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Avventure alla Pria Grande – 2

Avventure alla Pria Grande – 2 (2-2)
(dal mio diario)

prima puntata: http://www.alessandrogogna.com/2016/01/21/avventure-alla-pria-grande-1/

12 ottobre 1963. Vado alla Pietragrande da solo. Tento una via a destra del Colonnino, la 13bV, data di V. Provo e riprovo, ma non me la sento oltre un certo numero di metri.

Allora mi rivolgo al 13bII. Giunto quasi alla sommità del Colonnino, ho paura di cadere, così riscendo e lentamente riguadagno terra. Certo i passi di IV in discesa non sono molto consigliabili. Per consolarmi mi rivolgo alla via normale, che conosco bene. Sceso, passo sotto alla parete dalla quale è caduto Alberto: ma troppe brutte sensazioni si affacciano, meglio andare sotto allo spigolo nord-est. Lo guardo, senza tentarlo: rimando al giorno che tornerò qui con Marco. In complesso, una giornata poco proficua.

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Probabilmente sono abbastanza ostinato, perché il 23 ottobre torno, ancora da solo. Sono più che mai deciso a salire il 13bV. Mi ci butto con irruenza, ma ancora una volta mi blocco in mezzo al V grado. Allora, stizzito, pianto un chiodo più alto che posso, ci metto un cordino e con quell’aiuto riesco a salire al di sopra di questa maledetta fessura di faticoso V grado. Faccio per salire su per il Colonnino, ma mi arresto allo stesso punto di una decina di giorni fa, così rifaccio ancora quella discesa, piano, con attenzione.

Mi rivolgo allora al 13gI, già tentato il 24 aprile scorso con Marco. Questa volta riesco a salire, facendo anche una variante diretta di IV+. Prima di andarmene, contemplo ancora lo spigolo nord-est, una meta che sta davvero cominciando a scottare.
nel frattempo conosco un altro ragazzo del CAI, Alberto Poiré. E’ andato in montagna sempre a Vigo di Fassa, dove mi ricordavo d’averlo già visto. Anche lui ha frequentato i massi della val san Nicolò, anche quel masso 5 che io non ho mai trovato. Non sapevo che vicino a Genova si potesse arrampicare, ed è ben contento di poterlo fare, così si troverà più allenato per l’estate prossima.

Ho sempre in testa lo spigolo nord-est della Pietragrande e il giovedì 31 ottobre 1963, giorno fissato, all’uscita della scuola si mette a piovere. Marco Ghiglione non può, Gianni Cofrancesco mi dice che con la pioggia non se ne parla neppure. All’una e mezza mi telefona Alberto Poiré.
– Beh, che si fa?
– Mia madre dice di no.
– Come, no? Di a tua mamma che vai a Pegli ad allenarti al campo d’atletica.

Alessandro Gogna sulla fessura di V dell’it. 13bV (via della Placchetta), 7 marzo 1964
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Insomma, riesco a convincerlo. Presa la “C”, alle 15 siamo a Morigallo. Non abbiamo ancora superato il ponte sul Polcévera che attacca a piovere. Continuiamo imperterriti con l’impermeabile. A Geo, piove di brutto. Per preservare i vestiti asciutti, decidiamo di cambiarci poco oltre a Geo. Io metto i calzettoni nelle scarpe a carro-armato, la tuta da ginnastica e l’impermeabile. Lui gli scarponi, la tuta e l’impermeabile di popeline. Alle tre e mezza siamo arrivati alla base. Sotto a un piccolo tetto della parete est aspettiamo che spiova. Siamo già abbastanza bagnati. Tiro fuori la corda: so che è ingarbugliata. Ci metto dieci minuti a districarla. Alberto mi fa notare un punto in cui la corda è un po’ rovinata. Per fortuna non è troppo centrale. Mi lego al capo più lontano dal danno, prendo martello, chiodi e moschettoni e comincio a salire sotto la pioggia. Nel diedro iniziale del 13d la roccia non è ancora viscida, però avendo le scarpe infangate fatico sul primo pezzetto per arrivare al diedro (se non avessi conosciuto già questo tratto non ce l’avrei fatta). Alberto è arrabbiatissimo per la pioggia e per quello che succederà quando torneremo a casa fradici. Intanto raggiungo il primo chiodo, mi ci assicuro e cerco di passare. Per fortuna mi accorgo di non essermi legato bene, così scendo a rifarmi il nodo. Risalgo al chiodo e, con una serie fortunata di piccoli movimenti, supero il passaggio di V- che tanto fece sudare marco e me l’aprile scorso. La roccia qui è bagnata, tanto che rivoletti d’acqua mi scorrono giù per i polsi. lentamente continuo a salire per delle placchette e finalmente incontro un secondo chiodo. Sotto la pioggia scrosciante mi ci assicuro, perdo tempo a mettere a posto il moschettone e finalmente continuo. Dopo circa un minuto sono in cima!

Piove, ho addosso canottiera, camicia e felpa della tuta, tutto fradicio. Urlo ad Alberto di venire su. Come immaginavo non riesce a salire sul primo metro. Tenta e ritenta, ma alla fine desiste. Allora gli urlo di venire su per la via normale. Lui allora si slega e si presenta all’attacco, che gli avevo fatto vedere prima. Scendo e gli faccio vedere la via. Lui mi segue e arriviamo in cima. La corda è lì, ancora ancorata. Non ci fidiamo a scendere a corda doppia per via di quel logoramento. Piove in modo preoccupante. Scendiamo per la normale in arrampicata, gli faccio vedere tutti i movimenti. Quando sono a terra corro a prendermi l’impermeabile. Poi ritorno ad aiutare Alberto, il quale si è bloccato sulla roccia viscida. Alla fine riesce a saltare e assieme corriamo sotto al nostro tettino. Qui pende la nostra corda: ai capi presenta delle impiombature che potrebbero non passare nei moschettoni. Con il martello ne taglio una: allora posso sfilare. Viene giù con un sibilo sinistro. Poi salgo ancora a prendere il primo moschettone, che è di Alberto.

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Mentre arrotolo la corda sono felice, anche se l’acqua mi è ormai entrata nelle ossa. Sono contento di aver finalmente fatto da capocordata questo spigolo nord-est, che è in linea come difficoltà con lo Spigolo del Secchio di Pietralunga. Quest’ultimo però, essendo ben più esposto, è superiore.

Scendiamo, e alle casette dove ci eravamo cambiati all’andata, ci ricambiamo vestiti “civilmente”. ma quando siamo a Geo ci coglie un tale acquazzone che in un attimo siamo grondanti. Ormai ce la prendiamo comoda, tanto…

Alberto è nero e se la prende con me scherzando. Per fortuna la “C” passa subito. In autobus discutiamo per definire una versione ufficiale: – Siamo andati a Pegli, per allenarmi alla marcia io, per fare un po’ di judo, lui. Poi, in un momento in cui non pioveva, siamo usciti con altri ragazzi all’aperto e abbiamo giocato a pallone. Naturalmente, il terreno fangoso ci ha resi così. Visto che tanto eravamo così conciati abbiamo continuato a giocare sotto la pioggia…

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Come se non bastasse, a Sampierdarena ci ritroviamo bloccati nel traffico, praticamente fermi. Le cose si aggravano. Infatti avevamo calcolato che, arrivando abbastanza presto a casa, potevamo far sparire il materiale da roccia. Dopo attento studio, concludo che l’unica soluzione è mettere la roba in cantina, lasciandola però incustodita per tutta la notte.

Alberto è molto sollevato per questa soluzione. Per il resto del viaggio (e così possiamo chiamarlo visto che è durato dalle 17.55 alle 20.25) in autobus, Alberto conversa volentieri con un tizio sul menefreghismo italiano in generale, sull’apatia, sulla politica perversa, ecc.

Alle 20.25 sotto una pioggia torrenziale arriviamo alla mia fermata. Corriamo al mio portone in via Pareto, mi consegna il suo bagaglio (scarponi, chiodi, martello, moschettoni e cordino). Ci salutiamo. Con l’aiuto di un fiammifero che so esserci in cantina, mi faccio luce e deposito tutto su una mensola. Poi esco e salgo le scale di casa mia (cinque piani): sono accolto in modo bestiale. Il mio racconto però regge.

Il giorno dopo rendo ad Alberto il suo materiale e sistemo il mio. Potrà interessare sapere che, a dispetto dell’acqua presa e del raffreddore che già avevo con tanto di catarro, nessun malanno mi ha colpito.

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Proprio nella classe accanto alla mia, cioè nella 1aD, c’è un certo Bernardo de Bernardinis. Orami frequento il corso di Alpinismo della Sezione Ligure del CAI: ci siamo conosciuti lì. Anche lui si è iscritto, più che per imparare, per conoscere gente con cui andare. Ha quasi sedici anni e la sua attività si è svolta prevalentemente a Courmayeur, quindi su ghiaccio e granito. Iscritto al CAI di Sampierdarena, i suoi genitori gli permettono l’alpinismo, dunque ha tutto il materiale necessario.

7 marzo 1964. Con la scusa di andare a studiare da un mio amico, mi porto via la roba nel sacco da ginnastica e parto. Alle 14.05 prendiamo la “C” e alla solita ora (15.30) siamo alla Pria Grande. A Bernardo, da tutti chiamato Chicco, questo posto piace molto, con la sua roccia verticale. Salgo legato per la via normale e dopo poco lui mi ha raggiunto.

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Ora, qualcosa di nuovo: corda doppia sulla parete sud-est. Ancoro la corda all’apposito ago da mina e mi preparo a scendere. Ho una certa fifa, ma poi mi passa. la discesa è magnifica ed è senz’altro la più lunga discesa che ho mai fatto. Scatto delle foto a Chicco mentre scende. Dimostra una tale padronanza di sé e della manovra da stupirmi.

Ora andiamo all’attacco del 13bV. Abbiamo un’idea complessa: salire alla vetta del Colonnino, scendere a sinistra due metri e poi concludere per il 13bI. Ricorderete che il 23 ottobre 1963 avevo superato il passo difficile di V con una staffa di cordino (sebbene la guida prevedesse la libera). Quindi ora, non da solo come allora, voglio farcela come si deve.

Infatti salgo veloce in Dülfer, senza piantare nulla, così da ricevere lodi immediate da Chicco. Ma io non lo sento quasi, continuo sulla placchetta, vinco il baluardo del Colonnino (che mi aveva sempre respinto). E tutto senza alcun chiodo. Ora sono in piedi sul Colonnino, aggancio il moschettone al chiodo superiore per poter assicurare Chicco. Mi sistemo seduto alla meno peggio. A sua volta si appollaia in cima, mentre io scendo di poco a sinistra. Mi fa una strana impressione: è la seconda volta che arrampico assicurato dal compagno in parete. Quella volta con Carlon la ricordo bene… ma non eravamo così alti e su roccia così difficile!

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Il tempo minaccia, e mi aspetta una bella placca di V. Non sono a pochi metri da terra. Pianto due chiodi sotto al Colonnino, perché uno non mi sembra sicuro, e proseguo in traversata a sinistra. Poi salgo un po’ e, sempre in placca, mi ristabilisco con i piedi. Cerco un’altra fessura per un chiodo e la trovo. Mi riposo un momento poi raggiungo abbastanza facilmente la cima.

Assicuro Chicco sull’ago da mina, lui mi segue ma, dopo essere sceso e aver tolto i chiodi, invece di traversare sale quasi subito, incrodandosi. Alla fine si molla nel vuoto e fa un bel pendolo. Lo tengo bene, ma va a finire su un tratto che sarà VI grado. Lo aiuto molto tirando e alla fine raggiunge il mio chiodo e me.

Ci rivolgiamo ora alla parete ovest, l’itinerario 13g, una via di V+, con i primi metri in artificiale. Pianto due chiodi e metto le staffe, provo senza riuscirci a metterne un terzo. Allora, arrabbiato, dico a Chicco che vado in libera. Lui cerca di farmi desistere, che secondo lui non ce la posso fare. E invece, incredibilmente, ce la faccio! Dopo aver messo un terzo chiodo, arrivo in cima. Chicco è stanco, ancora un po’ scosso per il volo di prima, riesce a togliere il primo chiodo ma non il secondo e neppure il terzo. In doppia il terzo chiodo lo tolgo io, quanto al secondo, una volta con i piedi a terra, me lo dimentico!

Tanta è la gioia di questa giornata davvero proficua.

Bernardo de Bernardinis ai Torrioni di Sciarborasca
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