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Aiutini chimico-medici per la salita al Monte Bianco

Orinatoi high-tech per studiare le cordate che salgono al Monte Bianco

Aiutini chimico-medici per la salita al Monte Bianco
di Patricia Jolly
(pubblicato su LeMonde.fr il 2 giugno 2016)

Patricia Jolly
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Nell’estate 2013, all’ora del vin brulé e della tartiflette o quando accendevano le lampade frontali dopo qualche ora di sonno agitato, i pretendenti alla cima del Monte Bianco 4808 m non avevano da fidarsi troppo: affissi sulla porta delle toilettes del refuge du Goûter 3845 m, nuovo di zecca, o del più vecchio refuge des Cosmiques 3615 m, degli avvisi notificavano che le urine della clientela avrebbero potuto essere prelevate.

Da giugno a settembre 2013, grazie a dei campionatori automatici, i ricercatori hanno raccolto in modo anonimo e casuale le minzioni degli alpinisti in procinto di salire al tetto dell’Europa occidentale, cima ormai diventata un prodotto di consumo turistico che vede ogni anno la salita di 25.000/35.000 persone di varia nazionalità.

I risultati di questa ricerca, dal nome Prelievo medico al Monte Bianco: studio sulla base di una raccolta automatica di campioni d’urina, sono stati pubblicati il 2 maggio 2016 dall’americana rivista scientifica Plos One.

Il refuge du Goûter. Foto: Paul Robach
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Questa inchiesta mira a rispondere alla questione che da parecchio tempo stava a cuore a Paul Robach, 46 anni, ricercatore fisiologo all’Ecole nationale de ski et d’alpinisme (ENSA) di Chamonix e guida d’alta montagna: fino a che punto gli alpinisti dilettanti, poco abituati alla quota o male acclimatati, ricorrono a sostanze mediche per migliorare le loro performance fisiche e psichiche e per difendersi dai sintomi del mal acuto di montagna che può anche degenerare in fatali edemi polmonari o cerebrali?

Ma come condurre uno studio affidabile sui praticanti un’attività amatoriale come l’alpinismo, non sottomessa a regole mediche di nessun tipo e, di conseguenza, del tutto esente da controlli antidoping?

Assistito dal dott. Pierre Bouzat, 37 anni, medico della Fédération française des clubs alpins et de montagne (FFCAM) e anestesista-rianimatore al CHU di Grenoble e all’università Grenoble Alpes, nonché dal dott. Gilles Trebes, 31 anni, un medico laureatosi con una tesi su questo argomento, Paul Robach è ricorso a un metodo davvero originale.

Con la benedizione d’un comitato etico, quello della FFCAM e della Compagnie des guides de Chamonix, con l’aiuto della Fondation Petzl che sostiene progetti d’interesse generale per la comunità della montagna e grazie alla complicità dei custodi dei rifugi e al supporto logistico d’una compagnia di elicotteri per effettuare trasporti rapidi in valle, Robach ha “truccato” gli orinatoi maschili dei rifugi Goûter e Cosmiques, le due basi più frequentate  per le principali vie di salita al Monte Bianco.

L’agenzia francese per la lotta antidoping (AFLD) e il Laboratorio antidoping di Roma della FMSI (Federazione Medico Sportiva Italiana), entrambi accreditati dalla WADA (World Anti-doping Agency) hanno in seguito effettuato le costose analisi dei liquidi.

E’ stata verificata la presenza di corticosteroidi, diuretici, sonniferi e stimolanti. Risultati: su un totale di 430 campioni analizzati, il 35,8% testimonia l’assunzione di almeno un medicinale.

Il refuge des Cosmiques
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Tra le sostanze più gettonate, i diuretici (22,7%) e i sonniferi (12,9%), ben più marginali i corticosteroidi (3,5%) e gli stimolanti (3,1%), con la notevole eccezione di tre casi d’utilizzo di cocaina.

Le due sostanze più utilizzate sono state il diuretico acetazolamide (20,6%), di solito prescritto contro il mal acuto di montagna e il sonnifero zolpidem (8,4%), un ipnotico leggero prescritto in caso d’insonnia, molto comune tra i frequentatori dei rifugi di montagna.

I ricercatori hanno anche rilevato tracce di qualche derivato da cannabis, di narcotici o di betabloccanti, ma nessun caso di assunzione anabolizzanti.

Quindi, niente casi alla Ben Johnson sulle cime innevate! L’ipotesi che siano assunte più o meno regolarmente le medicine che migliorano la performance fisica non è stata verificata da questo studio. I suoi autori hanno trovato ben poco di corticosteroidi e hanno rilevato l’assenza totale di inibitori della fosfodiesterasi di tipo 5 (meglio noti con il nome di Viagra, che permette anche di migliorare i risultati da sforzo in quota).

La conclusione è che il ricorso a sostanze medicinali per realizzare l’ascensione al Monte Bianco è frequente ma che è teso essenzialmente a prevenire i sintomi da mal acuto di montagna. “L’acclimatazione insufficiente e/o la mancanza d’esperienza d’alta quota e quindi il credere d’essere con tutta probabilità soggetti alle patologie d’altitudine spiegano il frequente ricorso all’acetazolamide sul Monte Bianco” precisano.

I ricercatori sottolineano anche che quelle raccomandazioni mediche che consigliano l’utilizzo dell’acetazolamide in caso di quota raggiunta in breve tempo incitano probabilmente certi alpinisti a ricorrervi (in qualche caso giustificati), ma si mostrano scettici quanto alla reale efficacia in caso di aumento di quota considerevole come quello imposto dalla salita al Monte Bianco. In ugual modo sono preoccupati dall’uso dei sonniferi, perché questi possono alterare la capacità d’essere vigili e perciò diminuire la sicurezza in ambiente così isolato.

Tentati dall’avventura della salita al Bianco? Sappiate che l’UIAA (Unione Internazionale delle Associazioni d’Alpinismo) raccomanda l’acclimatazione naturale alla quota. Le persone che sanno d’essere intolleranti all’altitudine e che vogliono continuare a fare alpinismo devono in tutta evidenza consultare un medico e farsi prescrivere un trattamento personalizzato.

In un’ottica d’informazione e prevenzione in campi diversi dalla montagna, gli autori dello studio di Plos One suggeriscono la progettazione e realizzazione di studi a campione e similarmente anonimi nel caso di competizioni sportive di massa come le prove di resistenza, con la disposizione di orinatoi in loco; oppure anche nelle stazioni di servizio per poter valutare l’uso di psicotropi da parte dei conducenti di veicoli. A precisa condizione naturalmente che i dati raccolti non siano usati ai fini del controllo antidoping e delle sanzioni penali.

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Sistema automatico di raccolta di campioni d’urina. ① cassonetto mobile insonorizzato con blocco puleggia; ② batteria; ③ unità di controllo, motorino e software; ④ pompa a rullo; ⑤ cappuccio; ⑥ braccio rotante; ⑦ cassetta multi-container (24 × 500 ml); ⑧ supporto insonorizzato; ⑨ sifone di passaggio; ⑩ sifone modificato; ⑪ orinatoio; ⑫ contenitore delle tavolette di sale; ⑬ pulsante per lo scarico dell’acqua; ⑭ filtro; ⑮ imbuto-setaccio (con orefizi di scolo laterale); ⑯ tubo di campionamento; ⑰ filo elettrico stagno; ⑱ rilevatore della presenza di liquido, composto da due fili isolati che penetrano di lato nell’imbuto. Le estremità dei fili (sguainati per 1 cm) sono posizionate orizzontalmente nell’imbuto (la separazione tra i fili è ≥ 1 cm). Da notare che il sistema qui descritto comporta un rischio di contaminazione tra il campione e quello precedente. Una miglioria possibile del sistema, che permetta di minimizzare il volume residuale del liquido nel tubo flessibile (e così anche i problemi di contaminazione) sarebbe di posizionare l’estremità del tubo di campionamento ⑯ nell’imbuto ⑮ mantenendo ascendente per tutta la sua lunghezza la linea di campionamento grazie a un buco laterale nella parte superiore del condotto di evacuazione. Questa modifica non è stata tuttavia possibile nel corso del periodo di campionamento per ragioni tecniche.

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