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Amore per l’imprevisto

Amore per l’imprevisto

Le scuole, i corsi, l’insegnamento rimangono un segmento importante nella formazione dell’alpinista, anche se si sa benissimo che oggi i filmini messi in rete tramite facebook o altri social costituiscono, nel bene e nel male, una forma di apprendimento che è completamente diversa da quella classica del maestro/allievo.

Però si mostra una qualche impresa fenomenale senza dire (o al massimo accennando appena) che dietro a quell’exploit ci sono anni e anni di duro lavoro: non si viene a sapere nulla di tutti i preparativi e gli allenamenti.

Questo peraltro è nella logica di qualunque spettacolo, artistico o meno. L’esibizione non è mai accompagnata da ragguagli su come ci si è arrivati. Qual è il compositore che ha mai spiegato quanto tempo e quanta fatica gli sono serviti prima di arrivare alla versione finale della sua opera? Ma neppure Bach o Beethoven…

Ma, al contrario che a teatro, o leggendo un libro o contemplando un’opera d’arte, guardando il filmino su facebook il messaggio che passa è che tutto è facile, alla portata di tutti: e questo è veramente pericoloso.

Però è abbastanza inutile condannare questo fenomeno: non possiamo far altro che avvertire “attenzione… queste cose non sono per tutti”.

Una sosta con catena
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Ciò che ci dovrebbe incoraggiare è il pensiero che, in ambito insegnamento, tutto è sempre perfettibile. Oggi, a mio parere, l’insegnamento soffre del fatto che non si stacca quasi mai da quello che è un discorso estremamente tecnico. Vorrei ricordare che l’andare in montagna non è una procedura, non deve diventare una procedura, non è come per i piloti di aereo quando si siedono in cabina con il vice pilota e hanno 850 levette e bottoncini da azionare o controllare uno per uno con la procedura: e solo dopo si può iniziare la manovra di decollo!

In alpinismo non è così, se diventasse una cosa di quel genere davvero non sarei più contento di essere alpinista, questo è poco ma sicuro. Quindi attenzione alle procedure elementari e alle procedure semplici, e basta!

Sto esagerando per farmi capire, non sto dicendo che nelle attuali scuole l’orientamento sia esclusivamente quello, né mi batto perché i particolari tecnici non vengano divulgati. Chiedo solo attenzione a non fare diventare una procedura quello che è l’apprendimento o che è anche l’attività. Darei minor peso di quanto attualmente hanno alle manovre, ai nodi, alle procedure, ecc., nel senso che priverei questi argomenti dell’ossessività con cui vengono insegnati, quasi fossero loro l’essenza dell’andare in montagna.

Darei invece più rilievo e rispetto all’imprevisto, quell’evento inatteso che è dietro la visuale di qualunque sport d’avventura e di pericolo. Ci deve essere amore per l’imprevisto: cioè non rifuggirlo, ma essere sereni in sua presenza, non per soffrire come masochisti o godere come gli adrenalinici, ma perché ciò che “capita” alla fine è solo quel qualcosa che non ci aspettavamo ma al quale però, tutto sommato, siamo stati noi stessi ad andare incontro.

Eravamo su quella strada, scelta da noi. L’imprevisto non è per definizione un nostro nemico, come un temporale non è solo dannoso!

L’imprevisto può essere positivo e può essere negativo, “il male non viene sempre per nuocere”.

Una sosta (in questo caso non certo ottimale) con clessidre
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Allora coltiviamo questo sentire, portiamo gli allievi sul sentiero dove ci si può veramente perdere, facciamoli perdere, facciamogli fare le soste non in falesie dove è tutto attrezzato, con chiodi già fissi, con le catene, dove si impara meccanicamente la manovra… facciamogli fare manovre anche differenti, inventiamo le soste con i chiodi e il martello… o anche senza chiodi. Chi è che oggi va in giro col martello? Solo chi vuol fare prime ascensioni, direte voi.

Ma allora portiamoci dietro almeno i friend, i nut, i cordini, inventiamoci le soste e facciamole bene naturalmente: perché così impariamo a fare le corde doppie dove non c’è nulla, impariamo a fare le sicurezze dove non c’è nulla, impariamo a perderci e impariamo a tirarcene fuori.

Questo è l’imprevisto, questo è l’inatteso che dà sale alla nostra esperienza. Il resto va benissimo e dev’essere insegnato.

Io non ho quella grossa esperienza di insegnamento che invece hanno gli istruttori o le guide, che hanno fatto i corsi… non parliamo delle guide istruttori: perciò ho molto rispetto, anzi ho ammirazione per quelli che sanno insegnare bene.

Però insegnare bene significa far provare delle emozioni e queste le provochi e le alimenti con qualcosa che necessariamente è imprevisto. Far dire emotivamente agli allievi “guarda questa persona, è stupenda… guarda che bravo è ad insegnare” è facile: basta far affrontare loro eventi che non si aspettavano.

Ecco, l’unione di tecnica e amore per l’imprevisto è il vero insegnamento, perché è sempre l’azione che insegna, le parole e gli esempi insegnano meno che i fatti.

E, a sottolineare questo concetto, godetevi questo breve video. Un filmato che ogni scialpinista dovrebbe guardare con molta attenzione.

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