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Alpinismo invernale 1

Alpinismo invernale 1 (1-2)

D’inverno ci sono il freddo e le giornate corte. È essenziale essere veloci nell’azione, anche perché la permanenza in parete non è conforte­vole neppure quando il tempo è bello. D’inverno bisogna essere decisi, determinati e non perdere un minuto. Il risparmio di tempo non si fa solo durante la salita, ma anche prima di aver raggiunto la base della parete. Già a casa bisogna pianificare in modo da poter disporre del necessario ed avere i pesi ridotti al minimo. Occorre studiare la via di salita sulle guide, co­noscere eventuali altri itinerari sulla stessa parete. In salita, nelle marce di approccio o in discesa, un volo o una scivolata d’inverno possono essere drammatici. Si è sempre lon­tani da luoghi abitati: si deve accettare una maggior quantità di rischi e di fatiche.

Thomas Stuart Kennedy
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Il «misto» è quel terreno ove si trovano roccia e ghiaccio assieme, in diverse proporzioni. Il terreno misto è quello delle grandi pareti delle Alpi Occidentali e d’inverno lo si trova ovunque.

Sul misto si deve essere in grado di usare le tecniche di roccia, neve e ghiaccio e spesso di ibridarle fra loro. Ad esempio si dovrà su­perare passaggi su roccia pura calzando i ramponi. Il terreno misto è un calderone di difficoltà e situazioni diverse. Per questo, a detta di molti, è il tipo di salita più appassionante e bello. Per contro, spesso l’arrampicata su misto si svolge in condizioni di sicu­rezza molto marginali. La neve e il ghiaccio coprono le rocce di cui affiorano magari solo tratti lisci e compatti e lo spessore della materia glaciale può essere troppo sottile per accettare chiodi da ghiaccio. Ci sono lunghi tratti con poche possibilità di protezione, magari con difficoltà rilevanti. Per questo motivo, oltre a un buon allenamento, è necessaria concentrazione con un autocontrollo a prova di bomba.

Il Faulhorn
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A volte proprio le rocce affioranti offrono appigli per superare tratti di ghiac­cio sottilissimo e viceversa delle colate di ghiaccio permettono di passare su placche altri­menti insuperabili.

Non si sa chi sia stato il primo ad affrontare le Alpi d’inverno. Per motivi commerciali, bellici o migratori, certamente le genti che risiedevano ai piedi della montagna nei tempi remoti sfidavano i rigori dell’inverno: Tito Livio e Polibio scrissero che al loro tempo l’interesse era limitato ad alcuni valichi e alpeggi. E non certo alle cime: il culmine, allora, era la sella, dove l’uomo poteva ancora sopravvivere. «Fra quelle aspre cime solo l’inverno orrido ha la sua perpetua dimora», scriveva Silvio Italico nelle sue Puniche. Tacito racconta che, per ordine di Vitellio, nei primi giorni d’aprile del 69 d.C. Cecina «dirige le truppe legionarie e i pesanti carriaggi sulla via del Pennino, attraverso le Alpi ancora invernali».

E, nell’Annuario Marcellino, si può leggere la descrizione del passaggio del Monginevro: «D’inverno, col terreno coperto da una crosta gelata che è tanto levigata quanto labile, il passo muta in scivolata e sdrucciolata ed i precipizi, solo nascosti da un sottile ma perfido strato di ghiaccio, non di rado si schiudono ed inghiottono i viandanti. Per tal ragione, coloro i quali conoscono i luoghi, segnano i passaggi meno pericolosi con stanghe di legno sporgenti (dalla neve), affinché la loro serie conduca senza pericolo il viaggiatore; ma se queste sono invisibili perché coperte dalla neve dopo essere state abbattute dai rivi montani che precipitano, si può soltanto far la strada con l’aiuto di un contadino, e con grande difficoltà». Questi spostamenti erano però dovuti a necessità, non a stimoli sportivi o avventurosi.

Antonio Castagneri
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Perciò il primo uomo che abbia salito solo per il suo diletto una montagna d’inverno è Dante Alighieri, che nel 1311 salì ai 1500 metri del Prato del Saglio con una passeggiata solitaria. Nel 1832 il professor Hugi, svizzero, salì l’erbosa vetta del Faulhorn, ma pare che il suo intento fosse scientifico: così ufficialmente la storia considera il vero inizio dell’alpinismo invernale il gennaio 1847, quando tal Simony raggiunse per ben quattro volte la difficile vetta del Dachstein, nelle Prealpi di Salisburgo. Sei anni più tardi, il sacerdote austriaco Franz Francisci salì il Klein Glockner. Sono questi episodi isolati, condotti da uomini che nulla sapevano dell’esempio altrui. Questo alpinismo invernale ai primordi dimostra che la necessità dell’uomo di percorrere nuovi spazi era indipendente dall’esperienza estiva: della stagione fredda attirava l’assoluta solitudine e in definitiva l’esperienza mistica.

L’inglese Thomas Stuart Kennedy nel 1862, tre anni prima che Whymper lo vincesse, osò tentare il Cervino in piena stagione invernale, sperando che il freddo e il ghiaccio trattenessero i sassi e le pericolose frane. Ma il suo tentativo non andò molto lontano.

Horace Walker
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Il primo italiano ad avventurarsi nei freddi silenzi dell’inverno alpino fu Antonio Laurent, geometra valdostano, che il 10 gennaio 1864 salì la Testa Grigia, proprio di fronte al Monte Rosa. A lungo però questa ascensione rimase pressoché sconosciuta, tanto che per molti anni l’inizio dell’alpinismo invernale italiano fu datato con la salita di Luigi Vaccarone ed Alessandro Emilio Martelli con la guida Antonio Castagneri all’Uja di Mondrone (Alpi Graie) nel 1874.

Nell’Oberland Bernese, gli inglesi Adolphus Warburton Moore e Horace Walker salirono nel 1867 la sella ghiacciata del Finsteraarhornjoch, ed è curioso riferire che durante il loro viaggio di ritorno in Gran Bretagna un albergatore di Berna li salutò come avanguardia di una moltitudine di turisti invernali! E difatti cominciò la vera e propria corsa a salire tutte le vette delle Alpi.

Adolphus Warburton Moore
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Gli alpinisti che più si distinsero in quell’esplorazione furono inglesi, svizzeri e tedeschi: ma anche tra gli italiani, oltre ai già ricordati Martelli e Vaccarone, spiccò la figura di Vittorio Sella, cui si deve attribuire la prima salita invernale del Cervino (1882) ma anche (tra il 1883 e il 1888) le salite alla Punta Dufour del Monte Rosa, al Gran Paradiso, ai Lyskamm, alla Marmolada e a molte altre cime. Ancora inglese è la conquista del re delle Alpi, il Monte Bianco: miss Mary Isabella Straton lo salì con le sue guide di Chamonix nel 1876, esattamente 90 anni dopo la prima salita di Balmat e Paccard.

 

 

 

 

 

La famiglia Walker. Melchior Anderegg (in piedi, quarto da sinistra), Horace Walker (seduto, terzo da sinistra), Lucy Walker (in piedi, terza da sinistra) e Adolphus Warburton Moore (seduto, secondo da destra)
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