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Arte e Alpinismo 2

Arte e Alpinismo Parte 2
Conversazione con Michele Fanni, Milano, lunedì 24 novembre 2014
continuazione da http://www.alessandrogogna.com/2015/04/29/arte-e-alpinismo-1/

Quanto un alpinista viene informato da ciò che lo circonda e quanto è lui stesso ad informare il reale?
Beh, a questa domanda ti posso rispondere facilmente dicendoti che ognuno ha il suo modo… di interagire. Non voglio negare che anche nel mood competitivo non ci possa essere alcuno scambio. Questo sarebbe forse eccessivo, sarebbe spingersi troppo in là nel giudizio. Però dove non c’è competizione, dove c’è soltanto il rapporto individuo – ambiente, allora lì c’è veramente la… creatività, ci sono le possibilità perché si crei qualche cosa di molto bello.

Foto: David Munilla
Arte-Alpinismo-2-Munilla C.MA.28Si può sentire su una via il carattere di chi l’ha aperta, come una sorta di genius loci? Se sì, in che forma si avverte?
Sì, sì! Si può sentire! Come ci sono gli esperti d’arte, cioè quelli che esaminando un quadro ti dicono: «questo è opera di Tiziano, o se no, è uno della scuola del Tiziano». Vedono delle cose che noi umani non vediamo. Per esempio, un esperto di vini ti dice: «questo viene da un’uva che è esposta a nord, su un terreno calcareo…», ti informa di una tale quantità di caratteristiche… Esperti così ci sono, gente in grado di capire chi ha fatto cosa… Tele che magari riemergono dopo duecento anni dalle cantine, è successo anche questo: «Oh, santi numi! Ma qui siamo di fronte a un…!». Poi ci sono le prove, i tasselli mancanti. Per altri oggetti c’è il carbonio 14, una stima, il secolo almeno. C’è gente che vede la manina dell’autore, la vede, la riconosce. E allora perché non accettare che anche nelle vie tu possa riconoscere una firma, un modo di procedere… Io dico di sì. Lo vedi soprattutto nelle grandi opere d’arte di alpinismo. Certo che noi siamo facilitati, perché le vie hanno una loro storia e questa tu un po’ la sai, quindi non è proprio tutta abilità il vedere la mano del creatore. Cioè, se arrivasse uno da Marte e tu gli facessi fare dell’alpinismo, questo si appassionasse e dicesse: «Ah, questa l’ha fatta Cassin!». Allora sì che sarebbe uno bravo a riconoscere il timbro, la firma dell’autore, ma noi non siamo così. Noi comunque abbiamo studiato, abbiamo letto… La via di Hermann Buhl al Piz Ciavazes, adesso sto inventando, o la via Gervasutti-Boccalatte al Pic Gugliermina, hanno sicuramente un loro imprinting. Un bellissimo articolo di Heinz Grill paragonava Guido Soldà a Hias Rebitsch, non so se l’hai letto… Se non l’hai letto devi leggerlo! Grill dice: «Questo è Soldà e questo è Rebitstch, perché a.,b., c., d….» e snocciola un sacco di differenze, anche culturali, anche legate alla tipologia di queste due persone, che sono ovviamente due individui assai differenti, che facevano cose diverse; addirittura uno italiano e l’altro tirolese. Più imprinting di così…

Gaston Rébuffat
Arte-alpinismo-2-rebuffatGaston Rébuffat sostiene che avendo vissuto prevalentemente tra la linea orizzontale del mare e la linea verticale delle pareti, il suo modo di prendere decisioni, agire, arrangiare la vita di tutti i giorni sia stato estremamente segnato da queste due direttrici di senso. Quanto l’esperienza della verticalità influenza il vivere quotidiano?
Non c’è dubbio! Insomma tu non puoi andare con lo zoppo e poi non zoppicare… almeno un po’, zoppichi anche tu… Se vai in montagna prima o poi dei risultati ci sono. Risultati su te stesso e sul mondo in cui vivi. Te li porti dietro. Che poi si parli di verticale, di strapiombante o di neve, insomma è lo stesso: è un mondo di avventura, è un mondo in cui ti muovi, sei costretto a prendere delle decisioni.

Che nesso c’è tra danza libertà? Probabilmente la danza è davvero libertà. Libertà allo stato puro. Io adesso mi occupo molto di libertà, in alpinismo e nell’arrampicata… Ma un concetto particolare di libertà. Non definizione: libertà non è fare quello che voglio. Allora, quando c’è libertà? Quando si fa quello che si vuole? Fare quello che si vuole non ti costringe ad averci pensato prima per scegliere. Libertà c’è se tu hai la possibilità di scegliere e se hai scelto: scegliere tra diverse opzioni. Io la libertà la intendo in questo senso, se no, sei un animale. L’animale non si pone dubbi e problemi, non è libero. Invece l’uomo è libero quando ha la possibilità di sbagliare, se non c’è la possibilità di sbagliare non è libero. Deve avere la possibilità di sbagliare. Nel momento in cui si mette lì e ci pensa, valuta, più o meno razionalmente, perché non c’è solo il mood razionale, anzi, c’è l’istinto, c’è tutta una serie di cose che ti permettono di valutare il modo, per esempio, di fare una cosa, se farla o non farla, cioè la libertà di andare o non andare, e se vado come vado, e se vado con quali mezzi? E con quali compagni? Quanto mi devo allenare per andare su? Cioè domande alle quali si danno delle risposte e alla fine si sceglie e si va, oppure non si va e si andrà. Questa è la libertà. Fare quello che si vuole, non vuol dire niente. Vuol dire essere un bruto che non pensa, uno che va in montagna “per divertirsi”… (risata).

La danza, e questo però è un problema che mi pongo ora, in questo momento, cioè non vi ho mai pensato in vita mia, ed è anche una domanda che faccio a te… Vedo la danza come un’espressione quasi immediata. Non è vero, so che la danza esige una preparazione, un allenamento tenaci… non è che chiunque può esprimere opere d’arte con la danza… Però ciò che la danza ti suggerisce, e magari non è così, è l’immediatezza, come se il muoversi in un certo modo sia talmente bello, sia così esteticamente stupendo da dareti l’impressione che dietro non ci sia alcuna preparazione. Cioè che questa cosa avvenga così, naturalmente. Il che può anche essere vero. Un capolavoro, magari venuto fuori così, alla prima… Allora mi domando: nella danza quanta libertà c’è? Nel momento in cui assumiamo per un attimo che tu non abbia dovuto fare alcuna scelta e il tuo muoverti sia il frutto di un’emozione che viene da dentro. Allora a quel punto tu non hai fatto alcuna scelta. O se l’hai fatta, l’hai fatta in maniera talmente rapida da coincidere con l’azione. Allora quella è libertà allo stato puro! Sto esagerando…

Ad esempio in alcune discipline orientali, come può essere il teatro Nō, il momento culminante dell’intero percorso artistico si ha quando le capacità tecniche, le competenze sono a un livello tale che finiscono per essere infrante: il danzatore dimentica la tecnica perché la possiede a un tale livello che non ne ha più bisogno…
Un po’ richiama quello che dicevo prima parlando del grande atleta che partecipa a una competizione e che non ha possibilità di fare arte a meno che non sia talmente al di là…

Da trascendere le regole…
Esatto.

Michel De Certeau
Arte-alpinismo-2-Michel_de_certeauRispetto sempre al discorso della libertà e dell’avventura mi lancio un po’ in una domanda che… Michel De Certeau definisce tattica: «azione calcolata che determina l’assenza di un luogo proprio. La tattica ha come luogo solo quello dell’altro. Deve pertanto giocare sul terreno che le è imposto così come lo organizza la legge di una forza estranea. É movimento all’interno del campo visivo del nemico e nello spazio da questi controllato». Allo stesso modo avventura è inoltrarsi in un territorio nemico? Così facendo, a quali domande si cerca di dare risposta?
Non avevo mai pensato ad una cosa del genere ma un collegamento c’è sicuramente. Ricavarsi un proprio spazio in un ambito che si pretenderebbe essere già definito. E questo passa attraverso l’inutilità, per forza.

E’ a stretto contatto con il discorso artistico. Inutilità che…
L’opposto dell’albero della cuccagna per intenderci.

Si capovolge la consueta prospettiva di vita e si sviluppa un discorso di qualità. Effettivamente, riuscendo a liberare il proprio quotidiano da quello schematismo, attraverso un percorso che per quanto minuto, sia innanzitutto personale, si può cambiare il proprio modo di vedere e di realizzare il reale. Sempre in riferimento al discorso sulla visione: mi sembra che tale meccanismo sia presente nell’alpinismo e che a volte possa anche riflettersi nella vita quotidiana. Anche per questo ti ho fatto quelle domande prima sulla capacità di informare o di essere informati… quindi anche in città la possibilità di sviluppare un percorso differente da quello magari già categorizzato e soprattutto gestito da altri. Sono un po’ tutte ipotesi che faccio io…
La guerriglia urbana che tutti noi quotidianamente conduciamo, non mi vengano a dire… quella che tutti conduciamo, perché se no, non sopravvivi. Se no, veramente altro che numero: sei uno schiavo! Perché non c’è nulla che ti faccia pensare di essere in mezzo a qualcosa di gaudioso, di felice. Il dolore che ti accompagna tutto il giorno per mille cose, per gli affetti, il dolore, in generale. Quello non ci abbandona mai, possiamo dimenticarcene per un attimo ma è sempre lì. Poi hai una società che, teoricamente, per evitare di farti provare maggior dolore ti impone un comportamento. Per questioni morali, per questioni etiche, per questioni di obbedienza, di buonsenso, tu comunque devi rispettare delle norme, delle leggi. Non è che puoi metterti a fare il cazzo che vuoi, no? Questo è chiaro. E al limite svolge bene il suo compito anche l’etica… una specie di normativa, che ti viene dalla famiglia e dalla società, a tutti i livelli, che va dal bambino piccolo fino all’anziano. L’etica ha un suo compito, perché appunto la libertà non è fare quello che si vuole, ma è fare ciò che si sceglie in un ambito etico. Il fatto che tu abbia delle norme, delle leggi da osservare, cui teoricamente devi obbedire, ti impone anche praticamente la possibilità di essere libero. Cioè, senza queste norme, allora faresti veramente quello che vuoi tu, e quindi non saresti libero. Con le norme diventi libero, sempre che tu le sappia gestire bene e valutare e diciamo così, rispettare, per quello che vanno rispettate. Cioè per la loro parte buona e non per quelli che poi ne sono gli effetti negativi. C’è una interpretazione che uno deve dare. Però hanno una funzione queste norme, e non è soltanto quella di tenere in ordine una città o un paese. Che non ci siano omicidi, o che non ci siano ruberie, vessazioni… che in realtà ci sono ugualmente, però insomma, magari il fenomeno del delinquere è più contenuto. La mia ottica è utopistica: noi stiamo andando incontro all’assoluta inutilità delle leggi. Leggi=inutili. Le leggi non serviranno… quindi saranno abolite. Questo dovrebbe essere tra settemila anni il punto d’arrivo. Rincorreremo ancora una libertà? Chi lo sa…

Robyn Erbesfield a Orgon. Foto: Philippe Poulet
Arte-Alpinismo-2-Poulet Erbesfield OrgonMi piace molto un verso di una canzone di Giorgio Gaber che recita «libertà è partecipazione»: recentemente è uscito un libro di Roberto Luporini, il coautore di questa canzone, dove si racconta che inizialmente il testo diceva libertà è «spazio d’incidenza», definizione che mi sembra ancor più appropriata e calzante…
Incidenza nel senso che “incidi”, che conti qualcosa…

Come se fossero vettori capaci di trovare una direzione comune, nonostante le differenze…
Vabbé, comunque… ogni tanto perdo il filo…. qual era il discorso?

Volevo arrivare al concetto di terrain d’aventure: come si può definire?
Uno spazio appunto, dove puoi ancora cercare di essere libero. Senza il quale saremo peggio dei numeri. Il discorso è questo e ce lo devono lasciare. C’è gente che non ne ha bisogno apparentemente. Chi dice “vado in montagna per divertirmi”… almeno della montagna ha bisogno, perché se no non si diverte… E quindi il suo spazio lo deve avere.

Lo spazio e quindi, come De Certeau dice: la tattica, che uno deve utilizzare per gestire, creare e difendere questo spazio fa parte della nostra attività quotidiana. Perché è in effetti aggredito, dalle leggi sulla sicurezza, dai divieti insensati. La situazione è grave.

Ad esempio, l’ultima grande polemica che c’è stata, che è ancora in pieno svolgimento: non so se hai sentito di questa Clif Bar che ha tolto la sponsorizzazione ad Alex Honnold, a Dean Potter e ad altri come loro… Allora, c’è chi dice che l’hanno fatto per farsi pubblicità, cioè per dire: «guardate come siamo bravi noi, che improvvisamente consideriamo il dono della vita come la cosa più importante… per questo certi exploit non li sosteniamo…». C’è gente che dice che l’hanno fatto apposta: proprio per guadagnarsi una alea di azienda che vuole il bene dei propri consumatori. Io non mi spingo a dire questo, non abbiamo prove. Magari davvero e più semplicemente, chi è al comando, alla direzione di questa azienda può benissimo aver pensato, in termini molto più tranquilli e meno malfidenti, che sponsorizzare gente che fa del free solo, che fa la slackline senza assicurarsi, oppure base jumping fatto in modo assolutamente folle, ecc… sia riprovevole. Gente che appunto pensa in buona fede che ci sia un genere di exploit da non incoraggiare. Lo ammetto. E quindi non mi interessa sapere con quale motivazione di fondo questa azienda ha fatto le sue scelte, non mi interessa affatto. Quello che mi interessa è andare al problema e dire: c’è gente che fa queste cose, il free solo esiste da quando esiste l’alpinismo, non è che sia una novità di Honnold o Auer, non è che l’hanno inventato loro, c’è gente che andava così già nell’Ottocento… che poi magari Comici invece di avere solo le scarpette, avesse magari anche una corda dietro… non sarà stato il free solo, però capisci che il principio è quello… Che io sia andato sulla Nord delle Grandes Jorasses, sulla Walker, e l’abbia fatta da solo, allora era una follia esattamente come oggi è giudicato follia il free solo. Quindi poco cambia. Sono manifestazioni queste, specialmente per quanto riguarda l’arrampicata, che sono sempre esistite… adesso la slackline è una novità, per quanto abbia le sue origini nel circo… no? Uno cammina e a un certo punto non c’è la rete, è lo stesso identico principio, non è che mi cambia. Il trapezista che fa i suoi esercizi, in compagnia con altri, con la donna, con altri uomini e fa “zinghete, zanghete, zinghete, zanghete”, senza la rete, è uguale alla slackline senza assicurazione. Eppure c’è… da quanti anni c’è? E da quanti anni questa gente si vende per farlo? Perché non lo facevano mica gratis, lo facevano per far spettacolo… c’è una precisa domanda per questo genere di spettacolo, una debolezza umana che c’è sempre stata: le bravure, le abilità, le mettiamo in mostra e ci guadagniamo anche un po’ di soldi, è normale. Poi perché uno lo faccia, questo è un altro discorso.

Il Circo di Montecarlo
Russian Shatirov troupe perform during the Award Gala evening of the 39th Monte Carlo International Circus Festival, in Monaco January 20, 2015. REUTERS/Sebastien Nogier/Pool (MONACO  - Tags: ROYALS ENTERTAINMENT SOCIETY)Perché il circo non è mai stato sponsorizzato? Perché si presume che il circo sia un’impresa commerciale, diciamo, un’equipe di persone, che tra l’altro risponde a un proprietario, a un Orfei, o a un Togni, il quale è il proprietario di tutta la baracca e baracconi. Lui era l’impresario che metteva la lira, pagava i suoi atleti, attori, mimi, clown, chi più ne ha più ne metta, manteneva gli animali con i domatori e girava il mondo con ‘sto cazzo di circo. A noi oggi il circo non piace più tanto, forse un po’ ai bambini o a quelli lì del Principato di Monaco che ci ossessionano con ‘sta storia del circo di Montecarlo. Non se ne può più… Vedere gli animali trattati in quel modo a noi oggi dà fastidio, una volta questa sensibilità non c’era, le cose cambiano. Però non mi sognerei mai di dire che il circo non va fatto perché non si deve rischiare la vita dell’atleta o del campione.

Quindi, anche nel free solo ci sono questi personaggi che affrontano dei grossi pericoli. Ma sono assolutamente convinto e straconvinto, come dice Honnold nella sua risposta, che loro lo fanno per loro stessi, non per uno sponsor che glielo fa fare. Dunque, non caricatevi cari sponsor di questo carico e di questo fardello, che è un fardello unicamente del personaggio, e non sentitevi colpevoli se qualcuno ci lascia le penne. Questo può anche succedere, è molto più vero quando le cose sono molto più complesse, non così semplici come nel caso del free solo. Quando, per esempio, Jerzy Kukuczka, completò i suoi 14 ottomila un mese dopo Messner, non credo che per lui sia stata una passeggiata. Aver “perso” quella competizione montata dai media, dopo aver salito i suoi 14 Ottomila in modo creativo, del tutto avulso dalla volontà di concludere al più presto quella collezione personale… dev’essere stato insopportabile. Chi per primo arrivasse a fare i 14 Ottomila: questo è ridicolo! C’è da piangere! E Kukuczka me lo vedo soffrire in modo atroce: me lo vedo dare delle giustificazioni ai suoi sponsor, che non c’erano da dare, che probabilmente non gli sono state neanche chieste. Anzi sicuramente non gli sono state chieste queste giustificazioni, ma il diretto interessato si sente in questo modo un fallito e in qualche modo deve rispondere a questi qui che continuano a dargli dei soldi. Allora va a fare altre cose, in una spirale di eccitata tristezza così grande da farlo soccombere. Queste cose non si possono dire apertamente, diciamo che è solo una mia immaginazione… però gente come Kukuczka e Casarotto è morta in questo modo, nessuno mi può convincere del contrario.

Michel Bricola e Patrick Berhault
Arte-alpinismo-2-michel bricola et patrick berhault


Anche dal libro di Michel Bricola su Berhault sembra che si profili uno scenario del genere dietro all’incidente mortale…
Sì? E’ uno strano modo di affrontare questo argomento del free solo, o tornando indietro anche di Berhault, Kukuczka, ecc… Perché in effetti da una parte dico molto apertamente che lo sponsor non deve sentirsi responsabile, cioè non deve sentire una colpa “morale”, dall’altra è anche vero che è lo sponsorizzato a rinchiudersi da solo in quella trappola. Non abbiamo le prove, non è che si deve fare un processo, però insomma… C’è stata in taluni casi una maggiore facilità a mettersi in posizione di pericolo rispetto a se non ci fosse stato alcuno sponsor dietro. E allora mi sentirei di valutare caso per caso. Perché qual è il pericolo? il pericolo è che Clif Bar non sponsorizzi più? Ma chissenefrega, non succede niente. Se un domani, nessuna azienda sponsorizzasse più questi exploit, tu credi che ci sarebbero meno incidenti? E’ un’ipotesi che lascia il tempo che trova. Comunque se uno vuole andare a “pericolare”, ci va! Non c’è dubbio.

Johann Wolfgang Goethe
Arte-Alpinismo-2-goetheA me sembra soprattutto un’apertura di mercato verso quel nuovo bacino commerciale di arrampicatori che popola le città, i quali probabilmente non chiedono grandi exploit, ma piuttosto falesie plaisir dove possano andare anche loro in piena sicurezza… a me fa molto ridere, per esempio, la pubblicità sulle riviste di questi rinvii allungati per poter “barare” nei moschettonaggi…
Ah sì, i furbi! … beh, adesso diventa quasi tattico… quasi canonico…
Io volevo aggiungere una cosa: che secondo me, al contrario, è forse ancora più pericoloso non sponsorizzare quel tipo di attività. Perché se tu non la sponsorizzi ed effettivamente tutte e quante le aziende non la sponsorizzassero (ci vuole una certa massa, non basta la Clif Bar)… che cosa succede? Succede che viene a crearsi quasi la convinzione nel pubblico che se tu non fai il free solo, allora è tutto sicuro… (risata). Cioè l’individuazione del nemico ti porta a pensare che gli altri siano amici. Non è così! Tu individua pure un nemico, ma tieni presente che ce ne sono anche altri, cioè non è che ce n’è uno solo. Ce ne sono altri. E soprattutto, quando tu hai evitato il tuo nemico, non abbracciare tutti gli altri come se fossero amici, perché non è vero! Questo è sbagliato! …Stiamo andando fuori tema, però io ritengo estremamente importante il tema della libertà. In caso di sponsorizzazione, uno è costretto a pensare: «ma l’accetto o non l’accetto?». Comincia a farsi delle domande… In assenza, che fa? … Non so, la sponsorizzazione fa parte del mondo di oggi, non è che tu la puoi eliminare, non è che si può tornare a quando non c’erano sponsorizzazioni… Come fai? È estremamente complesso questo problema, io non ho ancora preso posizioni, ma un giorno lo farò. Dirò: «Ma signori, attenzione perché la sponsorizzazione ha i suoi pregi, che non sono semplicemente quelli di aiutare questi personaggi economicamente per rendergli possibili cose che altrimenti non avrebbero modo di fare… non è solo quello, c’è tutto un insieme di cose!». Nell’ambito di quella famosa tattica per muoversi in questa società, io credo che esse siano essenziali.

Carlos Castaneda
Arte-alpinismo-2-Castaneda-cmcsonrisalazo.jpg.w300h404Ho sentito spesso parlare, riguardo alla comunità alpinistica degli anni Sessanta e Settanta, di un comune interesse per i libri di Carlos Castaneda e in generale per la musica rock, se non addirittura prog (ho letto che Gian Piero Motti amava molto i Gong); quali erano i riferimenti culturali condivisi per i giovani alpinisti di allora?
Io direi che il fenomeno Castaneda, soprattutto i primi tre o quattro libri, perché poi ne ha fatto una quantità…, i primi tre o quattro, A scuola dallo stregone… poi L’isola del Tonal… i primi tre o quattro li ho letti, e anche con una certa avidità, nel senso che mi interessava molto quello che diceva quel Castaneda. Lo trovavo stimolante per un’intera civiltà occidentale. Si potevano fare accostamenti con l’alpinismo, perché comunque un viaggio nell’avventura, un viaggio vero improntato all’avventura, può anche essere un’esperienza tipo quelle raccontate da Castaneda, che magari erano indotte dai funghi, mentre le nostre esperienze non sono mai state indotte dai funghi. Se i risultati possano essere simili, non so, non avendo io mai assunto funghi o acidi. Però mi interessava e so anche che interessava a un casino d’altra gente. Un’associazione particolare con la comunità alpinistica non ce la vedo, anche perché sai che non è mai stato nella cultura dell’arrampicatore, o dell’alpinista, il drogarsi.

A esempio, a livello teorico, io trovo una grande possibile vicinanza tra un certo tipo di alpinismo e le tesi situazioniste di Guy Debord sulla deriva e la psicogeografia…
Io qui ti confesso la mia ignoranza, non so cosa sia il situazionismo, se me lo spieghi forse posso aiutarti…

Se vuoi riportarti a quel momento, forse il più “grosso nemico”, sempre tra virgolette, dell’alpinismo e dell’attività avventurosa in genere, non era come oggi la société securitaire, il peggior nemico in questo momento: allora era il marxismo, nella sua declinazione, non tanto di “Carlo Marx e il Capitale”, quanto di vita collegiale. C’era un po’ questo mito per cui le decisioni andavano prese democraticamente, perché c’era una collettività, la società e perché sarebbe stato tutto molto bello se questa società avesse dato spazio al singolo e se il singolo avesse introiettato completamente la società, ecc… Con leggi, non dico di tipo evangelico, però insomma, comunque del vogliamoci bene, parità di diritti, parità di doveri, e queste cose qui… Il peggior nemico era il marxismo perché diceva, me lo sento risuonare ancora nell’orecchio: l’alpinismo è una fuga dalla realtà. Ed era una condanna questa, cioè non era approvativo, era un giudizio negativo quello che veniva dato.

Guy Debord
Arte-Alpinismo-2-GuyDebord-300n1Questo giudizio della fuga intanto dice che sei un vigliacco. Poi dà una grande importanza alla realtà, ma cos’è ‘sta realtà? Per loro la realtà era la realtà concreta della società, e cioè il vivere civile insieme, ecc… Questa era la realtà. Con tutte le cose che non vanno bene: la gente che soffre, che sta male, oppure che è emarginata, oppure drogata e chi più ne ha ne metta… etilica… Questa era (ed è) la società. E quindi secondo loro, ogni energia che aveva l’individuo doveva essere rivolta a cercare di migliorare questa società, un credo di questo genere. Invece, chi va in montagna scappa, va fuori dalle balle, non gli interessa niente del proletariato, perché allora si parlava di proletariato, di capitalismo, di società imperialista, ecc… del colonialismo, di come i neri sono stati trattati… cioè tutte queste brutte cose sembravano concentrate in quella frase di tre parole per dire: sei un vigliacco. Sei un irresponsabile, ecco, un irresponsabile. Questo era il problema di allora, per ciò che riguarda lo spazio tattico. Spazio tattico, invece, era proprio questa fuga, perché tu in realtà, non è che te ne scappavi dalla società, in realtà ti trovavi i tuoi spazi. Questo era … ma chi lo sapeva allora!? Io non lo sapevo allora, non lo avevo mai pensato in questi termini. Pensavo, non proprio che fosse una fuga, perché sentivo che comunque anch’io ero legato alla società, non ero così fuori… però nello stesso tempo sentivo che questa società sarebbe stata meglio se si fossero conservati degli spazi in cui agire in questo senso. Cosa che invece in quel giudizio lì non c’era. È stato utile anche quel giudizio lì, perché io ne ho preso quasi subito le distanze. Se le mie passioni politiche prima erano sfegatatamente di sinistra, anche se non sono mai andato nelle piazze, da quel momento ho cominciato a prendere le distanze e dire: «attenzione! Essere di sinistra è un conto, andare a sposare le tesi di questi qui è un altro!». Cioè questi qui davvero vogliono portarti alla direzione unica. Io non ci sto, tutto qua. Posso anche aver sempre votato a sinistra, per carità, però di lì ad esserne parte davvero integrante… me ne sono sempre tenuto distante, anche perché non mi va. Le esperienze che ho avuto con i gruppi e con le associazioni sono sempre andate a finire in modo che dici: «vabbé, l’uomo è veramente debole…». Quindi non crederci… Non è che io sia sfiduciato, amareggiato, per carità, son successe delle cose brutte, però vabbé… Ci credo ancora che ci possano essere dei miglioramenti, un attimo fa ti ho detto che arriverà il giorno in cui non ci saranno più leggi perché non ce ne sarà più bisogno. Se uno la pensa così allora vuol dire che non è proprio così sfiduciato. Però nello stesso tempo ti accorgi di quello che succede ed è veramente un mondo di merda… era molto, ma molto meglio allora. E con questo non voglio fare come quei vecchi che dicono: «Ah! Ai miei tempi…», ai miei tempi c’erano un sacco di cose che non andavano bene, però che oggi un giovane abbia più difficoltà che allora ad emergere e a diventare quello che lui stesso è, questo è verissimo. Oggi è più difficile. E non per colpa vostra, bensì per colpa del sistema, della storia. Forse la colpa è semplicemente data dal fatto che sono sessantacinque anni, o sessantotto che non ci sono più guerre… ecco, questo può essere… oh, naturalmente nessuno se le augura!

Foto: David Munilla
Arte-Alpinismo-2-Munilla CH. 40. YSiamo anche quasi sette miliardi di persone al mondo….

Ma restando in Italia: in Italia eravamo 55, 56 milioni, adesso siamo 57… cioè non è che siamo cresciuti poi tanto… non è quello il problema dell’Italia. Il problema dell’Italia è un altro: è crederci… ma lì… vabbé, adesso andiamo in discorsi… ma per dire… non son sfiduciato, assolutamente, al limite sono più ottimista di altri, però con i piedi per terra, perché se ti lasci andare un attimo, ti fanno fuori.

Ora ti faccio un’osservazione io su come hai utilizzato il termine romanticismo: io credo che tu abbia utilizzato questa parola nell’accezione oggi in uso comune, che secondo me però è sbagliato. Cioè non è sbagliato, è giusto se si dà alla parola romanticismo un significato che non è il suo. Se noi diamo il significato di “sognatore”, cioè, se noi sostituiamo al significato di romanticismo, quello di “sognatorismo”, adesso invento, allora è perfetto. Ma siccome romanticismo non è il “sognatorismo”, perché non lo è filosoficamente e culturalmente parlando. La parola romanticismo vuol dire un’altra cosa: esprime un movimento di idee che è venuto fuori alla fine del Settecento, ai primi dell’Ottocento, che non è quello dell’essere sognatori. È come usare una parola a sproposito. Perché? Perché il romanticismo è una filosofia, diciamo, anche se è qualcosa di più, è un atteggiamento verso la vita, che ha creato produzione di opere d’arte, dalla letteratura alla musica… Ma prendiamola solo come filosofia, per capirci. Quello che esattamente è stato il romanticismo è la contrapposizione tre l’Io e la Natura. Se prima, nella stessa visione neoclassica dell’Illuminismo, oppure prima ancora, ai tempi antichi, non c’era questa grande distinzione tra Io e Natura, con il romanticismo si crea questa divisione, perché probabilmente doveva crearsi, era quasi fatale che succedesse. Improvvisamente l’uomo non si vede più creatura fatta da Dio assieme alla Natura, ma si vede come entità a sé stante, cioè l’Io dell’uomo cresce. La quantità di coscienza del proprio esistere, del proprio essere, aumenta in modo enorme rispetto a come era per le generazioni passate, anche di artisti come Dante. In Goethe c’è questa contrapposizione e in tutti i romantici… La divisione tra Io e Natura. Questo che cosa vuol dire? Da una parte, c’è comunque un rapporto di amore verso la natura che poteva esserci anche prima, non è che improvvisamente ci mettiamo ad odiare la natura, perché la riconosciamo come altro da noi. Prima invece era proprio parte nostra, l’Io era meno sviluppato. Fa parte di un processo di crescita questo, è come se vedessimo l’Io bambino che diviene adolescente. Viene voglia di conquistare la Natura, cioè nasce nell’individuo, in parecchi individui, la necessità di porsi, non tanto contro, quanto vedere che c’è questa realtà diversa da te, e quindi scontrarsi, incontrarsi, definiscilo come ti pare. Un rapporto con questa entità che una volta si chiamava creato, ma adesso si chiama Natura. E’ lo Sturm und drang: sconvolgere totalmente la visione che fino a quel momento era stata chiara su come ci si poneva nell’ambito naturale. Tutto è completamente cambiato: d’improvviso ha un senso andare a fare delle cose inutili del tipo conquistare una cima. Non perché ci porti il barometro su e misuri la pressione, ma perché vai in cima a questa montagna. Questo è il romanticismo: cioè, il prendere coscienza che l’uomo può migliorare, sentirsi più grande, emozionarsi, diventare poeta e diventare artista, se ha un obiettivo, che non è ad esempio, quello di scrivere una poesia, che vabbé, rimane e nessuno lo toglie, ma è quello di andare, cazzo, a conquistare l’Everest. Conquistare il Monte Bianco. Prima era: «Monte Bianco? Ma chissenefrega del Monte Bianco!». Improvvisamente viene fuori il Monte Bianco, perché il Monte Bianco è la montagna più alta delle Alpi, che è un oggetto naturale, che ci sovrasta. Allora ecco che viene voglia di salire sul punto più alto. Prima esisteva questa voglia? Certamente no! Questo è il modo d’agire romantico. Poi, dall’Ottocento, si passa al Novecento, arriviamo alla civiltà industriale, al capitalismo, al post-capitalismo…? Dicono che è da un bel po’ di anni ormai che il romanticismo è morto. Ma se lo si usa in quell’accezione di “sognatore”, di “sentimentalista”. Se invece si rimane nella vera accezione filosofica di romanticismo, beh allora non c’è periodo più macroscopicamente romantico di questo. E perché? Perché noi siamo ancora sempre di più contrapposti alla natura. Cioè non è neanche come ai tempi di Goethe, qua noi la natura l’abbiamo… la stiamo aggredendo tutti i giorni, noi stiamo aggredendo l’ambiente, stiamo distruggendo l’ambiente. Questo è un dato di fatto: noi stiamo pensando di essere i re di questo pianeta, noi vogliamo sconfiggere la morte, esplorare lo spazio e di più ancora… Stiamo pensando questo, ci stiamo sostituendo a Dio, cioè il nostro Io si sta gonfiando sempre di più e si sta contrapponendo alla Natura, oggetto da conquistare, sempre di più. E dunque noi ora siamo più romantici di quelli dell’Ottocento. Allora la parola romanticismo bisogna stare attenti ad usarla…

…Se un giorno, vuoi perché abbiamo tutta una serie di papa Franceschi, vuoi perché viene fuori il neo spiritualismo, vuoi perché verrà fuori chissà cosa… tutto può essere, magari tutta una serie di attività societarie spirituali che porteranno, quasi certamente in modo traumatico, a un nuovo tipo di pensiero, allora forse ci si potrà dimenticare della parola romanticismo. Perché a quel punto probabilmente avremo riacquistato la consapevolezza di come sia tutto uno il Creato. L’organismo pianeta terra è uno solo, noi non siamo i padroni. Cioè una visione di umiltà, sostanzialmente.

Su Outer Limits, 5.10c, Cookie Cliff, Yosemite
Arte-Alpinismo-2-Outer Limits

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