potesse esserci. La via è davvero “moderna”, per concezione e stile… un sacco di tiri, fossero in falesia, sarebbero unti come la focaccia alle cipolle. E chi si fa solo la parte bassa… si perde la vera via. Di sicuro non ha fatto tempi moderni! In alto difficile, meno chiodata, ma nel complesso a nostro parere più bella della parte bassa (… rigola a parte: Mariacher lo ha definito come il suo più bel tiro, e chi siamo noi per contraddirlo…), un po’ più… “avventurosa”. Incredibile la sequenza per uscire dall’ultimo muro, due obliqui in placca con una sequenza di buchi che sembrano messi lì apposta per rendere il tiro scalabile e proteggibile. Virgolettato, và, che di certo, tra questi ventotto tiri gli amanti dell’R4 qui troveranno gioia!… giunti in cima a Punta Rocca, la gioia è davvero grande. La felicità c’è e si vede, lo sguardo di ga lo dimostra, quello di lo pure, l’abbraccio è di quelli dei “vecchi tempi“… poi però in un attimo quello di lo cambia, diventa smorfia di dolore, prima di trasformarsi in un sorrisino ironico e beffardo: “… maledizione a me e a quando parlo troppo!!!!”. Eh già, perché all’inizio del dialogo, c’era stata una frase degna di nota “… dai, se facciamo tempi moderni, integrale eh!, ti accompagno sulla tua idea folle… ”. Un errore imperdonabile!… ma intanto, si torna a sorridere, c’è tempo di rilassarsi e godersi i ricordi di questa bellissima avventura tra le pieghe della Regina delle Dolomiti: Modern Zeiten è alle nostre spalle… è andata!… belin!
Data: 9-10 luglio 2011

Cinque Muri alla Piramide Armani
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Cinque Muri alla Piramide Armani
… e si comincia a far sul serio! Vallaccia, che posto… non c’ero mai stato, ed è stato un colpo di fulmine. Come pare per chiunque passi da queste parti per la prima volta! Ci si ritrova con lore, a un mese esatto dall’avventura su tempi moderni… e il suo allenamento, vive di ricordi… di quei, ricordi! Salvo, 10 giorni prima, proprio questa via. Con uno forte… ma davvero forte. Troppo, tanto da far dire a lore “Ok, troppo bella, ma voglio tornarci con te, e stavolta la facciamo alternata, che è una via stupenda, ma l’altra volta i tre tiri più duri li ha fatti lui… e voglio provarci!”. Come dire di no a una via stupenda in un posto stupendo, tra l’altro già nel libricino dei progetti?! “… eh, ma bisognerà partire presto, che la via sarà 500 metri!”, “… tranquillo, non c’è fretta: in 6-7 ore, se usciamo, siamo fuori, non è che ci sia tutto sto granché da integrare”. E il che è tutto dire, viste le protezioni in loco. Alla specifica domanda “… ma secondo te sui due tiri duri io sarei passato?!”, la risposta “sull’ultimo tiro sì, sul quarto… ” lasciava dubbi sulla fiducia di lore nel socio. Quindi, per questione di principio, il tiro andava fatto, e sgradato per giunta! “Lo, allora, dove ci becchiamo?” – “ah, ga, non te l’ho detto? sono senza macchina! vengo in treno+bus, alle 7.36 sono a cavalese!” – “malimortaccitua!”. Alle 6.50, sms: “ehm, trenitalia ha soppresso dei treni… non so a che ora arrivo!”. Ga, sorpreso nel dormiveglia mattutino nel suo lettino (leggi “i sedili posteriori”), non ha nessuna intenzione di finire a scalare alle torri del sella e si catapulta giù dal letto e testa i cavalli del suo trabiccolo fino a Ora; alle 7.42, i due oltrepassano cavalese, già di ritorno… direzione vallaccia, direzione cinque muri. La giornata è stupenda, ma fa “freschino”, per così dire; così, giunti all’attacco, è l’ora per ga di vedere i sorci verdi sul primo tiro, un VI+ stile cornei, solo che a cornei, in sta stagione, le temperature son ben altre. E anche la chiodatura, diciamo così! Riparte lore, e ridendo e scherzando mette in saccoccia il VII- del secondo tiro. Tocca a ga il terzo, per riscaldarsi per il quarto; alla faccia dei runout! E’ il momento del tiro su cui lore ha avuto dei dubbi sul socio; il quale piazza in sequenza cordino su clessidra, cliff, chiodo, cliff, cliff, cordino su clessidra, tricam, tricam, friend, chiodo, e poi via in libera verso la sosta, un tratto duro ma scalabile e poi il suo bel runout di 15 metri sul VI. Ma in fondo, come diceva il buon De Beers, “Un runout è per sempre”… E si riparte, per tre tiri tranquilli, fin sotto il galattico muro finale. E qui è il turno di lore. Lo voleva, questo tiro, ci teneva, lo temeva, ma… che tiro, scèc, che tiro!!! Magistrale, grandioso, spettacolare!… e sto ragazzo, che grinta, che ha tirato fuori!… e finalmente ha tirato fuori sto sorriso a 34 denti, per il suo capolavoro, VII+, roccia super, una sola protezione in posto prima dell’inizio del muro: grande lore, questo è scalare!! Un ultimo tiro, con un simpatico passo duro ben (…) protetto (?!?) da un’ottima (????) clessidrina, e la cima della piramide è raggiunta, sotto un bellissimo sole. Incredibile questa via, stupenda davvero!
Data: 11 agosto 2011

Supermatita al Sass Maor
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Supermatita al Sass Maor
… Bonatti diceva in un suo libro: “L’avventura non può più manifestarsi dove nell’uomo scadono l’ingegno, l’immaginazione, la responsabilità; là dove si demoliscono, o almeno si banalizzano, fattori naturali come l’ignoto e la sorpresa. E ancora non può sussistere avventura là dove vengono alterate, persino distrutte, peculiarità come l’incertezza, la precarietà, il coraggio, l’esaltazione, la solitudine, l’isolamento, il senso della ricerca e della scoperta, la sensazione dell’impossibile, il gusto dell’improvvisazione, del mettersi alla prova con i soli propri mezzi. Tutte cose che oggi sono ormai represse o addirittura cancellate nel quotidiano. L’avventura è un impegno che coinvolge tutto l’essere e sa cavar fuori dal profondo ciò che di meglio e di umano è rimasto in noi. Là dove il “mazzo” non è stato truccato per vincere a ogni costo, esistono ancora il gioco, la sorpresa, la fantasia, l’entusiasmo della riuscita e il dubbio della sconfitta. Dunque l’avventura.”. Abbiamo trovato tutto, caro Walter. Abbiamo avuto il dubbio della sconfitta, persi in un mare di perplessità e di roccia, senza riferimenti se non l’esperienza e l’intuito. Abbiamo vissuto l’entusiasmo della riuscita, solo a posteriori a dire il vero, usciti sfibrati da un’avventura senza parole, e due giorni di concentrazione massima, non avevamo nemmeno tanta forza di sorridere. In fondo, solo dopo abbiamo capito cosa avevamo combinato. Abbiamo vissuto la sorpresa, la sorpresa di avere sempre una soluzione anche dove la relazione era carta straccia di fronte a quel che ci si presentava davanti. Di avere l’esperienza, per poter gestire le incognite di una salita come questa. Abbiamo avuto la fantasia, la fantasia di inventare una salita che ha stupito molti, la fantasia di quando, ai primi di luglio, ho visto una foto del sass maor con le linee tracciate, ho puntato quella linea, così maestosa, lineare, dritta; troppo bella per rimanere solo un tratteggio su una foto, e mi son detto “qualunque cosa sia, se non è impossibile… voglio provarla!”. E gli occhi hanno letto “supermatita”, Maurizio Zanolla e Piero Valmassoi, agosto 1980. L’avevo già sentita, la conoscevo un po’ di fama, ma in effetti non sapevo niente delle difficoltà. Niente della sua storia. Niente del suo mistero. Vista, letta, acquisita: ho subito pensato che, per quanto assurdo, non potesse che diventare un sogno da realizzare. Un sogno di quelli che sanno farti sentire vivo. Ancora una sorpresa; l’essere qui, ancora con lorenzo. Le cose cambiano, il tempo passa, ma a quanto pare le persone importanti restano. Ed è un bene, ed è bello saperlo, rendersene conto. Ci sono persone che contano davvero qualcosa. Fa bene saperlo. E infine, Bonatti citava ancora il gioco. Abbiamo trovato anche quello. Il gioco dell’avventura, della scoperta. Quello delle vie dove il grado tecnico conta, ma meno di tante altre cose, della determinazione, del coraggio, della voglia di mettersi, davvero, in gioco. Dove il mazzo non è stato ancora (e speriamo non lo sarà mai) truccato. Ed è stato un gioco viverla “così”, come una grande avventura, con un po’ di “paura”, ma anche con la determinazione e la voglia, e con il nostro stile di sempre. Patrick Berhault diceva: “Incredibile non è la difficoltà in sé, quanto la fortuna di avere avuto una voglia così intensa di affrontarla”. Me lo aveva scritto lore tanto tempo fa, e più che mai, in questo nostro “piccolo capolavoro”, abbiamo dimostrato che è proprio così. Non si può raccontare altro di supermatita, è una via mitica, e misteriosa. Ed è bello che rimanga così. Non servirebbe neanche aggiungere niente… forse, se avete pensato anche solo una volta nella vita di andarla a provare, forse avete l’unica cosa che serve. Insieme a tanta, tanta voglia di vivere un’avventura vera. C’è ancora spazio per l’avventura. Lasciamolo. E poi ci sono le foto, che dicono (quasi) tutto. I sogni si raccontano, ma non si spiegano… i gradi non dicono niente (a manolo, a quanto pare, ancora meno… la relazione “così, tanto per…”. Qui bisogna lasciare a casa tutto, portarsi solo un po’ di umiltà, di voglia, e tanta, tanta voglia di sognare. Tutto il resto è qui: l’estetica della linea, la maestosità del Sass Maor, il viaggio in parete, l’esperienza alpinistica ma, prima di tutto, umana. Indimenticabile…
Data: 13-14 agosto 2011

Chi si ferma è perduto a Cima Scingino
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Chi si ferma è perduto a Cima Scingino
C’è sempre un motivo per tutto, nella vita. Figuriamoci per il nome di una via… spesso ci sono dietro strani ricordi, a volte un amore o un caro amico, e altre invece ci sono le emozioni del momento, le sensazioni provate. Ora, secondo voi, cosa può significare il nome di questa via?! Il team GAP, incuriosito dalla descrizione della bibbia del Gaddi – “Poco ripetuta; del resto, il nome della via la dice lunga… “, decide di andare a vedere di persona! Ammesso e non concesso che arrivare in valle alle 2, svegliarsi alle 5 e mezza e partire per due ore e mezza di avvicinamento, a inizio stagione, con lo zero termico a 1700 metri in lento rialzo in giornata fino ai 2400 non fosse l’idea migliore (ma i gappers sono abituati alle idee malsane!), fatto sta che giunti sotto al pilastro, l’aria si mantiene “frizzantina”. Ma oramai, dopo un mazzo così, andiamo a verificare che il sommo tomo non dica stupidaggini! Lore verifica sul primo tiro che i mini-boulder strapiombanti non sono l’ideale per cominciare la giornata, così tocca a ga mettersi sulle placconate del secondo. E l’ampia chiodatura (…) rende difficoltoso il reperimento della retta via. Neanche il misero chiodo di sosta nascosto sotto non dico un ciuffo, quanto piuttosto una cuffa d’erba, e il vicino spit di colore non proprio incoraggiante, danno l’idea della frequentazione dell’itinerario! Eppure, sempre il tomo diceva “un must dell’arrampicata logica e mentale del gruppo”. Strano! Ma la cengia mediana aiuta anche gli stolti a ritrovarsi nel percorso. Eppure lore decide che farla proprio tutta così come i primi salitori sarebbe una palla, così inventa varianti se possibile più dure dell’originale. Poi libera un tratto di A0, così che il tiro, da VI+ e A0, diventa… VI+. Boh, sarà stato morfologico! Ma nei precedenti 50 metri ga tenta di rancare (genovese per “strappare”, NdR) via un’intera fessura di 40 metri, poi si rende conto che è troppo bella e che in effetti non sarebbe un gesto carino, così la lascia lì e anche lore la può scalare. L’uscita in sosta, intanto, comincia a dare dignità all’ipotesi sul nome. Che ga ha occasione di verificare poco sopra, perdendosi più volte in soli 15 metri, poi si ritrova e trova pure uno spit. Esticazzi! Poi prosegue in traverso per facili roccette di VII+ e fino a quando non riesce a piazzare un buon friend, qualche metro più in là, non sa neanche più di essere sul pilastro di cima scingino. Se ne ricorda poco dopo, quando vede al suo fianco l’ultima protezione e poi, “là”, la sosta. “dai, è uno scherzo!”, dice tra sé e sé. E allora poi, non vedendo luccicare null’altro e non intravedendo grandi e yosemitiche fessure, né tantomeno ronchie clamorose, comincia a capire il nome della via… e si adegua di conseguenza. Ma anche lore vuole vederci chiaro in questa faccenda, e così parte con fare arrogante per il successivo tiro, “alla ricerca della protezione perduta”. Secondo voi l’ha trovata?! E così, su un bel passo in traverso a 30 cm dalla sosta e 7 metri dall’ultimo friendino accoppiato a un chiodo di qualche bravo giovanotto che voleva scalare ancora per un bel po’ di anni dopo lo scingino, prende atto che è meglio non fermarsi e giungere alla panoramica sosta, incolume per giunta! C’è un ultimo tiro, con un simpatico passo a uscire dalla sosta, poi un passo di A0 che ga passa in libera perché del chiodo non si fida (?!?), per poi trovare chilometrico dove il buon Tarci (Tarcisio Fazzini, NdR) regala V+ su “fessura erbosa”. Alla faccia dell’erba… sembra una prateria verticale! Le ultime emozioni e siamo in cima al pilastro, non è tardissimo ma fa freddino ed è ora di scendere… riusciamo a ritrovare il sentiero ancora con l’ultima luce, e poi… è storia andata!… bella avventura in un posto magico!
Data: 17 maggio 2012

Vedova Nera, Val di Mello
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Vedova Nera, Val di Mello
Il festival dei chiodi chilometrici a cui abbiamo partecipato in questi giorni sta per terminare, ma prima del termine c’è tempo per la proiezione del cortometraggio “I grandi laschi”. Protagonisti il team gap ed ettore, maggio 2012, dalla trama tutto sommato scontata: i tre vanno a fare sta via, “il capolavoro di Paolo Vitali nella Valle”, trovano eterno, rischiano l’infarto, prendono pioggerellina giusto a metà dell’ultimo tiro, poi il tempo gli concede ancora due minuti per disquisire sulla bontà della sosta, e poi… ma andiamo con ordine! E’ mattina. Alla base delle placche del giardino decidiamo di fare una vietta lì, giusto per scaldare i motori. Passano un ragazzo e una ragazza, simpatici e modesti, e ci chiedono se quelle sono le placche del giardino, e pensiamo “scaleranno qui!”… e invece ce li ritroveremo proprio… sulla vedova! Vabbè, ma tanto non abbiamo mica fretta… ci facciamo condurre dal buon ettore fino alla sommità delle placche del giardino, e mentre aspettiamo i ragazzi sul primo tiro, cerchiamo di dimenticare quanto ci sarà da trovare lungo su questa via. Mentre il bergamasco si lancia sulla fessura, ga osserva il giovin fanciullo là in alto che parte sul famigerato tiro chiave, sale un po’ di metri e poi… bum, ci tira una flamba da far impallidire! Ga e lore si guardano in faccia, e cominciano a pensare di essere nel posto sbagliato al momento giusto… o comunque il contrario! Il giovine riparte, stavolta passa, sembra scalare bene e tranquillo, fino al tratto duro. Ga lo osserva fiondare un bel po’ di volte, e ogni volta è un colpo al cuore. Allora si rivolge a lore e chiede: “allora, che si fa?” – “… e cosa vuoi fare?! si prova!”. Cazzarola. E’ sempre indeciso, è sempre più per la conigliata, belin, una volta che sarebbe sensato, figurati se non si convince del contrario!!!
“… torre di controllo a ga… torre di controllo a ga… vi preghiamo di fornirci la vostra posizione, prego!” – “ga a torre di controllo… la nostra posizione è vicina ai 90 gradi, per la precisione a 4 metri dal friend e a 7 dal primo spit… may day may day!” – “Non siete autorizzato a decollare, ripeto NON siete autorizzato a decollare!” – “Ricevuto!”. Negata l’autorizzazione al decollo, ormai imminente, ga è costretto a stringere i denti onde evitare sanzioni e raggiungere con il cuore ormai in gola “lo spit chiamato desiderio”. Lo sguardo è smarrito. “Vivo!” – esclama – “cazzarola, sono vivo!!!”. Peccato che ora venga il duro del tiro… Uno sguardo, una frecciata verso il prossimo spit – miseria se è lontano! – uno sguardo verso i soci… ed è il momento di andare. Cinque o sei tentativi per capire come alzarsi sopra lo spit, poi parte per la sequenza… e sono due minuti di apnea! E’ due metri sopra il chiodo, e il terrore di sanzioni per il decollo non autorizzato, specie in questo momento di crisi, lo fa desistere dalla voglia matta di smetterla di strizzare cristalli delle dimensioni di un granello di sale grosso, e con un ultimo passo inventato alla ricerca dell’equilibrio su un solo arto (!) raggiunge lo spit. Un viaggio che rimarrà nel cuore ma che è difficile raccontare! Ancora un tiro, con chiodatura allucinante (Vitali è stato veramente straordinario su questa via…) e un ultimo ribaltamento su un enorme fungo che regala deliri, e poi comincia la mitica vena obliqua di 100 metri, passa avanti lore mentre comincia a piovischiare… che si fa?! Le persone normali scenderebbero… ma questo è il team gap!!!… e poi dopo sti 3 tiri, come si fa a pensare di dover tornare?!… e allora lo specialista lore scalda i motori, e via, con 60 metri da brividi (più facile che sotto, ma per niente banale… e 2 (DUE!) spit, senza possibilità di integrare). Nel frattempo non piovischia più… pioviggina! Gli altri due lo raggiungono in fretta… e neanche il tempo di buttare la prima doppia, viene giù il finimondo, acqua, acqua, acqua… quant’acqua scéc!… ma intanto… la mitica (e stupenda!) vedova nera l’abbiamo portata a casuccia!!!
Data: 19 maggio 2012

Via Desmaison al Pic de Bure
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Pilier Desmaison al Pic de Bure
Ore 8.22, ga arriva in sosta al sesto tiro. Lo raggiunge micky, imbacuccato dalla testa ai piedi, scalando con i guanti e visibilmente tremante… ga pone la domanda, già certo della risposta “… dai, micky, si muore dal freddo, sto vento agli ottocento all’ora non ha ancora mollato 3 secondi e fa veramente troppo freddo per scalare… se non te la senti non preoccuparti, tre doppie e ce ne andiamo in luoghi più consoni… vai tranquillo… ”. Sta già per buttare le corde verso una mesta ritirata – summo cum gaudio ma salvando l’onore lasciando al socio il compito di prendere una decisione ormai inevitabile – quando micky fanni – porcaccia miseria la famiglia non mente! – cala il jolly: “no, ga, sì è vero fa un freddo indicibile, ma se tu te la senti per me andiamo… a me sta bene!!”. Lo sguardo di ga non può che essere allibito… ma guarda te sto qui, rigira la frittata!!!… ma con che gente vado in giro?!… l’orgoglio personale ha la meglio, ga non ha più scuse, mo’ bisogna salire! E sarà ancora lotta per altri cinque o sei tiri, fortuna che si va via veloci e le dita non hanno tempo di congelarsi, ma belin che freddo, che freddo, che freddo!!!! Al decimo tiro, arriva un pallidissimo sole, che unito a una sosta appena dietro lo spigolo al riparo dal vento fortissimo, regala un attimo di sollievo ai due malcapitati… che per fortuna, essendo al decimo tiro… sono “già” a metà via!… la giornata intanto diventa splendida, il vento è un pochino calato, le temperature sono comunque rigide, ma ormai il ritmo lo abbiamo preso e scappiamo via veloci… la cima si avvicina! La raggiungiamo intorno alle tre, ed è bellissimo giungere su questo incredibile altopiano nella luce del primo pomeriggio… sembra quasi di sbarcare sulla luna!… e… cavoli, che bella via, peccato non essersela goduta (nota: al quarto tiro, prima di recuperare la corda 3 minuti di pausa… una bollita così alle mani, giuro che non l’avevo mai presa manco su una cascata!!) a fondo, ma linea grandiosa, gran parete, roccia “dolomitica standard”, posto bellissimo, firma di classe… insomma, una gran bella avventura, che valeva il lungo viaggio in terra francese! Grazie micky!
Data: 15 luglio 2012

(continua)

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Percorsi inutili 5

Percorsi inutili 5 (5-5)
2008

Durante la vacanza del 2008 fui più impegnato a scrivere che ad arrampicare. Mi ero portato i documenti originali della lunga storia di Severino Casara, prestatimi da Italo Zandonella Callegher: così passavo ore e giorni a scrivere, cercando una luce nell’affascinante mistero della vicenda del Campanile di Val Montanaia. Ne nacque il libro La verità obliqua di Severino Casara, opera che per la verità ebbe un successo inversamente proporzionale alla fatica impiegata per scriverla.

Petra a Tavolara
Isola di Tavolara, PetraLe giornate scorrevano veloci, specie dalle undici di mattina in poi quando nessuno era in casa, perché le donne erano tutte al mare, anche se Alessandra non aveva potuto, quell’anno, essere della partita.

Per la verità, avevo una distrazione, quella di uccidere le centinaia di mosche. Un vecchio nastro giallo appeso al soffitto non era più appiccicoso da tempo, era lì forse ancora dall’anno prima e non lo avevamo sistemato noi. Nessuno lo aveva tolto solo per lo schifo che incuteva, con i suoi rinsecchiti cadaveri di mosca.
Avevo affinato tre tecniche di esecuzione, c’era quella di massa con un giornale, quella individuale con lo schiacciamosche a rete e quella sadica, di pura abilità, con un coltello.

In assenza delle donne, la cucina, sede del mio ufficio, aveva le finestre rigorosamente chiuse. Esercitavo le esecuzioni subito, in modo da poter lavorare in pace. Quando poi Guya e le ragazze tornavano dalla spiaggia, più o meno alle 18, le finestre venivano riaperte, costringendoci quindi ad altre esecuzioni. La più interessata alla mia abilità era Elena, che comunque mi descriveva come uno psicopatico, specie quando facevo lo show di segare in due la mosca con un colpo netto di coltello. Ma anche lei imparò a dare il colpo con lo schiacciamosche mirando a un punto leggermente più spostato nella stessa direzione del muso della mosca, in modo da anticiparne la fuga. Il tocco artistico risiedeva anche nel colpetto inferto con la giusta velocità, senza provocare cioè lo spappolamento dell’insetto ma soltanto la sua rapida morte.

Eccezioni a questa routine furono la discesa a canyoning del rio Petrisconi con Elena e Petra (1 luglio) e l’annuale gita a Tavolara (4 luglio). Ogni volta che andavamo là ricordavo la bella salita della cresta sud-est, fatta con Guido Daniele e Marco Marrosu il 23 agosto 2000. Paolo Giusto ci aveva gentilmente dato un passaggio in barca da San Teodoro, eravamo saltati sugli scogli e avevamo afferrato l’evidente cresta pensando d’essere i primi. Ma nel punto che poi risultò essere il più difficile della via occhieggiava un chiodo arrugginito. Negli anni seguenti venni a sapere di almeno altre due ripetizioni dopo la prima dei tedeschi.

Quanto alle serate nella Morgenstern by night Guya e io ne sapevamo sempre meno. Le adolescenti al proposito erano mute come tombe. Milo aveva preso la patente, dunque c’era più autosufficienza. Ma occorre dire che Markus non concedeva così spesso l’auto al figlio. C’era più tranquillità rispetto all’anno precedente, accontentata qualche volta la bramosia di uscita notturna, e constatato il livello qualitativo della frequentazione dei locali di San Teodoro, per fortuna il desiderio aveva perso la sua forma più acuta.

Alessandro Gogna e Guido Daniele sulla cresta sud-est di Tavolara (Punta Lucca), 23.08.2000
Isola di Tavolara, G. Daniele assicura A. Gogna su cresta sud-est, 2a asc. 23.08.2000

Ancora una volta Elena e io ci accordammo per un’uscita di primissimo mattino alla Rocca de su Ballizzu, questa volta per fare una via nuova a destra di Mamma Drago. Senza pietà la svegliai alle 4.30, sapendo perfettamente che non aveva dormito che una o due ore, dopo la  Morgenstern soirée. Ricordo una gran bella arrampicata e il tentativo di salire direttamente un muro estetico, che però mi respinse e che dovetti aggirare a destra per un camino. In cima, avevamo aperto le Narici del Porco (9 luglio).

In arrampicata sulla parete ovest della Rocca de su Ballizzu, Narici del Porco, 9.07.2008
Sardegna, Monte Sempio, da S3 parete ovest Narici del Maiale

In arrampicata sulla parete ovest della Rocca de su Ballizzu, Narici del Porco, 9.07.2008
Sardegna, Monte Sempio, parete ovest, tentativo via diretta

L’11 luglio raggiunsi Marco Marrosu e una delle sue fidanzate, Barbara Idda. Mi aspettavano sotto al Monte Limbara, in Gallura, dove Marco era di casa. Lui aveva appena pubblicato una monografia del gruppo, ma innumerevoli erano ancora le possibilità di nuovi percorsi.
Quella volta ci rivolgemmo al Monte Biancu. Dapprima salimmo il bellissimo sperone sud-ovest (Tiro bollente) della Quota 1041 m, addossata al Monte Biancu, solo per accorgerci che in cima non c’era mai stato nessuno. Dopo una laboriosa discesa e traversata al corpo principale del monte, attaccammo lo sperone sud-ovest del Monte Biancu che si lasciò salire senza opporre grandi resistenze, anche se per poco, nel superare slegato un facile passo in spaccata, non precipitai. Non successe solo perché fui agile come un gatto a fermarmi: i due mi avevano visto e si erano spaventati, forse più di me. Ma non è il caso che qui racconti le ragioni psicologiche di un simile incidente mancato. Di certo non dimentico.

Gruppo del Limbara (Gallura), Monte Biancu e cresta sud-ovest. A sinistra è la Q. 1041 m
Sardegna, Limbara, Monte Biancu da sud
Gruppo del Limbara (Gallura), Q. 1041 m con il tracciato di Tiro bollente, 11.07.2008
PercorsiInutili5-Tiro-Bollente

Gruppo del Limbara (Gallura), Monte Biancu con il tracciato sulla cresta sud-ovest
Unicode
2009
E arriviamo a quella che poi si è rivelata essere l’ultima vacanza di quel genere, un miscuglio di arrampicate e di vita in famiglia con adolescenti femmine e bagnanti, temperato dalla saltuaria presenza del Re del Pelo.

Sa Rocca de Ballizzu, Marco Marrosu su 2a lunghezza di No Traversi per Barbi
sa Rocca de Ballizzu, M. Marrosu su 2a lunghezza di No Traversi per Barbi sa Rocca de Ballizzu, M. Marrosu su 2a lunghezza di No Traversi per Barbi , Sardegna

Con lui andammo subito (28 giugno) alla Rocca de su Ballizzu, dove avevo adocchiato una linea che non avrei potuto affrontare solo con Elena. Ne venne fuori un bellissimo itinerario, con qualche rude fessura, No traversi per Barbi. In discesa, nell’ombreggiato canale di detriti e blocchi, pensavo che era la quarta volta che passavo da lì e mi domandavo se ce ne sarebbe stata una quinta: perché quello era davvero un bel posto. Ma era come se sentissi che si stava chiudendo un altro capitolo.
Nel caldo feroce del mezzogiorno andammo a fare un giretto nell’assolata distesa di massi di sa Conca de su Demoniu:  sembrava di essere su Marte.

La sera ci fu la gradita visita di mio nipote Paolo Cerruti, che lavorava da anni in Lussemburgo. Arrivò con la fidanzata Manuela, che per la verità non suscitò immediate simpatie nel nostro covo di vipere.
Il giorno dopo, assieme a Elena, li portai alla prima vasca del rio Petrisconi, mentre Guya con Alessandra e Petra andava a timbrare il cartellino su qualche spiaggia.
Dopo i tuffi di rito ci rivolgemmo alla Punta Maggiore, la cima più alta del Monte Nieddu, dove arrivammo abbastanza provati per l’impietosa calura.
Al ritorno eravamo così accaldati dal non poter resistere un minuto di più, perciò tornammo alla vasca.

Il giorno dopo arrivò Costanza Sicola, andammo a prenderla all’aeroporto di Olbia. Di un anno più giovane di Elena, Costanza è la figlia dei nostri amici Paola e Giovanni.

Il primo di luglio il nostro gruppone al gran completo noleggiò un gommone a Porto San Paolo. Andammo a Tavolara in otto e facemmo il bagno proprio alla base delle verticali pareti del lato nord-est.

Sa Rocca de Ballizzu, Marco Marrosu sulla 4a lunghezza di No traversi per Barbi
sa Rocca de Ballizzu, M. Marrosu sulla 4a lunghezza di No traversi per Barbi sa Rocca de Ballizzu, M. Marrosu sulla 4a lunghezza di No traversi per Barbi , Sardegna

Partiti Paolo e Manuela, in assenza di Marco Re del Pelo e privato dell’impegno della Verità obliqua di Severino Casara, nella sola compagnia delle solite moriture mosche, confesso che un po’ mi annoiavo. Ma la spiaggia sarebbe stata anche peggio.

Il 3 luglio salii da solo sulla cresta nord-est dei Punteddoni, una delle tante mete esplorative ma di ripiego che mi ero ritagliato per i momenti di solitudine. In seguito convinsi Elena e Costanza a seguirmi in un’uscita arrampicatoria. Per la seconda la grande novità era di scalare su un terreno mai percorso da nessuno, per la prima c’era l’orgoglio di portare l’amica a fare una cosa del genere. Ma la sera prima era arrivato Damiano.

Era già da qualche tempo che Milo, bello e impossibile, raccontava alle “rapite” di un suo amico di Olbia, l’ormai mitico Damiano. Uno la cui bellezza risplendeva come il sole, uno che aveva ai suoi piedi l’intera popolazione femminile della sua città, uno che al supermercato la cassiera lo lasciava passare senza pagare.
Milo era stato bravissimo a creare un’attesa spasmodica, e quando finalmente comunicò loro che l’amico stava arrivando, l’eccitazione salì a livelli spasmodici. Ma l’incontro fu una delusione cocente. Io sospetto che Milo lo abbia fatto apposta, un modo raffinato per prenderle per il culo.

– Damiano… un mostro! – ricorda Petra.
– Piccolino… gracilino… brutto! E ve la ricordate la cresta da punk? – rincara Elena – eravamo così gasate… e invece… poi, visto il livello intellettuale,  voi, tu e Alessandra, me l’avete lasciato a me e Costanza e ancora una volta voi “grandi” siete andate a sentire musica con Milo.
– E di cosa parlavate, tu e Damiano?
– Ci eravamo sdraiati là fuori sull’erba, la musica era quella dei Tokyo Hotel.
– Beeeh, che schifo! – è il commento di Petra.
– E’ lì che ho capito che me lo avevate rifilato. Mi diceva che lui prima ne aveva tre di creste… a tinte diverse. “Mmmmm… bello” dicevo io. “Mi sono accorto che così piaccio anche di più” continuava lui incapace di riconoscere il mio totale disinteresse (e qui Elena imita la cadenza sarda). Dopo  un momento di silenzio mi chiede “Hai visto che le stelle si sono mosse… non sono più come prima, ayo!”. E io: “Beh, la terra gira… e sembra che le stelle si spostino”. E lui: “Ah, già che la terra gira… qualche volta me ne dimentico!”.

Dopo una notte molto breve trascorsa nel camion in abbandono, tra fetidi materassi, topolini impertinenti e con le prodezze di un’altra gattina, Pigra, alle cinque di mattina del 5 luglio svegliai Elena e Costanza e le riportai in casa per un minimo di colazione.
Portai i due corpicini in piena catalessi fino a sos Pantamos e da lì le condussi barcollanti fin sotto alla parete di Punta sos Pinos, dove ci attendeva un bell’itinerario nuovo che, non so perché, le due vollero chiamare Tarzan sugli specchi. Questo si svolge tra Percorso inutile a sinistra e la via del Muschietto a destra.

Punta sos Pinos, ultima lunghezza di Tarzan sugli specchi
sa Rocca de Ballizzu, via Tarzan sugli Specchi, 5a lunghezza sa Rocca de Ballizzu, via Tarzan sugli Specchi, 5a lunghezza , Sardegna

Il 7 luglio mi avviai da solo verso la zona della Punta Joanne Russu, con partenza per il sentierino dal Pilastro Marragone. Volevo verificare una volta per tutte i sentieri e le tracce, ma volevo anche salire il pilastro nord-ovest della Quota 634 m, il rilievo a occidente della cresta ovest della Punta de lu Casteddacciu. Siccome ero da solo preferii salire sul versante ovest della Quota 634 m e poi, individuata l’uscita dello sperone, calarmi alla base su una corda sola di 60 metri. La base era un posto bellissimo, tra grandi querce. Riposai al fresco qualche minuto poi attaccai ad arrampicare lo sperone che, osservato prima in discesa, non poteva offrirmi sorprese più di tanto. Un’arrampicata piacevole, sulla quale lasciai due o tre cordoni, e che chiamai Un mondo senza mosche. Uscito dal terreno verticale continuai fino alla sommità, poi scesi sul versante opposto. Cominciava a fare caldo, il sole alle nove di mattina era già feroce. Stringendo i denti mi avviai per una macchia non folta verso la base della cresta ovest della Punta de lu Casteddacciu, che volevo salire integralmente. Cosa che feci, a dispetto del calore. Scesi per il canalone di detriti a sud-ovest, recuperai la bottiglia che avevo lasciato là piena di ghiaccio e acqua, bevvi fin quasi all’ultima goccia (di ghiaccio non ce n’era più), poi mi avviai al ritorno. Piuttosto che affrontare l’invincibile macchia del versante meridionale della Quota 634 m preferii risalire sulla cima di questa e riscendere a ovest, per lo stesso percorso di poche ore prima in senso opposto.
Ora il caldo era da allucinazione: mi ritrovai sul sentierino per Marragone con la strana sensazione di essermi perso. In certi punti facevo fatica a sentirmi dove realmente ero, solo la ragione mi diceva che non potevo essere altrimenti che lì. Fino a che, nel punto più critico, non successe l’incidente. Saranno state quasi le undici, i grilli facevano un concerto assordante. Io camminavo nella macchia cercando di sentire sotto i miei piedi quello che era rimasto del sentiero: sentii una fitta lancinante nel posteriore della caviglia sinistra. Mi fermai, abbassai la calza bucata e vidi che un corpo estraneo mi era entrato nella carne. Una spina enorme! Cercai di espellerla spremendola un poco, ma ero scomodissimo in quell’operazione e rinunciai.

Mi asciugai la fronte imperlata di sudore e bevvi le ultime gocce di acqua. Provai a camminare e per fortuna il dolore risultò sopportabile. La scarica di adrenalina mi riportò alla realtà geografica di dove ero e da quel momento, fino all’auto, non ebbi più alcun dubbio sul dove dirigermi.

Giunto a casa, Guya e le altre stavano ultimando i preparativi (creme, lozioni, ecc) per andare alla spiaggia. Quell’anno, sapendo della presenza di Costanza, avevamo portato due auto. Non dissi nulla e le lasciai partire. Quando fui solo mi dedicai con calma alla caviglia. Si intravvedeva un gonfiore nerastro, come se mi fosse entrato un bastoncino di più centimetri. Provai a premere verso il basso, a spremere. Sentivo solo dolore e l’oggetto non si muoveva, come se avesse avuto delle pinne che gli impedivano di scorrere verso l’esterno.

Chiamai Falk, per vedere se una mano diversa dalla mia poteva fare qualcosa. Il povero Falk, gentilissimo e premuroso, non riuscì a fare nulla più di me, e neppure Milo. Decidemmo di andare all’ambulatorio di Padru, che trovammo chiuso e che avrebbe riaperto (forse) alle tre. A quel punto Falk e io andammo a San Teodoro in cerca della Guardia medica. Dopo un’attesa di mezz’ora finalmente una dottoressa ci ricevette. Anche lei provò a estrarre lo spinone, senza successo. Concludendo con:
– Noi non siamo autorizzati agli interventi chirurgici… dovete andare all’ospedale di Olbia.

Arrivammo al nuovo ospedale di Olbia che ormai erano le 16, lì aspettammo al pronto soccorso un’irragionevole tempo. Solo alle 17.30 fui esaminato da un medico in piena regola. Mi portarono in una sala, mi fecero una  iniezione di antidolorifico e finalmente incisero la mia caviglia con il bisturi, asportando un mostruoso oggetto di  4 mm di spessore e 35 mm di lunghezza, nero e dotato di alucce unidirezionali. Una vera e propria arma. Quando uscii dalla “sala operatoria” Falk cominciava a essere preoccupato e aveva avvisato suo padre del perché della sua assenza. Una volta messomi al volante per tornare a Biasì feci una telefonata in cui avvisai Guya del mio calvario medico.

Ne seguì una settimana non di convalescenza ma quasi. E’ chiaro che non potevo fare nulla, mi erano vietati la sabbia, il mare e ovviamente la camminata e l’arrampicata. Alla sera dovevo sempre assistere alle uscite notturne delle ragazze. Il Re del Pelo ebbe pietà di me e venne ancora una volta a trovarci. Mi scarrozzò due o tre volte con la sua Panda 4×4 a Punta de Torriga, al Nodo Murrai, alla Jana di Monte Sempio e foresta di Usinavà-sos Rios. Andammo anche a sa Conca de Locoli, vicino a Siniscola, dove c’erano dei suoi amici speleologi.

Petra e Alessandra, ore 21
Biasì 2009 , Sardegna, 07.2009, Petra e Alessandra Thiele

Insomma, questo fu il 2009. L’incidente sembrava chiudere un intero e glorioso periodo. Anche il nonno della spiaggia non era più lo stesso: se il primo anno faceva le capriole, quell’estate non le faceva più…
Una mattina c’era un forte vento, i bagnanti erano scomparsi. Sulla spiaggia, addossate a un muretto, Guya, Alessandra, Petra ed Elena si erano convinte di poter resistere. Era uno degli ultimissimi giorni ed erano in cerca dell’abbronzatura perfetta. Il muretto era accanto a un bidone della spazzatura, di quelli ripieni che straripano rifiuti. Però, con l’aria che tirava, non c’era pericolo di cattivi odori. Dopo una decina di minuti di raffiche e di mulinio di sabbia, ecco che il bidone si rovesciò e il contenuto andò a insozzare la povera Petra che era quella sdraiata più vicina a lui.
– Beh, forse è il caso che ce ne andiamo a casa…!

Il mattino dopo accompagnammo Alessandra alla stazione ferroviaria di Olbia. Avrebbe iniziato un lungo viaggio per raggiungere suo padre a Carloforte. Senza ritardi né contrattempi, e neppure attese, la tradotta durò ben nove ore. Noi proseguimmo per la Grotta di Nettuno (Capo Caccia) e quindi per il mesto imbarco a Porto Torres.

Per tutta la vacanza lo sport più praticato da Falk e Milo era stato quello di gettare nella stanza delle ragazze, tramite la finestra aperta, delle enormi cavallette che, anche se innocue, seminavano il terrore. Giunte a casa loro, aprendo le valigie, se ne trovarono dentro le ultime due, ancora vive!

Cala Girgolu e Tavolara
Cala Girgolu

Gita a Tavolara: il Capo, Guya, Alessandra ed Elena
Tavolara: A. Gogna, Guya, Alessandra, Elena

FINE

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Percorsi inutili 4

Percorsi inutili 4 (4-5)
2006
Già agli ultimi due mesi di scuola il problema era evidente. Petra si stava trasformando, da ragazza florida, luminosa e solare, a figura esiliforme, sguardo ripiegato per volontà di accelerare il passaggio da ragazza a donna, ma anche lievemente dark perché accentuato da un trucco scuro per nulla in linea con la sua natura.

Per la promozione aveva chiesto ed ottenuto un particolare modello di Nokia, carissimo, fighissimo e soprattutto di cui non poteva fare a meno. Non è senza importanza che il vecchio cellulare le fosse caduto nel water della barca a vela nella loro settimana a Ponza e Ventotene. Volenti o nolenti di un nuovo acquisto c’era bisogno. Il modo però con cui aveva condotto la visita in negozio e la trattativa con la commessa aveva decisamente fatto arrabbiare la mamma, come non molte altre volte era successo. La trattativa infatti era tale non per avere di più spendendo di meno come il buon senso vorrebbe, bensì per convincere la madre, con l’aiuto inconsapevole della commessa, che quello era l’unico articolo che valesse la pena di comprare.

Solo dopo il salato pagamento alla cassa Bibi aveva realizzato d’essere stata presa per i fondelli dalla figlia, che in più nella vacanza velica non si era certo comportata bene in compagnia di indifferenza, strafottenza e malumore appena represso.

Il passaggio delle consegne, in partenza per la nostra Sardegna, vedeva Guya e me piuttosto preoccupati: una figlia magra come un chiodo che pesava come la sorella minore, che soppesava con lo sguardo qualunque cibo, stizzosa come non era mai stata. Per due settimane avremmo dovuto sopportarla ma anche agire per distrarla dai suoi propositi, che francamente ci sembravano tipici di una personalità a forte rischio di anoressia. Speravamo molto nella compagnia di Alessandra, che caso mai aveva problemi contrari e per questo era stata soprannominata Pammi (da Pamela Anderson), nonché nel confronto-scontro con Milo, la sua passione mai sopita.

Arrivati sull’isola diedi tempo a Petra di prendere i suoi ritmi, ma soprattutto Guya non abbassava la guardia. Primi più unti del solito per ingannarla, pietanze e insalate ricche di sostanza, suggerimenti di gelati sulla spiaggia, anche a costo della propria linea. Io, che problemi di peso certo non ne avevo, trovavo la nuova filosofia del cibo davvero appagante e mi sembrava di mangiare come un porco. Di giorno smaltivo sudando sulle pendici settentrionali del Monte Coltellaccio o nella valletta a occidente della Punta lu Casteddacciu, gite solitarie che avrebbero distrutto un cammello, col caldo che faceva. Per quello ogni notte raffreddavo nel freezer una bottiglia d’acqua in modo da berla il giorno dopo decentemente fresca.

Ma la ragazzina era furba e ci cascava fino ad un certo punto. Di nascosto la controllavamo se andava a vomitare subito dopo aver mangiato: non ci era mai sembrato, però….

Piccoli litigi, discussioni facevano parte del reciproco conoscersi ma presto le cose presero una piega bellica evidente perché nel gioco si era inserita una ragazzina tedesca, Paola. Questa, pur ribadendo il suo disinteresse per Milo (ricambiata), in realtà era sempre presente e concedeva poco spazio a iniziative. Alessandra era già fidanzata con Augusto e dall’alto della sua posizione tentava di giudicare con oggettività un comportamento fluttuante in cui Petra dava a Milo dell’immaturo e quello la ripagava con dispetti e piccole attenzioni a Paola. Con rare apparizioni di Falk, che lavorava in un ristorante vicino ad Arzachena, il resto della litigiosa brigata era costituito da Elena e dalle due gemelle Mona e Cleo, sempre più legate e sempre più libere di parlare tra loro in tedesco cosa che, si sapeva, faceva molto arrabbiare Maestro Tommasino.

Erano i tempi anche del campionato del mondo di calcio, la sera dell’incontro Germania-Italia fu incandescente. Falk e Milo avevano fatto gli sbruffoni tutto il giorno, il viso dipinto da indiani, pronosticando una sicura batosta per noi pavidi e vigliacchi italiani. Le tifoserie davanti alla televisione erano rigorosamente separate, ciascuna a casa propria. Ma gli urli si sentivano anche a Olbia. E fu così che dopo aver meritatamente vinto, nessuno venne a congratularsi mentre noi sguaiatamente facevamo casino nella notte.

Ma fu più forte di loro e, al momento dei commenti sulla prossima partita con la Francia, ancora non tennero la lingua a freno e si lasciarono andare a vendicative e livide previsioni di certa disfatta italiana.

Dopo la vittoria, le ragazzine naturalmente furono senza pietà e andarono avanti giorni a fare battute di scherno su questo tema, provocando perciò rabbie represse che ogni tanto esplodevano nel chiuso del loro ambito. La figura di Paola era diventata un incubo, quasi come l’ormai mitica e mai più rivista Strunz.

Il Re del Pelo intanto era arrivato per una rapida visita che spendemmo su una mediocre prima ascensione al pilastro nord del Balcunaddu, la via Alea jacta est.

I giorni trascorrevano tra coordinate certe: da una parte le donne andavano in spiaggia ad arrostire al sole del pomeriggio mentre io rimanevo in casa a lavorare. Avevo parecchie cose da concludere, grane da affrontare non certo aiutato dall’assenza di UTMS, con un segnale GPRS che avrebbe spazientito Giobbe se avesse dovuto fare o ricevere e-mail. Mattino e sera erano dedicate alle scaramucce italo-tedesche. E per tutti i santi giorni l’incubo del sospetto che Petra fosse borderline, con lunghe telefonate con la madre che in verità ci sembrava non troppo ricettiva.

Anche per rifarmi di un’inattività ormai fastidiosa, andai da solo sulla cresta N della Rocca de Ballizzu (Quota 790 m di Monte Sempio), concedendomi un’arrampicata non troppo facile ma non così difficile da dire che per me fosse rischiosa. Ovviamente alla base non sapevo cosa mi aspettava, ma via via che la cresta si svolgeva sotto il mio muovermi mi sembrava di aver davvero indovinato la giusta meta. Solo nella parte finale ebbi un’esitazione, una fessura che mi piaceva molto ma che da solo sarebbe stata un’imprudenza, tra l’altro a destra della cresta. Così tornai sul filo e finii in bellezza. Mentre scendevo il caldo cominciava a sentirsi ma dentro di me sembrava che qualcosa si fosse placato, mi sembrava di avere nuove energie da spendere.

Elena dopo la salita di Mamma Drago alla Rocca de Ballizzu (Monte Sempio). Ben visibile la cresta nordSardegna, Monte Sempio, cresta nord

Riuscii perciò ad essere più papà di quanto lo fossi stato fino ad allora e volli condurle ad una spiaggia diversa dal solito, diressi l’auto a Cala Girgolu con l’intenzione di fotografare almeno i resti della Tartaruga, lo scoglietto decapitato anni prima da vandalico gesto. Petra, Guya e Alessandra non le smossi dalla spiaggia, Elena venne con me alla ricerca dello scoglio che, siccome non voleva farsi riconoscere, ci costrinse ad una bellissima cavalcata sulle bianche e rosa scogliere di questa baia, con Tavolara di fronte che quasi la si tocca con mano. La bambina era a piedi nudi ma non fiatò mentre io non sapevo come facesse su quel granito ruvido con sentierini spinosi inframmezzati. Ero fiero di lei. Solo al ritorno individuammo il mozzicone e facemmo le penose foto di rito.

Un cartello mi aveva incuriosito nella peraltro scarsa segnaletica in quel di Padru. Sul tornante dal quale partiva il sentierino per la Punta Russu, seguito anche con Luisa Raimondi due anni prima, avevano messo un bel cartello con piantina topografica e descrizione di un itinerario escursionistico. E questo a cura del comune. Volli andare a vedere. La descrizione era accurata, il sentiero lungo il Canale Marragone fino alla Sella 575 m (costruito dai carbonai e che non ero riuscito a percorrere per via dell’infrascamento) era stato riaperto con duro disboscamento. Il lavoro, piuttosto ben fatto, portava anche oltre nella valletta opposta. Consigliava una brevissima deviazione per una cascata in posto davvero selvaggio, ma poi proseguiva ancora a est fino a fermarsi inesorabilmente davanti ad un muro vegetale invalicabile. Tornai indietro senza cessare di chiedermi perché i lavori non erano proseguiti (e non mancava neppure tantissimo) fino alla sterrata proveniente dagli Stazzi Pietrisconi. Ma il caldo mi cuoceva il cervello a tal punto che dubitai di poter dare una risposta sensata.

L’anno prima era tanto piaciuta Tavolara, così il giorno dopo eravamo là, dove l’acqua è limpida alla massima potenza e i fondali sono da sogno anche per un arrampicatore incallito. Ancora felicità nei loro occhi, anche in quelli di Petra, per una volti sgombri dall’ombretto livido che ultimamente era il preferito.

A Tavolara se non altro non c’era l’affollamento di altre spiagge. Per un po’ di giorni girò tra loro il tormentone “Ccerto che sei propprio ‘n cojone”. Le versioni di questo episodio sono un po’ incerte, ma pare comunque che un signore romano, bello de sole e de panza, camminasse sulla spiaggia assieme ad un ragazzotto, evidentemente suo figlio. Ad un certo punto il ragazzo esclamò, non così a bassa voce: – Ammazza quant’è bona quella…
– Chi, quella? – volle certificare il padre.
– Quellalà.
– Ccerto che sei propprio ‘n cojone!
– Ah pà, tu alla mi età quante te n’eri fatte?
– Ma che c’entra… belle come mamma, nessuna!
E detto questo riprese a camminare seguito dal figlio che rimuginava.

A Lu Impostu c’erano i “due nonni”, lei 74, lui 78, di Roma. Siccome avevano una pensione da fame da anni facevano la stagione qui. Il caffè te lo portavano alla sdraio, con un carretto, come lo volevi, con dolcificante, corretto, senza zucchero. Più lei faceva le lasagne e i panini “boni boni”. Un giorno una “buzzicona”, dal sedere decisamente non più così florido, anzi decadente, andò a chiedere un gelato al nonno che subito esclamò: – ‘n vedi che culo questa, chiappe d’oro è questa…. Alle mie donne invece dava indistintamente delle “passerotte”.

Le notti brave dai Morgenstern, nelle tende, nei furgoni abbandonati non conoscevano tregua. Elena ebbe la visita di uno dei numerosi gattini lì di casa. Peccato quello avesse una diarrea di proporzioni inusitate (almeno in proporzione al suo peso). Verso l’una di notte ci fu molto movimento, i sacchi piuma di Elena e delle due gemelle erano irrimediabilmente compromessi, lei si alzò alla ricerca di acqua con cui pulire sommariamente. Dopo un lavoro molto difficoltoso, guardandosi bene dal venire in casa a chiedere aiuto, si arrese e concluse la notte perseguitata da una puzza bestiale. In tutto questo le gemelle si erano lasciate sottrarre i sacchi piuma per il lavaggio senza smettere di dormire, erano state reintrodotte nei sacchi più che umidi e avevano continuato a dormire della grossa. Assieme al gattino.

Dopo un’altra di quelle notti, fortunatamente non disturbata dai gatti, ma accorciata da chiacchierate fino alle due-tre di notte, andai a svegliare Elena, le feci fare una frugale colazione, la misi in macchina a dormire un’altra mezzora mentre io la conducevo a Monte Sempio. Quando ci arrivammo erano le sei di mattina del 12 luglio e faceva un fresco gradevole. Elena dormiva in piedi come gli asini. Ci avviammo alla base della parete nord ovest. Volevo arrivare per via completamente autonoma a quella fessura che qualche giorno mi aveva respinto. Man mano che Elena si svegliava ricordava i nodi e le manovre di assicurazione, ma non c’era da fidarsi troppo. Dopo una prima lunghezza abbastanza impegnativa e po’ sporca di terriccio e una seconda assai più facile, superammo due bellissimi tiri che da soli valevano la via. Elena era entusiasta, io pure. Mi godevo quella natura perfetta, quei nostri movimenti inutili nell’insegnamento del non necessario che praticavamo, quell’amore che sentivo scorrere dal profondo e che la spingeva ad abbracciarmi ad ogni sosta, ogni volta che poteva.

La quinta lunghezza la conoscevo già ma non glielo dissi, quindi anche lei fu con me alla base dell’arcigna fessura ad incastro finale. Questione di poco: spinto dalla vocina di lei, che a quell’ora mi assicurava come una professionista, in pochi minuti fui al di sopra e poco dopo anche lei stava salendo facendo coscienziosa pulizia di tutto il materiale da me usato. Fu lì che notò una formazione rocciosa più bizzarra delle numerose altre, disse che le sembrava una Mamma Drago. Fu il nome della via, che ci venne in mente quando ci abbassavamo nell’ormai assolato canale di discesa, verso gli enormi massi che precedevano l’auto, sola in una valle di silenzio.

La parete ovest della Rocca de Ballizzu con i tracciati di Mamma Drago e Narici di Porco. Sulla destra è No traversi per Barbi
Sardegna, Monte Sempio, parete ovest

Un grande silenzio immobile c’era anche il giorno dopo, quando a Rocca Manna stavo salendo la fessura in Dülfer che precedeva le belle e regolarmente geometriche fessure del pilastro centrale, quello che l’anno prima ci aveva impauriti. Marco, questa volta debitamente dotato di chiodi, risolse brillantemente, quasi del tutto in libera, uno dei tiri più estetici di tutto questo comprensorio roccioso. Ebbi modo di seguire la sua progressione, d’incitarlo, di consigliarlo, di applaudirlo senza battere le mani. Un piccolo capolavoro. Toccò poi a me proseguire, in una lunga fessura, un po’ in spaccata, un po’ d’incastro che poi si sarebbe allargata a camino. Ansimavo come una locomotiva scoppiata, strisciavo là dentro alla ricerca del centimetro in più: e allorché riuscii a utilizzare anche il gomito capii che ce l’avevo fatta. Era nata Ombre nella Mente.

Prima della partenza sentivo di dover fare almeno una cosa ancora: andare in municipio e chiedere materiale d’informazione sui sentieri ripristinati e segnalati. Oltre al Canale Marragone avevo visto altri due itinerari, quindi potevano essercene degli altri.
– A chi posso chiedere per avere informazioni su itinerari escursionistici qui a Padru?
La signorina fu gentile, disse che l’assessore non c’era ma forse l’addetto a non ricordo più che cosa poteva essermi utile. Costui fu un po’ meno gentile, chi sarà questo ficcanaso di continentale, si sarà chiesto. Mi confermò comunque che i percorsi erano per il momento solo tre e candidamente ammise che di materiale informativo non c’era neppure l’ombra, neppure un foglio dattiloscritto o una stampatina di computer. Però chiacchierando riuscii a sapere perché il sentiero finiva di colpo: perché oltre si sarebbe entrati nel comune di San Teodoro…

2007
A Pasqua eravamo stati nell’Iglesiente. Preso in affitto un appartamento a Portoscuso lo avevamo diviso con Luca Santini, Paola e la figlia Sofia. Con Luca divertimento e bizzarria erano assicurati, il tempo era volato. L’ultimo giorno, di ritorno a Olbia, eravamo passati a Biasì dai Morgenstern, per salutarli e per definire una volta per tutte il nostro soggiorno di luglio.

-Qvi c’è piccolo problema – aveva interloquito Markus. Le due casette erano entrambe occupate, a parte la seconda settimana. – Nostri amici hanno riservato cià un anno fa…

Non nascondemmo il nostro disappunto, ma fu giocoforza prenotare altrove per la prima settimana. Dopo molte telefonate, nelle quali ci fu modo di comprendere bene l’inefficienza e il pressappochismo di un sistema turistico che lascia massima libertà ad ogni gestione, alla fine decidemmo di prenotare da Massimo Careddu, un amico di Markus: tre giorni a Padru nel suo agriturismo, riveriti, serviti e nutriti, e altri quattro giorni in appartamento a su Casteddu, vicino all’omonimo agriturismo, per poi fare ancora trasloco dai Morgenstern. Economicamente, una bella sberla.

Due giorni prima della nostra partenza da Milano Markus mi aveva però telefonato lamentando che i loro amici gli avevano fatto il bidone, e informandomi quindi che la casa era libera. Si sentiva impaccio in quella voce, tradendo un po’ la vergogna di dover ammettere d’essersi sbagliato sul conto dei loro amici, visto che noi a Pasqua avevamo profetizzato sibilando quasi con chiaroveggenza: – vedrai che quelli non vengono….

Ad ogni modo, a parte l’esigua caparra data al Careddu, sentii subito che non era il caso di fare un bidone per riparare ad un altro.
– In fin dei conti il Careddu è un tuo amico – dissi a Markus, ma sotto sotto speravo che fosse lui a telefonargli e a spiegargli le cose. Cosa che non fece.

Oltre che a provocarmi un piccolo squilibrio, la comunicazione della casetta libera fu anche occasione di diverbio con Petra.
– Ma noi non siamo liberi di andare di vogliamo? – mi chiedeva.
– Siamo liberi, ma siamo anche tenuti ad un codice di comportamento…
– Sì, sì, lo conosco il tuo codice, ti faresti ammazzare pur di non venir meno ai tuoi codici.

La nave traghetto cominciava a rollare, si preannunciava una traversata mossa. Mi rifiutavo di credere che Petra mi parlasse così per via del risparmio che avremmo avuto. Pensavo invece al suo fastidio d’essere lontana, nelle ore serali per esempio, dai suoi reali interessi.
– Certo, perché tu invece pur di non avere neppure la più piccola scomodità saresti disposta a scavalcare qualunque cadavere…
– E tu non puoi accettare alcuna opinione diversa dalla tua e pensi che non cambierai mai idea perché solo le tue idee sono quelle giuste.
– Io qualche dubbio talvolta me lo pongo – tentai di concludere, ma nella convinzione che Petra aveva la testa dura almeno quanto la mia.

Non assistii personalmente al suo incontro con Milo, dopo un anno di ignorarsi reciproco. Sentii però il suo commento: – Milo è davvero bellissimo, poi forse è anche un po’ maturato….

E comunque non aveva perso tempo. La sera, stavamo scendendo per mangiare, mi fece tutto un discorso sul fatto che ormai Milo andava in discoteca il sabato, a San Teodoro. Ma la cosa era un po’ legata al fatto che la mattina dopo, alle 5 (!!!), la madre, che intanto si alza presto tutte le mattine per lavorare, andasse a prenderlo con la macchina all’uscita della discoteca.
– Sai, papi, mi ha chiesto se andavo anch’io sabato questo…
– Ah, sì, e quindi io dovrei alzarmi alle 5 per venirvi a prendere?
– Eh, sì, se non viene la Suzy…
– Tu sei fuori, Petra – sbottammo all’unisono con Guya – ti rendi conto di quello che stai chiedendo? Non è che non posso alzarmi alle 5, è che non voglio neanche pensare di venire a prenderti all’uscita. Io alle 5 mi alzo per andare ad arrampicare, ma prima già che ci sono vado a prendere mia figlia che ha fatto la notte brava…

Petra si era zittita, forse capiva d’averla chiesta grossa.
– Già che ci siete – rilanciai – perché non vi informate sui servizi pubblici? Invece che alle 5 state lì a gironzolare fino alle 6 o alle 7 e poi prendete una bella corriera. Esistono ancora sai?
– Quelle sono tutte querce – dissi scendendo dalle nostre camere il mattino dopo: eravamo diretti al locale colazione e il luogo era identico a quello della richiesta di prelievo alle 5.

Due giorni prima c’era stato un vago interesse botanico di Petra. – Papi, quali sono le querce? … qui ci sono querce? – Avevo risposto raccontando gli spaventosi disboscamenti del secolo XIX e XX, prima per costruire le linee ferroviarie del Regno d’Italia, tutte le traversine dei binari venivano dalla Sardegna, poi per l’industria siderurgica era necessario il carbone (e questo spiega tutte le piazzole dei carbonai che si vedono ancora oggi nei boschi e nella macchia). Avevo raffigurato a parole i fumi delle carbonaie, che bruciavano a fuoco lento e soffocato anche per tre giorni, il brulicare d’attività di questi luoghi oggi così deserti, il vivere faticoso di quella gente. Mi sembrava di averle interessate a qualcosa di diverso dallo sguazzare in acqua e dal prendere il sole consumando negozi interi di lozioni solari.

– Quelle sono tutte querce, anzi lecci – ripetei. Ma le due continuavano a non sentire.
– Cinque minuti fa dormivano, sono ancora in catalessi, non vedi? – mi ricordò Guya – già gli frega poco quando sono sveglie, figurati ora…
– Ah, ma fossero le 5 di mattina a San Teodoro non sarebbero così.

Subito dopo Petra cominciò ad addentare la prima fetta di pane con il miele, poi con la marmellata, poi ancora con il miele, poi la fetta di torta alla ricotta fatta dalla Signora Pina Careddu: Guya ed io ci guardavamo di sottecchi, entrambi pensavamo all’anno prima e a quanto meglio ora si stesse tutti.

Ero impaziente di arrampicare un po’, magari solo e sul facile. Il 28 giugno mi alzai presto e mi diressi alla Punta sos Pinos, dove sapevo che Marrosu aveva aperto un itinerario (la via del Muschietto) con due che conosceva appena.
Giunto alla base della parete non feci fatica a reperire il freccino rosso dipinto da Marco all’attacco. Tornai indietro alla base di uno sperone che mi sembrava più facile e decisi di salire da lì. Salii con manovre di autoassicurazione ed era la prima volta che procedevo con il prusik: pur trovando il tutto un po’ farragginoso, non rinunciai, in modo da non rischiare nel modo più assoluto. Più in alto rinunciai ad altro e fu più doloroso: una splendida placca alla sinistra di un diedro che mi sembrava non fessurato. Preferii un terreno più facile a sinistra, seguito però da altri bei passaggi. Ero soddisfatto, in cima alle prime luci del mattino, poco distante dalla Punta Maggiore. Era nato Percorso inutile.

Dopo una puntata tutti assieme a Cala Girgolu, il 1° luglio svegliai presto Elena ed andammo alla Quota 526 m dei Punteddoni NE, dove salimmo un bello spigolo, breve ma intenso, fino in vetta, invasa dai moscerini. In cima pensammo un poco se continuare la traversata di cresta, poi decidemmo che la via dei Moscerini sarebbe finita lì. Anche perché avevo deciso di trascinarla nel sentiero di Punta sa Ruosa, per vedere com’era, per capire fino in fondo la follia del comune di Padru. In cima ci arrivammo, poi al momento di scendere alla fonte di sa Ruosa Elena preferì fermarsi ed aspettarmi. Io scesi fino alla sella che divide i due valloni di Murta Muzeres e Maciocco, non vidi nessuna fonte e tornai subito indietro perché avevo timore per Elena.

E il bello fu che quando fui nelle sue vicinanze scoprii che c’era qualcuno che parlava con lei… che parlava con Elena… presto, presto, accelerai il passo, per scoprire che c’erano due coppie anziane meravigliate quanto me di trovare qualcuno. Venivano dal Lago Maggiore, e sapevano che a Loiri qualcuno gli stava preparando il fritto misto di pesce. E pertanto la loro gita finiva lì.

Allorché il 2 luglio mi trovai, già pochi metri dopo aver chiuso a chiave l’auto alla fonte Sottiles, in una macchia che non dava alcuna speranza di farla franca, decisi che l’eventuale via nuova che stavo per tentare si sarebbe chiamata Scontro frontale. In effetti l’avvicinamento fu quasi epico, più lungo di quello a Rocca Manna: e, ad attendermi, erano due lunghezze di corda solamente. C’era veramente da chiedersi perché. Al di là di un castelluccio di quarzo bianco, lo sperone di Punta sos Rizzos si alzava verso un cielo assai grigio. Qualche goccia era già caduta e verso ovest il grigio era quasi nero…

La Punta sos Rizzos e il suo pilastro nord, via Scontro frontalePunta sos Rizzos (Monte Nieddu), Sardegna

Attaccai con il consueto sistema di autoassicurazione che qui per ben due volte utilizzai deviando notevolmente a sinistra di quello che sarebbe stato il percorso per servirmi di punti di protezione i più alti possibile. Mi trovai in difficoltà almeno due volte, mentre sul passaggio spettacolare del tettuccio fu abbastanza esaltante. Raggiunsi una pianta di corbezzolo. Da lì la via proseguiva per diedri ciechi un po’ a sinistra, preferii quindi salire diritto per una fessurina, con l’intenzione di andare a sinistra dopo. E mentre ero lì a lottare con friend e nut, ormai usando per staffa un cordino, cominciò a piovere seriamente. Capii che per quel giorno era finita, così con una doppia da 25 m più qualche metro di arrampicata me la cavai ad abbandonare la parete. E lasciai lì la corda, volutamente.

Il ritorno nella macchia, e sotto una pioggia decisa, fu una stoica sofferenza, anche perché decisi di fare un percorso diverso, pensando che comunque peggio di quello dell’andata non poteva essere. Mi sbagliavo, perché era effettivamente ancora peggio. Arrivai a casa fradicio, dopo aver inzuppato anche il sedile della macchina.

Dopo una giornata di relax sulla spiaggia di Berchida, peraltro affollata ben più che le altre volte, ci fu il giorno del tanto agognato trasloco dai Morgenstern. Petra da due notti ormai tornava all’una e mezza di notte dopo aver stazionato nell’unico bar di Padru possibile. Il permesso le era dato perché andava con Roberta, la figlia del nostro padrone di casa, e naturalmente con Milo e Merle, un’amica tedesca di anni 17 che avrebbe soggiornato dai tre mesi ai dodici, non si sapeva, dai Morgenstern lavorando e cercando di imparare l’italiano.

La straordinaria luce di fine pomeriggio che c’era il 4 mi indusse ad andare a Cuzzola per vedere il mitico vallone del Rio Mannu, visita che avevo rimandato da troppo tempo. Fu bellissimo, il vallone è il posto più bello di tutto il territorio di Padru. Un torrente scavato nel granito, un angolo davvero selvaggio, per chilometri. Camminai per circa due ore, riuscendo a vedere nuove pareti che sicuramente prima o poi saremmo andati a toccare con mano. Mi dispiaceva d’essere solo, ancora una volta mi trovai a intristirmi sul fatto che le mie donne non potevano condividere con me quella bellezza. Mi ripromisi di portarcele, ma certo scoprirle insieme sarebbe stata un’altra cosa. E intanto sul sentiero correvo, leggero.

– Le si è fermata la macchina? – mi chiamò dal giardino della sua casa il contadino, non abituato che qualcuno gli posteggiasse proprio davanti.
– No, no, tutto bene. L’ho messa lì perché voglio andare a fare un giro lassù – dissi indicando Monte Paligheddu – posso lasciarla lì?
– E come no…. Anzi la può mettere meglio ancora….
– No, no, va bene così, grazie.
– E allora buona passeggiata….
– Grazie.
Erano le 6 di mattina del 5 luglio, la parete di Monte Paligheddu distava da me un tratto di prato, uno di macchia e uno di pietraia. Sapevo di essere osservato, mi muovevo come se ogni mia mossa fosse registrata. Decisi dove attaccare e, appena messomi le scarpette, partii con la corda trainata dietro.
Una roccia stupenda mi accompagnò fino alla cima, con bei tratti e bei passaggi, soprattutto nessun momento problematico. Quindi una gioia, su una via che chiamai Doppia Parete. E quando ritornai alla macchina il contadino non c’era, almeno non si fece vedere. Forse era andato pure lui a fare una “passeggiata”.

Punta Paligheddu, parete nord-nord-ovest, con il tracciato di Doppia pareteMonte Paligheddu, Padru, Olbia

E la giornata la conclusi in famiglia vicino a Posada, sulla spiaggia Iscraios, incredibilmente solitaria, due metri di spessore di sabbia sopra alla battigia, con un vento che rendeva sopportabile l’esposizione alla luce.

Quella sera, verso le 18, c’era un fervore di propositi. Nell’ampio spiazzo tra la casa, il maneggio e i vecchi camion posteggiati, Petra, Elena, Merle e Milo confabulavano con un locale, certo Antonio. Guya e io eravamo immersi nei preparativi per la cena, non sapevamo che Merle volesse uscire a tutti i costi, con il suo amico Antonio, trascinando nell’avventura notturna anche Milo e Petra, in un gioco che prometteva faville di interessi incrociati.

– Papi, io questa sera uscirei con Milo e Merle. Posso?
– Usciresti per andare dove?
– Ma, non so, probabilmente San Teodoro…
– E chi vi porta in macchina, scusa?
– Ah, sì… ci porta Antonio, uno simpatico, qui di Padru, che fa musica…
– Ah… e quanti anni ha Antonio?
– Boh, non so… quaranta? Quarantuno?
– Scusa, e questo Antonio porterebbe una sedicenne italiana e due diciassettenni crucchi in giro per locali?- Beh, che c’è… anche Markus dice che Antonio è uno carino, simpatico.
– Beh, senti a me non me ne frega un cazzo di cosa dice Markus. Tu con uno di quarantuno anni in giro di notte non ci vai.

Immediatamente Guya si mise sull’allarme. C’era evidente aria di bufera, conoscendo mia figlia e quanto potesse essere testarda, alternando irrefrenabili scoppi d’ira a freddi ragionamenti per portare acqua al suo mulino.
Cenammo pronunciando poche parole, i tentativi di Guya di alleggerire cadevano nel vuoto.

Elena intanto imparava in fretta come andava il mondo. Poteva approfittare delle lezioni più disparate, ma dove eccelleva era nel tentativo di strappare a Vodafone l’offerta estiva migliore, tipo Summerplus, con un numero illimitato di SMS. Credo che ormai le centinaia di operatori la conoscessero benissimo per nome, date le almeno cento telefonate fatte, le ore trascorse a farsi illustrare le diverse opzioni. A volte, se non era soddisfatta delle risposte, dopo aver chiuso esclamava “Valeria di merda”, oppure “Luigi coglione”! Quel giorno aveva fatto una telefonata in viva voce presente Guya, l’operatore era stato gentilissimo, stranamente per nulla scocciato dalla curiosità di Elena relativamente ai risvolti più segreti dell’offerta. Chiusa la conversazione, le due avevano fatto commenti positivi sul giovane telefonista (quanto è carino, gentile, che bella voce, ecc.), salvo accorgersi, riprendendo il telefono in mano, che quello era stato a sentire tutto!

Ma torniamo alla cena in corso: alla frutta, la tensione si tagliava con il coltello. Io avevo ribadito il mio fermo diniego, Petra era scoppiata a piangere disfacendo il lungo lavoro di rimmel che aveva fatto poco prima, ostentando ribellione al mio diktat.

Arrivò Merle, alla porta. Bionda, truccata, spinta. Se mai ce ne fosse stato bisogno, la mia convinzione di negare il permesso si rafforzò. I giorni prima avevo sentito i mormorii, cosa si diceva dietro a Merle: e mi bastava. Il no divenne assoluto, senza alcuna possibilità di ulteriore discussione.

Alle otto, puntuale, arrivò Antonio, che ebbe la faccia di bussare, ma quando Petra andò alla porta per comunicargli la ferale notizia, lui se ne guardò bene dall’entrare. Io rimasi in cucina, Guya pure.

Beh, ero incazzato nero. Ma questo, a più di quarant’anni, si permette di venire a casa mia a tirar su mia figlia? Ma chi sei, chi te conosce? Pensi che tutti i continentali siano un po’ fessi e le continentali un po’… troiette? Beh, scordatelo, e fuori dai piedi. Questo gli avrei detto in faccia se solo Petra me lo avesse portato davanti.
Non successe, non so neppure cosa avvenne con gli altri. So solo che Petra rimase in giardino a piangere tutta la sera e a telefonare alla mamma.

E il mattino dopo fu uguale, fino a che l’ennesimo intervento materno da Milano non moderò le tensioni, fino a riportare la calma.

La mattina della fine litigio Guya, Elena e Petra, con l’aggiunta di Merle, andarono Lu Impostu ed ebbero la gradita sorpresa di ritrovare i due nonni. I due nonni, abbandonato il carretto, avevano dato qualità alla loro offerta con un baracchino, un punto fisso quindi un po’ all’interno della spiaggia. Il nonno si limitava a fare un giro per prendere le ordinazioni.
Perché non prendersi un bel gelato?
– Aoh, so’ arrivate e bionde… Aoh, ‘n vedi questa quant’è bionda, questa pare Merilin Monro (si riferiva a Merle, la tedesca).
– Aoh, queste so’ bocconcini, guarda che carne fresca che è… – interloquì la nonna, impaziente di vendere i panini – visto come s’è ringalluzzito quando vede carne fresca, fa il gallo cedrone, er nonno qui…
– E che, devo fa er gallo co ‘e vecchie?
– Ma questa è carne troppo fresca… – disse ridendo Guya, riferendosi alle ragazze.
– Aoh, ma che sta addì, io miga o dicevo a loro, o dicevo a te…
– Ma io sono fuori concorso….
– Ma che sta addì, io o posso dì che so nonna…
– Ma che, non è che se nonna pure te? – s’insospettì il nonno.
– Ma che sta addì un vedi che questa è di primo pelo… – si sprecò la nonna, chiudendo un discorso davvero memorabile.

In Sardegna, anche una zona ristretta di territorio è in grado, con grande facilità, di riservare belle sorprese a chi la percorre con occhio attento. Il comune di Padru aveva riattato il vecchio sentiero del Canale di sos Nidos, quello che dai pressi della fonte di sos Pantamos scende verso l’abitato di Cuzzola. Il sentiero ricalca la strada (di cui sono visibili ampi tratti) costruita e percorsa dai taglialegna nella seconda metà del XIX secolo. Si possono anche ammirare le piccole piazzole destinate alla produzione di carbone e la presenza di rifugi per la permanenza notturna. Percorrendo questo sentiero si notano a destra in alto delle bellissime strutture di granito, le pareti della Punta de s’Abila; più in basso si passa sotto e a destra dello slanciato e solitario Torrione di Faddidolzu, prima che la valle viri decisamente a nord e il torrente formi una curiosa serie di vasche che t’invitano al bagno.

L’8 luglio fu la volta della rivincita sulla Punta sos Rizzos: con Marco, per non affrontare la masochistica salita dal basso, decidemmo di arrivare dall’alto, tramite un lungo e panoramico giro per il Colle 904 m di Punta Maggiore e la Punta la Penna. Scendemmo in corda doppia fino alla base, poi salimmo sfruttando l’assicurazione sulla corda fissa lasciata da me la settimana prima fino al punto massimo del mio tentativo. Continuai, non salendo per la fessurina al di sopra che avevo già tentato, bensì mi spostai a sinistra nel fondo di un diedrino obliquo a sinistra che risalii fino a raggiungere a sinistra uno spigoletto arrotondato (VI+, V+). Avevo così di nuovo raggiunto la vena di quarzo: aiutandomi con essa superai l’ultimo strapiombo (V+, VI), poi più facilmente fino allo spigolo arrotondato (V-) che porta a un altro leccio. Qui le difficoltà erano finite e Marco era perplesso: secondo lui quella è una bella via, ma l’accesso è così scomodo che due sole lunghezze di corda non giustificano quell’impegno. E non parliamo del ritorno, sotto un caldo ormai feroce, ripercorrendo quanto fatto al mattino e al fresco. Battezzai la via Scontro frontale, uno scontro più che altro con il buon senso.

Marco Marrosu sulla prima lunghezza di Scontro frontale, Punta sos RizzosPunta sos Rizzos, via Scontro Frontale, prima lunghezza

Ma già il giorno dopo scoprimmo un qualcosa di molto più selvaggio. Quella Quota 590 m della Punta de s’Abila, vista scendendo il Canale sos Nidos, ci attirava, e richiese un’ora e mezza solo per l’accesso. Scendendo il Canale sos Nidos, poco prima del passaggio attrezzato del torrente, ad un poco appariscente bivio, prendemmo a destra. La traccia finisce quasi subito, quindi continuammo nella macchia cercando di guadagnare quota e di camminare nelle pietraie lungo la curva di livello, dirigendosi verso ovest, dove si vede chiaramente la bella parete con le scanalature. L’ultimo canale invaso dalla vegetazione poco prima della parete lo superammo risalendo ancora su rocce e con un traversino misto macchia e roccia. Raggiunta la parete la costeggiammo verso il basso sino a raggiungere un bel ginepro (cordino) dal quale ci calammo 25 m, per raggiungere la base vera e propria. La Via dei Cammelli ci offerse un’arrampicata stupenda per quattro lunghezze, mai troppo difficile ma mai neppure banale.

La Punta de s’Abila con il tracciato della via dei Cammelli
Quota 590 m della Punta de s'Abila, pilastro S e parete E

Marco Marrosu sulla prima lunghezza della via dei Cammelli, Punta de s’AbilaQuota 590 m della Punta de s'Abila, via dei Cammelli, 1a lunghezza

Il 10 luglio andammo al Torrione di Faddidolzu, dove indubbiamente salimmo la via più bella di quell’anno, lo spigolo ovest di otto lunghezze, battezzato Tentar può nuocere, con un passaggio in aderenza mozzafiato.

Torrione Faddidolzu con il tracciato di Tentare può nuocere
Torrione Faddidolzu,

Marco Marrosu sopra al passo chiave di Tentare può nuocere, Torrione FaddidolzuTorrione Faddidolzu, 6a lunghezza

Il giorno successivo ci dedicammo al canyoning! un’attività per me del tutto nuova o quasi. Rimasi affascinato dalla bellezza delle vasche, dei laghi e delle cascate del rio Petrisconi, tanto che il giorno dopo ancora (12 luglio) ci tornai con Elena e mi spinsi ancora più lontano.

La prima pozza del rio Petrisconi 
Canyon rio San Teodoro (Sardegna, torrentismo)

CONTINUA

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Percorsi inutili 3

Percorsi inutili 3 (3-5)
2004
La vacanza del 2004, di prassi ormai nei giorni pasquali, fu un po’ più sfortunata delle altre dal punto di vista delle condizioni atmosferiche, praticamente impietose, con freddo insistente e pioggia anche di più, la solita penuria di legna e la conseguente bramosia di arrampicare che aumentava assieme al nervosismo.

Delle tre bambine (ormai Alessandra faceva parte per statuto della famiglia in trasferta sarda), due lo erano sempre meno, il fiorire dell’adolescenza le aveva in un anno trasformate, anche se non ci si poteva affatto lamentare di questa normale evoluzione. L’interesse per Milo era evidente, la loro attenzione ben desta pronta a cogliere gli umori o a produrre segnali.
Milo d’altra parte sembrava non accorgersi di quell’interesse ma certi contrasti di carattere e di capriccio avuti con Petra potrebbero testimoniare il contrario.

L’allegria comunque o c’era sempre e ben manifesta o subito dietro l’angolo di strade brevi, dove le arrabbiature avevano solo il tempo di percorrere pochi metri. La conigliera stordiva meno dell’anno prima, vuoi per maggiore attenzione alla propria igiene e presentazione personale, vuoi per la temperatura decisamente più rigida. Solo Elena si comportava ancora da bambina, buon esempio per capire quanto certe cose bisogna gustarsele prima che scompaiano inesorabilmente. E lei giocava più che altro con le gemelle Mona e Cleo che d’altro canto la vedevano come una dea che finalmente prestava loro attenzione. Anche Falk cercava di essere della compagnia, ma un certo suo modo di fare da “so tutto io” e qualche oggettivo anno in più non giovavano al suo pieno inserimento nella banda italo-tedesca.

Punta dei Banditi, via per Elena piccola, 10.04.2004
2004.04 P.ta dei Banditi cresta SSW con tracciato , Sardegna

La mattina del 10 aprile riesco a trascinare Guya, Elena ed Alessandra alla base della Rocca dei Banditi: quanto a Petra, non ne aveva voluto sentir parlare e aveva optato per una bella gita a cavallo, ottima scusa per stare un po’ assieme al semidio tedesco. Il caldo era abbastanza forte, riuscii comunque a portare Elena sulla cresta SSW, che presupponevo abbastanza facile e adatta a lei. Osservati dalle altre due, sdraiate sotto un grosso leccio, Elena ed io salimmo tutta la cresta, la via per Elena piccola, che specialmente nel primo tratto si rivelò abbastanza impegnativa. Il momento più bello fu l’arrivo in cima, tra le tonde vasche di granito liscio che io ben conoscevo. Ero felice mentre la piccola, raggiante, parlava al cellulare con Alessandra e Guya che la riempivano di complimenti.

Elena su via per Elena piccola, 10.04.2004
2004.04 Punta Banditi Elena Piccola 002 , Sardegna

Elena in vetta alla Punta dei Banditi, 10.04.2004
2004.04 Punta Banditi Elena Piccola 007 , Sardegna

L’arrivo di Marco Marrosu coincise con quello di Marco Milani e di Luisa: mentre questi alloggiavano nella casetta superiore, Marrosu soggiornava nella nostra, come ormai d’abitudine tra divano, bagno e cucina. Fu lì che si guadagnò il nomignolo di Re del Pelo, per via di qualche pelo che lasciava sul pavimento della doccia dopo averci liberamente sguazzato. Per il resto si faceva voler bene, anche sfruttando le sue capacità di pescatore e di cuoco. Una sera ci ammannì tanto di quel pesce da non saper più come mangiarlo: anche i formaggi ed altre leccornie portate da Sassari ebbero grande successo. Uno solo di questi non ebbe entusiastica accoglienza, mi riferisco ad un plateau di lumache secche decisamente di gusto dubbio.

La necessità di una maggiore pulizia era evidente e fu tramandata alla memoria in concomitanza del fatto che nelle case teutoniche non si trova mai quell’invece per noi prezioso e insostituibile sanitario. Il bidet stava diventando un mito e un giorno Alessandra e Petra perfezionarono una canzoncina, sull’aria di Solo Ieri, una canzone di Eros Ramazzotti che andava forte in quel momento.

Solo ieri c’era lui
Nella vita mia
Solo ieri c’era un bel bidet a casa mia
Perché mai
Lo troverò e m’innamorerò
Di un altro lo so
Guarderò il futuro però
Se lo troverò non lo so
Ma il cesso ce l’ho
E la carta igienica no
(ritornello)
No che non può, non può finir così
A casa mia lo troverò
E m’innamorerò
No che non può mancare il mio bidet
La vita mia cambierà
Se lei lo metterà
Adesso lo so…

La cantavano a squarciagola anche in presenza di Milo cercando di metterlo a disagio, peraltro senza riuscirci. Guya e io ridevamo senza ritegno.

Tutto il gruppo al gran completo tentò una gita alla Punta Maggiore, la vetta più alta del Monte Nieddu: la giornata era tristemente nebbiosa, la camminata abbastanza lunga e monotona e alla fine in vetta ci arrivammo solo Marrosu ed io, senza alcuna soddisfazione panoramica. Tra una pioggerella sì e una no il 12 scoprii con passeggiata solitaria a forte andatura un sentierino che saliva a Punta Russu e presumibilmente si spingeva fino alla Punta lu Casteddacciu. Tra un rovescio e l’altro Marrosu e io riuscimmo a firmare il 13 aprile Piove sul Bagnato, una bella via sulla parete SW della Punta Muzzone a sinistra della via della Checca. Milani aveva preferito andare a giocare al subacqueo con le bombole e la muta.

Sperone della Nave, via del Piacere, 22.04.2003
2004.04 Sperone Nave da P.Banditi Elena Piccola 002 , Sardegna

E il giorno dopo col mio fedele compagno andammo alla Rocca Manna, una struttura da lui scoperta mesi prima con altri amici: un posto abbastanza lontano cui si accede da San Teodoro ma che in linea d’aria non è poi così distante dal nostro solito luogo operativo. Semplicemente è sul versante mare della Punta Maggiore e del Casteddacciu. Dopo una selvaggia lotta con una macchia mediterranea particolarmente florida e alquanto scoraggiante, direi repulsiva, riuscimmo a guadagnare la base di un evidente sperone che conduceva diritto sparato a una delle vette della Rocca Manna. Le difficoltà non erano forti, la via proprio bella, ci sembrava di avere la Sardegna sotto i Piedi.

Da sin, Rocca Manna 414 m, Quota 426 m, Monte di l’Incudina 495 m. Sulla prima, sulla serie di placconate sovrapposte, è Sardegna sotto i piedi (14.04.2004); sulla seconda, sul pilastro nord-ovest, sono stati tracciati Dati alla Macchia (4.07.2005) e Ombre nella Mente (13.07.2006)
Rocca Manna, Monte Nieddu

Il 15 fu la volta di ciò che avevamo dovuto rimandare per tutto il soggiorno: il tentativo di via diretta alla parete della Rocca dei Banditi, esterna, senza passare nel grande buco.
Sarebbe stata una piccola grossa impresa… ma non ce la facemmo. E ci erano voluti tre anni di coccole per decidersi. Con noi era anche Marco Milani.
Per due lunghezze di difficoltà non eccessiva conduco la cordata, poi passa avanti Marrosu: è chiaro che quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare.

Si andò avanti per altre tre lunghezze, una più bella dell’altra, fino ad arrivare a un tafone a breve distanza dalla vetta.
Marrosu, appeso su una staffa attaccata a una clessidra tagliente e tagliabile, provò a proseguire ma non se la sentì. Provò anche a fare un lancio di corda, ma i suoi sforzi si potevano definire inani. Si sentiva svuotato e inaridito. Ma la sua fiducia nella sua etica personale non crollava.

Marco Marrosu, tentativo a Fiato Sospeso, mentre lancia la corda stile Bonatti sul Dru, 15.04.2004
2004.04 Banditi tentativo 5a lunghezza 07 , Sardegna

Alessandro Gogna, tentativo a Fiato Sospeso, si appresta a infiggere nella roccia il piantaspit, 15.04.2004
2004.04 Banditi tentativo 5a lunghezza 15 , Sardegna

Allora provai io, fornito di perforatore manuale (di proprietà di Milani). Io che avevo piantato solo pochi spit in vita mia, molti anni prima e con molta vergogna. Non avevo la più pallida idea di come si faceva, pertanto mi telecomandavano dal basso. Tutto procedeva bene fino al momento di estrarre il percussore: questo rimase ostinatamente inamovibile. Cercai in tutti i modi, con le buone e con le cattive, ma ogni mio movimento inconsulto risicava sempre di più l’esigua clessidra su cui ero.

Allora misi una staffa sul piantaspit e proseguii in libera, colto da sacro furore. Sotto sentivo che si stavano cagando addosso, come del resto sarebbe accaduto anche a me dopo poco. Pochi metri sopra una placca non invincibile ma bella dura mi consigliò di tornare indietro. Uno spuntone arrotondato e infido mi permise di scendere al piantaspit. E da lì con cautela alla sosta.

Il pianta spit rimase là affondato nel cuore della roccia, la via era ancora da finire. Ed erano appena cominciate le meditazioni sulla liceità di quanto avevo appena fatto…

Il 17 ancora tra i rovesci con Luisa tornai sulla Punta Juanne Russu e da lì ci spingemmo alla Sella 545 m e sulle rocce occidentali della Quota 634 m, per scoprire che lassù c’era una capanna dei pastori abbandonata.

2005
Dopo una giornata sulla spiaggia di Budoni torrida di calura e di gente tormentata da telefonini che sotto gli ombrelloni squillano al proprietario immerso in acqua oppure innervosita da legioni di vu cumprà, avevo già giurato che la vita accasciato in riva al mare non faceva per me, neppure per la cura dei miei dolori che anzi, ieri, erano più forti del solito e m’impedivano perfino di sdraiarmi. Per quei dolori avevo chiesto a una decina di medici diversi, delle varie specialità, anche alternative. Nessuno mi aveva saputo dare una risposta, non parliamo di una cura. Se volevo fare dell’attività arrampicatoria ero obbligato a prendere dell’aulin, cosa che cercavo di limitare al massimo: e questo era incominciato la bellezza di nove mesi prima.

Quelle vacanze le avremmo fatte nella casa del primo anno, quella sotto la loro abitazione, quindi lontano dalla stalla. La cosa presentava pregi e difetti, però se non altro la cucina l’avevano messa giù nuova e sicuramente quei locali erano più freschi.

Ma la vera novità di quell’anno, a casa Morgenstern, era la piccola piscina, davvero una bella valvola di sfogo, a tal punto da non rendere sistematica la richiesta di spiaggia tutti i giorni. Infatti quel giorno eravamo lì, si parlava di cavalcata serale al fiume, ma nel frattempo un maniscalco cottimista stava ferrando uno per uno tutti e 27 i cavalli. Le ragazze erano un po’ suonate, quella notte avevano dormito assieme a Milo e Falk nel camion che da anni stazionava ai margini del possedimento, ricettacolo di topi ed altri animali. Già la sera prima me l’avevano chiesto, ma io avevo negato il permesso adducendo che già avevano dormito poco in traghetto. Falk (che quell’anno stava frequentando un corso alberghiero e quindi di giorno non c’era mai) aveva insistito un poco poi aveva preso atto.

La seconda sera dunque avevo dovuto acconsentire. Petra si era messa in tiro come avesse dovuto andare in discoteca, Alessandra ed Elena la prendevano in giro senza pietà per la sua evidente mira su Milo. Guya e io ci chiedevamo se era davvero il caso che i ragazzi dormissero assieme, poi ci rispondemmo che sì, quell’anno andava ancora bene.

Alle nostre ripetute richieste di resoconti, le risposte erano state abbastanza evasive, meglio tornarci sopra dopo qualche giorno. Anche se sembrava che per il momento non volessero più ripetere l’esperienza.

Al mattino mi alzai alle 6,15 e uscii alle 6,30; Petra dormiva placidamente nel suo letto (raggiunto, come poi ho saputo, alle 5,19 per via di una congiuntivite beccata il giorno prima sulla spiaggia).

Salutato il cinghiale imbalsamato appoggiato a un albero del giardino, scesi al camion per dare un’occhiata. Dormivano tutti come angioletti, Falk per primo perché avrebbe dovuto alzarsi alle 7 (ma poi non lo fece e fu svegliato da Markus); poi Milo, poi il posto vuoto di Petra, poi Alessandra fatta su nella sua coperta e infine Elena, mezza fuori.

A piedi nel fresco del mattino andai a Budò, per poi partire al reperimento di una mulattiera per salire alla sorgente dell’Ea Frisca e possibilmente quindi scendere nella valletta del Rio de Biasì fino al più noto percorso proveniente dall’agriturismo Su Casteddu di Sotto.

Scavalcato un cancello e salutati almeno due pastori con un ricambiato cenno della mano mi avventurai sulla stradina costeggiata dal tubo dell’acquedotto che mi portò abbastanza in alto, in mezzo a una radura già bruciata dal sole. Qui un altro cancello, bianco, mi indicava la prosecuzione per l’Ea Frisca, che infatti raggiunsi dopo breve, una serie di pozze d’acqua immerse in un bosco verdissimo con piante più alte della media, dove l’uomo però ha costruito pozzi di accumulo senza troppi riguardi per il bucolico paesaggio.

Non sembrava che la strada proseguisse, come invece suggeriva la carta, così tornai indietro alla radura e ne trovai un’altra, quasi completamente invisibile e poco praticabile, che mi portò più o meno a raggiungere quella che una volta era la mulattiera che risaliva dall’Ea Frisca. Ormai c’era poca logica nel seguire quella traccia, e alcuni muretti di cemento, costruiti con un concetto che mi era ignoto, non contribuivano a chiarire le cose. Però sapevo dove volevo arrivare e infatti dopo un po’ ritrovai una traccia zigzagante, invasa da sterpi e rovi, che mi fece salire al Colletto 480 m c., proprio di fronte al versante settentrionale del Monte Coltellaccio (in basso a destra era la Punta dei Banditi) e quasi alla sommità della valletta del Rio de Biasì.

Lo scopo della mia escursione era di scendere da qui nella valletta e ricollegarmi quindi al sentiero che tante volte avevamo percorso per la Punta dei Banditi. La carta segnava il collegamento, ma questo era invisibile nel concreto. Cercai di agire d’astuzia, tentai e riguardai, ma alla fine dovetti cedere: non sembrava che ci fosse collegamento.

Decisi di scendere ugualmente nella valletta, sfruttando delle rocce affioranti, per vedere se il sentiero era al di là del fondo asciutto. E infatti, dopo una risalita sull’altro versante nelle spine, trovai quello che una volta avrebbe potuto essere un sentiero. Lo seguii una cinquantina di metri verso il basso, poi però mi arresi.

La scelta ora era obbligata, dovevo tornare al Colletto 480 m c. e da lì riscendere per la stessa via seguita in salita. Erano le 9, cominciava a fare caldo: in prossimità dei muretti mi persi un poco, nel senso che sapevo sempre dove ero ma non sapevo come allontanarmene. Dopo una sessione di spine mi lasciai scivolare in un rimasuglio fangoso di ruscello. Bevvi. Poi risalii dall’altra parte e, grazie ad un altro muretto emergente come un monumento maya nella giungla riuscii a riguadagnare il percorso conosciuto. A casa ci arrivai alle 10,30. Ed è qui che venni a conoscenza del fatto che ancora non si erano avuti particolari sapidi sulla notte in camion.

Il giorno dopo feci un’altra scorribanda sempre con la mira di recuperare il sentiero del Rio de Biasì: l’idea era di salire dal basso, dal solito sentiero che seguivamo sempre per la Punta di Banditi. Ma questo, giunto al fondo del ruscello, si perse immediatamente nei rovi e nelle frasche e anche quella volta dovetti concludere che non c’era alcuna speranza di recuperare il vecchio percorso dei carbonai. Tornai indietro e salii alla Punta dei Banditi, traversai sotto alla Punta Muzzone e m’inoltrai in una selvaggia valletta, quella di Badde Niedda, che portava in alto verso su Casteddacciu. Anche qui volevo esplorare come raggiungere la base dello sperone NW di quella montagna: ma quando mi trovai in alto in mezzo a pendii franosi e ancora ben distanti dalla base dello sperone, decisi che non era quello il sistema e che forse era meglio arrivare lassù dall’alto, quindi dall’altro versante, dalla sterrata per Punta Palemonti. In queste sfacchinate solitarie il mondo non mi appariva così sereno: meglio sentire dolore camminando che stando fermo sulla sabbia ad arrostire, ma non era abbastanza. Senza aulin avrei zoppicato, così mi sembrava di fare ugualmente delle cose che in realtà non avrei dovuto fare. Aspettavo con ansia l’arrivo dell’amico Marco. Che quando arrivò mi chiese di fare subito qualcosa di facile. Il conto in sospeso con la W della Punta dei Banditi, col punteruolo ancora lassù conficcato, l’aveva tormentato anche lui.

Andammo perciò subito allo sperone NW della Punta lu Casteddacciu, quella che sembrava una bella salita senza grandi problemi. Che in effetti non ci furono: indovinata fu la scelta di approcciare il turrito sperone dall’alto, quindi dalla strada per Palimonti. Un po’ di difficoltà iniziale nella macchia ma, dopo il reperimento del sentiero per il colle 703 m, tutto assai facile e piacevole. L’itinerario si rivelò caratterizzato da bellissimi torrioni, che noi scalammo uno dietro all’altro, senza mai grosse difficoltà o pericoli. Così si chiamò via delle Torri. Era il 3 luglio.

La Punta di lu Casteddacciu: al centro il pilastro della via delle Torri, 3.07.2005
da vetta P. Muzzone verso Casteddacciu

Il giorno dopo ci avviammo al mattino molto presto alla Quota 426 m di Rocca Manna,con l’intenzione di salire il più bel pilastro di quella zona, notato l’anno precedente. Quando, dopo una bestiale risalita della macchia, temuta già dall’anno prima, fummo sotto all’arcigna e longilinea struttura, ci accorgemmo di non avere chiodi a sufficienza, per lo meno di quelli a U che sembravano essere i più utili. Così, a malincuore, deviammo per un itinerario sulla sinistra, che si rivelò molto bello e non difficilissimo (a parte una lunghezza in un diedro). Diventò Dati alla Macchia, con evidente riferimento al nostro continuo sfuggire alle lusinghe delle figlie, di Alessandra e di Guya che invece ogni giorno andavano al mare. Ricordo che quel giorno, sporchi e sudati come eravamo, le raggiungemmo al mare. E per quella volta la piscina dei Morgenstern ci disse grazie…

Il giorno dopo lo dedicammo, tutti assieme, al riposo sulla spiaggia di Punta Ainu. I meccanismi di fuga nell’appartarsi di Petra e Alessandra erano evidenti. Per raccontarsi le loro cose, per confidenza, per piccole ripicche, per tutto ciò che alla sera succedeva dai Morgenstern. Cose di cui noi grandi non dovevamo sapere ma che poi Alessandra confidava regolarmente alla “zia” Guya. Anche Elena faceva la sua parte di relazioni, ma indubbiamente in modo più discreto. Le due gemelle, sempre a piedi nudi, diventavano sempre più di compagnia, a volte mangiavano con noi la sera, venimmo a sapere di maestro Tommasino che era molto bravo ma che si arrabbiava se loro non facevano i compiti. Ma quando si tuffavano nella piscina della severità del maestro Tommasino non sembrava importargli molto.

E venne l’alba del giorno tanto atteso, 6 luglio, quello per chiudere la partita con il perforatore. Decidemmo di comune accordo di non ripetere ancora l’itinerario dal basso, per avere la sicurezza di poter estrarre l’attrezzo con una corda calata dall’alto. Marco non aveva mai salito per Elena piccola, così scegliemmo quell’itinerario per giungere alla spalla finale della cresta SW. Eravamo ancora ai primi raggi di sole quando calai Marco fino alla scena del delitto. Essendo appeso alla corda poté smartellare con violenza fino alla fuoriuscita, poi, vinte le ultime resistenze, provò a fare il foro a una quindicina di cm da quello fatto da me. A lui non capitò l’inconveniente mio, ma presto si accorse di aver azzeccato una maligna bolla vuota all’interno della roccia, tanto da convincerlo a smettere subito di forare. Un terzo tentativo andò finalmente a buon segno: ora uno spit occhieggiava lucente a proteggere il passaggio. Prima di scendere Marco, ci eravamo accertati che la salita fosse possibile e naturalmente non ci eravamo sbagliati. Calai Marco definitivamente alla grotta di partenza del tiro, poi lo raggiunsi a corda doppia.

Marco Marrosu supera l’ultima lunghezza di Fiato Sospeso (6.07.2005). La prima protezione visibile, con cordino, è lo spit tanto controverso
Rocca dei Banditi, ultima lunghezza di Fiato Sospeso

La Punta dei Banditi con il tracciato di Fiato Sospeso
Parete ovest della Punta dei Banditi , Sardegna

Così Marco poté reiniziare la sesta lunghezza della nostra via, assicurarsi allo spit e salire in libera fino allo spuntone arrotondato e quindi a sinistra fino alla placca un po’ muschiosa che mi aveva respinto l’anno prima. Giunto alla nicchia preferì continuare, uscirne a destra con un bel passo nel vuoto e riguadagnare la cengia della spalla SW da cui ci eravamo calati. La via era finita e la chiamammo Fiato Sospeso.
La sera grandi festeggiamenti e bevute di cannonau, alla splendida luce serale della nostra terrazza. Mi sembrava un sogno.

Il giorno dopo le convincemmo a non andare al mare, almeno una volta, così facemmo assieme a Marco un bel giro turistico, prima al villaggio di sa Pedra Bianca (e andando notammo le strutture granitiche di Monte Sempiu) dove facemmo delle foto ricordo con la Punta sa Tepilora più in basso di noi. Dirigemmo poi al villaggio abbandonato di Abbas Andrias, penosa ma utile visione, quindi a una strada sterrata che, lungo le pendici occidentali della Punta sa Pedralonga, avrebbe dovuto condurci a Mamusi. E infatti là arrivammo, per lande desolate, quasi da vero far west. Ma poi le cose precipitarono perché non riuscimmo a trovare la strada che avrebbe dovuto riportarci a Padru, magari senza fare il lungo giro Berchiddeddu-Lòiri-Andrìa Puddu. Dopo un girovagare assurdo, perché neppure i rari abitanti erano in grado di additarci la retta via, finimmo per scovare un percorso che ancora adesso non so da dove passi ma che con qualche ulteriore traversia per il fondo stradale ci riportò a Padru. Quella era la vera Sardegna, altro che le coste e le spiagge, altro che le rocce che frequentavamo noi…

Marco Marrosu verso la fine di Cordon Rose, 8.07.2005
P. Muzzone, Cordon Rose, ultimo tiro

L’8 luglio andammo ancora alla Punta Muzzone, per farla finita con la perfin troppo rimandata ripetizione di Ayò. Ma già alla prima sosta decidemmo di non salire la seconda lunghezza preferendo una più logica variante a sinistra che ci avrebbe portati alla sosta 2 ugualmente, ma che aveva il vantaggio di seguire integralmente la vena di quarzo così caratteristica di questa parete. Dalla sosta 2 lasciammo a destra Ayò e Giallo del Buco che qui coincidono e proseguimmo sull’obliqua vena che ci portò con due lunghezze assai in alto, ormai nei pressi della via Per Elena. Raggiunta la vetta, non ne avevamo ancora abbastanza di Cordon Rose, così decidemmo di scendere a corda doppia sulla parete. Con la corda dall’alto salii sulla quarta lunghezza di Ayò, tanto per dire di averla ripetuta quasi tutta (ci manca solo il secondo tiro): un bellissimo camino. Poi, presi da sacro furore, decidemmo di raddrizzare il Giallo del Buco, rendendola autonoma nella parte finale. Ci terrorizzava una scanalatura improteggibile, evidente direttiva della via. Su mia idea, Marco salì una decina di metri ad assicurarsi ad un buon spuntone, ridiscese arrampicando, traversò una placca molto difficile a sinistra e, con la sicurezza della corda dall’alto, sia pure un po’ obliqua, s’impegnò nella faticosa risalita ad incastro non proteggibile della scanalatura (VII-) che per fortuna, all’altezza dello spuntone (3 m più a destra) diventava un po’ più facile, permettendogli di raggiungere un altro ottimo spuntone e un terreno decisamente più facile. Il caldo eccessivo ci spinse a corde doppie alla base. Volevamo bere l’acqua ritirata dal freezer la mattina e lasciata alla base a sciogliersi, un metodo che avevamo perfezionato nei piccoli particolari. Adesso le vie sulla parete W di Punta Muzzone erano tre, ma tutte praticamente autonome: e anche questo andava festeggiato, cosa che non mancammo di fare.

Marco Marrosu sulla variante diretta al Giallo del Buco, 8.07.2005
P. Muzzone, raddrizzamento Giallo del Buco

Alla semiubbriachezza della sera non fece riscontro alcun mal di testa: la mattina dopo, prima che Marco ripartisse per Sassari, alle 6 eravamo già alla base del Pilastro Marragone per aprire un nuovo itinerario, bellissimo specialmente per il muro iniziale, ma anche per il camino finale, la via della Difesa. Terminammo così in fretta che in giornata portai la famiglia all’isola della Tavolara, un mito sabbioso e d’acqua cristallina da loro lungamente accarezzato. Potevo leggere la felicità sui volti di tutte, all’andata sul traghetto della gioia dell’attesa, al ritorno sul traghetto della soddisfazione e della gratitudine.

La vacanza si avvicinava alla conclusione, ugualmente volli recarmi sui Monti del Limbara, certo non vicinissimi, dove mi aspettavano Marco Marrosu e il giovane Roberto Masia. In una giungla di torrioni e di sassi, in un posto meraviglioso, andammo a salire due nuovi itinerari, la via della Tribolazione e La vedo Brutta, entrambe sulla parete S della Torre Innominata 1215 m. Vie caratterizzate da un’arrampicata in fessura che ci era congeniale, sempre bellissima.

L’11 luglio era il nostro ultimo giorno di vacanza: già la sera prima c’erano state un po’ di tensioni se andare o no a fare una gita a piedi, da Cala Fuili a Cala di Luna. Alle 8.30 facevamo colazione, ma nessuno spingeva per dire “diamoci una mossa e andiamo…”. Io avevo avvertito che la calura dell’una del pomeriggio era meglio evitarla. Il mio malumore diventava evidente, a tal punto che finalmente alle 10.30 offersero la loro disponibilità. Grugnii che ormai era tardi, poi alla fine acconsentii. Al rifornimento di benzina di Siniscola il mio umore era nerissimo, faceva un caldo bestiale e il cielo grigio non riusciva a migliorare le cose. Acquistare a Cala Gonone il biglietto per il traghetto di ritorno ritardò ancora il programma e ci si mise pure un’interruzione della strada per Cala Fuili, per lavori: 1 km non previsto s’andava ad aggiungere al già nutrito cammino. Sotto il sole cocente (era quasi sereno) cominciammo a camminare alle 13 sull’asfalto, scendemmo a Cala Fuili e iniziammo i tornanti nascosti dalla vegetazione che ci avrebbero portati più o meno ai 200 m di quota. Per i primi 100 m tutto tacque, poi la pentola a pressione cominciò a gorgogliare. Guya, già offesa per il mio muso della mattina, martoriata dal muso seguente che le voleva colpevolizzare anche della scelta della tarda ora, assalita da una crescente spossatezza per il caldo micidiale, rossa in volto, cominciò a vuotare il sacco. Dapprima sembrava scherzasse, i suoi mugugni facevano sghignazzare le tre ascoltatrici (io ero avanti, tanto per non sentire), poi il brontolio diventò più serio e più decisamente volto all’improperio nei miei confronti. Il successivo evolversi del sentiero in una continua serie di saliscendi favorì la continuazione della comitiva nel perseguimento dell’obiettivo (che non si vedeva, né s’indovinava, nell’atroce sospetto che l’ora di cammino prevista fosse un’ora delle “mie”); ma non riuscì a migliorare la temperatura né la resistenza al colpo di calore. Tanto che la pentola a pressione zittì d’improvviso.

Limbara, Punta Innominata 1215 m da sud, a sn, La vedo brutta; a ds, via della Tribolazione, 10.07.2005
Limbara, punta da nominare da S Limbara, Punta Innominata da S , Sardegna

Non doveva mancare tanto all’agognata discesa su Cala di Luna, quando mi accorsi che Guya non arrivava. Prima l’aspettai un po’, poi le andai incontro. La vidi camminare assai lenta, diceva di essersi fermata un poco per respirare. Il cielo era di nuovo grigio, ma l’afa era a mille. Insieme raggiungemmo le ragazze e continuammo ancora per poco fino a che praticamente non la vidi accasciarsi con la schiena su un leccio, lo sguardo di chi sta veramente male e non riesce più a respirare. Via lo zainetto, via le scarpe, dai, presto, tira fuori l’acqua… e mentre la spruzzavamo con la nostra acqua minerale Petra estraeva dal suo sacco un libro.
– Ma che fai, ti metti a leggere proprio adesso? – chiese con apprensione Alessandra.
Per tutta risposta Petra si mise a sventolare il libro sul volto di Guya, provocandole un lieve sorriso, oltre a un piccolo sollievo.

Io vedevo già che un elicottero lì non avrebbe mai potuto atterrare, bisognava portarla in una radura e far presto. Stavo già per telefonare al 118 quando improvvisamente Guya si alzò e disse: – Proviamo ad andare avanti…

Per fortuna eravamo proprio vicini alla discesa, il cielo stava tornando sereno, quindi raggiungemmo il bar della Codula di Luna appena in tempo per evitare un secondo colpo di calore. Così in agitazione non ero mai stato: ero ancora scosso, vedere quel volto a me così caro in quelle condizioni è stata un’ansia. Ora era tutto finito, in mezzo alle centinaia di bagnanti: ma tutti ci eravamo arricchiti di una grande esperienza ed eravamo i più felici di tutti per lo scampato pericolo.

CONTINUA

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Percorsi inutili 1

Percorsi inutili 1 (1-5)
2001

2001, in vacanza casuale poco meno che hippy da Guido Daniele, a Posada. Un soggiorno sereno, Guya sperimentava cosa volesse dire fare holiday con un arrampicatore cui piace poco il mare d’agosto, ospiti di un altro arrampicatore-pittore sul cui equilibrio non giurerei, nella sua casetta di campagna in compagnia di animali e animaletti d’ogni genere. Anche il figlio Michael contribuiva a quella vaga sensazione di follia che aleggiava a momenti, quando le cicale frinivano in modo importante nella sonnolenza del primo pomeriggio, o nell’euforia dell’ora dell’aperitivo, tra robusti cannonau e prima di generose cene autogestite, o ancora nei prevedibili incontri con le bisce nella doccia all’aperto.
Con Guido ero reduce da due belle salite sul calcare di Monte Albo. Già l’anno prima avevamo salito lo sperone più evidente, da casa sua e non solo, e cioè lo spigolo NNE della Punta Su Pigiu, 6 lunghezze di corda su un calcare stupendo che battezzammo Bella Orientale.

Punta su Pigiu di Monte Albo da Posada. A sn, Bella Orientale; a ds, E’ dura in fessura; in mezzo, la Torre delle Capre (TC)Punta su Pigiu di Monte Albo da Posada
Punta su Pigiu (Monte Albo), spigolo nord, via Bella Orientale, 1a asc. A. Gogna sulla 6a L. (26.08.2000)
Punta su Pigiu (Monte Albo), spigolo nord, via Bella Orientale, 1a asc. A. Gogna sulla 6a L. 26.08.2000

Guido Daniele in vetta alla Punta su Pigiu. Panorama su Siniscola (26.08.2000)
Punta su Pigiu (Monte Albo), spigolo nord, via Bella Orientale, 1a asc. G. Daniele in vetta. Panorama su Siniscola. 26.08.2000

Guido Daniele: il riposo del guerriero
2005.04 capanna mara, Guido Daniele

Delle due del 2001, quella sulla Quota 1006 m l’avevamo battezzata Mani Malate per via di alcune escoriazioni, mentre quella sulla Cima SW di Punta Su Pigiu ci aveva riservato difficoltà continue per una serie di fenditure: diventò È dura in Fessura. Pur essendo all’ombra, faceva un gran caldo, per arrampicare ci voleva una gran voglia, una cosa però che a me non è mai mancata.

Monte Albo versante occidentale: la Quota 1006 m, con i tre pilastri della parete nord-ovest. Su quello centrale, il più evidente e un po’ rientrato, si svolge Mani malate
M. Albo versante occidentale, la Quota 1006 m, con i tre pilastri della parete nord-ovest

Un giorno Guido portò Guya e me a Biasì, nei pressi di Padru, da certi suoi amici tedeschi. In riva al Rio su Lerno (il fiumiciattolo della valle), loro stavano tranquilli a festeggiare il compleanno del figlio maggiore, Falk. Di figli v’era una gran dovizia, assieme ad altri amici d’ogni età. Anche il casino c’era, ma con pochi schiamazzi: sembrava quasi far riferimento ad una tranquilla sacralità che il bosco delle grandi querce emanava, con un torrente tranquillo e fioco, quasi stagnante. Una festa ovattata e serena, le auto lasciate a discreta distanza a calcinare al sole.
C’era un tavolino imbandito con pizzette, panini, formaggio; sul terreno invece, su una stuoia a diretto contatto con formiche e altri insetti, erano olive e generi alimentari più untuosi che non ricordo. Anche birra e cannonau non mancavano, assieme ad un’afa che non concedeva respiro ma ti spingeva ugualmente a bere e mangiare assaggiando qui e là.

Markus Morgenstern porta a passeggio un cliente nel maneggioBiasì , Sardegna, 07.2009, Maneggio Morgenstern + Markus Biasì , Sardegna, 07.2009, Maneggio Morgenstern + Markus

Milo, Mona e Suzy Morgenstern
Biasì 2009 , Sardegna, 07.2009, Milo, Cleo, Suzy

In quel teutonico picnic i cavalli di loro proprietà circolavano liberamente: Milo, l’altro figlio, li cavalcava ora l’uno ora l’altro, naturalmente a pelo e a torace nudo. I capelli biondi e lisci gli arrivavano ben sotto le spalle, come del resto si presentavano anche quelli del padre, Markus. Brad Pitt prima maniera (e figlio) in chiave tedesca.
Improvvisamente apparvero due gemelle, Mona e Cleo, anche loro aggrappate alle criniere di due cavalli: si diressero al torrente. I cavalli fecero qualche passo in acqua, poi le due si tuffarono, nude, e si misero a giocare a spruzzi dietro ai sederoni dei cavalli, a uno dei quali venne in mente di cagare proprio in quel momento.
Ma quando qualcuno portò un porcello cieco da un occhio a fare un giro con il guinzaglio, capimmo veramente d’essere finiti fuori dal mondo.
Secondo me era l’ambiente giusto per programmare salite ed esplorazioni, e infatti ne parlai con Markus che da qualche anno viveva lì con Suzy e i quattro figli: avevano comprato una bella collina, costruito due casette e allevato cavalli, dando ospitalità ad amici e clienti. Lui un tempo arrampicava, e anche bene: ma il suo genere era quello sportivo, oppure il boulder.
Alla sera ebbi la visione di due stupende strutture tafonate, lontane là nella macchia di montagne appuntite e quasi altrettanto rocciose: rivolte ad occidente, erano illuminate dal sole quasi in orizzontale, brillavano di una luce pomeridiana che stava per finire e l’incanto era proprio quello.

Sulla guida del CAI di Maurizio Oviglia avevo subito cercato notizie della zona. Non trovai assolutamente nulla e questo mi confortò sull’ipotesi che lì a scalare non ci fosse mai stato nessuno.
Qualche giorno dopo, il 25 agosto, eravamo ancora a Padru, pronti ad annettere geografia ed espressioni di un luogo conosciuto solo ai locali. C’era anche Marco Marrosu uno studente di scienze naturali con cui sempre l’anno prima avevamo salito la lunga cresta SSE dell’isola di Tavolara. Markus ci portò su una strada asfaltata, verso le fonti Settiles, dicendo che da lì si sarebbe potuti arrivare alle basi delle pareti, magari a cavallo. Voleva rivelarci la meraviglia del Pilastro Marragone, un torrione che balza in verticale con tafoni e fessure, e lo fa direttamente dalla vistosa ferita della strada.
Dal tornante del chilometro prima vedemmo ancora le due strutture gemelle, ma erano così distanti, così poste oltre ad almeno due scoraggianti vallette di fitta macchia che, pur nello sconforto, decidemmo all’unanimità di cercare altri accessi.
Riscesi a Biasì, ci avventurammo nelle tenute del Casteddu, una fattoria desolata nell’afa, ma con chiari segni di vita. Tra i minacciosi latrati scovammo il contadino che, all’inizio molto sospettoso, alla fine fu prodigo di consigli stranamente corretti. E questo solo perché era il vicino di Markus (lui era riuscito a farsi accettare) e perché Marco gli parlava in sassarese (ma tra Padru e Sassari le differenze linguistiche si fanno già avvertire… e nessuno là è disposto a perdonare). Alla fine ci fu quasi tutto chiaro.
Markus quella mattina doveva venire con noi, ma dopo aver ascoltato i nostri discorsi decise di aver parecchio da lavorare (a noi era bastato guardare la faccia della Suzy per capire che i doveri c’erano, eccome): in più il nostro stile per lui era da extraterrestri: «con belo spit tuto molto belissimo!».

Torri di san Pantaleo-Punta Cugnana: Punta lu Lurisincu. E’ ben visibile, sulla ds, la fessura di Elogio alla FolliaCatena Torri di san Pantaleo-Punta Cugnana: Lu Lurisincu
Non era così tardi, decidemmo di provare. Prima di alzare l’artigianale ma complicata sbarra che chiudeva l’accesso alle tenute di su Casteddu, chiedemmo ligi il permesso al proprietario, Antonio, che nel frattempo aveva messo su un agriturismo proprio lì, con tanto di grandi vetrate in caso di pioggia. La Panda 4×4 marciava a meraviglia, ondeggiando a sussulti e macinando i cespugli del fondo della strada. Poi arrivammo alla fine, un piccolo spiazzo nel quale si poteva a malapena svoltare. Un muro di rovi impediva ogni ulteriore avanzata all’auto. Un sentierino però partiva in salita: tutto si stava svolgendo come il contadino ci aveva detto. E così, abbastanza in breve, fummo su un rilievo proprio di fronte alla parete tafonata di sinistra, in centro alla quale troneggiava un antro enorme e davvero caratteristico. Fummo incerti se rivolgerci subito a quella parete: ci pareva impossibile, perché tutto intorno all’antro erano solo placche lisce, e in alto i tafoni e le caverne aumentavano di numero e, sempre più minacciose, chiudevano qualunque idea di passaggio. Sembrava però che un po’ di luce filtrasse dall’alto nell’oscurità della caverna, cioè sembrava ci fosse un buco, chissà dove, in alto.
Ci sembrò che il problema richiedesse più ore di quelle che avevamo, così guardammo con più attenzione la struttura di destra, che da qui appariva come una gran placca vista di profilo, una freccia che terminava con una testa che dava all’insieme la sembianza d’un enorme insetto, una gigantesca cavalletta.
Una frana aveva stravolto il paesaggio abbastanza di recente: grandi massi bianchi avevano cosparso la base, dove erano già altri blocchi più scuri. Giunti lì, guardammo in alto la placca. Questa ci sembrò davvero impossibile a prenderla nel punto più basso, mentre più in alto a destra, subito a destra dell’evidente distacco di frana, forse si poteva passare.
Salimmo per blocchi in una specie di canale, fino ad una grande quercia che sembrava davvero messa lì per segnare naturalmente l’attacco.
Occorreva raggiungere una fessura la cui base era crollata con la frana.
Lascio a Marco raccontare il primo tiro: «Molla corda, molla corda..» il tono con cui lo dicevo era pacato e apparentemente tranquillo, la corda filava lentamente dallo spigolo e i metri di distanza che mi separavano dall’ultimo rinvio aumentavano: 5, 10, 15!!
Su placca seguivo una serie di granuletti di quarzo che si trasformavano a mano a mano che procedevo in granelli. «Molla corda, molla corda..». Alessandro non mi vedeva perché nascosto dallo spigolo: «Finita». «Come finita??» la mia voce non era più molto tranquilla, mancavano tre metri (sempre su placca liscia) prima di raggiungere una specie di bernoccolo che mi avrebbe dato un po’ di sicurezza. Non so come, ma Alessandro fece in modo di regalarmi quei pochi ma indispensabili metri. «Eh, ma qui è dura!!» «Sì, ma fai attenzione» e nel frattempo accarezzavo il bernoccolo – magari cresceva – sul quale avevo messo il cordino da sosta. Mi raggiunge con un bel sorriso sulle labbra «Settimo! Ora capisco perché mi chiedevi corda».
Seguendo alcune vene di quarzo proseguii più facilmente fino a raggiungere un tafone rossastro con una piccola pianticella. La prosecuzione era evidente sulla destra per mezzo di un caminetto, ma noi volevamo stare a sinistra per dare maggiore dirittura al nostro itinerario stando più vicini al centro della struttura. Con passi delicati Marco uscì dal tafone a sinistra, solo per trovarsi sotto un colatoio privo di appigli e di possibilità di assicurazione. Mentre studiava la situazione, abbastanza problematica, vidi che una proboscide di granito, abbastanza grossa da dare fiducia, gli pencolava sulla testa come una stalattite.
– Perché non gli metti su un cordino a strozzo?
Dapprima Marco era titubante, poi si fece via via più sicuro, perché l’assicurazione, pur così bizzarra, sembrava essere buona. Dopo un passo assai difficile, Marco continuò ma poi fu costretto gradualmente a deviare sulla destra per raggiungere un terreno più arrampicabile, con ciò arrivando ad un’altro tafone, ormai davvero vicino alla vetta. Sulla quale arrivai io poco dopo, seguendo un breve camino.
La cima era un ripiano solcato da qualche scanalatura e invaso di piccole vaschette dove probabilmente in altre stagioni rimaneva acqua. Dall’orlo orientale ci si affacciava sulla forcella a monte, in verità abbastanza vicina. Fu lì che lo vedemmo, uno spit collegato ad una clessidra con un cordino ormai calcinato.
Non conoscevamo così bene il torrione da giurare che non ci potesse essere una via normale, ma avremmo detto che non era facile trovarne una semplice. In ogni caso, una cosa era sicura: qualcuno, se non sulla via, ci aveva preceduto in cima.
Preferimmo scendere a corde doppie sulla via appena salita; poi, nel caldo massacrante del pomeriggio, riguadagnammo il rilievo di fronte alla struttura con la caverna, solo per rimanerne ancora più affascinati: la luce del pomeriggio lasciava chiaramente intravedere che da qualche parte la luce nell’antro arrivava anche dall’alto…
Quel giorno nacque la via Il giallo del Buco…. e la passione mia e di Alessandro per quel posto. Macchia alta, piccoli sentieri nascosti, vari gruppi di splendido granito con 200 metri di dislivello, avvicinamento e luogo isolati ne fanno il posto ideale per un’arrampicata pulita, terreno di gioco e prova di nervi per l’arrampicata classica”.
Il nome non fu dato alla via quel giorno… si riferiva infatti non a un colore particolare della roccia ma a un vero proprio giallo, un’indagine e un dubbio irrisolto.
Parlando con Antonio, alla sera, emerse che la struttura di destra era conosciuta localmente come Punta Muzzone e quella di sinistra, con la caverna, Punta dei Banditi, perché pare che alcuni briganti si rifugiassero nelle grotte del versante orientale.

La Punta Tepilora da Pedrabianca. E’ ben visibile (in ombra) il pilastro di Magica LogicaPunta Tepilora da Pedrabianca
Marco aveva in testa altre mete e riuscì a coinvolgermi con facilità. Il 27 agosto preferimmo quindi la Cima W di Punta Tepilora, un pilastro così diritto ed elegante da meritare il nome di Magica Logica; e il 30 raggiunsi Marco e un suo amico, Angelo Baldino, dalle parti delle Torri di San Pantaleo, per salire la Punta Lu Lurisincu. Ne venne fuori un altro splendido e difficilissimo itinerario sulla parete W, che chiamammo via Elogio alla Follia.
Il mio tempo in Sardegna era finito e a malincuore la partita con la misteriosa caverna era sospesa.
Tornato a Milano, stavo consultando la guida del CAI di Oviglia per ciò che riguardava la zona di San Pantaleo. Mi ero anche comprato la tavoletta IGM relativa alla zona di Padru. Mi accorsi che sulla guida, in fondo alla trattazione delle Torri di San Pantaleo, dopo il capitoletto della Punta Scala ‘Mpredada, vi era un ultimo paragrafo (che io non avevo mai considerato con attenzione), dove si parlava del Gruppo lu Casteddacciu: tre erano le vie citate. Con superficialità, e data la collocazione nell’impaginato, Marco ed io avevamo sempre immaginato questi tre itinerari nella zona delle Torri di San Pantaleo, anzi li avevamo perfino collocati mentalmente su una parete ben precisa che si vede bene dal Balbacanu. Sulla parete S di questo, il 29 agosto 2000, avevamo tracciato T 39° (che si rifaceva ai vecchi tempi del mio libro Mezzogiorno di Pietra e di T 38°), una bestia di via dalla quale per tutto il tempo avevamo osservato una lontana parete di fronte, esposta a N, che sembrava solcata da tre fessure.
Ora appariva tutto chiaro! La descrizione di Oviglia era lucida, era solo la collocazione nel testo (circa 30 km più a S) che andava evidenziata di più, almeno graficamente.
Dopo un cenno geografico sul Monte Nieddu e sul sottogruppo di lu Casteddacciu 828 m (per il quale Oviglia distingue anche due Quote, la 528 e la 560) l’autore elenca, attribuendoli a queste Quote, i tre itinerari. Il primo è lo Sperone della Mantide (la famosa cavalletta!), per lo spigolo WNW della Quota 560 m, 8 dicembre 1988; il secondo è la via Black Hole, per la parete W della Quota 560 m, 9 dicembre 1988: per entrambi questi itinerari era citata la cordata dei primi salitori (D. Ricci, L. Serafini e M. Soregaroli), la fonte (RM 1989, 5), ma non v’era relazione disponibile.
Il terzo itinerario (a cura di Lorenzo e Stefano Merlo, parete NW, 12 settembre 1990) era stato battezzato via Ayò: l’accurata relazione era riportata per intero. Tuttavia nella nota introduttiva Oviglia confessava chiaramente di non aver capito su quale Quota delle due quel percorso si svolgesse. I dislivelli infatti non coincidevano, le esposizioni confondevano, ma lo spit trovato sulla cima dai Merlo poteva confermare che le tre vie si svolgessero tutte sulla stessa struttura. Eppure le fonti sulla Rivista del CAI parlavano chiaro, le cime erano due: quindi in ogni caso Oviglia concludeva almeno che, per diretta testimonianza di Merlo, quella via si svolgeva sulla struttura di destra, guardando da Biasì (dunque la Punta Muzzone…).

Torri di san Pantaleo-Punta Cugnana: Alessandro Gogna sulla 4a lunghezza di T39°, parete sud del Balbacanu, 1a ascensione. 29.08.2000A. Gogna sulla 4a L di T39°, parete sud del Balbacanu, 1a asc (Rocche di San Pantaleo). 29.08.2000
Le esposizioni non quadravano: come poteva sulla Quota 528 m esserci uno spigolo WNW (Ricci e C.) e una parete NW (Merlo)? Qualcuno aveva certamente sbagliato valutazione guardando il sole (forse per via delle differenti stagioni), oppure non si trattava della stessa cima.
Vista l’incertezza di Oviglia, considerando l’apparente impossibilità di salire in corrispondenza della caverna, poteva essere anche che la struttura di sinistra fosse inviolata e che quella di destra accogliesse ben tre itinerari… Ma il nome Black Hole dava una spiegazione che era evidente, era solo una la caverna che poteva meritare quel nome! Semplicemente ci rifiutavamo di accettarlo, ma sulle difficoltà di Black Hole avevamo preso una bella cantonata mentre altri avevano osato e avuto successo! E inoltre appariva anche chiaro che la nostra via Il Giallo del Buco non era certo lontana dalla via Ayò, forse in alcuni tratti coincidente.
C’era da arrovellarsi per un bel po’ su questi misteri! Marco Marrosu così racconta: “Infatti poco prima di Punta Muzzone si trova un’altra struttura rocciosa triangolare che come una torre emerge dalla macchia e si chiama Punta dei Banditi. Per il suo isolamento e la sua struttura ha un aspetto imponente e presenta una grotta a due terzi di altezza. Una fessura porta alla grotta ma oltre solo placche! Leggendo la guida del CAI si parlava di una certa Black Hole e il nome (Buco Nero) sembrava rispecchiare proprio quella via che mentalmente avevamo tracciato anche noi. Ma oltre la grotta?? Era questo il giallo”.
Il Giallo del Buco era un nome davvero azzeccato. Stendemmo anche una relazione che qui riporto integralmente, in modo da fare il punto nelle indagini, seguita dalle osservazioni che facevo a quel tempo (riportate in neretto).

RELAZIONE ORIGINALE GOGNA
Quota 528 m della Punta Lu Casteddacciu, parete W, via Il Giallo del Buco
Alessandro Gogna e Marco Marrosu, il 25 agosto 2001.
Dislivello: 100 m. Sviluppo: 135 m. Difficoltà: fino al VII. Materiale: 1 serie di friend, 1 serie di nut, fettucce
La via segue l’andamento di una spaccatura che si origina da un’evidente e recente frana per poi proseguire diritta verso la vetta.
Dall’azienda agrituristica Su Casteddu (nei pressi di Padru) ha origine una strada sterrata che porta verso oriente, cioè verso le ben visibili pareti W di Lu Casteddacciu, che da qui si presentano come due triangoli posti alla stessa altezza. Quella di sinistra (Quota 560 m) è caratterizzata da un buco a due terzi della parete.
Seguire la sterrata fino a che è tracciata e sgombra dalla vegetazione. All’improvvisa interruzione vegetale prendere un sentiero a sinistra che subito si dirama in tre tracce. Seguire la traccia centrale, quella che più si dirige verso la Quota 560 m di Lu Casteddacciu. Il buon sentierino sale fino a raggiungere una lieve crestina di macchia mediterranea proprio di fronte alla parete W della Quota 560 m di Lu Casteddacciu.
Traversare a destra seguendo la traccia fino ad una quercia (postazione di caccia), scendere verso S una placca rocciosa, oltrepassare il corso di un ruscello in agosto del tutto secco e raggiungere, sempre seguendo la traccia, prima un piccolo ripiano con muretto a secco poi il lembo inferiore di una frana recente, tra grossi massi, alla base della parete W della Quota 528 m.
La parete W della Quota 528 m è salita dalla via Ayò (it. 41c della Guida Monti d’Italia Sardegna, di Maurizio Oviglia), che si tiene sulla destra del presente itinerario ma con almeno due tratti in comune.
Seguire la frana fino ad un’evidente quercia appoggiata ad uno spuntone di roccia. All’attacco, piccola freccia blu e ometto. S0. L’attacco della via Ayò è posto qualche m sopra.
Salire per la fessura sullo spuntone, seguire una fessura fino ad una difficile placca di aderenza, poi traversare a sinistra ad uno spuntone con cordino lasciato. V+, VI, VII, V+. Traversare a corda a sinistra fino a raggiungere un alberello posto proprio all’estremità superiore della frana e all’inizio di una lunga fessura-camino. Salire in questa, poi proseguire verticalmente in placca con l’aiuto di una striscia di provvidenziali formazioni di quarzo, fino a raggiungere  delle cengette ed uno spuntone. V+, VI e VII. 50 m, S1.
Proseguire in verticale, seguire per poco un’altra formazione di quarzi leggermente obliqua a sinistra, poi traversare a destra ad uno spuntone ed a una successiva sosta con alberello e spuntone sotto ad una caverna gialla. V-. 25 m, S2, cordino da doppia lasciato. Questa lunghezza è per buona parte in comune con la terza lunghezza della via Ayò.
Salire al fondo della caverna, obliquare a sinistra (VI+) fin sotto ad una proboscide di roccia (cordino lasciato). Uscire dalla caverna a sinistra (VI-) fino ad altro cordino lasciato in clessidra. Obliquare a destra lungamente fino a superare un altro tafone e raggiungere un altro antro proprio sotto la vetta (IV, V e V+). 45 m, S3, cordino da doppia nei pressi. Qui giunge anche la via Ayò (quinta lunghezza).
Salire l’ultima spaccatura (V) fino alla vetta. 15 m, S4, cordino lasciato. Anche questo breve tiro coincide con il sesto della via Ayò.
Discesa: trascurare lo spit collegato ad un cordino siti in vetta (che farebbero scendere i 25 m del versante E) e scendere in parete con 4 corde doppie (10 m, 40 m, 45 m, 15 m).
Nota: lo spit trovato in vetta sia da noi che dai fratelli Lorenzo e Stefano Merlo (via Ayò, 12 settembre 1990) farebbe supporre che gli itinerari 41a e 41b della Guida Monti d’Italia aperti dalla cordata di D. Ricci, L. Serafini ed M. Soregaroli (RM 1989, 5), si svolgano in realtà sulla Quota 528 m e non sulla Quota 560 m. In tal caso l’it. 41b (via Black Hole, 9 dicembre 1988) potrebbe coincidere in buona parte con la via Ayò, mentre il 41a (Sperone della Mantide, 8 dicembre 1988) si svolgerebbe sullo sperone WNW che delimita a sinistra la parete. Queste sono solo ipotesi, contro le quali si può obiettare, invalidandole, che:
1) i primi salitori della Quota 528 m, responsabili dello spit di vetta, possono essere stati altri, in data precedente. Non v’è molta probabilità infatti che chi piazza uno spit su una vetta senza alcuna reale necessità (data la presenza di abbondanti clessidre e spuntoni) abbia poco prima salito una parete per nulla facile senza uso di altri spit (comunque non reperiti né da Merlo-Merlo né da Gogna-Marrosu), considerato anche che le possibilità di itinerari naturali sulla parete sono molto limitate e forse già ora esaurite (il commento di Marco a questo fu “devono essere un po’ minchioni per aver spittato sulla cima dopo aver fatto la via senza spit…“).
2) il nome Black Hole potrebbe richiamare l’enorme buco presente sulla parete della Quota 560 m. Ma le presumibili difficoltà di questa parete mal si accordano con le difficoltà riportate (VI+).
3) Le quote di dislivello riportate per entrambe le loro vie dalla cordata Ricci-Serafini-Soregaroli (200 m) mal s’accordano con i dislivelli della Quota 528 m. Anche presupponendo che i 200 m indichino in realtà gli sviluppi e non i dislivelli, siamo comunque di fronte ad una sovrastima. Sovrastima però giustificata nel caso si riferiscano alla Quota 560 m: detta struttura infatti presenta un dislivello appena superiore a quello della Quota 528 m.

La parete ovest della Quota 528 m della Punta Lu Casteddacciu, via Il Giallo del Buco2002.04 Giallo del Buco+Ajo(fotoMarrosu) , Sardegna
Seguì un lungo periodo di ricerca. Andai a consultare il numero originale della Rivista del CAI, per controllare se per caso c’erano le relazioni per esteso, senza successo. Cercai per ore su Internet per avere un’idea della provenienza di quei tre matti che in due giorni brevissimi di quasi inverno avevano risolto due problemi così! Poi telefonai al caporedattore, Alessandro Giorgetta, che fu così gentile da mandarmi la lettera originale di uno dei tre (Ricci): lì c’erano le relazioni! Evidentemente al tempo non era disponibile uno spazio per la pubblicazione, Oviglia non lo sapeva e non ritenne opportuno, nella già enorme mole di lavoro con cui aveva a che fare e con Gino Buscaini che lo pungolava, di andare a cercarsi altre rogne.

RELAZIONI ORIGINALI RICCI
Gruppo del Casteddacciu, Punta dei Banditi 560 m, parete W, via Black Hole
Prima ascensione. D. Ricci, L. Serafini, M. Soregaroli, il 9 dicembre 1988.
Avvicinamento. La via supera centralmente la parete W, caratterizzata da un grande grottone tafonato, che si risale internamente uscendo poi sulle lisce placche sovrastanti. Raggiunta la spalla quota 436 m, alla base della Punta dei Banditi (vedi avvicinamento della cresta SSW, il neretto è mio), attraversare la valletta che separa la spalla dalla parete, fino alla base delle placche basali: costeggiarle in direzione N in leggera discesa fino ad un ripiano con un caratteristico dente.
Relazione. Risalire alcune placchette fessurate obliquamente a sinistra in direzione di un terrazzo con due grossi alberi di ginepro, posti sotto la verticale del grande grottone tafonato, all’inizio di un caminetto che incide obliquamente a destra tutta la grande placconata basale. Risalire il muretto sovrastante mediante una lama ed infilarsi a destra nell’origine del lungo camino: abbandonarlo dopo pochi metri per risalire sulla destra ad una clessidra, traversare a sinistra mediante una lama e rientrare nel camino risalendolo fino al suo sbocco su un ripiano erboso (45 m, V, V+ e V, 1 chf, S1).
Rimontare direttamente le svasature che incidono la placca sovrastante fino alla base della fessura-camino che sale al grottone tafonato (15 m, IV, 2chf, S2).
Risalire interamente la fessura, superando 2 rigonfiamenti, fino ad un ripiano all’ingresso del grottone (30 m, V+, VI+ e V, 1 ch e 3 chf, S3).
Proseguire nel camino superando 2 strapiombi, abbandonarlo a destra in traversata su placche che portano ad un catino (45 m, V e IV+, S4).
Uscire sulla cresta che delimita esternamente il catino, volgere a destra (S) e, aggirato uno spigoletto, risalire delle fessure svasate verso destra fin sotto uno strapiombo: da qui traversare una liscia placca a destra e prendere una svasatura che conduce ad una nicchia con alberello (45 m, III, IV e V, S5).
Traversare 2 m a destra e superare un muretto che adduce ad una canaletta da seguire fino alla cresta sommitale (20 m, VI-, V e V+, 2 ch, S6). Per facili rocce verso destra alla vetta. Dislivello 200 m. Tempo impiegato: ore 4,30. Difficoltà TD+. Materiale impiegato: nut, fettucce, 3 ch e 6 chf, tutti lasciati.

Da Biasì: in primo piano, a sn, la Punta dei Banditi con la caratteristica macchia gialla e rossa; a ds, la Quota 530 m, con a ncora più a ds la sottile Q. 528 (Guglia di Petra). Dietro, in alto, il Monte CasteddacciuPunta dei Banditi, Monte Casteddacciu, Punta Muzzone (M. Nieddu), da Biasì

Gruppo del Casteddacciu, Sperone della Mantide 528 m, Spigolo NW, via Per Elena
Prima ascensione. Delio Ricci, L. Serafini, M. Soregaroli, 8 dicembre 1988.
Avvicinamento. Dalla spalla 436 m, alla base del versante W della Punta dei Banditi, la grande placconata WSW della Mantide è ben visibile verso SE. La via risale lo spigolo al suo margine sinistro, scavalcando nella metà inferiore un caratteristico torrione staccato. Scendere in mezzo alla macchia un’ampia valletta fino ad un muretto a secco, che si segue verso sinistra in direzione della base dello spigolo. L’attacco è situato in corrispondenza di due grossi lecci alla base di un grosso camino.
Relazione. Superati i lecci si risale il camino di destra fino al suo esaurimento sotto uno strapiombo, quindi si esce a sinistra sfruttando una fessura con cespugli fino ad un comodo terrazzo con pianta (30 m, IV, IV+ e VI-, S1).
Alzarsi leggermente ad afferrare una crepa che incide il muro sovrastante, traversare a sinistra ad una nicchia, e seguire una fessura sinuosa che traversa una placca e adduce ad una seconda placca muschiosa; risalirla sfruttando inizialmente la fessura di destra ed afferrare poi lo spigolo che la delimita a sinistra, fino ad una lama che porta ad una stretta cornice con pianta (35 m, V, IV+, V e VI, 3 ch e 1 chf, S2).
Alzarsi a destra per una lama e risalire verso sinistra una fessura che porta alla vetta del torrione staccato: calandosi pochi metri lungo la cresta, raggiungere una forcellina con spit per calata (25 m, IV e IV+, S3).
Calarsi in doppia nell’intaglio, sopra un grosso masso incastrato (8m, 1 chf, S4).
Risalire centralmente la placca fino ad una cengia che porta verso destra al limite del lungo strapiombo sovrastante (40 m, V+, VI-, 2 ch e 2 chf, S5).
Risalire una fessura con alberello, afferrare una lama che porta ad un gradino, traversare la placca verso destra e guadagnare un sistema di fessure e lame che risalgono ad una selletta, da cui con breve traversata a destra si prende l’inizio di una fessura-camino (40 m, V, V+, 1 ch, S6).
Risalire la larga fessura arrotondata e le placche successive, prendere poi uno spigoletto a destra di un canalino con cespugli che porta alla sella fra la vetta e l’anticima (45 m, IV+ e IV, S7).
Superare la fessura-camino che porta al terrazzo sommitale (20 m, IV+, S8).
Dislivello 200 m. Tempo impiegato: ore 5,30. Difficoltà TD+. Materiale impiegato: 7 ch (6 lasciati) e 5 chf (tutti lasciati), nut e fettucce.
Discesa. Essendo questa la prima salita documentata alla vetta della Mantide, ne descriviamo l’itinerario di discesa seguito. Con una calata di 20 metri su spit e spuntone si guadagna la forcella a monte dello Sperone della Mantide (si è qui sotto il grande tetto che costituisce la “testa” della Mantide). Scendendo per il canale-camino a ridosso della parete N dello Sperone, fra massi incastrati e cespugli, si raggiunge un terrazzo alla base del camino che scende dal torrione staccato. Dirigersi verso alcune piante (in direzione NW), staccandosi dalla parete del torrione, e calarsi sulle placche sottostanti fino all’attacco.

Marco Marrosu a Biasì
Marco Marrosu a Padru
A questo punto molti misteri erano risolti, non c’era più alcun dubbio su quasi nulla a parte quella annotazione «vedi avvicinamento della cresta SSW» che poteva lasciar supporre l’apertura di un terzo itinerario da parte del trio. La via Ayò poté essere situata precisamente a destra del Giallo del Buco (le relazioni comparate si sopportavano a vicenda). Il giallo era risolto, i colpevoli trovati ma non ancora assicurati alla giustizia.

Marco racconta: “Durante il periodo invernale ero tornato sul posto insieme al mio fido compagno di cordata Lorenzo Castaldi per cercare di dipanare la nebbia del dubbio ma nel frattempo Gogna, che sapeva le mie intenzioni, mi mandava da Milano la sua di nebbia.
Infatti… dormivo con Lorenzo nella mia poco comoda ma pratica tendina da due, a pochi passi da Punta dei Banditi… l’imbrago e il materiale pronti per il giorno successivo, la tensione non so che che precede ogni scalata verso l’ignoto… ed ecco un bel gocciolone sulla tenda… pioveva!! 
– Bastardo!! Questa ce l’ha mandata Alessandro! – La mattina era immersa nella nebbia, la roccia fradicia e noi facemmo i nostri bagagli“.

CONTINUA

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Pratiche di resistenza

Il brano che segue costituisce il paragrafo 6 del Capitolo 3 di Universitaly, la cultura in scatola, Laterza 2016, l’ultimo saggio di Federico Bertoni.
Il libro è un’analisi dura e spietata, ma costruttiva, dei mali dell’Università italiana. Bertoni parte da una constatazione-domanda: “Perché un luogo di elaborazione e di trasmissione della conoscenza diventa uno straordinario concentrato di stupidità, in cui l’automazione frenetica delle pratiche svuota di significato le azioni quotidiane?”.

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La presentazione di retrocopertina recita: “Mutazioni antropologiche, narrazioni egemoni, logiche del potere e disegni politici più o meno occulti. Drogata da un falso miraggio efficientista, l’università sta svendendo l’idea di cultura e la ragione stessa su cui si fonda, ostaggio passivo e consenziente di indicatori astrusi, procedure formali, parole vuote che non rimandano a nulla e che si possono manipolare in base a interessi variabili – eccellenza, merito, valutazione, qualità, efficienza, internazionalizzazione. Serve una diagnosi lucida per denunciare le imposture e cercare gli ultimi punti di resistenza. Il libro parte da casi concreti e da un’esperienza maturata sul campo. Senza alcun rimpianto nostalgico per la ‘vecchia’ università ma con uno sguardo disincantato, si rivolge a chi ha una percezione vaga del presente, spesso distorta da stereotipi e pregiudizi. Quel che ne emerge è al tempo stesso un racconto, un saggio di critica culturale e un testardo gesto d’amore per il sapere, l’insegnamento e un’istituzione che ha accompagnato il progetto della modernità occidentale”.

Chi fosse maggiormente interessato può leggere la recensione di Repubblica.it

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/05/29/non-riduciamo-il-sapere-a-un-utile-dimpresa54.html.

Tra i vari capitoli che strutturano il libro, abbiamo scelto di riprodurre qui quello dedicato a “ciò che si può e si deve fare” per non peggiorare la situazione e mirare a un netto cambio di direzione.

Noi di Gognablog, che in genere ci occupiamo di montagna, di outdoor, di ambiente e di libertà, abbiamo ritenuto che questo illuminante paragrafo riferito all’Università si possa facilmente riferire alla nostra intera società e dunque, se si ha orecchio per intendere, anche ai mali che affliggono la frequentazione della montagna e la nostra stessa esperienza alpina.

Lasciamo al lettore attento trovare le numerose analogie e le situazioni in cui ci si può facilmente riconoscere.

Pratiche di resistenza
di Federico Bertoni

Torniamo allora nella cella di Edmond Dantès, luogo particolarmente adatto alle circostanze. La sfida era trovare le crepe, le faglie, i punti in cui la perfetta fortezza congetturale non coincideva con la fortezza vera. Incalzati dalla vecchia domanda, «che fare?», è giunto il momento di provare almeno a immaginare qualche via di fuga. Così bussiamo alle pareti della cella, chiamiamo, parliamo attraverso lo spessore del muro. Ci sono voci, c’è ancora qualcuno là fuori. Altri spazi, intercapedini sghembe, corpi di prigionieri che guardano con occhi curiosi. Poi da qualche parte il cielo, i gridi dei gabbiani, il rumore del mare, il profilo della costa e l’alone ronzante della città, dove la gente vive e muore e non ha la minima idea che qualcuno sia rinchiuso qui dentro.

In realtà non si tratta di fuggire (ossia di «farsi i fatti propri», opzione molto congeniale all’antropologia accademica). Bisogna solo tentare di rendere questo luogo più abitabile. Immaginare spazi diversi, ridisegnare i percorsi, destabilizzare le forze e i vettori che orientano sempre le stesse azioni, gli incontri prevedibili, i vicoli ciechi. Se una forma di resistenza è ancora possibile, va studiata e praticata all’interno della fortezza, non contro e tantomeno fuori. Io amo l’università, sono fiero e felice di farne parte. Se la critico duramente è perché mi tormenta vederla ridotta così, nel quadro di un più ampio degrado politico e culturale in cui lo sfaldamento delle istituzioni educative sembra funzionale a un obiettivo che voglio contrastare in tutti i modi. Reclamerò sempre il diritto di contestare in modo radicale le cose che non condivido, anche attirandomi il biasimo di chi dirà che non faccio «critica costruttiva», anche quando il mio ateneo adotterà provvedimenti disciplinari appellandosi al «Codice etico e di comportamento» approvato qualche tempo fa, in cui si legge un controverso (ma poi neanche troppo: ormai tutto passa in cavalleria) articolo 15:

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L’Università richiede a tutti i componenti della comunità di rispettare il nome e il prestigio dell’Istituzione e di astenersi da comportamenti suscettibili di lederne l’immagine. […] L’Università richiede a tutti i componenti della comunità di mantenere un comportamento rispettoso delle libertà costituzionali, del prestigio e dell’immagine dell’Istituzione, anche nell’utilizzo dei social media“.

A parte le solite spie linguistiche che ho evidenziato in un’altra occasione, per cui la più antica università del mondo occidentale non pensa di avere una dignità o al limite una reputazione da difendere, ma un’immagine, come se fosse una soubrette costruita dalla società dello spettacolo, mi chiedo se il vero danno per l’istituzione provenga da chi denuncia le politiche sbagliate e non piuttosto dalle politiche stesse. Il mio romanzo è uno specchio, diceva Stendhal: «ora riflette ai vostri occhi l’azzurro dei cieli, ora il fango dei pantani». Non potete accusare l’uomo che lo porta: «il suo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada dov’è il pantano, e più ancora l’ispettore stradale che lascia imputridire l’acqua e formarsi i pantani».

L’atteggiamento che vorrei incarnare non è dunque il rifiuto ma la responsabilità; non la figura di chi sputa nel piatto in cui mangia, ma di chi è pronto a segare il ramo su cui sta seduto. Perché non solo amo questa istituzione, ma rivendico la mia complicità organica nell’essere parte del sistema. Non mi chiamo fuori, come credo dimostrino tante cose raccontate in questo libro. Ma proprio da qui, dall’interno, voglio introdurre un differenziale strategico e tentare di oppormi a ciò che sembra ineluttabile, perché se c’è una cosa che ho imparato dai miei studi e dalla mia formazione politica è che nel mondo umano, salvo i bisogni primari, non c’è nulla di “naturale”: tutto ciò che ci circonda – e soprattutto ciò che sta dentro di noi, nelle nostre menti, nei nostri gesti automatici e inavvertiti – è storicamente e socialmente costruito, prodotto di scelte e interessi contingenti, e dunque si può cambiare. Ebbene sì, cara signora Thatcher: «there is alternative».

Alla fine delle Città invisibili, Italo Calvino vira i dialoghi di Marco Polo e Kublai Khan su una tonalità sempre più cupa. L’evocazione delle città perfette, «terre promesse visitate nel pensiero ma non ancora scoperte o fondate», lascia il posto all’incubo delle città distopiche e infernali, quell’«inferno dei viventi» che – dice Polo – non si dà in un futuro mitico o congetturale ma è già qui, intorno a noi, è «l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme».

Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

E’ dunque con questa minima attrezzatura strategica che si può tentare di reagire. Se una delle astuzie del sistema sta nel manipolare in modo insensibile e capillare le forme della percezione e la pragmatica dei gesti quotidiani, finché il negativo diventa normale e non lo vediamo più, bisogna contrapporre alla microfisica della bêtise una microfisica di piccoli gesti resistenti, tecniche e pratiche che, rispetto alla vita universitaria, si possono distribuire schematicamente in quattro sfere d’azione: politica, amministrazione, ricerca, didattica. Parto dunque dallo spazio generale della politica, per quel poco di agibilità che ormai concede, e con qualche ironia provo a ricalcare un modello collaudato: il decalogo. Ovviamente non sono comandamenti ma consigli, suggerimenti che rivolgo innanzitutto a me stesso, o forse semplici strategie posturali per risollevare un po’ l’orizzonte percettivo di chi vive piegato nello «stato di minorità».

  1. Non aver paura. La piramide del potere che ho descritto si regge su un assunto psicologico fondamentale: la paura. Intimidazione e ricatto, come in altri ambiti sociali, sono abituali strumenti di governo. Spesso purtroppo con ricadute pratiche effettive, tanto più gravose quanto più ci si trova in basso nella scala dei ranghi feudali, resa ancora più solida e gerarchica dalla Legge Gelmini con l’introduzione di figure di ricercatori a tempo determinato. A volte però la minaccia è più gridata che reale, ed è qui che c’è un possibile spazio di interposizione, perché il potere si regge proprio sull’arrogante certezza che chi sta in basso non reagirà, avviluppato nella massima più fasulla di tutti i tempi, quella di don Abbondio: il coraggio uno non se lo può dare.
  2. Prendi la parola. La recente stretta autoritaria ha svuotato sempre più il nesso organico tra linguaggio e politica. Ormai la gente è letteralmente terrorizzata solo all’idea di aprire bocca. Non solo gli spazi del dissenso, ma anche quelli della semplice espressione di sé vengono sistematicamente controllati. E questo quindi uno dei primi nessi da ricucire. La postura emotiva viene dal punto precedente, e le forme sono molteplici: parla, esponi la tua opinione; intervieni quando vedi qualcosa che giudichi sbagliato; se puoi scrivilo in pubblico, anche sui «social media»; alza la mano nelle ultime sedi deliberanti se vedi approvare nel silenzio generale un provvedimento che non condividi, di’ la tua, e se necessario vota contro. Una volta si chiamava democrazia.
  3. Parla con loro. Resistere all’inesorabile svuotamento della politica, all’università e altrove, significa ricostruire il senso di una comunità e di un orizzonte condiviso. C’è solo un modo per combattere quel devastante sentimento di solitudine di cui ho parlato: spezzare la convinzione paranoica di essere gli unici ad avere certe idee, mentre il resto del mondo suona come l’orchestra del Titanic e naviga euforico verso l’abisso. Dunque cercare innanzitutto i propri simili, che saranno molti più del previsto, persone con storie diverse ma che mettono lo stesso impegno nel lavoro, credono in una certa idea di cultura, vivono frustrazioni analoghe, e che magari guardano la realtà presente con gli occhi della vera politica: immaginarla altrimenti. Poi allargare il cerchio comunicativo, mobilitare l’opinione e la forza di reazione, aprire un vero canale di comunicazione con i colleghi della scuola, cercare di uscire anche dai muri dell’accademia per far capire a tutti che il degrado di questa istituzione riguarda tutti, non solo ricercatori e docenti. Sono i motivi primari per cui ho scritto questo libro. C’è ancora moltissimo da fare.
  4. Non farlo. Nella sfera amministrativa il discorso è più delicato. Un docente universitario, Renzi permettendo, è un funzionario pubblico che ha doveri istituzionali ben precisi, anche quelli nei confronti di una macchina amministrativa che può non condividere ma alla quale è legato da una serie di obblighi, peraltro regolati da un apparato giuridico intricato e non sempre univoco. Credo che l’unica possibilità sia una forma di intelligenza strategica e congiunturale: discriminare i compiti fondamentali (primi fra tutti quelli didattici) da quelli posticci e spesso pretestuosi; respingere le ingiunzioni burocratiche che appaiono particolarmente stupide, inutili o dannose; e dunque opporsi, rallentare, al limite non collaborare, anche adottando la divisa scettica e minimalista del Bartleby di Herman Melville: «preferirei di no». Tecnicamente si chiamano «forme di lotta diverse dallo sciopero», tra cui rientra appunto la «non collaborazione». Esempio semplice e attuale, di cui ho ampiamente parlato: la valutazione. Se non condividi un sistema e soprattutto la sua pragmatica, puoi e devi combatterne l’applicazione: così ti rifiuti di selezionare le tue pubblicazioni per l’esercizio nazionale di valutazione (Vqr); non dai la tua disponibilità come revisore; e quando ti accuseranno di danneggiare il tuo dipartimento e tutta l’istituzione, risponderai con la forza delle idee. Al cliché che qualcuno ti cucirà addosso, «nessuno mi può giudicare», obietterai rovesciando uno degli slogan più diffusi e pericolosi, ossia meglio una cattiva valutazione che nessuna valutazione. E tu, testardo, dirai di no: se non c’è una buona valutazione, allora nessuna valutazione.
  5. Non abituarti. Una fondamentale pratica di resistenza può svilupparsi negli interstizi funzionali del sistema, approfittando della natura stessa dei meccanismi governamentali, che in genere non sono coercitivi ma persuasivi: per funzionare hanno cioè bisogno di consenso, magari non unanime ma maggioritario; devono essere assimilati, fatti propri, trasformati in categorie percettive e operative pressoché automatiche. La forma di resistenza sarà dunque «un’opposizione reticolare di disinnescamento, smascheramento e anche boicottaggio di norme e prassi per lo più interiorizzate, ossia in primo luogo un condiviso lavoro su di sé». Se cominciamo a smontare certe procedure, considerandole non ovvie ma strane, addirittura in contrasto con i nostri due fondamentali comandamenti istituzionali, cioè studiare e insegnare, allora forse l’università potrà fare davvero quello per cui viene finanziata (anche se sempre meno e sempre peggio) con denaro pubblico.
  6. Rallenta. Nell’ambito della ricerca, le pratiche di resistenza si possono esercitare contro gli effetti distorsivi imposti dai sistemi di contabilizzazione, smercio e accumulazione indiscriminata dei «prodotti». L’incremento forzato del volume produttivo, il ritmo di lavoro sincopato e frenetico, l’idea di un «rigore metodologico» con cui finalizzare meccanicamente un obiettivo chiaro a un risultato facilmente misurabile, snaturano l’essenza stessa della ricerca e della scoperta scientifica, non solo in campo umanistico ma anche e forse ancor più nell’ambito delle scienze naturali. Con questi criteri, probabilmente, molte grandi scoperte nella storia dell’umanità non sarebbero mai state fatte. La ricerca è fatta anche di spreco, intuizioni casuali, punti morti, false piste e sentieri interrotti, e soprattutto della curiosità con cui ci si mette in viaggio senza intravvedere chiaramente la meta finale. Se non ci ostiniamo a credere in questo, e dunque a pubblicare un po’ meno, impegnarci in lavori di ampio respiro, seguire strade meno battute, infischiarcene di indici e parametri, la catastrofe cognitiva sarà inevitabile. Non ci saranno più scoperte da fare e conoscenze da condividere, ma solo merci da vendere al miglior offerente.
  7. Smaschera. Una forma di resistenza più elaborata consiste nell’architettare espedienti, anche in forma di beffa mediatica, per smascherare la stupidità del sistema che governa il mercato intellettuale della ricerca. Cito solo un caso celebre, quello di Ikc Antkare, uno scienziato inesistente, creato dal nulla attraverso articoli generati da un software automatico e una sapiente manipolazione degli indici di calcolo delle citazioni, divenuto in breve tempo lo studioso più produttivo e influente della sua disciplina. Secondo calcoli attendibili, il suo h-index sarebbe superiore a quello di Einstein.
  8. Gioca al rialzo. Nell’insegnamento, le pratiche di resistenza sono ancora più spicciole e quotidiane. L’azione primaria è disinnescare l’equazione tra l’estensione a una più ampia “massa” di studenti e l’abbassamento della qualità, errore molto frequente e indotto dalla natura stessa della riforma Berlinguer. Si possono fare ottime lezioni, anche “difficili”, in un’aula con centinaia di persone dalla provenienza più svariata. L’esperienza contraddice in pieno il luogo comune: gli studenti non rifiutano i contenuti complessi, ma solo il modo confuso e generico di esporli. Anzi apprezzano il tentativo di portarli un po’ più in alto del previsto, di far capire che esiste qualcosa di meglio cui possono ambire, non solo i migliori ma tutti quanti, anche se non è formulato a chiare lettere negli «obiettivi formativi» dell’insegnamento. A volte ovviamente non funziona, si sbaglia il tiro, loro non rispondono o semplicemente non capiscono; ma il gesto decisivo è giocare al rialzo, dar loro fiducia, e crescere insieme.
  9. Non trattarli come clienti. Si può resistere anche a certi meccanismi aberranti che regolano il funzionamento quotidiano della consumer oriented corporation. Il rispetto per gli studenti non ha nulla a che fare con il precetto secondo cui «il cliente ha sempre ragione». Posso violare una clausola mercantile ma fare qualcosa di buono per la conoscenza, ad esempio contestando nei fatti il concetto stesso di credito in quanto unità di calcolo del tempo, senza temere di ricevere un punteggio negativo alla voce «il carico di studio dell’insegnamento è proporzionato ai crediti assegnati?». Nel mio campo, tra l’altro, questa contabilità ha sostanzialmente causato l’estinzione di interi autori o generi letterari (ormai chi avrebbe il coraggio di fare un corso su Proust?). Così l’anno scorso me ne sono infischiato: per la laurea triennale ho progettato un corso sul romanzo ottocentesco, genere mediamente molto ponderoso, e pur facendo una minima selezione per campioni ho messo insieme un programma di più di tremila pagine di romanzi, cui si aggiungevano i testi critici. Risultato? Gli studenti erano ancora più numerosi dell’anno precedente, hanno seguito con estrema attenzione (perfino le lezioni sui Promessi sposi!) e nessuno si è lamentato della mole.
  10. Insegna il dissenso. Combattere questa università dei numeri e del mercato significa anche strappare l’insegnamento a una logica di mera fornitura di servizi dietro compenso per restituirlo alla sua natura conflittuale, di interazione dialettica con un’alterità. Lo suggeriva anche Bill Readings: abitare le rovine significa ridisegnare la «scena educativa», costruire una «comunità del dissenso» in cui il paradigma pedagogico non sia fondato sulla trasparenza e sulla pura trasmissione delle informazioni ma sul confronto, sulla contraddizione, sul dialogo non conciliante, sull’eterogeneità dei soggetti e dei pensieri, sulla natura stessa degli studenti in quanto soggetti (temporaneamente) resistenti ai ruoli sociali, agli inquadramenti professionali e alla tradizione culturale che li precede. Il nostro primo dovere di insegnanti non è compilare griglie ed eseguire procedure formalizzate ma sviluppare il senso critico, insegnare a decostruire i meccanismi ideologici che ci governano, fornire gli strumenti per mettere in discussione il nostro stesso sapere, facendo capire agli studenti che tutto ciò che succede nei recessi segreti del castello accademico li riguarda da vicino, e riguarderà i loro figli. La posta in gioco è molto alta. Non possiamo fallire.

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Federico Bertoni insegna Teoria della letteratura all’Università di Bologna. È membro della Giuria dei Letterati del Premio Campiello e presidente dell’Associazione di Teoria e Storia Comparata della Letteratura. Autore di saggi di critica e di teoria letteraria, dedicati in prevalenza alla narrativa europea tra Otto e Novecento, ha pubblicato tra l’altro: Il testo a quattro mani. Per una teoria della lettura (La Nuova Italia 1996 e Ledizioni 2010); Romanzo (La Nuova Italia 1998); La verità sospetta. Gadda e l’invenzione della realtà (Einaudi 2001); Realismo e letteratura. Una storia possibile (Einaudi 2007). Ha inoltre curato l’edizione critica di Teatro e saggi in Tutte le opere di Italo Svevo (edizione diretta da Mario Lavagetto, “I Meridiani” Mondadori 2004).

Per una biografia più completa si rimanda a https://www.unibo.it/sitoweb/federico.bertoni/cv.

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Il rischio, sentinella invisibile – 1

Il rischio, sentinella invisibile – 1
di Ivan Guerini
(tratto da Annuario CAAI 2009, per gentile concessione)

Ancora una volta Ivan ci regala un contributo di notevole valore, prendendo in considerazione una tematica con cui ciascuno di noi si deve confrontare ogni giorno ma che di rado viene analizzata razionalmente a fondo.
La trattazione che segue è un tentativo, incompleto e arbitrario finché si vuole, ma genuino, di definire delle categorie in cui ciascuno di noi può identificarsi o meno, una griglia nella quale è possibile riconoscere le proprie attitudini o tendenze a rischiare. Questo per riflettere sulle nostre reali motivazioni e sui fattori che ci hanno consentito certe salite, o su quante delle nostre vite abbiamo consumato per tornare indenni, se mai ciò sia davvero possibile, alla vita di tutti i giorni.
Anche se a Ivan piace considerare questo suo scritto più come una sorta di corda doppia per calarsi nell’argomento (Mauro Penasa).

Introduzione
La motivazione ad affrontare lo spinoso argomento del rischio e delle sue implicazioni deriva da quelle sue caratteristiche di scomodità, severità e inquietante parentela con gli incidenti, che sempre più hanno impedito, nell’ambito dell’azione in montagna, d’indagarlo a sufficienza, per quella sorta di tabù scaramantico che induce a evitare di pensarci, nel timore di snidarne la percezione, assopita nell’intimità dei pensieri in cui dimora. L’essere stato a torto relegato nell’ambito di responsabilità civili squisitamente soggettive, insieme al fatto d’aver attribuito, erroneamente, alla roccia compatta o instabile la responsabilità degli incidenti ha fatto sì che si fraintendesse la valenza del rischio.

Alex Honnold sulla Thank God Ledge della via Regular all’Half Dome. Foto: Jimmy Chin
RischioSentinellaInvisibile-1--FotoJimmyChin
Trattando questo argomento potrebbe capitare di non essere compresi, visto che si parla di un “qualcosa di esistente ma non visibile”, ma proprio perché la sua descrizione può risultare astratta, a chi non ha una sensibilità interpretativa allenata a percepirne la consistenza effimera, ho ritenuto interessante approfondire i motivi che hanno indotto a fraintenderne il valore, analizzando gli elementi costitutivi che ne compongono la complessa fisionomia e penso che alla fine di questa lettura possa risultare difficile considerare il rischio solo un nemico.

Cos’è mai il rischio? È un “trabocchetto invisibile” in agguato sulle possibilità esistenziali, un crepaccio spalancato sul vuoto insondabile della predestinazione o scaturisce da limiti percettivi squisitamente soggettivi? Che si tratti di uno stato d’animo o d’un campanello d’allarme dell’istinto di sopravvivenza di chi è allenato a percepirlo o della pulsione autodistruttiva di chi sfida la propria “fragilità esistenziale”, il rischio e le sue implicazioni paiono procedere intatte nel tempo della storia, quasi come se un “sarto delle probabilità” le confezionasse a misura degli intenti d’ognuno.

Taluni, nel corso delle loro esperienze ne avvertono la consistenza sfuggente al pari di quella dei sogni che si sa d’aver fatto ma dei quali consciamente non ci si ricorda, altri ne danno per scontata la presenza ma non sentono la necessità d’interpretarlo per difficoltà o per timore d’affrontarne la valenza. Cominciai riflettendo sul perché la “parola” rischio fa così paura, dal momento che non è sinonimo d’un pericolo esterno e nemmeno è da ritenere fautore esclusivo di incidenti. Forse perché nel rischio noi intravvediamo una possibilità di mutazione degli eventi che non siamo in grado di prevenire. Tuttavia, quello che mi fece inizialmente davvero paura nell’analizzare il significato del rischio, fu l’invisibilità degli elementi che lo caratterizzano e ne rendono indefinita la fisionomia.

Ma il rischio potrà mai avere un’identità definita? Il fatto che concorra a farci sfiorare o incontrare situazioni più o meno gravose, fa sì che non sia poi così disgiunto dai pericoli coi quali entra in contatto, al punto che rischi e pericoli in certi casi risultano legati gli uni agli altri come gemelli siamesi, giostrati dalla fatidica inevitabilità degli incidenti che con ricorrenza avvengono.

Da cosa scaturisce? Da un cedimento nervoso della soglia d’attenzione, da un calo motivazionale dovuto a stanchezza, da una fragilità caratteriale che indebolisce la determinazione? Probabilmente scaturisce dal modo in cui mentalità diverse interagiscono con le caratteristiche territoriali e le condizioni ambientali, che taluni sono “spinti ad affrontare” ed altri “indotti a sfidare” per realizzare la salita di un itinerario.

Hansjörg Auer nella sua free solo del Pesce in Marmolada, 29 aprile 2007
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Cosa induce ad affrontarlo? Temo che siano molteplici i fattori che contribuiscono a rispondere a questo quesito: il fatalismo che lo mette comunque in conto, il fanatismo che induce a perseguirlo, l’ambizione che induce a negarlo con determinazione, l’agonismo per necessità d’affermazione sociale, l’antagonismo per necessità d’autoaffermazione individuale, l’inconsapevolezza per insensibilità percettiva, la superficialità per ignoranza, la necessità di affrontarlo per desiderio di conoscenza dell’ignoto.

Cosa indicano le sue conseguenze? La conseguenza d’un incidente non grave invita a riflettere sulla sua valenza esistenziale, sul perché si è caduti arrampicando o scivolando lungo un semplice sentiero o ci si è fatti male allenandosi. Ripensando alle implicazioni dei rischi considerai che le tracce lasciate sul corpo dagli incidenti non gravi rappresentavano una indicazione preziosa che valeva la pena di provare a interpretare. La premessa necessaria a intraprendere il cammino interpretativo che ha caratterizzato questo mio tassello di riflessioni sul rischio, parte dalla possibilità di incontrarlo anche per le “vie d’una città”, dove evitare può trasformarsi in incidente, affrontare permette di evitare, percepire può prevenire e abituarsi può essere fatale. La somma di queste possibilità sempre diverse rivela che la caratteristica principale del rischio è la versatilità che gli permette, a seconda dei casi, di intervenire sul decorso esistenziale.

L’identificazione del rischio
Al di là di ogni retorica ideologia di “lotta con l’alpe”, meno mutata di quanto si pensi (un tempo diretta a “vincere le pareti” sotto la “pioggia pericolosa” di sassi cadenti, oggi mirata a “vincere i monotiri”, muovendosi da uno spit all’altro sotto una “pioggia di sforzi traumatici”), in nessuna epoca storica l’alpinista ha mai desiderato prendere sassate in testa. Chi va in montagna, ovunque vada, in fondo si augura di realizzare il suo “senso vitale”… Che poi in montagna ci vada per soddisfare un inconscio desiderio di morte o viceversa che la morte vada a lui incontro per casualità o predestinazione, questo riguarda la vita di tutti i giorni.

Oggi l’alpinista incallito, di ritorno dalle proprie realizzazioni più o meno prestigiose, una volta ritrasformato in semplice cittadino di strada, è esposto a rischi ben maggiori che in passato. È curioso osservare come gli individui, consapevolmente o meno, continuino a rischiare in rapporto a condizioni dettate dal caso e come sussista un’analoga accettazione del rischio come fattore inevitabile, sia nelle mentalità laiche che in quelle religiose.

Qualche anno fa sulle pagine della Rivista della Montagna ci fu un’inchiesta in cui ci si chiedeva addirittura se il rischio fosse un fattore “negativo” o “positivo” nell’andare in montagna. Ripensando a quelle considerazioni, potrei dire che il rischio è un fattore formativo, ma solo nel caso in cui sia il timer percettivo che allerta permettendo di valutare gli estremi di ciò che si sta facendo, per modellare razionalmente le emozioni e superare situazioni disagevoli; viceversa è un fattore autodistruttivo quando diventa necessità dimostrativa. A questo proposito, la libera esplorativa può essere praticata con un certo margine di sicurezza soprattutto se non vi è contrasto tra il “desiderio d’affrontare” e la “necessità di dimostrare” di essere all’altezza, altrimenti è possibile trovarsi coinvolti dalla “necessità di rischiare” sull’orlo spiovente di risultati improbabili.

Il fatto d’aver riflettuto su questo argomento sfuggente e repulsivo mi ha dato la possibilità di capire un po’ meglio ciò che nel corso degli anni passati ho vissuto, di ripensare a coloro che, facendo male i conti, nel rischio sono malauguratamente inciampati, e magari d’interessare quelli che non ci hanno mai riflettuto di soffermarsi sul suo significato.

Il rischio attribuito
II “punto zero” del discorso non riguarda solo la mentalità di coloro che aborriscono alpinismo e arrampicata considerandoli attività fini a se stesse e (come sottinteso con ironia dal titolo arguto del libro di Lionel Terray Les conquérants de l’Inutile – Gallimard, 1961) del tutto inutili, ma pure quella di chi oggi ha la possibilità di praticare esperienze confezionate su misura per una mentalità tutelativa, prive quindi del contatto con le caratteristiche intatte della natura montuosa.

Da questi il rischio è considerato il pericoloso nemico della necessità di sentirsi sicuri, che li induce a ritenere rischioso non solo ciò che lo è potenzialmente, ma tutto quanto esula dalla loro capacità di controllo. Dal momento che si tratta di un giudizio teorico, non collegato a una reale esperienza, si tratta di rischio attribuito.

Il rischio indefinito
All’inizio del ‘900, in alpinismo e arrampicata il rischio era visto un tutt’uno col pericolo. Di conseguenza esisteva una predilezione descrittiva per le pareti soggette a scariche di sassi, il modo più esplicito per visualizzare l’incertezza che caratterizza la frequentazione degli ambienti montuosi più severi. Si trattava d’un’enfasi che dal secolo XVI al XIX vediamo sempre meglio rappresentata nelle xilografie e nei disegni a commento delle avventure dei pionieri, laddove rischi e pericoli sono talmente rimarcati da far sospettare una manovra pubblicitaria ante litteram attuata dai protagonisti a favore di tutto ciò che rappresentava il rischio. Possiamo quindi riconoscere nell’indefinibilità iniziale un primo elemento configurativo del rischio.

Modelli ricorrenti d’eroici contrasti
L’indefinibilità, che caratterizza la valenza del rischio agli albori, viene affrontata a “spada tratta” dall’azione mitica dell’Eroe.

Enrico Camanni, che assieme a Daniele Ribola, qualche anno fa, si occupò delle tre figure eroiche più significative della nostra storia alpinistica, Comici, Gervasutti e Castiglioni, successivamente in un intervento su Alp focalizzò l’attenzione dei lettori sulle figure mitiche di Eroe e Antieroe. Leggere quegli scritti permette di riflettere su come vi siano effettivamente modelli d’individui dagli opposti intenti, che paiono aver attraversato indenni le epoche storiche dalla mitologia greca ai giorni nostri. I due personaggi che egli individuò erano Manrico Dell’Agnola e Soro Dorotei, per la contrapposizione dei punti di vista.

Il primo ritiene che le caratteristiche più drastiche dell’alpinismo tradizionale (lunghi avvicinamenti, ambiente severo, maltempo, pericoli oggettivi) non siano controindicazioni, ma piacevoli punti a favore di una pratica positiva, e pertanto rispecchia la figura forte e passionale di un combattente che pare buttarsi fisicamente in un delicato corpo a corpo con le difficoltà rischiose.

Il secondo intende tenersi a debita distanza dal pericolo che non si sente in dovere d’affrontare, perché è convinto che non abbia più senso percorrere settori friabili, bagnati o esposti alla caduta di pietre, preferendo le difficoltà non rischiose con la determinazione tipica di chi è prudente e deciso a difendersi da tutto ciò che potrebbe nuocergli, domandandosi quanto costa alla società un morto in montagna e pensando alle conseguenze sociali di una famiglia lasciata orfana. Chi potrebbe dargli torto.

Hansjörg Auer
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Il vero dilemma, però, non consiste nel fatto che le due figure siano “arroccate su posizioni anacronistiche e inconciliabili”, divise da un conflitto insanabile nel quale non s’intravede alcuna possibilità di compromesso, bensì nella ragione dell’antico braccio di ferro che si ripropone immutato da un’epoca all’altra del tempo storico.

Siamo proprio sicuri che l’Eroe della mitologia fosse una figura in balia dei divertimenti del cinismo divino? Non è che invece fosse solo un “atleta esistenziale” che ci invitava a riflettere sulla possibilità di sopravvivere agli ostacoli della vita?

Ho l’impressione che i punti di vista opposti che generano le polemiche di sempre, scaturiscano sostanzialmente dalla pretesa di sostenere il diritto alla propria “grandiosità mitica” che l’Eroe difende a fatica e l’Antieroe rifiuta. Anche se la “grandiosità”, per definizione, come un’alba che la psiche delinea sul mondo, non può essere raggiunta o ottenuta ma solo visualizzata interiormente o negata esteriormente. Pertanto dobbiamo constatare come la conflittualità degli intenti perpetuata nella storia sia solo il secondo elemento configurativo del rischio.

Agonismo e Antagonismo, “gagliardetti” della necessità di distinzione
Successivamente, quando al rischio fu attribuita una valenza “soggettiva” per differenziarlo dal pericolo, le responsabilità dovute alle condizioni ambientali furono distinte da quelle delle scelte individuali sia di coloro che “accettano di agire in determinate condizioni” sia di chi “non sa valutare le proprie capacità in certe situazioni”. Ciò indusse a utilizzare il rischio come spauracchio per ridimensionare l’intento di coloro che invece proponevano un’etica di salita che “non rifuggiva” dal fattore rischio, “proteggendo” il concetto di salita con minimo utilizzo di artifici. Se è vero che una figura Eroica come Paul Preuss anteposta a quella di un Antieroe come Tita Piaz può apparire un facile esempio di ideologia suicida, tanto più che effettivamente Preuss morì in montagna, non si può affermare che le capacità del grande solitario fossero alterate dalla necessità scriteriata di definire a tutti i costi i punti fermi d’un etica che solo un’intelligenza priva di senso critico può ritenere protagonismo ideologico.

Come mi ha fatto notare argutamente Giovanni Rossi, sarebbe bene precisare che Piaz, il più fiero oppositore di Preuss a quell’epoca, nonostante il dissenso sui mezzi artificiali (benedetto il chiodo che salva una vita…) aveva grande stima di Preuss, e contribuì non poco al suo mito raccontando in modo molto spassoso di una sua ‘apparizione’ durante un’arrampicata artificiale: Quo vadis, Tita? (Tita Piaz, A tu per tu con le crode).

Ha senso scavare a fondo nelle motivazioni soggettive se poi queste vengono plasmate nell’intento di adattarle a un ambito sociale? Forse ha più senso considerare le possibili ripercussioni che da queste possono derivare. Qui si pone una considerazione sostanziale: non è che gli individui pervasi dalla necessità di approfondire un’etica che vorrebbero divulgare tendano, loro malgrado, a forzare le esperienze entro una “linea di principio” che risulta, in quanto tale, potenzialmente pericolosa?

La ragione della reazione provocatoria di Piaz all’etica di Preuss forse si potrebbe interpretare come un frainteso per il fatto che riconosceva al tentativo di delineare i punti sostanziali d’una possibile chiarezza, una sorta di “dittatura etica” che avrebbe potuto segregare le scelte di vita e il “senso di libertà” degli individui.

Se davvero Preuss avesse pensato di utilizzare le proprie capacità per promuovere la validità di regole intransigenti, più che rischioso per sé lo sarebbe stato per chi le avesse applicate senza averne interiorizzato il valore. Ma far rientrare forzatamente un intento in una teoria non è l’esatto opposto di ciò che attraverso le esperienze di vita si arriva a comprendere? Difficilmente chi ha un intento etico avrebbe interesse a realizzare un regolamento distruttivo.

Tuttavia, il confronto motivazionale dei due grandi pionieri ci permette di riconoscere nella necessità di distinzione un terzo elemento configurativo del rischio.

Alex Huber nella sua free solo della via Hasse-Brandler della Cima Grande di Lavaredo
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La necessità d’azzardo “baluardo” della finalità dimostrativa
II fatto di “osare” in montagna ha portato a pensare che vi fu chi pagò un grave tributo a causa della propria diversità di vedute in rapporto al periodo storico in cui viveva. Ma siamo davvero sicuri che i grandi liberisti del passato fossero figure in conflitto col contesto storico al quale appartenevano?

Non fu piuttosto quella foga di auto affermarsi per necessità di dimostrare ad altri che riguarda la tipologia di una certa mentalità di ogni epoca – la causa che produsse il perpetuarsi dei drammi (incidenti più o meno gravi, decessi) seppelliti dall’oblio della fruizione epocale?

Quando iniziai ad arrampicare con una certa assiduità alla fine degli anni ’60 era in corso lo schieramento etico tra le due opposte fazioni degli “artificialisti” e dei “liberisti”. Tra i più forti di questi si fece strada la tendenza a non utilizzare o addirittura levare i chiodi d’assicurazione ritenuti superflui, specie lungo gli itinerari più impegnativi delle pareti dolomitiche.

Questa tendenza di lì a qualche tempo contribuì ad indirizzare gli intenti di quella generazione a favore della libera e contro l’artificiale convenzionale, per praticare una libera a protezioni ridotte lungo gli itinerari ben chiodati. Era una tipologia di salita psicologicamente piuttosto severa proprio perché richiedeva una “rinuncia forzata” all’utilizzo degli ancoraggi che non veniva spontaneo applicare.

Come conseguenza, negli anni Settanta, la forza d’una “genuinità artificiosa” arrivò a spingere taluni, tra i quali lo scrivente, a salire slegati i quaranta metri del Sasso Remenno lungo itinerari non proprio banali, col rischio di rimbalzare accartocciati su qualche tovaglia apparecchiata alla base dai domenicali che, tra un boccone e l’altro, si guardavano bene dall’immedesimarsi nella “dimestichezza acquisita” di quei baldi giovani irrequieti.

C’è da dire che esempi d’affermazione sociale di questo tipo non riguardavano soltanto le “lotte maschili per il dominio territoriale”, ma accadevano anche quando questi entravano in “fibrillazione dimostrativa” all’arrivo della fanciulla più carina di turno e si scatenava una ridda rocambolesca di gesti teatrali nelle numerose salite necessarie a farsi notare.

A onor del vero va detto che, in quelle turbinose salite di gruppo che definirei “solitarie dimostrative“, vi era comunque una genuinità di fondo nella quale si poteva riconoscere una “necessità di esprimersi” simile per intento a quella della danza sperimentale. Ciò non toglie che nella necessità d’azzardo per finalità dimostrative possiamo riconoscere un quarto elemento configurativo del rischio.

Matt Bush in free solo
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Le spinte dei desideri e quelle dell’ambizione
Se è vero che l’esposizione al rischio è soggettiva (proprio perché insita nelle differenti modalità di vedute con le quali gli individui si rapportano a esperienze ogni volta diverse), mentre quella al pericolo dipende espressamente da condizioni naturali, è anche vero che il fatto di perseguire obbiettivi grandiosi espone ad una situazione in cui rischi e pericoli risultano amalgamati come “gemelli siamesi”, impossibili da visualizzare separatamente e difficili da contenere per via del raddoppiamento dell’incertezza.

Ben sapendo che il fatto di confrontarsi con ciò che è alla nostra altezza mette in condizione di essere pronti ad affrontare determinate situazioni, quando si arriva a negare l’evidenza degli stati d’animo più autentici, pur di fare a tutti i costi una salita, ci si espone senza riserve alla mercé d’un conflitto tra la “realtà effettiva” e la “visione ideale” dell’intento che ci si è prefissi; ne deriva una condizione dissociante che può rivelarsi estremamente rischiosa. Questa puntualizzazione occorre per evidenziare la distinzione tra le spinte del desiderio, che scaturiscono spontaneamente dall’attrattiva dei luoghi, da quelle della volontà d’ambizione, che scaturiscono dalla necessità di considerarli in funzione all’affermazione sociale. Sono spinte e motivazioni che perseguono intenti assai diversi, che la maggioranza degli alpinisti e arrampicatori non distingue o trascura forse perché non è interessata ad approfondire, al punto che in gran parte degli scritti riguardanti l’azione in montagna si considera come “grandissima passione” ciò che è invece “fortissima ambizione”.

Appare evidente come passione e ambizione altro non siano che i “resti” delle identità motivazionali dei modelli di Eroe è Antieroe che abbiamo precedentemente considerato e affiorano ricorrenti nelle motivazioni generazionali. Ripensare alla morte in roccia e su ghiaccio di valenti alpinisti come Ursella, Cozzolino, Gadotti, Reali, Lomasti, Bee, Pedrini, Vogler e Barbier, ci fa capire che morirono proprio in ciò che sapevano fare meglio e fa riflettere sulle sviste, i cali di motivazione, la stanchezza inconscia e il timore della perdita di prestigio che probabilmente li subissavano ed anche sulla pressione inconscia, certamente dovuta alla responsabilità d’essere sponsorizzati, come Casarotto e Grassi.

Il fatto, poi, che tutto ciò che è rischioso nella vita di taluni non è detto che lo sia in quella di altri, è un’ulteriore conferma di come rischio e pericolo giacciono amalgamati in latente attesa nel decorso esistenziale. A tal proposito mi vengono in mente i coniugi giapponesi Akiko e Mitsunori Shigi che il 18-19 gennaio 1979, in viaggio di nozze, hanno salito il gran canalone centrale della Brenva, grazie a una buona dose di distacco fatalista; sullo stesso versante non è toccata analoga sorte a Gianni Comino, consapevole della possibilità d’incontrare, all’altare simbolico di una sua importantissima esperienza, una sposa invisibile vestita di nero coi crisantemi in mano.

Pertanto nella contaminazione reciproca tra le spinte dei desideri e delle ambizioni si può riconoscere un quinto elemento configurativo del rischio.

Fessura perfetta a Indian Creek, Utah
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Il rischio dell’incognita ridimensionata
Si rischia di più in cordata o da soli? Quando si attribuisce una valenza d’incoscienza alle prestazioni dei “testimonial” più famosi dell’arrampicata contemporanea bisognerebbe sempre ricordare che il rischio affrontato da loro, più che effettivo, è appariscente e spettacolare.

Quando vediamo “rischiare slegati” Alain Robert sui grattacieli delle grandi metropoli, Dean Potter sul grattacielo di pietra del Nose al Capitan e Alex Huber sul palazzo vertiginoso della Hasse-Brandler alla Cima Grande di Lavaredo, possiamo ben comprendere come quel modo di salire faccia rabbrividire tanto l’uomo della strada quanto la maggioranza degli arrampicatori più agguerriti, tuttavia il loro mix di concentrazione e determinazione, disinvoltura e rapidità, ci rivelano che una “dimestichezza acquisita” fa più paura a chi la vede che a chi la pratica, proprio perché è contenuta nell’ambito della loro prevedibilità.

Chi la pratica è di certo consapevole che la soglia del rischio è “congelata emotivamente” dalla modalità di esecuzione della salita, nella riduzione del temibile intervallo pensiero-azione, come diceva sostanzialmente Henry Barber trattando del “control of mind” in un suo interessante articolo pubblicato, se non ricordo male, su Mountain Magazine o Ascent, che immagino tirasse le somme sui suoi circa 250 giorni annuali d’arrampicata. Da sempre all’arrampicata solitaria e alla conserva si è attribuito significato di massimo rischio, se però ci domandiamo come ha fatto il tal solitario, sulla tal difficile via a salire così veloce, ci accorgiamo che difficilmente avrà rischiato per impiegare un tempo breve. Probabilmente rischia davvero chi, a causa di rallentamenti emotivi, è indotto a salire “piano sul difficile” per il fatto di non essere all’altezza e a “sbrigarsi sul facile” per il panico d’essere in ritardo.

Due esempi significativi di questi tipi di salite potrebbero essere per la conserva: il Diedro Philipp-Flamm e la Solleder in giornata, di Manrico dall’Agnola con Alcide Prati e per la solitaria: il gran concatenamento Marmolada-Civetta-Agner realizzato da Marco Anghileri.

Indipendentemente dal valore notevole di tali prestazioni, realizzate in tal modo grazie alla proverbiale resistenza allenata degli autori, il fatto che si trattò del confronto con itinerari percorsi in precedenza e quindi memorizzati nello sviluppo e nelle caratteristiche di instabilità e di ubicazione delle prese delle difficoltà maggiori, ci permette di capire che un’incognita ridimensionata è comunque un sesto elemento configurativo del rischio.

(continua)

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Nel 1999 Ivan Guerini ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della
Natura Verticale. Ivan si adopera perché questo marchio sia “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti percorse e ancora da percorrere.

Si ritiene che anche questo post a sua firma debba riportare questo logo, nella speranza che stimoli una maggiore apertura di coscienza al riguardo della Natura verticale.

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Jel Tegermen – Il Mulino a Vento

Nel suo nuovo film Jel Tegermen, Alessandro Beltrame ha registrato un monologo in tenda nel quale esprime chiaramente la sua idea che l’andare a cacciarsi in situazioni remote, pericolose, esposte e non soggette ad alcun aiuto possibile acuisce i sensi e ti mette in quella condizione in cui l’individuo vigila con molta più facilità sull’ambiente che lo circonda, e si rapporta istintivamente con esso rendendo inutili gli aiuti tecnologici. Una sensazione, in definitiva, piacevole, dove non sai “se sentirti più abbandonato o più libero”.
E’ comunque l’aspetto esplorativo di questa storia a catturare l’immaginazione, perché il viaggio si è svolto in una terra di cui si sa molto poco.

Il Jel Tegermen era una cima inviolata in Tien Shan, la catena montuosa che si estende per 2.800 km tra la Cina, il Kazakistan e il Kirghizistan. Paolo Rabbia e Alessandro Beltrame ne hanno toccato la vetta, alta 4570 metri, il 29 marzo 2015 al secondo tentativo.

Jel Tegermen
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Jel Tegermen
di Alessandro Beltrame

La prima esplorazione era stata effettuata nell’inverno 2011 con gli sci da un team di cui facevano parte Giacomo Para e Paolo Rabbia. In base a quelle informazioni è stato possibile organizzare un viaggio esplorativo di soli 16 giorni, di cui 10 sulla montagna, con partenza dall’Italia il 19 marzo 2015.

A partire dall’ultimo villaggio raggiungibile in auto (Biškek, Kirghizistan), l’avvicinamento è avvenuto a cavallo fino al campo base in un giorno, trasportando circa 80 kg tra materiale e cibo, quest’ultimo reperito interamente al villaggio. Il campo è stato posto su neve alla quota di 3070 m, in corrispondenza della più alta fonte d’acqua disponibile, a 50 km in linea d’aria dal confine con la Cina.
La zona è battuta quasi costantemente da venti oltre i 50 km/h (con punte rilevate anche di 100 km/h), da qui il nome Jel Tegermen dato alla montagna, che in lingua kirghisa significa “il mulino a vento”.

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I successivi mille metri di quota sono stati percorsi sempre con gli sci nelle varie ricognizioni avvenute ai piedi del versante ovest della parete. Solo una volta superata la seraccata posta al fondo della valle è stato possibile individuare una linea di salita favorevole. Sono stati installati due depositi di materiale, uno intermedio a 3700 m, l’altro ai piedi della parete a 4050 m. In un primo tentativo, il giorno 25 marzo, è stata raggiunta la quota di 4450 m, al termine del couloir di ghiaccio neve.

Dopo una sosta forzata di quattro giorni dovuta alle pessime condizioni meteo (vento e neve), nell’unica finestra di tempo discreto il 29 marzo abbiamo tentato la cima con partenza direttamente dal campo base. Quattro ore di salita con gli sci e successivamente altre 2 di scalata su neve e misto ci hanno condotto al punto più alto raggiunto precedentemente; da qui, nonostante il vento a raffiche in aumento, abbiamo affrontato la scalata degli ultimi 120 metri fino alla vetta. A questo punto il terreno si fa più impegnativo e ostico per via della pessima qualità della roccia e delle grandi difficoltà di protezione, il tutto sempre in condizioni di discreta esposizione. Salvo poche sezioni, tutta la scalata è stata effettuata con piccozze e ramponi sia su neve che su roccia, utilizzando sia chiodi che protezioni mobili (nut e friend).

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La cima è stata raggiunta alle ore 17.30 (ora locale) da Paolo Rabbia e da me. Marco Berni Bernini ha dovuto rinunciare durante la salita per l’aggravarsi di una infezione respiratoria. Nei primi 100 metri di discesa è stato inevitabile abbandonare le corde di calata, a causa dei forti rischi di caduta pietre. La base del couloir è stata raggiunta alle ore 20.00 con il buio. La discesa in sci, gravati dal peso di tutto il materiale dei depositi, in una fitta nebbia, ci ha esauriti completamente. Al nostro arrivo al campo base, poco prima della mezzanotte, siamo stati accolti dall’amico Berni, oltre che con un tè caldo, con una salva dei petardi utilizzati le notti precedenti per allontanare i lupi…

La via seguita, da noi gradata TD -, è stata battezzata dei Quattro Cuori (il quarto è quello del conducente di cavalli Akai, con il quale abbiamo stretto una bella amicizia).

Mentre eravamo in quota, bloccati dalla neve dentro la tenda per più giorni, abbiamo avuto modo di pensare all’avventura, alle montagne e all’esplorazione. Abbiamo deciso di fare questo film perché siamo arrivati in cima. Celebrare gli insuccessi, anche se hanno molto da insegnare, non è nella nostra filosofia. Ma non l’abbiamo fatto per noi, perché l’alpinismo di punta del 2015 non è certo questo. E comunque non ne saremmo noi gli interpreti, specialmente alla nostra età. No, questo film è dedicato ai più giovani e tra di loro a quelli che non si accontentano di vedere le cose fatte dagli altri e che sono disposti a faticare e stare scomodi per dimostrare prima di tutto a se stessi quanto valgono. E non necessariamente su una montagna sconosciuta in mezzo all’Asia, ma su una che può essere dietro l’angolo.

Raccontare con le immagini: è questo che cerco di fare quando ho la fortuna di incontrare luoghi, gente e situazioni al di fuori dall’ordinario. E anche in questo caso ho voluto raccontare con le immagini l’alpinismo che si può fare su questa terra, quando la montagna perde ogni connotato epico per rivelarsi solo un’attività bizzarra e un po’ snob.

Dieci anni di spedizioni e di documentazione; tante esperienze, nuove tecnologie, uomini e realtà che mi hanno sempre insegnato qualcosa, nel bene e nel male. Una natura madre e maestra. La curiosità di scoprirla, dalle piccole cose ai suoi più antichi segreti.

Un detto indiano dice che la gente non ci ricorderà per quello che abbiamo detto, o per quello che abbiamo fatto, ma per come li abbiamo fatti emozionare.

Questo è il trailer di Jel Tegermen. Il film, della durata di 40’, è disponibile presso http://www.agbvideo.com

Le esperienze arrivano da sole, a blocchi, non uniformi, sovrapposte, poi, per un po’ più nulla, in quel momento le fai tue, le metabolizzi, le trasformi in strumenti utili e competenze. Meno male che ne arrivano poi altre e ti rimettono in corsa, ti ridanno quell’insicurezza costruttiva, piacevole, quello sbilanciamento in avanti quasi a cadere.

Quando sei bravo, viaggi sbilanciato, quasi a toccare il naso a terra senza mai schiacciartelo, quando sei meno bravo o sbatti sul sentiero o sei così lontano da non sentire il profumo dell’erba che stai calpestando. Queste sono le mie esperienze.

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La soglia di percezione sbilanciata in avanti con un andamento un po’ rischioso ma piacevole, sempre esplorativo, spesso fuori dalla safety zone. Se controlli l’equilibrio viaggi molto veloce su tutti i terreni: tecnico, creativo, logistico, personale. Succede per brevi periodi e il resto si chiama inerzia o trasformazione d’energia cinetica.

Possono dirmi quello che vogliono, ma salire su una montagna, anche solo per un momento, è veramente “possederla”. Per questo dev’essere bella, per attirarti irresistibilmente e per suscitare l’invidia degli altri.

Siamo arrivati in cima per puro caso. Però il bello di questa scalata sta proprio qui, nell’aver dato retta, per qualche istante ancora, alla nostra curiosità di uomini.

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Alessandro Beltrame
Di formazione scientifica e con competenze informatiche ed elettroniche, titolare della ditta di produzione video AGB.
Pratica, per lavoro e passione: alpinismo, arrampicata su roccia e ghiaccio, speleologia, trekking e mountain bike, oltre che subacquea e sci alpino.
Cameraman specializzato, autore, conosce a fondo i sistemi di produzione e post produzione digitale e gli strumenti di Internet.
Fa parte dell’Associazione Esplorazione Geografiche La Venta, con cui ha realizzato come operatore documentario per National Geographic USA e come autore un documentario sui ghiacciai patagonici.
Ha al suo attivo oltre un centinaio di produzioni, per conto di enti, televisioni nazionali e internazionali, spedizioni e documentari in Europa, Australia, USA, Canada, Alaska, Messico, Cile, Mongolia, Brasile, Patagonia, Bolivia, Nepal, Amazzonia e Africa.
Come produttore e autore ha realizzato una serie di DVD multimediali legati al mondo dell’outdoor, con distribuzione editoriale nazionale, alcune serie televisive di avventura per canali satellitari Sky e terrestri Mediaset e alcuni documentari per i canali RAI.
Ha prodotto progetti di comunicazione visiva e valorizzazione territorio per la Regione Liguria, Provincia di Savona, Regione Piemonte e Regione Sardegna, negli ultimi anni esclusivamente in Alta Definizione.
Nel 2006 ha realizzato come autore/operatore la produzione subacquea di Linea Blu su RAIUno.

Alessandro Beltrame in azione
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Guida alpina, prospettive per il futuro

La rinuncia al titolo di Guida Alpina da parte di Giuseppe Miotti, che tanto clamore ha destato su questo blog e sui social, non ha significato affatto la rinuncia alle sue idee e alla volontà di portarle avanti. Ecco il motivo per cui riproponiamo, dietro sua proposta, un intervento ch’egli fece nel 2010 (quindi in tempi non sospetti).

Guida alpina, prospettive per il futuro
di Giuseppe Popi Miotti
(intervento convegno ERSAF Bagni Masino, 2010)

Vorrei parlare delle grandi potenzialità che intravedo nella difesa della professione di Guida alpina e nella sua incentivazione, soprattutto nelle valli alpine.

Indiscutibilmente le Alpi stanno vivendo un momento di grande cambiamento e come per tutti i cambiamenti emergono situazioni di criticità magari prima esistenti, ma sopite da svariati fattori.

La più evidente di queste criticità è il disagio sociale ed esistenziale riscontrato fra tutte le popolazioni alpine. La sua causa principale è stata individuata nel progressivo “inquinamento” culturale portato dalla città, che, complici gli stessi montanari, si è manifestato spesso in una visione, speculativa e affaristica del territorio che, quasi ovunque, ha degradato il paesaggio alpino umano e naturale. Il patrimonio identitario che prima dava anche solo una parvenza di sicurezza alle genti locali è sparito e, soprattutto nei giovani e nelle persone più sensibili, ha creato un senso di smarrimento che talvolta ha portato a gesti estremi come il suicidio. Il giovane non si sente più parte della comunità originaria, ma neppure parte della città. I centri alpini sono diventati un po’ come delle periferie schizofreniche che s’affollano d’estate e nelle feste natalizie, per poi tornare a svuotarsi quasi del tutto gravate in più da una costipazione urbanistica inutilizzata (seconde case) che crea un senso di città fantasma abbastanza sconfortante. In loco il lavoro rimasto è per lo più nell’edilizia, che però, presto o tardi, dovrà fare i conti con l’esaurimento del territorio utile, e nell’attività estrattiva: le sole alternative all’emigrazione.

Giuseppe Miotti e Alessandro Gogna giungono in vetta al Grand Mont d’Areche, 25 marzo 1994, Beaufortain, Savoia, Francia
G. Miotti e A. Gogna giungono in vetta al Grand Mont d'Areche, 25.03.1994, Beaufortain, Savoia, Francia

Oggi fra le Alpi si sta combattendo una guerra non dichiarata fra concezione speculativa e consumistica del territorio e concezione conservatrice, che non vuol dire immobilizzante, orientata per lo più verso lo “sfruttamento” delle risorse ambientali ai fini turistici.

In alcune zone questo punto di difficile equilibrio è stato varcato in favore dell’assalto territoriale (seconde e terze case, cave, captazioni piccole e grandi, strade agro-silvo-pastorali che però nascondono secondi fini, ecc.) e qui, sebbene ancora esistente, l’attività turistica fatica abbastanza a sopravvivere, perché fastidiosa in tutti i sensi. Non solo perché sentieri, percorsi vita, aree verdi intralciano nuove iniziative speculative, ma anche perché la dimostrazione che in montagna si può vivere dignitosamente senza andare in cava, imprendere opere edili o sfruttare il territorio depredandolo, risulta controproducente per chi vuole far vincere la visione opposta.

Arrestare questo processo è forse ormai tardi ma, magari, si possono cercare dei modi per attenuarne la violenza e magari cambiarne un po’ la rotta.
 Incentivare e allargare le potenzialità lavorative dei giovani nelle loro vallate d’origine, può essere un elemento importante in questo tentativo e, di conseguenza, dare un volto nuovo, forse anche maggiormente istituzionalizzato, alla figura della Guida e dell’Accompagnatore potrebbe essere una mossa vincente.

Elementi importanti per ottenere questo risultato sono a mio avviso tre: il CAI, il CONAGAI (e i suoi Collegi Regionali), le Amministrazioni.

Il CAI
Mentre si formavano questi pensieri, processo durato molti anni, mi sono imbattuto spesso negli scritti di molti dei padri fondatori del Club Alpino Italiano, quasi tutti appartenenti alla nobiltà e all’alta borghesia, dai quali traspariva evidente un’idea politica; creare con il turismo alpino una grande risorsa per migliorare la precaria economia delle genti di montagna. Spesso usando le loro finanze si adoperarono per costruire i primi rifugi, per formare le prime Guide alpine, per rimboschire le pendici montane, per studiare i dissesti idrogeologici, per istituire un sistema di segnaletica dei sentieri, e poi per farli segnalare. Fu addirittura creato un fondo apposito per sostenere economicamente le famiglie di Guide alpine incidentate o morte sul lavoro. 
Ricordo che proprio qui, ai Bagni Masino, il Conte Lurani, organizzò una colletta fra i nobili ospiti, per aiutare le famiglie delle Guide Pedranzini ed Imseng, cadute con Damiano Marinelli sulla parete est del Monte Rosa. Ma le Guide avevano anche un loro fondo pensione, costituito da lasciti di diversi importanti alpinisti.

Non tutti questi nobili personaggi erano dei puri e sicuramente, sebbene con qualche disagio etico, alcuni vedevano in attività come quella mineraria o nel nascente sfruttamento idroelettrico una occasione di reddito anche per le proprie tasche.

Giuseppe Miotti nella discesa nel Canalone del Gigio, Marmolada pulita, 14 settembre 1988
14.09.1988, G. Miotti nella discesa nel Canalone del Gigio. Marmolada pulita 1988, Dolomiti

 

Il confronto magari ardito, ma proponibile, fra il CAI di allora con i suoi progetti e il CAI di oggi mostra indiscutibilmente un mutamento quasi speculare. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale il CAI, complice anche la decadenza della professione di Guida, ha progressivamente invaso tutti gli spazi entro i quali avrebbe potuto esprimersi la nostra professionalità: corsi di roccia, soccorso alpino, consulenze per interventi sul territorio, opere di segnaletica, opere di messa in sicurezza di pareti e sentieri. 
In questo modo una struttura come il CAI, che è arrivata a contare ben più di 300.000 soci (leggi, voti) è diventata logicamente l’interlocutore più importante delle amministrazioni per ogni tipo di azione sul territorio alpino. Purtroppo, questa posizione di favore ha portato il Sodalizio ad estendere sempre più la sua influenza, affiancando il suo importante peso consultivo con una notevole quota di personale “volontario” che, inevitabilmente, ha tolto e toglie spazio a chi di montagna vuole vivere. 
Anni fa ebbi modo di esprimermi in merito: «Il CAI… potrebbe fare molto per favorire la professione della Guida, cosa che in questi tempi di fame di lavoro mi sembra anche di ampio respiro sociale. I giovani che puntano su questo lavoro non lo fanno per lucrare sui puri ideali dell’alpe, ma per vivere se possibile ancor più a contatto con essa. Il loro è un atto d’amore per le montagne e il CAI dovrebbe appoggiare questa loro predisposizione. I vantaggi sarebbero ben presto evidenti ed equamente ripartiti sui due fronti. Inoltre c’è quella che io chiamo ‘concorrenza sleale ma ineluttabile’: il CAI, con i suoi programmi, i suoi istruttori e la sua forza, esercita una forma di concorrenza legittima, ma chiaramente dannosa per le Guide le quali devono sempre assumersi gli oneri e i rischi di ogni iniziativa. Per stringere e spiegarmi forse un po’ meglio direi che è come se in Italia accanto all’Ordine degli Ingegneri esistesse un organo statale che presta gratuitamente gli stessi servizi, promuovendo e sostenendo con i capitali pubblici l’opera dei propri addetti.» Mi pare che a oltre vent’anni di distanza il senso del mio pensiero non abbia oggi perso di valenza.

Le Guide
Stabilito che se si vuole vivere di sola montagna il semplice accompagnamento il più delle volte non basta e che le Guide hanno fatto passi da gigante per ritagliarsi altri spazi professionali sinergici e complementari, oggi la professione vive a mio parere una condizione a macchia di leopardo: ci sono aree dove, oltre al solito accompagnamento, già moltissime attività sono di competenza di questi professionisti e aree dove, invece, le Guide locali sono quasi ignorate dalle amministrazioni.
 Pur rendendomi conto delle notevoli difficoltà che si presenterebbero, bisognerebbe trovare il modo che il leopardo perdesse le macchie, in favore di una più comune e diffusa considerazione della professionalità anche da parte delle amministrazioni.
 A mio avviso abbiamo una legge quadro che, essendo stata costruita per non scontentare nessuno, e sicuramente con qualche suggerimento da parte del CAI, è talmente vaga nel delineare i confini della nostra professione che è quasi inutile. 
Ridisegnare tale legge e renderla realmente efficace per difendere la professione è uno dei primi passi necessari.

Un altro aspetto in cui le Guide alpine mancano è quello della presa di posizione di fronte a iniziative poco favorevoli per non dire contrarie alla tutela del territorio. Se per certi versi è comprensibile che il singolo professionista taccia per non vedere compromesso il suo interesse di lavoro in loco, è invece poco comprensibile che a livello collegiale si preferisca astenersi. 
In fin dei conti, e pare che non ce ne sia resi ancora conto, un sistema di sviluppo opposto a quello della valorizzazione del territorio, ci erode potenzialità lavorative. Faccio un esempio personale: parte del mio lavoro consiste nella descrizione di zone di pregio e di interesse per gli amanti della natura, dell’escursionismo, della montagna.
 Ebbene, sempre più spesso mi capita di non poter proporre (o di non poter riproporre) itinerari o immagini perché il paesaggio è deturpato da capannoni, colate di cemento, fili elettrici, tubi e quant’altro. Quindi io, come professionista, mi sento minacciato da quel tipo di “sviluppo” aggressivo, irrispettoso e consumistico e vedo parte del mio terreno di lavoro (per fortuna ne resta ancora tanto disponibile) distrutto.
 Questa continua erosione minaccia tutti coloro, in primis gli agricoltori, che potrebbero cercare di trarre risorse economiche dalla montagna senza danneggiarla. 
Credo che, dopo tanti notevoli passi avanti sul piano delle tecniche professionali, sia giunto il momento che le Guide alpine facciano collettivamente un passo avanti anche sul piano culturale aggiungendo un peso che sicuramente non sarebbe indifferente anche nelle scelte amministrative.

Non possiamo chiuderci nel nostro piccolo mondo di vette selvagge con la certezza che sarà sempre intoccato e che ci darà sempre da vivere. Questioni anagrafiche e accidenti vari ci possono sempre allontanare dalla nostra isola felice, ma se a valle, soprattutto a valle, è stata fatta terra bruciata la nostra attività di ‘svelatori delle montagne’ dovrà essere interrotta. 
Dobbiamo vedere ogni valle e ogni cima come un valore da difendere, superando anche i nostri pur comprensibili interessi particolari cercando di capire che bisogna considerare le montagne nel loro intero come un’importante risorsa di lavoro che continuerà ad esistere soprattutto se riusciremo a spostare gli equilibri per ora pericolosamente pendenti verso la rovina.

Le Amministrazioni
Sono il terzo soggetto di riferimento per ottenere quanto sopra detto e dovrebbero essere i terminali di questa politica, quindi dovrebbero essere in definitiva gli attuatori sul territorio di questo progetto.

Giuseppe Miotti alla base della cascata di ghiaccio Durango, 1a ascensione, 11 gennaio 1980 (Val Témola, Val di Mello)
Val di Mello, Alpi Retiche, cascata di ghiaccio "Durango" (Val Temola), 1a asc., 11.1.1980. Giuseppe "Popi" Miotti all'attacco.

 

Conclusione
Sulla base di quanto sopra è evidente che per parte mia vedrei bene una ricomposizione degli attriti fra Guide e CAI, tuttavia dovrebbe essere proprio quest’ultimo a fare il maggior sforzo possibile. 
Insomma proprio per contribuire a risolvere i problemi sociali e ambientali prima esposti, per tornare sulla strada aperta dai padri fondatori, il CAI dovrebbe farsi promotore di un new deal per le genti di montagna e usare i notevoli strumenti di cui ancora dispone (per quanto?), per farsi da promotore di iniziative tese a favorire a incrementare in tutti i modi l’economia delle genti alpine tramite l’incentivazione del turismo, la creazione e la protezione delle professionalità (meglio se locali), la cessione alle Guide alpine degli aspetti operativi riguardanti interventi sul territorio e accompagnamento. Se, per esempio, il CAI usasse il suo peso per orientare le amministrazioni locali verso l’utilizzo delle Guide alpine anche per un monitoraggio diffuso del territorio, queste ultime potrebbero disporre di dati aggiornati sullo stato di sentieri e versanti montuosi che difficilmente potrebbero avere.
 Se il CAI fosse quello dei Cederna e dei Lurani dovrebbe lavorare per far risaltare ogni tipo di attività attinente la professione di Guida e non per ritagliarsi spazi operativi che a volte creano oziose se non dannose sovrapposizioni.

L’Art. I.1 ( 1 ) – Costituzione e finalità dice: “Il Club alpino italiano (C.A.I.), fondato in Torino nell’anno 1863 per iniziativa di Quintino Sella, libera associazione nazionale, ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale“.

Ebbene se non s’incentivano i modi di trovare risorse economiche eco-sostenibili sul posto, se non s’incoraggia il recupero dell’identità, e l’orgoglio delle radici, inevitabilmente, in molte parti delle Alpi assisteremo a un progressivo degrado, anche dell’ambiente, il cui risultato meno grave potrebbe essere l’abbandono del territorio; in altri casi, per dar retta alla filosofia del cemento e della crescita (senza pianificazione), assisteremmo al suo depredamento.
 Ecco secondo me qual è la missione futura del CAI se si volesse prestar fede a quel primo articolo dello Statuto. Ecco un possibile nuovo punto d’incontro con le Guide dopo anni di separazione in casa.

Forse il paragone non è del tutto calzante, ma pensate ai grandi centri commerciali che sorgono come funghi e che giustificano spesso la loro esistenza col fatto di dare posti di lavoro. E’ vero, danno posti di lavoro, ma quanti ne distruggono a livello della rete dei piccoli negozi? E con tale distruzione non scompaiono solo posti di lavoro, ma anche quel tessuto sociale che in parte si creava anche grazie a quegli esercizi. Privato dell’anima un luogo è facile preda degli appetiti più disparati… 
Il costo sociale di queste strutture è difficilmente calcolabile perché si ripercuote non solo sull’aspetto citato, ma anche su altri fattori: viabilità, qualità della vita, rumore, inquinamento, ecc.
 Però credo sia più facile dare retta all’imprenditore di turno che dice che darà trenta posti di lavoro piuttosto che capire quanti se ne perderanno altrove e quali altri danni potrebbero venire dalla sua iniziativa: fra numeri certi e numeri incerti è più facile che prevalgano i primi per svariati motivi. Si cavano tot mila tonnellate di materiali, si costruiscono tot mila metri cubi di case ed edifici, si prelevano tot mila litri di acqua, si danno tot posti di lavoro. Diversamente, al di fuori dei dati relativi alle attività alberghiere è difficile quantizzare il valore del risparmio del territorio, valore che oltre tutto, scusate il gioco di parole, non perderà mai valore.