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Alpinismo e dramma

Alpinismo e dramma
Il Monviso è il luogo di nascita del Club Alpino Italiano. Il 1863 è assai lontano e proprio per questo il sodalizio che fu fondato un po’ prima e un po’ dopo altri nel mondo si è prestato a un’evoluzione continua che oggi è ben lungi dall’essere conclusa. La salita che Quintino Sella e amici realizzarono alla vetta del Monviso (prima ascensione italiana) fece da catalizzatore a un’idea ormai giunta a maturazione. Nella visione del politico Sella appariva chiaro quanto le montagne e le imprese necessarie a salirle fossero nobile espressione di un popolo alla ricerca di un’unità spirituale e geografica. Con la fondazione del CAI la catena alpina diventava simbolo di unità di intenti e l’alpinismo ne diventava il cemento. L’associazione ebbe subito grande fortuna e seguì le trasformazioni che la società e l’alpinismo ebbero in quasi un secolo e mezzo. Il costituirsi di una società di alpinisti è parte integrante della drammaturgia del fenomeno alpinismo, così come una grande compagnia teatrale promuove e realizza grandi rappresentazioni.

Credo che vi sia un comune cammino di alpinismo e teatro. Proprio sopra la paciosa ed efficiente Grindelwald è posta quella terribile parete nord dell’Eiger. La “parete assassina” è vicina alla Kleine Scheidegg, uno dei luoghi più turistici al mondo, quindi può essere osservata con potenti binocoli. Qualunque dramma si svolga sui suoi 1800 metri di dislivello, con i minimi particolari, può essere divorato da occhi avidi di emozioni. A meno che una cortina di nubi e di nebbie, o una bufera, non chiudano ogni visuale, una pietà che la natura ha e l’uomo no.

La voglia di competizione con i propri simili o con se stessi è parte altamente trascinante e determinante di qualunque risultato in un’azione sportiva. L’alpinismo diventa sport quando le regole lo soverchiano, quando il mistero si allontana. E uno sport probabilmente non è neppure considerato tale se non è inserito in una qualche serie di competizioni organizzate.

La competizione è dramma, dramma umano e quindi teatrale. Un atleta piace e ha successo non solo perché abbastanza spesso vince e ottiene risultati. Piace soprattutto quando la qualità e l’intensità della sua esperienza umana superano quella dei suoi concorrenti, quando vince a dispetto dei pronostici, delle condizioni sfavorevoli, delle avversità o degli incidenti subiti in passato. Il caso di Marco Pantani è veramente significativo di ciò che voglio dire: vincere Tour e Giro nello stesso anno quando solo due anni prima molti lo davano per spacciato va oltre la prestazione atletica e innalza a evento altamente drammatico ciò che normalmente sarebbe considerata solo una semplice vittoria. Pantani così non è solo “il più forte” ma è anche il più simpatico, il più gradito, il più baciato dal successo con il favore dei tifosi e non solo di essi.

Giro d’Italia 1998, Marco Pantani vince la 14a tappa Schio – Piancavallo. BettiniPhoto©2011
Giro d'Italia 1998 - 14a tappa Schio - Piancavallo - Marco Pantani (Mercatone Uno) - BettiniPhoto©2011

All’inizio l’alpinismo era assimilabile alle altre attività di esplorazione del nostro pianeta e pertanto la grande componente avventurosa di ogni “viaggio” ne giustificava da sola, anche senza l’aiuto dell’innegabile voglia di giungere “prima di altri”, la grande drammaticità.

Il dissidio romantico tra Io e Natura è sempre stato alla base di ogni motivazione alpinistica. Un dissidio che, se in assenza del mistero a cui tende, si sviluppa e si manifesta nelle più varie forme di competizione dall’intrinseca drammaticità.

Prova ne sia il fatto che, da una trentina d’anni ad oggi, si sono affermate le competizioni di arrampicata. Queste gare si svolgono oggi prevalentemente su terreno sintetico perché, al di là delle comunque valide motivazioni per preservare intatto un terreno naturale, la parete artificiale offre garanzie ben più sicure sull’effettiva uguaglianza per tutti gli atleti del terreno di gara, reso così inalterabile dai successivi passaggi. Un po’ quello che è successo con l’ormai affermato uso, in occasione di competizioni, dell’innevamento programmato per le piste da sci alpino o nordico. Lo spettacolo, ed in ogni caso la parità di condizioni, sono assicurati e garantiscono così un risultato degno di fede e ligio ad alcune regole ben precise.

L’evento alpinistico, la performance, si svolgevano in un ambiente naturale ricco di fascino e di mistero. I protagonisti erano spesso ribelli alle regole della vita normale, un po’ bizzarri, come gli attori.

Quanto l’alpinismo di un tempo non aveva alcuna regola, tanto oggi sia le gare di arrampicata, sia l’arrampicata stessa praticata tutti i giorni dagli appassionati, e perfino l’alpinismo moderno, contemplano una grande quantità di regole che, anche se non sono scritte, sono alla base dell’accettazione altrui. Il protagonista ha bisogno dell’accettazione di un pubblico e per garantirsela obbedisce alle regole. Talvolta le “supera”, oppure le aggira, oppure le ignora. In ogni caso, così facendo, si pone contro l’opinione del pubblico e degli esperti, provoca quindi una polemica che, proprio per l’esito incerto che questa può alla fine avere, favorevole a lui o no, contribuisce ulteriormente al rafforzamento di quella dimensione drammaturgica dello sport che stiamo cercando di dimostrare. L’eccesso di regole uccide la creatività ma non il drama.

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Lo svanire del mistero ha come diretta conseguenza che l’azione in montagna, anche se non più mediatizzata come fino a poco più di una ventina d’anni fa, mostra maggiormente un suo aspetto comunque peculiare: l’essere fatta apposta per strutturare lo svolgersi di un dramma nel quale la tensione di fondo è data dal pericolo di morte.

Ben colgono ciò i media, allorché pur avendo rinunciato da tempo a un’informazione seria in questo campo, non perdono occasione di sparare titoli di tragedia ogni qual volta la morte colpisce un certo numero di protagonisti.

La suspense sul pericolo di morte è dunque una variabile di grande importanza ed è una variante semplicistica ma efficace delle grandi tensioni di sentimento che sono alla base del teatro.

Oggi il coraggio non è più tanto di moda, perfino le istituzioni che prima ne facevano un must culturale, lo celebrano meno di un tempo. Siamo ben distanti dalle fascinose copertine della Domenica del Corriere. Ma la morte ha conservato tutto il suo fascino, a volte morboso a volte meno. Il pericolo di morte è sempre importante in fondo ai nostri cuori e l’alpinismo è uno dei mezzi a portata di mano per subirne il fascino, non importa che si sia attori o spettatori. La figura del gladiatore, in un modo o nell’altro, ci rende ancora partecipi, quindi coralmente assisi a uno spettacolo più o meno teatrale.

Ed è proprio il riconoscimento di questo pericolo di morte che mi consente l’ultima osservazione. Il non aver raggiunto, tramite le ascensioni vissute o raccontate, le più alte forme d’arte riconosciute, come invece il teatro ha fatto, ha sicuramente molte ragioni ma io vedo come più importante quell’assenza di mistero tangibile che oggi contraddistingue il nostro vivere. La nostra autocensura, come dicevo prima, crisi se volete, la nostra reticenza a raccontare ciò che veramente si agita dentro di noi, contribuirà a dilatare le dimensioni del mistero di cui tutti abbiamo tanto bisogno. Ma perché l’autocensura è così sensibile solo nell’alpinismo? Forse perché l’alpinismo non è il teatro recitato, è veramente il teatro vissuto sul palcoscenico dell’universo, dove la morte è vera, non finta, e dove il mistero della vita è l’unico senso che conta.

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