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Appennino su e giù

Appennino su e giù
(dal mio diario, ottobre 1961)
Il 1° ottobre 1961 inizio al Gian Domenico Cassini (appena costruito) la prima liceo scientifico, senza poter fare ginnastica per tutto l’anno perché la palestra non è ancora pronta.

Il 23 aprile 1961 mi decido a salire per la prima volta sul Monte Fasce. Questo è il monte di Genova, sul quale almeno una volta vanno quasi tutti. Per me è un disonore non averlo ancora fatto, così convinco mia mamma ad accompagnarmi.

Preso l’autobus 87 fino ad Apparizione, c’incamminiamo per la carrozzabile e le scorciatoie verso la Trattoria del Liberale. Qui sostiamo un poco, poi incomincio la scarpinata da solo fino agli 834 m della cima. Il panorama sarebbe bello se non ci fosse foschia. In vetta salgo sulla croce gigantesca, assieme ad altri ragazzi che sono lì.

La vetta del Monte Fasce, molti anni prima che fosse invasa da antenne e ripetitori
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Facendo i compiti con l’amico Luigi Sciabà, siciliano, decidiamo di salire al Monte Becco. Si aggiungono Renato Giannattasio e Marco Ghiglione. Dapprima non ne sono molto contento, poi però lo ringrazierò di avermi fatto conoscere Marco: per tutta la gita, con lui un accordo formidabile!

Il 30 aprile 1961, partiti con l’87 alle 6.45, saliamo a tempo di record sul Monte Fasce. Proseguiamo il cammino per delle stradine militari, fino alla fonte fissata per lo spuntino. Qui mangiamo come dei porci. Dopo un po’ d’esercitazione con i coltelli, ripartiamo. Il gruppo si divide, Luigi deve stare con Renato, un po’ affaticato. Infatti sul Monte Becco 894 m saliamo solo Marco e io, mentre gli altri vanno direttamente all’Osteria del Becco.

L’esercitazione di lancio con il coltello prima del Monte Becco
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Dopo un altro “spuntino” facciamo a botte per gioco, che consiste nel dividersi in due squadre. Con la prima che difende una borraccia in cima a un pendio erboso e l’altra che deve conquistarla.

Ci divertiamo moltissimo, ruzzoloni a non finire, anche se usciamo dalla lotta così conciati: io ho il mio berretto tutto sporco, giacché uno per rappresaglia ci si è asciugato il naso; Marco ha i pantaloni stracciati, Luigi contusioni varie e Renato graffi ovunque.

Nel ritorno, Marco e io ci mettiamo in testa di arrivare alla croce del Monte Fasce entro le 16.30. Dopo aver avvertito Renato e Luigi, cominciamo una marcia selvaggia. Il tempo però passa e ci stiamo convincendo di non farcela. Ogni dieci secondi guardo l’orologio e galoppiamo sempre di più. Quando siamo a un minuto, ci mettiamo a correre; al mezzo minuto corriamo allo stremo. Dieci secondi, cinque… zero. Non siamo distanti, ma non ce la facciamo. Mi butto a terra affranto, mentre Marco preferisce sbuffare come un mantice stando in piedi, mezzo chino. Ma quando anche lui guarda l’orologio, scatta come una saetta, urlandomi che il suo orologio non segna ancora le 16.30!
Allora scatto anch’io e arriviamo a toccare la croce con un secondo di vantaggio. Dopo di che ci sbattiamo per terra ad aspettare gli altri che arrivano dopo venti minuti, diciamo stanchi. Giù un altro spuntino. Poi scendiamo. L’accordo con Marco è quello di fare qualcos’altro, nei prossimi giorni.

Marco c’era già stato, così decidiamo di salire alla Carrega del Diavolo. Per un altro itinerario, però. Il 14 maggio 1961 partiamo col treno da Principe. Chiacchierando mi dice di essere scout, del reparto di Rivarolo. Gli dico che quell’associazione mi è sempre piaciuta ma, per un motivo o per l’altro, non ho mai chiesto di entrarvi. Ci mettiamo dunque a parlare dell’ASCI (associazione scoutistica cattolici italiani) e mi convinco a entrare nella sua squadriglia. Mi parla dei suoi “scagnozzi”, perché lui è il capo della squadriglia dei Castori.

A Busalla scendiamo, passiamo lo Scrivia e attraversiamo i campi per andare sulla carrozzabile che porta alla Cappella della Bastia. Fa un caldo abbastanza elevato, Marco suda più di me perché nello zaino porta una tenda che dovremmo piantare per vedere se può andare bene per una gita di due giorni che abbiamo intenzione di fare. Ci scambiamo gli zaini. In 45 minuti arriviamo al Santuario, molto bello e dominato da una roccia suggestiva. Studiamo la carta, poi scendiamo al Passo del Falco e da lì continuiamo per un sentiero poco segnato. Per un po’ riusciamo a non perderlo, ma poi lo perdiamo di brutto. Allora comincia una marcia brutale verso l’alto, in mezzo alle vipere (Marco ne vede tre). Saliamo per un terreno brutto, infido, pieno di sterpi e di rovi, talvolta su placche di “puddinga”, un tipo di roccia a conglomerato che si sgretola facilmente, specialmente quando sei in un punto un po’ esposto.

La Carrega del Diavolo
AppenninoSueGiu-001 - Carrega del Diavolo e mare di nebbia

Finalmente ritroviamo il sentiero e non lo abbandoniamo più. In una radura ci fermiamo a mangiare. Cuociamo la pastasciutta e dato che sul fornello a spirito pare non venga mai bene, la mangiamo com’è, diciamo “al dente”. Dopo è la volta di pollo arrosto, frutta sciroppata, marmellata, ecc.

Finalmente ci decidiamo ad andarcene da lì e andiamo verso la Carrega. Questa è proprio a forma di carrega, cioè “sedia” in genovese. Saliamo in cima a 957 m. Ci guardiamo in giro con i binocoli, scaliamo qualche piccola paretina, poi scendiamo per sfasciumi verso il sentiero per Semino. Dobbiamo scendere per un canale franoso, Marco è dietro con il suo zaino pesante. Lui scende cauto, ma poi inciampa e comincia letteralmente a volare. Fortuna che è pronto ad afferrarsi a uno spuntone di roccia, così se la cava solo con qualche ammaccatura. Questo incidente mi rimarrà impresso, è il primo cui assisto.

La marcia per Busalla è estrema, alla caccia di un treno che sentiamo perderemo. Cosa che capita regolarmente. Costretti ad aspettare 90 minuti, parliamo ancora di scout. La mia adesione è cosa praticamente fatta.

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Dopo un tentativo con Luigi Sciabà al Monte Proi, iniziato troppo tardi nella giornata, è ormai tempo di fine della scuola. Io sono promosso con una media superiore agli 8/10, Luigi rimandato in italiano, latino e matematica, Marco rimandato in disegno e matematica.

Mi dedico al progetto di battere il mio record di altezza, dopo lunga ricerca individuo il Rocciamelone 3538 m. Piccolo particolare: bisogna camminare da Susa per nove ore, così dice la guida del TCI. Tento di accordarmi per settembre, con Marco e Luigi, ma senza esito.

Le cime della Biurca e Carrega del Diavolo da sud
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