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CAI e fascismo

CAI e fascismo
di Francesco Gleria

Cercherò brevemente di illustrare e motivare gli stretti rapporti che ci sono stati nel ventennio fascista fra il regime e il CAI.

Il rapporto fra CAI e fascismo è stato più complesso di quanto Pietro Crivellaro ci ha fatto intendere nell’articolo apparso su Montagne360 dell’aprile 2013 in occasione della cronistoria a puntate sui 150 anni del sodalizio.

Stemma del Centro Alpinistico Italiano con fascio littorio
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Anzitutto è da chiedersi se l’abbraccio fra CAI e fascismo sia stato cercato dal CAI o non piuttosto imposto dal regime: io sarei più propenso per questa seconda ipotesi e a supporto porto un paio di testimonianze: in primis un intervento del Presidente generale Eliseo Porro in occasione dell’assemblea dei delegati tenutasi a Parma nel marzo del 1925. In quell’occasione Porro informa di aver ricevuto dal Ministro della Guerra un programma, più propriamente una pretesa, atta a far sì che il CAI col concorso del Ministero medesimo preparasse alla montagna le popolazioni valligiane in maniera da averle più idonee alla funzione militare.

E’ questo un primo segnale dell’intenzione del governo fascista di incapsulare il CAI, cui fa seguito nel 1927 la sua inclusione all’interno del CONI. La conseguenza è che il Presidente generale del CAI viene nominato con decreto del capo del governo su proposta del segretario del partito nazionale fascista. A sua volta il presidente generale del CAI nomina i presidenti delle sezioni che dovranno essere iscritti al partito nazionale fascista.

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Mi parrebbe strano che i dirigenti del CAI possano avere liberamente scelto di perdere ogni libertà riguardo alla nomina delle più importanti cariche sociali e più in generale alla gestione del Club.

D’altra parte un articolo apparso sul primo numero della rivista mensile del 1928 a firma del consigliere centrale Mario Pola mette in evidenza come tanto si sia discusso, anche con tante lamentele, sull’inquadramento del CAI all’interno del CONI .

A Eliseo Porro, ultimo presidente generale eletto democraticamente, subentra nel 1929 Augusto Turati, segretario del partito e presidente del CONI che regge la carica per un anno lasciando il posto nell’aprile del 1930 ad Angelo Manaresi che già ricopre l’incarico di presidente dell’ANA (Associazione Nazionale Alpini) ed è altresì sottosegretario presso il Ministero della guerra. Di lì a poco Manaresi assumerà anche la direzione della Rivista Mensile la cui redazione viene trasferita da Torino a Roma dopo che l’anno prima anche la sede centrale aveva subito la stessa sorte.

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Con la presidenza Manaresi, che dura fino all’aprile del 1943 quando cade Mussolini, il CAI è stretto in un abbraccio soffocante dal Regime. Viene fatta piazza pulita di tutte le associazioni alpinistiche: il campo dell’alpinismo deve avere un solo referente: il CAI.

Tutti gli universitari fascisti (GUF) devono entrare nelle file del CAI, il che comporta un notevole incremento del corpo sociale (circa 40.000 nuovi soci dei quali molti del tutto digiuni di alpinismo).

Nel 1939 interviene anche una preoccupante modifica nello statuto del CAI che è diretta conseguenza delle leggi razziali “i soci del CAI che debbono infatti esclusivamente appartenere alla razza ariana”.

Dall’ottobre del 1941 il CAI passa alle dirette dipendenze del Partito Nazionale Fascista: come conseguenza la vigilanza politico-morale degli organismi periferici del CAI è di esclusiva competenza dei segretari federali, mentre le cariche devono essere conferite esclusivamente agli iscritti al partito.

Ora è evidente che chi avesse voluto praticare la montagna negli anni del fascismo non poteva che aderire al CAI, vuoi perché il CAI organizzava gite e campeggi in un periodo in cui la motorizzazione privata era molto scarsa, vuoi per gli sconti nei rifugi, vuoi perché gli iscritti potevano ottenere forti riduzioni nei trasporti ferroviari, vuoi perché all’infuori del CAI non esistevano altre associazioni alpinistiche.

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Se però la catena di comando era saldamente nelle mani del partito, non altrettanto può dirsi della base associativa che per sua natura è individualista. Significativi al proposito sono due interventi, il primo di Manaresi all’atto del suo insediamento quando auspica che nel CAI non vi siano angoli morti di afascismo irriducibile; l’altro più vicino a noi è del presidente della sezione di Vicenza, Lorenzo Pezzotti, che nel 1931 lamenta come la sezione vivacchi e non viva anche perché i migliori alpinisti sono troppo individualisti. Poi dice: “Vorrei sbagliarmi ma a me sembra che sia molto languido nella nostra sezione quello che si può chiamare spirito di corpo”.

Sia Pezzotti, che presiederà la sezione per nove anni dal 1930 al 1938 che Giuseppe Zanetti che gli succederà fino al 1940 manifestano nei loro interventi una entusiastica adesione al fascismo sullo stile roboante del Presidente generale Manaresi.

Con Tommaso Valmarana che succede nella veste di commissario a Zanetti, dimissionario nel novembre del 1940, l’atteggiamento dei vertici della sezione cambia.

Mi basta ricordare questo significativo episodio: nella seduta del 28 luglio 1941 Valmarana rende noto che nei giorni precedenti il presidente generale Manaresi gli ha comunicato di aver accolto il desiderio dell’onorevole Arturo Marescalchi diretto ad ottenere la intestazione del rifugio Vicenza a nome del suo figlio Umberto caduto in guerra. Valmarana dichiara di non accettare questa decisione e che pertanto intende rassegnare le proprie dimissioni.

Angelo Manaresi
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Successivamente tutti i consiglieri presenti esprimono la loro opposizione alla nuova denominazione imposta dalla sede centrale. Il consiglio ritiene poi opportuno che il presidente faccia presente alla presidenza generale tutte le ragioni che ostacolano la proposta denominazione.

Nella seduta del 6 agosto Valmarana dà notizia della risposta avuta alla sua lettera diretta a Manaresi circa la nuova denominazione del rifugio Vicenza: la risposta è pervenuta attraverso il CONI con un telegramma a firma Manaresi che invita i dirigenti della sezione a prendere atto che la decisione circa la nuova denominazione del rifugio è definitiva. Manaresi conclude scrivendo che si aspetta comprensione dagli alpinisti vicentini sempre disciplinati.

Nella successiva riunione del 27 agosto 1941, assente Valmarana perché richiamato alle armi, il vice presidente informa che Valmarana ha parlato con il senatore Marescalchi che intende non sia più dato il nome di suo figlio al rifugio.

E nella successiva riunione del 22 ottobre 1941 Valmarana riferisce di aver conferito anche con il presidente generale Manaresi e di poter assicurare la sezione che il rifugio Vicenza conserverà immutato il suo nome.

A questo riguardo è da segnalare che l’anno prima sempre il presidente generale del CAI aveva approvato la proposta della sezione di Padova di intitolare alla memoria del maresciallo dell’aria Italo Balbo il rifugio Padova nelle Dolomiti orientali.

E saltiamo direttamente al 1945 e ai giorni immediatamente successivi alla liberazione: in data 8 maggio si riuniscono nella sede provvisoria di via Motton San Lorenzo 15 soci, fra cui alcuni componenti del vecchio consiglio.

Il Duce a Monte Terminillo, 1937
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Viene dato atto della irreperibilità del presidente Tommaso Valmarana, ufficiale di collegamento con le truppe alleate e viene anche evidenziato che la sezione ha l’ambito onore di annoverare fra i suoi soci molti esponenti della resurrezione italiana: ricordo Dino Miotti, Raffaele Rigotti, Umberto Stella, Cleto Vedù, Gino Soldà oltre a Toni Giuriolo. Leone Cabalisti, componente del vecchio consiglio e dotato di pieni poteri dal locale CNL, presiede la riunione che procede alla nomina del commissario provvisorio nella persona di Gaetano Falcipieri che a sua volta designa cinque collaboratori.

Nella seduta del 1° giugno 1945, a pochi giorni dalla conferma della morte di Giuriolo (Francesco Meneghello si era recato a fine maggio in Emilia per conoscerne i dettagli) viene deliberato di mutare il nome del rifugio Campogrosso in Toni Giuriolo.

Il 2 settembre 1945 alla presenza del governatore alleato colonnello Richard L. Lollar e del capo di Polizia Baker, di autorità civili e militari italiane oltre che del consiglio direttivo sezionale e delle rappresentanze dei gruppi partigiani e delle vicine sezioni del CAI ha luogo la cerimonia dell’intitolazione del rifugio e dello scoprimento della lapide.

Nella riunione del successivo 12 settembre il consiglio lamenta il comportamento del conduttore del rifugio per la sua esosità in particolare per il costo della colazione offerta in occasione dell’inaugurazione del rifugio. Per la cronaca fu servito il seguente menù: risotto con funghi, vitello arrosto con funghi e purée di patate.

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