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Alpinismo invernale 2

Alpinismo invernale 2 (2-2)

Soltanto nel 1881 e 1882 iniziò l’esplorazione invernale delle vette dolomitiche. Queste in presenza di neve mutano profondamente il loro aspetto, quindi incutevano ancora più soggezione dei colossi occidentali dove, al contrario, neve e ghiaccio sono presenti anche d’estate. A sottolineare che la spinta alla conquista veniva soprattutto da ovest basta dire che il Cervino fu salito nel 1882 da Vittorio Sella con i Carrel, mentre la Cima Grande di Lavaredo (1892), le Tofane (1893) e il Cimon della Pala (1895) vennero assai dopo. In ogni caso per la fine del secolo si poteva considerare concluso il primo periodo, quello della conquista delle vette. Era il momento di qualcosa di nuovo, di qualcosa che avrebbe trasformato completamente il concetto di salita invernale: lo scialpinismo.

Mentre i Sella compivano la traversata del Monte Bianco (con ciò affrontando per primi l’idea di salire una montagna d’inverno per un itinerario diverso dalla via normale), nel 1893 nasceva a Glarona il primo Ski Club, i cui aderenti si spinsero sulle cime con gli sci ai piedi: William Paulcke fu tra i primi in questa attività. Il maggiore esponente dello scialpinismo fu lo svizzero Marcel Kurz, l’attività esplorativa del quale fu eccezionale. Ma soprattutto il suo libro, L’alpinismo invernale, indicò la strada ad una moltitudine che conquistò praticamente tutte le cime minori delle Alpi e riconquistò quelle maggiori con una tecnica differente. Ciò che appariva chiaro era che l’alpinismo invernale non era più disciplina per pochi pazzi: utilizzando un mezzo veloce come lo sci anche i molti potevano apprezzare le caratteristiche buone dell’inverno, e cioè il fascino della solitudine, il tepore del sole sulla neve, evitando la fatica bestiale dello sprofondare nella neve. Il dopo Kurz fu segnato da un arresto della spinta esplorativa dello scialpinismo: la strada era aperta, ora si privilegiava la salita agli itinerari più remunerativi dal punto di vista del divertimento e soprattutto della bella discesa. Occorre attendere l’inizio dello sci estremo, e quindi Sylvain Saudan (12 giugno 1968, discesa con gli sci del Couloir Whymper all’Aiguille Verte), per registrare un’ulteriore spinta evolutiva.

Marcel Kurz
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La «più difficile vetta delle Alpi», il Grépon delle Aiguilles de Chamonix fu salita nel 1922, mentre Giusto Gervasutti salì da solo il Cervino il giorno di Natale del 1936. Queste sono le più grandi imprese del periodo tra le due guerre, a parte l’eccezione della parete nord della Cima Grande di Lavaredo. In quel periodo, l’epoca d’oro del sesto grado, gli alpinisti erano tesi al superamento del sempre più difficile, fino al sesto grado superiore. Anche sulle Alpi Occidentali, i tentativi di salire i tre ultimi problemi delle Alpi (Nord dell’Eiger, Nord del Cervino e Nord delle Grandes Jorasses) avevano assorbito tutte le attenzioni.

Ma la cosa più incredibile (almeno in prima osservazione) fu che, nell’evoluzione dell’alpinismo invernale, si saltarono a piè pari tutte le grandi pareti di IV e V grado e si passò direttamente al superamento del sesto grado sulla Nord della Grande di Lavaredo: ma questo ha un senso logico, se si pensa che sulla pendenza classica da IV o V grado d’inverno la neve si ferma e muta radicalmente le difficoltà di superamento; sul sesto grado invece è più facile, data la più netta verticalità, trovare assenza di neve e di ghiaccio. E questo spiega anche come l’ultima salita di sesto grado ad essere salita d’inverno fu la parete nord-est del Pizzo Badile, una levigata placca di granito tutt’altro che verticale e quindi ammantata totalmente di neve e ghiaccio ripidissimo.

Fritz Kasparek (che nello stesso anno vincerà la parete nord dell’Eiger) e Sepp Brunhuber il 20 e 21 marzo 1938 salirono la via Comici-Dimai alla parete nord della Cima Grande di Lavaredo, un itinerario aperto solo cinque anni prima! Così, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, si aprivano le porte alla conquista invernale di tutte le pareti. Infatti, negli anni ’50 gli alpinisti delle nuove generazioni diedero all’alpinismo invernale una nuova dimensione, elevandolo alla pari di quello estivo in dignità per il maggiore impegno tecnico richiesto. Accanto all’avventura integrale, salire le pareti d’inverno volle dire campo di ricerca per nuovi materiali ed attrezzature. Corde di nylon, indumenti imbottiti di piumino, cibi concentrati o liofilizzati significarono poter affrontare i rigori del freddo e un numero di bivacchi sempre maggiore con relativa tranquillità. La salita invernale divenne la tipica impresa in cui la programmazione doveva essere assai accurata, senza che nulla fosse lasciato al caso; divenne anche banco di prova per le conquiste extraeuropee alle montagne di ottomila metri.

Nel 1950 l’austriaco Hermann Buhl realizzò assieme a Kuno Rainer la prima invernale su una delle più difficili vie delle Dolomiti, la Soldà alla parete sud-ovest della Marmolada, con caratteristiche ben diverse dal muro verticale della Grande di Lavaredo: sulla Soldà regnavano i camini e i diedri, d’inverno intasati di neve e di ghiaccio traslucido.

La prima grande impresa sulle Alpi Occidentali è del 1957, anno in cui i fortissimi Jean Couzy e René Desmaison vincono la parete ovest del Petit Dru lungo la via Magnone. Nel 1961 è la volta della mitica parete nord dell’Eiger, grazie a Toni Kinshofer, Anderl Mannhardt, Walter Almberger e Toni Hiebeler. Nel 1963 in sei giorni Walter Bonatti e Cosimo Zappelli salgono la via Cassin alla parete nord delle Grandes Jorasses, in puro stile alpino, senza preparazione precedente, senza corde fisse e in condizioni ambientali durissime.

Il versante nord-ovest del gruppo del Civetta in versione invernale
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Nell’inverno 1965 lo stesso Bonatti apre da solo e d’inverno un nuovo itinerario sulla parete nord del Cervino: un’impresa veramente epica. Nelle Dolomiti il grande problema era rappresentato dalla via Solleder alla parete nord-ovest del Monte Civetta: sempre nel 1963 lo risolvono brillantemente Ignazio Piussi, Giorgio Redaelli e Toni Hiebeler.

Nel 1966 e 1967/68 è infine la volta della Direttissima dell’Eiger e della parete nord-est del Pizzo Badile. Con ciò non è scritta la parola fine all’esplorazione invernale delle pareti alpine, ma molto ci si è avvicinati.

All’inizio degli anni ’80 si è verificata un’inversione della tendenza climatica. Si sono avuti inverni freddi ma assai poco nevosi. Oggi si hanno inverni che sono più regolari rispetto ad un tempo per ciò che riguarda la quantità totale di neve caduta ma che sono in media più caldi. Ciò, oltre ad influenzare l’andamento dei ghiacciai, ha cambiato anche le tendenze alpinistiche. Le invernali non sono più di moda. Molti salgono cascate di ghiaccio difficilissime, molti altri si avventurano d’inverno su pareti altrettanto difficili ma tendenzialmente esposte al sole. Pochi ripercorrono gli itinerari delle più classiche invernali di un tempo, considerandoli giustamente «acquisiti»: e ancora è troppo presto per pensare che i grandi itinerari invernali siano alla portata di tutti! Però, la precisione delle odierne previsioni del tempo su dati da satellite, l’affidabilità del vestiario, l’evoluzione del materiale e del cibo necessari sono oggi ad un punto tale che possiamo dirci ad un passo dalla maggiore popolarità dell’alpinismo invernale. Favorita anche dalle mutazioni climatiche del nuovo secolo, che per alcuni itinerari costringono a una salita primaverile, se non proprio invernale.

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