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La montagna non è eterna

La montagna non è eterna

La dolomitica frana del 16 novembre 2013 che ha stravolto lo zoccolo roccioso della Cima Su Alto, nel gruppo del Civetta, è un fenomeno che ci sembra sempre più frequente quanto più ci ostiniamo a dare un significato di eternità a ciò che eterno non è mai stato.

La nostra epoca immersa nel virtuale (che è espressione del massimo della volubilità e quindi deperibilità) tende a negare il valore di ciò che è caduco, illudendoci in un limbo di preteso e immutabile ottimismo che la nostra esistenza matematico-informatica e le nostre sicurezze di vita sana e felice siano in costante crescita, quasi tendenti all’infinito.

Qualunque fenomeno contrario ci sbatte con evidenza in faccia la realtà, ci disturba, ma forse ci fa crescere.

La grandezza della montagna (e quindi dell’universo) non è nella sua pretesa eternità, è nell’accettazione della sua “vita” e quindi prima o poi della sua morte. Mentre una montagna eterna è solo un concetto, una montagna viva è un’esperienza, l’unica a noi possibile.

MontagnanonEterna-Photo-courtesy-Corriere-delle-Alpi

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Matteo Renzi vs Nelson Mandela a Passo Paradiso

Al Passo del Tonale, più precisamente al Passo Paradiso/Ghiacciaio del Presena a 2654 m di quota, l’inizio della stagione invernale 2013-2014 è coinciso con le primarie del PD, lo scorso 8 dicembre.

Di sicuro un’idea stravagante quella di sistemare un seggio a quella quota, che ha colto nel segno, visto l’evidente interesse degli sciatori. Il seggio più alto d’Italia si è chiuso con 82 votanti e, come altrove, la stragrande maggioranza è andata a Matteo Renzi, che ha evidentemente i suoi fan anche in Alta Valle Camonica.

MatteoRenzi-Igloo1-634x396Passo Paradiso: il seggio elettorale delle primarie dell’8 dicembre 2013 con accanto il volto di Nelson Mandela

“E’ un’idea – spiegavano Bezzi e Tomasi – per avvicinare la politica alla gente e ai problemi della montagna”.

Il 7 dicembre 2013 i giornali comunicavano che l’idea originaria di accostare all’igloo una grande statua di neve raffigurante Matteo Renzi era stata modificata, causa le proteste giunte da più parti per l’oltraggiata par condicio. In fretta e furia la statua aveva assunto le sembianze dell’appena scomparso Nelson Mandela!

Il volto di ghiaccio di Nelson Mandela sta per essere ultimato
MatteoRenzi-C_4_foto_1033232_imageBeh, ora ci piacerebbe sapere, a segretario conclamato, se davvero lo scultore Ivan Mariotti ha sostituito l’effigie del sindaco di Firenze a quella del premio Nobel per la Pace. Avremmo tempo di ammirare il suo faccione fino allo scioglimento di tarda primavera…

Fin qui la cronaca.

Anche se Passo Paradiso è un  luogo massacrato dagli impianti e da un male inteso divertimento di massa, qualcuno lo vede ancora come luogo simbolico, tra Lombardia e Trentino, lungo la vecchia linea di confine tra Italia ed Austria: la statua di ghiaccio si trova a pochi metri da un bellissimo museo della Guerra bianca, ricavato nelle vecchie gallerie della prima guerra mondiale. Su queste montagne si è fatta l’Italia, e anche se l’auspicio degli ideatori era che da quel seggio situato in quelle montagne potesse nascere una nuova Italia, purtroppo, non appena quest’idea «montanara» è stata formulata, subito ne è nata una «lite» da galli nel pollaio, pure essa portata sulla montagna. I sostenitori di Gianni Cuperlo si sono adirati, ne è nata una polemica di qualche giorno, cessata solo con la soluzione Mandela.

Queste “guerre di religione” in quota non sono una novità. Ricordiamo la «Guerra delle bandiere» che in anticipo sul primo conflitto mondiale infuriò (alpinisti/patrioti scalarono le vette trentine meno facilmente accessibili per apporvi la propria bandiera, fino al momento in cui qualcuno andava a sostituirla con l’avversaria: alla gente comune, dal basso, non restava che guardare); oppure quando, al tempo del fascismo, sull’impervia Torre Costanza della Grignetta fu aperta da Riccardo Cassin la via d’arrampicata denominata «del Littorio» e, sulla cima, fu appunto apposto un Fascio colorato, ben visibile dalla valle (dopo la guerra altri a quella via hanno proposto di cambiare il nome: per un po’ divenne la «Via dell’Antifascismo»).

E vogliamo parlare delle più o meno sovradimensionate croci fiorite un po’ su tutte le cime alpine e appenniniche? Anche qui, per par condicio, è accaduto che sul Pizzo Badile sia stato collocato dai Sassisti il busto di un Buddha, che ignoti poi hanno fatto rotolare a valle.

La mia personale considerazione al riguardo è che non si dovrebbero portare in montagna le nostre piccine beghe di cortile, siano esse religiose o politiche, proprio come non ci si mette a fare dimostrazioni in un tempio.

Le Terre Alte dovrebbero essere e rimanere zone neutre, padrone della loro diversità, e ancora disponibili a chi crede profondamente che lassù possiamo sentirci migliori e liberi.

Certo, fare statue di ghiaccio non è vietato, ma non vorremmo poterci consolare solo con il prevedibile scioglimento di primavera… anche perché, dati i trascorsi, pure la statua, come il Ghiacciaio del Presena, potrebbe essere avvolta in estate da un sintetico mantello salva-ghiaccio!

25 luglio 2000: Ghiacciaio di Presena, lavori di posizionamento della copertura di protezione
 Ghiacciaio di Presena, copertura di protezione estiva, Adamello

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Travel Engineering

Travel Engineering
C’era bisogno di questo nuovo concetto?

Ricavo questo per me nuovo concetto da www.avalcotravel.com/.

Travel Engineering significa Ingegneria di Viaggio. Più precisamente il termine engineering vale proprio nella sua accezione anglosassone:
engineering = progettazione.

Infatti per il tour operator AVALCO Travel il viaggio è un progetto, che si sviluppa in fasi diverse:

– definizione degli obiettivi;

– pianificazione di: mezzi, risorse, itinerario;

– definizione di tempi e budget;

– gestione fornitori e clienti, Gestione del Rischio, informazione e documentazione;

– gestione operativa durante il viaggio;

– contingency plan (piano di emergenza);

– feedback continuo del progetto (rivalutazione della conformità e dei parametri del progetto).

Un approccio “unico” tra gli operatori del settore in Italia. E meno male, aggiungo io.

Rifugio Casari, nei pressi dei Piani di Artavaggio, Alpi Orobie
Rifugio Casari, nei pressi dei Piani di Artavaggio, Alpi Orobie

AVALCO Travel dichiara di saper pianificare e realizzare un viaggio completamente su misura, spesso su un’idea originale del cliente, a volte verso una destinazione remota, dove le informazioni non esistono, con una logistica complessa e tutta da inventare.

E allora mi sono immaginato Bruce Chatwin, a corto di idee, rivolgersi ad AVALCO Travel per farsi pianificare i viaggi da loro: chissà che libri avrebbe potuto scrivere un autore come Chatwin nella piena rinuncia all’imprevisto, fiducioso solo nelle sopracitate linee guida progettuali, garanti di un successo garantito, dove di avventuroso e un po’ pericoloso sarebbe rimasta solo la noia mortale!

No travel engineering? Ahiahiahi!

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Giudici vs Alpinismo

di Carlo Bonardi, giurista.
Tra la concezione/prassi tradizionale alpinistica e quella di molti giudici c’è una fondamentale diversità d’approccio, della quale gli alpinisti farebbero molto bene a preoccuparsi e verso la quale dovrebbero prendere pubblica, chiara e decisa posizione, anche dal punto di vista tecnico giuridico (sempre che non vada loro bene la prospettiva di trovarsi poi, singolarmente, nei guai).
In Italia esiste un ente (CAI) che è stato (ri)costituito per legge dello Stato (n. 91 del 1963) come ente pubblico ed ha come scopo l’alpinismo, fin dal primo articolo del suo Statuto (” Costituzione e finalità.1. Il Club alpino italiano (C.A.I.), fondato in Torino nell’anno 1863 per iniziativa di Quintino Sella, libera associazione nazionale, ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne,specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale).
Poichè tutti sanno che l’alpinismo è di sua essenza pericoloso (non parlo nel senso di cui all’art. 2050 codice civile), ne deriva che correre questi pericoli è attività in sè lecita/di diritto e voluta dallo Stato stesso (per cui opera la magistratura).
Tant’è che una volta (tempi andati?) la Corte di Cassazione penale (Sezione II, 27 novembre 1957, Cambiaso) riteneva: “Gli infortuni verificatisi nell’esercizio di attività sportive lecite, siano esse riconosciute dal diritto, siano esse consacrate dalla  consuetudine, non sono punibili. In particolare, per quanto concerne l’attività sportiva in montagna, è la consuetudine che esclude la responsabilità solidale dei compartecipi di un’azione richiesta [n.d.r., presumo: rischiosa], in quanto – se da una parte giuoca, come fattore pscicologico comune, la cosidetta induzione reciproca – dall’altra rimangono pur sempre personali e libere la volontà e l’iniziativa del cimento”.
V’è da dire che, all’epoca, su queste cose si era impegnato Renato Chabod, e che è normale che i tempi cambino: ma dobbiamo lasciar fare, tutto?
Si potrebbe dire altro, ad esempio  sul tema ormai sempre più evocato della responsabilità legale nei confronti dei soccorritori: su ciò, un’alta volta.
Carlo Bonardi, 18-11-2013 

Alba sull'Aiguille du Midi
Alba sull’Aiguille du Midi
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Il giudice Carlo Ancona sugli incidenti in montagna

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Sicurezza in montagna diventa “ipertecnologica”?

Carlo Bonardi, giurista:
Su “Montagne360°” di settembre 2013 – voce ufficiale del Club Alpino Italiano – ho trovato menzione in copertina, quanto a Soccorso Alpino, del fatto che “… la sicurezza in montagna diventa ipertecnologica.

La cosa, apparendo a prima vista riferita al Soccorso Alpino quale organizzazione, mi è parsa apprezzabile; ma, leggendo l’articolo interno (pagg. 10-11) ho constatato che il problema, al solito tenuto nascosto, è un altro.

Non si trattava infatti di evidenziare moderni strumenti del Soccorso Alpino ma di pubblicizzare – da parte della ditta produttrice ma anche del CAI e del Soccorso Alpimo medesimo – una nuova apparecchiatura, questo GeoResQ, che i singoli praticanti (non solo alpinistici: è per tutte le “persone che vanno in montagna per turismo e per praticare sport all’aria aperta”, e “per l’intero territorio nazionale”) potranno portarsi appresso e che potrebbe essere utile alla loro individuazione e al loro recupero nel caso in cui si perdano.

Nell’articolo si dice dei suoi vantaggi e pure di qualche ipotizzabile inconveniente (esempio: possibilità che “gli escursionisti, sentendosi più sicuri, diventino anche più imprudenti”; per cui neppure manca  – quasi come si fa sui pacchetti di sigarette – l’avviso/riserva:” … non potrà mai sostituire un’adeguata preparazione e pianificazione delle proprie gite in montagna”).

Non è la prima volta che il CAI, nelle sue varie articolazioni, ha a che fare con iniziative del genere (ricordo ad esempio sia il Congresso regionale delle scuole di alpinismo e sci-alpinismo a Crema del 2009, ove le meraviglie tecnologiche 3D-montanare venivano offerte alle Scuole medesime in promozione quasi-gratuita; sia l’incontro al Filmfestival di Trento del 2012, quando Alessandro Gogna lanciava strali verso simili strumentari, in una sede sponsorizzata proprio da chi ne produce); nè sarà l’ultima.

Devo ancora notare che, nonostante il lancio di alcuni allarmi (in genere vengono etichettati: da puristi), anche negli ambiti alpinistici più qualificati non solo la cosa sembra non provocare prese di posizione ma nemmeno alcun interrogativo critico, tanto che si può vederla procedere a gonfie vele, direi con l’aiuto di buoni quantitativi di denaro evidentemente somministrati pure alSodalizio (invito chi lo rappresenta ad esporci un pubblico chiarimento sull’argomento: chi ha pagato?).

Castello di Arnaz (Livinallongo), esercitazioni di soccorso
Esercitazione di soccorso sulle mura del Castello di Arnaz

Orbene, ecco il punto che continuo vanamente a rilanciare (fermo restando che non mi sogno di sostenere che tali aggeggi non possano essere utili e che ciascun praticante può fare quel che vuole): che succede se io, o la mia cordata, o il mio gruppo, o chiunque altro, non abbiamo l’aggeggio e ci perdiamo o corriamo il rischio di perderci (o simili)? Saremo legalmente colpevoli? Anche se direttamente una legge (per ora…) non lo impone?

Continuo a segnalare ciò che l’ultimo dei giuristi sa ma che dovrebbe essere  comprensibile a chiunque: quando un materiale od una tecnica divengono (o sono fatti diventare)prassi, specie in/da ambienti qualificati o che tali sono considerati dall’esterno (si ricordi che il C.a.i. è un ente pubblico e che soprattutto le sue Scuole hanno per legge la funzione di prevenzione degli infortuni nell’esercizio dell’alpinismo), finisce che diventano d’obbligo; e non solo per chi li voleva avere o li aveva, ma anche per tutti gli altri, compresi quelli che di tali enti non fanno parte.

Di talché un futuro scenario sarà quello di chi finirà in galera e dovrà pagare danni pure se all’uso di quegli aggeggi era contrario e pure a prescindere dal fatto se davvero servano oppure no.

Da tempo immemorabile ci sono il pensiero, la legge e la giurisprudenza per i quali, in tema di infortuni sul lavoro (vd. sotto sub B), “L’imprenditore è tenuto ad adottare le misure che, secondo le particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro” (così l’art. 2087 del codice civile del 1942, vigente); presto anche questa norma (qualcuno ne prenda nota, dai!) verrà invocata anche per/da alpinisti!

Concludendo su questo primo caso: che consapevolezza c’è nei vertici CAI (e, aggiungo, dei soggetti che praticano la montagna: CAAIGuide AlpineSoccorso Alpino, singoli, ecc.) di questo problema e della sempre maggior spinta – addirittura ad essi intranea – a fare sì che la pratica alpinistica diventi sempre meno libera?

Perchè di questo tema non si parla, e, anzi, viene censurato?

E’ ora che di queste cose i praticanti si avvedano; e che chi governa l’alpinismo cominci a rispondere!

Carlo Bonardi

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L’indagine sull’incidente a Tito Traversa

L’indagine sull’incidente a Tito Traversa
di Carlo Bonardi (24 ottobre 2013)

Sul caso della morte (luglio 2013) dello sventurato ragazzino Tito Claudio Traversa molto è stato scritto e commentato.

Meno noto è l’intervento della Procura della Repubblica torinese del dr. Raffaele Guariniello, particolarmente attento alla tematica dell’infortunistica del lavoro (basti ricordare la vicenda dei sette operai deceduti per il rogo alla ThyssenKrupp).

Orbene, anche qui: dopo lunga gestazione, siamo al punto che per gli infortuni d’arrampicata si vogliono applicare la cultura e la normativa  della prevenzione sugli infortuni sul lavoro?

Se qualcuno lo auspica, esca allo scoperto, illustri la cosa, ci dica chi è e cosa ci guadagna, ed agli alpinisti spieghi per bene quali per loro saranno le conseguenze, specie per chi ha ruoli di responsabilità ma pure per gli indipendenti; tanto più se finora si sia limitato a fare la parte del tecnico promotore o gestore di rischi (altrui).

Gli alpinisti, allora, forse, smetteranno di fare spallucce o di stupirsi o di accontentarsi di pensare che può essere che ho ragione.

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Tito Claudio Traversa

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Alpinismo e libertà: le tesi della SAT in convegno a Malé (TN)

Al convegno erano presenti Claudio Bassetti, presidente SAT Organo centrale, Alessandro Gogna e Sandro Rossi, alpinisti, Luca Calzolari, direttore responsabile Montagne 360°, Martino Peterlongo, presidente Guide alpine collegio Trentino, Adriano Alimonta, presidente soccorso alpino trentino, Romano Stanchina, Servizio Turismo PAT, e Carlo Ancona, giudice del Tribunale di Trento.
Quanto assieme concordato dai relatori è espresso nella Relazione finale, documento che nella sua complessità impegna la SAT per il futuro in una precisa direzione e chiude degnamente il 119° congresso dell’associazione.
Relazione finale del convegno Alpinismo esplorazione e libertà
119° CONGRESSO SAT
Alpinismo, l’enciclopedia Treccani recita: “Attività sportiva consistente nell’ascendere le montagne ricorrendo a una specifica tecnica”.Per la SAT è molto altro, vediamo infatti quanto i fondatori, 140 anni fa, hanno declinato al primo articolo dello Statuto Sociale, che definisce anche il nome Società degli Alpinisti Tridentini:… (la SAT) è strumento di unione fra l’esplorazione sportiva dei monti e l’antica cultura delle valli ed ha per finalità:
a) l’alpinismo in ogni sua manifestazione;
b) la conoscenza e lo studio delle montagne, soprattutto trentine;
c) la tutela del loro ambiente naturale;
d) il sostegno alle popolazioni di montagna.
Anche dopo le varie modifiche subite nel corso degli anni dallo statuto queste definizioni sono rimaste immutate e sono tutt’ora condivisibili, attuali e ribadiscono la lungimiranza dei padri fondatori di SAT.Infatti il modo di andare per monti è ora sicuramente diverso rispetto a un passato anche prossimo, è fortemente cambiato negli approcci, nei tempi, nelle visioni, nella ricerca di mete, nella scelta dei mezzi. Ma se ci fermiamo a riflettere non ci risulta poi così differente, le sensazioni e visioni personali sono quelle di sempre.Dobbiamo notare che i padri fondatori non fanno cenno ad alcuna preoccupazione per la libertà: segno che a quel tempo non esisteva il problema.Oggi invece dobbiamo fare i conti con una società che impone ritmi, divora spazi, annulla distanze, ammalia con il no limits. Una società nemica del tempo dilatato, che non lascia assaporare le atmosfere, una società suadente che confonde esperienza con acquisto, nega il valore della poca o tanta fatica della montagna lenta e non competitiva.

, USA, America Settentrionale , casa fratello di Brady (Jake) , Albuquerque , Sandia Peaks

Sandia Peaks, Albuquerque, USA

Salire le montagne per una sfida più sportiva, controllando cronometro e cardiofrequenzimetro, con le scarpette ginniche e pantaloncini corti per tenere il fisico tonico e allenato, rientra più facilmente nei canoni accettati dalla società odierna: queste pratiche sono componenti dell’alpinismo e rientrano tra quanto recita il nostro statuto, proprio perché vogliamo declinare la parola alpinismo assieme a libertà.

Praticare l’alpinismo, a qualsiasi livello e forma, arrampicare in falesia, salire un Ottomila, fare una passeggiata o un’escursione, salire e scendere di corsa, andare a passo lento, d’estate come d’inverno, con sci o altro, studiare piante o minerali, spiare animali, ammirare panorami, confrontarsi con chi in montagna vive e lavora, è un appagamento per quanto ognuno si aspetta di ricevere dal suo praticare la montagna.

Alpinismo quindi come realizzazione delle aspettative personali, arricchimento interiore, piacere. Un alpinismo che si riappropri di un diritto fondamentale, quello dell’evoluzione individuale, oggi tendenzialmente trascurato o anche negato dalla società.

Esplorazione, sempre l’enciclopedia Treccani recita: “Cercare di scoprire, di conoscere quanto è sconosciuto o nascosto o quanto altri cerca di tenere celato, servendosi dei mezzi opportuni” . Questa bizzarra definizione va decisamente aggiornata.

Dopo il periodo delle grandi esplorazioni, da Marco Polo ad Amundsen, da Whymper a Bonatti, le biblioteche (come per esempio quella di SAT) sono piene di documentazione e testimonianze. Ciò permette di trovare una risposta alla domanda su cosa ha spinto tanti uomini a intraprendere simili avventure: è stata una prospettiva di vita, una scelta interiore, un desiderio di scoperta, una voglia di apparire, o un’idea di futuro? probabilmente un mix di tutto questo. E quanto il desiderio di libertà è stato motore per tutto ciò?

E ora cosa possiamo proporre come esplorazione in quest’epoca dove sembra sia stato tutto scoperto e conosciuto? Sicuramente vi saranno ancora in qualche angolo di mondo luoghi non ancora esplorati a fondo, ma questo è un capitolo che continua a essere per pochi.

La ricerca di prestazioni sempre più performanti, superamento di difficoltà alpinistiche impensabili fino a poco tempo fa, tempi di salite e concatenamenti di tutti i tipi e con tutti i mezzi, bici, sci, al limite della umana considerazione, è un modo di frequentare la montagna, ma non può essere considerata esplorazione e nemmeno può essere la sola aspirazione al nuovo.

Sulla base di queste considerazioni SAT rivolge la propria attenzione a tutti coloro che frequentano le montagne, soci e non soci: ci poniamo come obiettivo una ricerca che non si esaurisca nella logica dei record, che sia condivisibile e alla portata anche delle future generazioni, e questo non può essere che qualcosa di personale, intimo e spirituale, che non si limiti a una prestazione fisica. Ognuno di noi ricorda la sua prima cima, magari poco più di una collina: ma è chiaro in noi che quello è stato il primo passo che ci ha spinto e ci spinge verso altre mete, nella sensazione di aver fatto un enorme balzo avanti.

Questo dovrebbe essere per noi l’esplorazione, vivere come scoperta, come fatto unico e nuovo ogni salita, ogni escursione in luoghi mai visitati, o anche già noti, lasciarsi entusiasmare da quanto ci circonda. Usare il territorio in maniera sobria e intelligente, consapevoli che chi visiterà gli stessi luoghi dopo di noi ha il nostro medesimo diritto di trovarli integri e di entusiasmarsi.

Non perderemo mai l’entusiasmo e la voglia di guardare avanti, di trovare nuove mete grandi o piccole che siano, continueremo a crearci nuovi percorsi e situazioni dando tempo al tempo e respiro alla mente, un passo dopo l’altro; come dice Simone Moro, continuare a sognare e poi impegnarsi nella realizzazione.

Libertà, ancora dall’enciclopedia Treccani: “La facoltà di pensare, di operare, di scegliere a proprio talento, in modo autonomo”.

La libertà è un diritto essenziale di ogni uomo, l’alpinismo e la montagna sono una delle massime espressioni di libertà, perché le attività alpinistiche per loro natura non possono rispondere a regole prefissate come avviene negli sport classici. A regolamentare la nostra vita ci pensano già con molta efficacia e spesso con indiscutibile utilità e necessità i vari codici normativi. SAT individua la libertà come ricerca e conoscenza di sé e dei propri limiti, come espressione alta di chi sa mettere in gioco se stesso con la consapevolezza dei propri mezzi e con la conoscenza del terreno di sfida. Libertà è ricerca di evoluzione individuale che va di pari passo con l’aumento di responsabilità del singolo. Un terreno sul quale l’uomo si è sempre confrontato, con esiti diversi, ma senza il quale la vita sarebbe meno ricca, la letteratura più povera, la geografia dell’emozione una piccola collina.

Libertà come diritto
Potremmo partire da una citazione filosofica di John Stuart Mill: “Ogni vincolo in quanto vincolo è un male”. Ma può sembrare banale e anarchico, perché non rifuggiamo le regole ma le vogliamo declinate col buon senso. Il libero accesso alla montagna è un diritto ma solo se accompagnato da un lungo percorso di autodisciplina e auto responsabilità. Quando il nostro esercitare un diritto si confonde con la volontà prepotente e infantile di far ciò che si vuole questo va a scontrarsi con le altrui libertà, mette a rischio altre persone, limita i diritti di terzi, e quindi cessa di essere un diritto, trasformandosi in abuso. Libertà in montagna è quindi libertà di movimento ampliata dall’esercizio della responsabilità: che vuol dire preparazione,disciplina, consapevolezza del limite, e, solo secondariamente, raggiungimento di una prestazione. Libertà è anche quella di rinunciare, avere il coraggio di tornare indietro se i presupposti non sono sufficienti alla progressione: persino gli alpinisti di punta non dovrebbero limitare la propria libertà di scegliere per compiacere gli sponsor o per una qualsivoglia specie di sudditanza psicologica, soprattutto per la valenza di esempio di cui sono portatori. Il ruolo di tutti diventa di formazione, educazione e sensibilizzazione alla responsabilità.

Panorama su Aguglia di Goloritzé, Supramonte di Baunei, giro di Punta Salinas e Cuile Irbidossili
Panorama su Aguglia di Goloritzé, Supramonte di Baunei

Il rischio in alpinismo
Il rischio nasce dalla disparità tra uomo e montagna, come tra uomo e mare o uomo e deserti. Il rischio è elemento costitutivo dell’alpinismo e catalizzatore di libertà di scelta. Il rischio zero in montagna è una pura illusione che l’odierna società spaccia come raggiungibile. Il rischio in montagna va legato all’esercizio della responsabilità e la domanda che dobbiamo porci è: quale rischio mi posso permettere in questa situazione? La valutazione e la successiva accettazione del rischio è anche positivo elemento di opportunità e consente il percorso di evoluzione personale.

Dopo aver preso i dovuti accorgimenti per abbassare la soglia del pericolo, la consapevolezza del rischio aumenta la sicurezza globale. La consapevolezza del rischio può essere inquinata da una consistente “propensione” soggettiva al rischio, caratteristica di alcune persone, spesso inconsapevole e irrazionale. Propensione a volte esaltata dai media e dal mercato, confusa con la vera avventura.

Il diritto al rischio è valido solo quando è frutto di una scelta responsabile e rispettosa degli altri, nella consapevolezza che non esiste un diritto al soccorso sempre, comunque e in ogni condizione.

Sicurezza
Si è sicuri solo con il giusto mix di sicurezza interiore (preparazione e responsabilità) e di dotazione del corretto equipaggiamento e, se necessario, di altri strumenti tecnologici.

La sicurezza totale è una pura illusione, non esiste e non esisterà mai, né in alpinismo né in nessun’altra attività umana, e ogni alpinista sceglie liberamente e consapevolmente di prendersi carico della componente inalienabile di rischio legata al fare alpinismo. Se la componente di sicurezza soggettiva può essere aumentata (anche se mai totale) rimane comunque la parte legata all’imponderabile, sempre presente e mai eludibile. L’impostazione attuale della società è improntata alla cultura della sicurezza, la société sicuritaire, come scrivono i francesi. La società “sicuritaria” è anche il risultato di una motivazione positiva, ovvero l’idea che la società si faccia carico della sicurezza dei suoi membri. Sicurezza che è importantissima in tutti i luoghi, in tutte le attività dove le persone si trovano a lavorare, studiare, farsi curare, soggiornare, circolare. Esistono però spazi in cui l’individuo può e deve muoversi liberamente con la coscienza del rischio e dei propri limiti, con l’attenzione agli altri e all’ambiente in cui si muove: perciò, in quell’ambito, la cultura della sicurezza totale si manifesta in tutto il suo disvalore. La montagna è uno dei pochi spazi che consentono ancora l’espressione di una ricerca personale in cui si mette in gioco la dimensione della libertà della scelta. Questi spazi, questa libertà, questa dimensione non vengono però accettati dalla società sicuritaria. Scrive Annibale Salsa che oggi noi “assistiamo a un vero e proprio eccesso, un delirio della sicurezza” e continua “la ricerca della sicurezza è la psicopatologia della società moderna”.

Se però siamo concordi nel contrastare la diffusione a tutti i livelli di questa società sicuritaria dobbiamo prenderci le nostre responsabilità e agire di conseguenza. Questo in montagna significa limitare al minimo l’uso di installazioni fisse di progressione, nonché la messa in sicurezza delle vie di alta montagna, perché queste opere non devono essere usate come alibi per propagandare (anche a beneficio politico) una salita come “via sicura”, correndo il rischio di far accedere a quella cima anche alpinisti improvvisati e ottenendo magari il risultato contrario.

Va tenuto in debito conto che qualsiasi istituzione crei dei percorsi, sentieri, o attrezzi vie di salita o ferrate ha l’obbligo di mantenerle efficienti con la dovuta manutenzione per almeno dieci anni. Obbligo, peraltro, già sancito dalla legge.

Non utilizziamo mai nell’indicare percorsi, sentieri, vie ferrate, trekking e nelle escursioni guidate la frase “in assoluta sicurezza”.

L’equipaggiamento e le attrezzature tecnologiche sono validi supporti, ma non costituiscono da soli garanzia di sufficiente sicurezza: conoscenza, esperienza, buon senso e istintualità sono ancora alla base della responsabilità e quindi indispensabili.

Ricerca della responsabilità giuridica
Altro vizio della società moderna è la ricerca obbligatoria di un responsabile per ogni cosa che accade, anche se questa è accidentale e totalmente indipendente dai comportamenti umani. Ad esempio la caduta sassi in montagna esisterà sempre e non è né prevedibile né eludibile. Il modello statunitense di far causa contro qualcuno per qualsiasi cosa accada, con lo scopo di farsi risarcire, sta ormai radicandosi anche nella nostra società e nel mercato della sicurezza assistiamo a denunce e richieste di danni che sono assurde persino nella loro impostazione.Simili comportamenti non sono utili a nessuno, salvo agli avvocati: ingolfano i tribunali, e soprattutto mettono a dura prova la voglia dei volontari nel continuare a dedicare il proprio tempo libero per il bene della collettività: situazione ben avvertita anche da SAT (manutenzione sentieri, accompagnamento, alpinismo giovanile). Nei casi di contenzioso nei confronti di operatori di montagna è auspicabile che chi dovrà giudicare sia quantomeno assistito da esperti di montagna; alla stessa maniera i pubblici ufficiali che dovessero intervenire nelle indagini dovrebbero avere delle buone conoscenze in materia.

Media e comunicazione
Chi non pratica la montagna normalmente non si interessa di alpinismo se non in occasione di incidenti e tragedie che vengono riportate dagli organi di informazione molte volte in maniera non corretta, se non altro scrivendo certi titoloni a effetto. Nostro compito è fare informazione e controinformazione corrette sottolineando il valore sociale e culturale della pratica della montagna. Inoltre sul costo sociale di soccorso, recupero e cura di eventuali infortunati dobbiamo diffondere i veri numeri, evidenziando a esempio che il fumo e l’alcol hanno un costo sociale molto più elevato, così come la nutrizione non sana (vedi l’obesità dei bambini) e la mancanza di attività motorie soprattutto in età scolare.

Soccorso
I soccorritori sono dei volontari ai quali è demandato istituzionalmente il compito di intervenire in caso di bisogno; essendo la partecipazione a questo corpo una libera scelta, il soccorritore non si lagna quando lo chiamano per un intervento. I soccorritori accettano che chi va in montagna possa sbagliare, e non giudicano su quanto è successo, solo chi è sul posto può realmente sapere come si sono realmente svolti i fatti, salvo poi tentare un’indagine e con il positivo scopo di creare una casistica che possa tornare utile in seguito. I soccorritori sono essi stessi degli alpinisti, e spesso tra i migliori, e pertanto i rischi che corrono sono da loro accettati sia come professionisti che come volontari. Di certo la mancanza di responsabilità personale aumenta sempre più le richieste di soccorso da parte di escursionisti improvvisati o alpinisti che scambiano l’elicottero del soccorso per un taxi. Non deve passare l’idea che l’essere soccorsi è un diritto sempre e comunque.

Molino Ruatti (val di Rabbi) 18.10.2013. Alpinismo e Libertà, convegno SAT. Adriano Alimonta, Claudio Bassetti, Sandro Rossi, Martino Peterlongo (pres.AGAI Trentino), A. Gogna, Romano Stanchina, Luca Calzolari, Carlo Ancona, Sandro De Manincor

Molino Ruatti (val di Rabbi) 18.10.2013. Alpinismo e Libertà, convegno SAT. Da sinistra, Adriano Alimonta, Claudio Bassetti, Sandro Rossi, Martino Peterlongo (pres.AGAI Trentino), A. Gogna, Romano Stanchina, Luca Calzolari, Carlo Ancona, Sandro De Manincor.

Impegni istituzionali
SAT per dare senso e seguito a quanto enunciato deve mettere in campo tutte le proprie risorse costituite dalle Commissioni tecnico-scientifiche e Scuole che si avvalgono di collaboratori esperti e motivati, con valenze specifiche in ogni campo. Questi, se correttamente stimolati dagli organi politici interni, sono in grado di dare grande impulso a un movimento di opinione, a una maggior chiarezza di obiettivi pratici ma soprattutto all’assunzione di individuale responsabilità.

L’attività di SAT deve essere coordinata con le altre istituzioni, in modo particolare con il Collegio delle Guide Alpine e il Soccorso Alpino e Speleologico. Tale sforzo comune ha come obiettivi:

– indurre la consapevolezza, soprattutto nei meno esperti, che muoversi in montagna è esercitare il proprio diritto di libertà responsabile e non di libertà tout court;

– difendere il ruolo culturale delle libere pratiche di montagna in opposizione alla dominante cultura sicuritaria;

– sostenere il ruolo sociale delle pratiche di montagna tramite l’ideazione e realizzazione di progetti educativi e sociali;

– rilanciare il ruolo economico delle pratiche di montagna perché a pieno titolo fattori di sviluppo durevole dell’economia montanara, in quanto contribuiscono, per la loro forte immagine simbolica, alla promozione dei territori e al rispetto dell’ambiente;

– eliminare o almeno addolcire dal corpus di norme e regolamenti giuridici certe disposizioni poco meditate, non condivise e spesso dannose;

– adoperarsi in definitiva per favorire l’evoluzione e la vera crescita dell’individuo e della collettività.

Missione civile di SAT è perseguire questi obiettivi.

Missione etica è sfidare modelli imperanti e stereotipi e contrastarli con lo stesso spirito dei primi esploratori.

Male’ 11-20 ottobre 2013

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La distrazione di Yuan Yang

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A Cervinia inaugurata la mostra per i 40 anni italiani dell’Everest

Organizzata e realizzata dal Comune di Valtournenche e dalla Società Guide del Cervino, la mostra è stata coordinata e allestita da Alessandro Gogna e Alessandra Raggio, nell’ambito del progetto di spazio museale dell’architetto Luigi Bochet.
Ecco la scheda di presentazione:

Il Sagarmatha in nepalese o il Chomolungma in tibetano, l’Everest si erge a un’altitudine di 8850 m nella catena dell’Himalaya ed è la più alta montagna della Terra. Situato sul confine tra il Tibet a nord e il Nepal a sud, deve il nome a Sir George Everest (1790-1866), geografo e cartografo britannico e direttore del Survey of India.

Situato in territori chiusi all’occidente fino al termine della prima guerra mondiale, l’Everest attrae l’attenzione dei più ambiziosi circoli alpinistici occidentali dai primi anni venti del Novecento, quando l’allora Dalai Lama autorizza le prime esplorazioni sul versante tibetano. Saranno gli inglesi, già da tempo presenti nel subcontinente indiano, a finanziare queste pionieristiche missioni esplorative con partenza da Darjeeling, in India. Tre sono i tentativi nel primo decennio postbellico. Nel gennaio 1921, la Royal Geographical Society e l’Alpine Club organizzano una squadra formata di alcuni tra i più forti alpinisti di quegli anni, di cui fa parte anche George Mallory, seguita l’anno successivo (1922) dal primo tentativo vero e proprio di scalata. Nel 1924 una terza spedizione britannica, guidata da Edward Norton, segna una tappa fondamentale: la quota record di 8570 m raggiunta senza uso di ossigeno supplementare. Della spedizione sono parte anche Mallory e il giovane Andrew Irvine che, partiti l’8 giugno dal campo VI a 8170 metri, non faranno più ritorno. Dal 1933 al 1939 seguono altre quattro spedizioni e l’impegno sulla montagna di alcuni tra i più leggendari alpinisti britannici: Eric Shipton, Frank Smythe e Bill Tilmann. Lo scoppio della seconda guerra mondiale blocca ogni ulteriore progetto di conquista. In seguito, con la chiusura delle frontiere del Tibet occupato dalla Cina viene di fatto anche impedito il collaudato avvicinamento da nord. Per la ripresa delle attività sull’Everest, bisogna attendere la primavera del 1950 quando il Nepal decide di aprirsi all’Occidente. Nel 1951, l’ottava squadra diretta alla montagna, guidata dall’inglese Eric Shipton, parte in ricognizione del versante nepalese e individua una via di accesso attraverso il ghiacciaio del Khumbu. Del gruppo fa parte anche il neozelandese Edmund Hillary. Ancora nel 1952 si assiste a un duplice tentativo svizzero (in primavera e in autunno): è la prima volta che una spedizione sistema il campo nel West Cwm, la vallata racchiusa fra Everest, Lhotse e Nuptse resa quasi inaccessibile dalla Ice Fall (che resta il passaggio più pericoloso dell’intera via insieme all’Hillary Step). Lo svizzero Raymond Lambert e lo sherpa Norgay Tenzing arrivano molto vicini all’anticima sud, ma a 8595 m devono rinunciare. Ed infine la prima ascensione si conclude nel 1953, a opera dell’inglese John Hunt alla guida della spedizione britannica che per prima vedrà due uomini in vetta: Edward Hillary e Tenzing Norgay il 29 maggio alle ore 11,30.

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Rinaldo Carrel applica alla parete la targa della Comunità Montana

Da allora, l’Everest è stato e rimane la massima ambizione per molti alpinisti e tra questi anche degli italiani. Nel 1972 è Guido Monzino a raccogliere il testimone per l’Italia con una spedizione composta principalmente di elementi delle Forze Armate e dei Corpi Armati dello Stato – nei cui ranghi figurano alcune guide alpine di Breuil-Cervinia – oltre che di valorosi alpinisti e scienziati, poiché la missione si prefigge anche l’obiettivo di svolgere importanti ricerche scientifiche e fisiologiche.
Nell’agosto 1972 Monzino, vittorioso capospedizione al Polo Nord l’anno precedente, presenta il progetto al ministro della Difesa Mario Tanassi che viene accolto e appoggiato dalle autorità militari. Tra i sostenitori della spedizione anche il Club Alpino Italiano che in quell’anno festeggia il centenario dalla fondazione della sezione di Milano (1873).
Partita il 28 aprile dal campo 2, la prima cordata raggiunge la vetta dell’Everest il 5 maggio 1973. Ritratti da Mirko Minuzzo, a sinistra i due sherpa Lakpa Tenzing e Shambu Tamang, a destra Rinaldo Carrel che dispiega la bandiera italiana. FFGM/Archivio FAI, Milano. FAI, Milano.Partita il 28 aprile dal campo 2, la prima cordata raggiunge la vetta dell'Everest il 5 maggio 1973. Ritratti da Mirko Minuzzo, a sinistra i due sherpa Lakpa Tenzing e Shambu Tamang, a destra Rinaldo Carrel che dispiega la bandiera italiana. FFGM/Archivio FAI, Milano. FAI, Milano

Con la conclusione della complessa fase organizzativa, gestita di concerto con lo Stato Maggiore dell’Esercito, l’avvio della spedizione ha luogo il 15 gennaio dall’aeroporto di Cameri (Novara). Con il contributo logistico del vice capospedizione capitano Alessandro Molinari, un centinaio di tonnellate tra attrezzature e materiali e due elicotteri AB-205 dell’Aviazione Leggera dell’Esercito sono caricati su tre aerei C-130 Hercules dell’Aeronautica Militare che per il 7 febbraio riuniscono a Kathmandu anche tutti i componenti della spedizione. Sono 63 in tutto gli italiani in Nepal: tra questi 52 militari, 11 civili, di cui 3 medici. Dalla capitale nepalese, elicotteri e aerei Piper spostano il carico e gli uomini a Lukla (2800 m), ultimo avamposto raggiungibile con mezzi meccanici via terra, da cui la carovana di oltre 2000 uomini – gli straordinari portatori sherpa – con circa 70 yak prosegue a piedi, arrivando a Periche (4243 m) il 5 marzo. Durante il tragitto la spedizione è avversata da condizioni meteo assai sfavorevoli che proseguono fino a Lobuche (4929 m) dove un buon numero di portatori abbandona la carovana (rimarranno circa 150). Ed è in questo frangente che l’impiego degli elicotteri si dimostra una strategia risolutiva, consentendo di completare il trasporto sul sito dove il 13 marzo sorgerà il primo campo (Gorak Shep, 5150 m). Il campo base viene sistemato invece a 5356 m (23 marzo), completo di un ospedale da campo e di un laboratorio di fisiologia ad alta quota, diretto dal professor Paolo Cerretelli. Tre giorni dopo prendono il via le operazioni per attrezzare la via da parte di un gruppo di alpinisti al comando del capitano Roberto Stella. Il campo I è allestito a 6157 m superato il primo tratto dell’Ice Fall. Nel mese e mezzo successivo, altri cinque campi sono attrezzati lungo la via normale che passa dal Colle Sud – dove era il campo V – e da qui conduce ai 8850 m della vetta. Dopo diverse giornate di tempo avverso, la schiarita del 4 maggio riaccende la speranza nei componenti della prima cordata di punta – i valdostani Mirko Minuzzo e Rinaldo Carrel, e gli sherpa Lakpa Tensing e Sambu Tamang – che riescono a salire a 8645 m e a sistemare il campo VI, da cui si avviano il giorno successivo per coronare il sogno tricolore con il raggiungimento della vetta il 5 maggio alle 12,39 (7,39 ora italiana). A distanza di due giorni, una seconda cordata, composta da Fabrizio Innamorati, Virginio Epis, Claudio Benedetti e Sonan Gyaltzen, è sulla sommità del Tetto del mondo (7 maggio alle ore 13, 8 ora italiana). La terza squadra guidata da Roberto Stella è purtroppo obbligata a rinunciare a causa del monsone che si preannuncia con insistenza con terribili bufere di neve che trasformano il ritorno delle altre due cordate in una angosciosa epopea.

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Gli ambienti della mostra

Prima di atterrare all’aeroporto milanese di Linate, il volo da Kathmandu fa una prima sosta a Roma il 29 maggio all’aeroporto di Ciampino dove lo Stato Maggiore dell’Esercito accoglie la spedizione con un discorso del ministro Tanassi che preannuncia loro ulteriori celebrazioni ufficiali in occasione della festa della Repubblica il 2 giugno successivo: cerimonia al Quirinale, udienza privata in Vaticano e sfilata ai Fori Imperiali.