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C’era una volta… il Salto delle Streghe

C’era una volta… il Salto delle Streghe
di Giuliano Stenghel (Sten)

 

Il Salto delle Streghe, spettacolo della natura e, con le sue vie, ardita proposta alpinistica sul lago, ora purtroppo non esiste più: è stato annichilito, cancellato dalle mani dell’uomo. Infatti, su una delle pareti più belle del lago di Garda, dove nidificavano gabbiani e altre specie, qualcuno ha deciso di investire centinaia di migliaia di euro (speriamo non pubblici) per dapprima fare un disgaggio e, in seguito, per avvolgerlo interamente con delle reti, piastre, fittoni. Per fare un esempio: chiudete gli occhi e provate a figurarvi una parete come la Roda di Vaèl improvvisamente invasa di cavi. Immaginate le vie cancellate, la stessa storia alpinistica, il disastro ecologico e turistico e ancora molto molto di più. È una tristezza: nel mio cuore ci sono tanta amarezza e anche tanta malinconia.
Allora mi viene spontaneo chiedermi il perché, capire se tutto ciò era proprio necessario.

Il Salto delle Streghe come era prima della copertura a rete, con i tracciati delle vie di Stenghel. La numero 1 è la Via Anurb, la cui parte inferiore è parzialmente crollata e poi demolita con l’esplosivo; tra 1 e 2=Via Grido degli Ultimi (G. Stenghel, Mariano Rizzi, Franco Nicolini, 12 novembre 2000); 2=Via Magic Line (G. Stenghel, Walter Vidi, maggio 1982); 3=Via Grido della Farfalla (G. Stenghel, Andrea Andreotti, Marco Pegoretti); 4=Via dei Fratelli (G. Stenghel, Alessandro Baldessarini, M. Rizzi, 6 maggio 1997); 5=Via Serenella (G. Stenghel, M. Rizzi, Luca Campagna, 12 settembre 1992); 6=Via del Gabbiano Jonathan (G. Stenghel, A. Andreotti, 13 ottobre 1982
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Una via nuova: legare il proprio nome alla parete, per me rappresenta una gioia unica, impagabile. Non sali solo per il puro piacere di scalare, ma per esprimere la tua fantasia, per vincere! Penso sia la stessa sensazione dell’artista nel creare la sua opera, penso ci voglia la stessa concentrazione e stato d’animo.

Con il fido compagno di corda Mariano e con Luca, abbiamo deciso di provare la gialla e strapiombante parete del Salto delle Streghe a Campione. Una grande sfida con me stesso. Stiamo tentando una via estremamente difficile: un grande problema alpinistico, l’ultimo rimasto sulla parete. Questa via ha per me un forte significato: il ritorno al grande alpinismo. Ho 38 anni, non ho la forza e forse nemmeno il coraggio di un tempo e per di più mi sento uno straccio; ho però l’esperienza di oltre vent’anni di alpinismo estremo, con molte vie nuove, un carattere forte, ma soprattutto un Angelo grande, e con il suo aiuto riuscirò a scalare questa montagna.
“Siamo al terzo tentativo e ogni volta le difficoltà sono strenue. Devo salire su rocce spesso friabili, con un chiodo tra i denti per piantarlo di corsa magari appeso sulle dita di una sola mano. E’ uno sforzo notevole che richiede tanta esperienza e coraggio. Sono al limite, tuttavia non voglio desistere e questa via porterà il nome di Serenella”.
Oggi, mentre i miei compagni stavano salendo verso di me al punto di sosta, guardando in basso vedevo i tetti delle grandi vecchie case e della fabbrica. Nella piazza c’erano degli amici che mi chiamavano e gli abitanti del paese col naso all’insù. Avevo la sensazione di arrampicare per loro. Campione è un paese che è stato costruito per la fabbrica, tanto che se questa muore (come è morta), sembra che tutto lì debba finire. Ma la gente vive ancora ed ama quella fetta di terra. Credo che nelle difficoltà le menzogne e le ipocrisie non esistono. Così come quando si tenta una via nuova: ci vuole coraggio, lealtà, bisogna esprimere tutta la forza fisica e mentale e la nostra via può diventare un’opera d’arte, un capolavoro d’estetica. È il risultato di una forza misteriosa che è in noi alpinisti e che ci permette di andare oltre i nostri limiti, è un dono di Dio e dell’amore per quello che facciamo! Per la prima volta mi trovavo nuovamente oltre il sesto grado dopo la battaglia contro il cancro di mia moglie e tutto sembrava un sogno, una grande sfida o un incubo
(dal mio libro-diario: Voglio una vetta dove ascoltare il mio Dio, 15 ottobre 1991 ore 22,56).

26 novembre 2015, prima esplosione controllata per alleggerire la parte rimasta in posto del grande pilastro chiamato “il Mammellone”
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Quando negli anni Ottanta avevo scalato con Walter Vidi la prima via sulla parete, mi ero preso a cuore la situazione di Campione e dei suoi abitanti: “Non è giusto che se una fabbrica muore, tutto il paese debba morire”. Ritenevo cosa buona l’idea di rilanciare il paese puntando sulla ristrutturazione, sulla realizzazione di un porto turistico, sul riattamento della zona della vecchia fabbrica, ma evitando di ergere nuove e moderne costruzioni come lo stesso mega parcheggio e l’università della vela, in una aerea che mi limito a definire “poco adatta”. Infatti, le cose non sono andate come in molti speravano perché il borgo di Campione è stato posto quasi interamente sotto sequestro dalla magistratura bresciana: ne è uscito un paese irriconoscibile e pieno di brutture edilizie. Il sogno di trasformare il vecchio centro operaio in un esclusivo villaggio turistico, di fare di uno degli angoli più suggestivi del Garda una nuova Montecarlo si è dimostrato sproporzionato. Si è voluto ostentare esageratamente le proprie capacità, forze o possibilità economiche, insomma un qualcosa di megalomane: un resort a cinque stelle pubblicizzato dappertutto e a tutt’oggi rimasto un cantiere abbandonato, un desolante insieme di cemento destinato a marcire. A Campione si sono susseguite molte imprese, l’ultima la CoopSette, che gestiva il cantiere, è naufragata con il rinvio a giudizio dei vertici del colosso edile, indagati nell’indagine per abusi edilizi. Sono seguiti altri imputati ex-amministratori del comune di Tremosine e i provvedimenti messi a cantiere sono stati dichiarati “illegittimi”. Le accuse vanno da lottizzazione abusiva all’abuso di ufficio. Vorrei rendere noto che l’intera area è sottoposta a vincolo paesaggistico e si trova su una zona protetta e adiacente a due aree d’interesse comunitario: il Monte Cas-Cima di Corlor e il Parco Naturale Alto Garda Bresciano.

Tuttavia ciò che grida vendetta sono le costruzioni proprio ai piedi della parete come, in particolare, il grande parcheggio e l’università della vela. Non sono un esperto in materia, ma forse là sotto era meglio non fabbricare! Infatti, magari per puro caso e, nonostante il disgaggio dell’intera parete, è franato l’enorme pilastro della via Anurb: lo stesso che avevo scalato tanto tempo fa e dove sono state girate alcune scene alpinistiche del cortometraggio della RAI Il Salto delle Streghe e del quale, con Franco Nicolini, ero protagonista. Un crollo di 15 mila metri cubi ha sovrastato e distrutto una parte del parcheggio sottostante, fortunatamente di notte e nella stagione non turistica, altrimenti sarebbe stata una strage.

Probabilmente serviva una strategia migliore: fare qualcosa prima per evitare il danno poi o, meglio, non fare cose che avrebbero potuto provocare un’alterazione dell’ambiente, magari con un disastro naturale. E’ lecito chiedersi se l’interesse personale contribuisca veramente al bene comune o porti a una catastrofe, ma la storia italiana spesso c’insegna il contrario: tutti conosciamo i disastri ecologici e ambientali nel nostro paese, per lo più come conseguenza di opere di escavazione.

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Volevo quella via per dedicarla a Serenella, consapevole che lassù avrei dovuto dare tutto, rischiare, e non poco… Tutti sfuggiamo la morte, eppure è la conseguenza della vita. Ogni giorno muore qualcuno anche se sembra impossibile che possa accadere a me. Tuttavia il mio essere alpinista mi porta a convivere con la morte, una coscienza che spesso mi fa riflettere sull’importanza della vita stessa. Cerco di capire, di dare un senso alla mia esistenza attraverso l’amore impetuoso che ho per la montagna e per l’arrampicata, ciononostante, nel profondo di me stesso, sento che l’alpinismo non sarà più lo scopo unico della mia vita, bensì una tappa importante per capire, per leggermi dentro, per fortificarmi. So benissimo cosa devo ai monti, tuttavia comincio a rendermi conto che, servendosi della mia passione, Dio sta compiendo il suo disegno nella mia vita e provo dentro un’impressione di sconfinata libertà.

Il rumore del vento era interrotto dal suono forte provocato dal martello nel vano tentativo di conficcare un chiodo in una placca strapiombante e senza fessure. In basso, i ragazzi giocavano, piccoli piccoli, con le loro vele sul lago, dondolando allegramente, trasportati dalle onde, come in una danza. Non immaginavo dolore nella loro vita, forse nemmeno un pensiero oscuro o una piccola sofferenza nei loro cuori. Stavo arrampicando sopra le loro teste, consapevole che per alcuni anni avevo dimenticato l’aspetto della felicità! E riflettevo che la vita è stata dura con me. Ero tutto proteso verso l’alto, eppure sentivo dolore alle gambe e ai piedi che non riuscivo a poggiare sulle minuscole asperità della roccia. “Luca, mi raccomando, tieni bene perché questo chiodo è insicuro!”, furono le mie ultime parole prima di trasformarmi in un gabbiano senza ali. “Porca miseria! Lo sapevo che il chiodo non avrebbe tenuto!”. Ho riprovato ad arrampicare ma il piede mi faceva terribilmente male e inoltre le mani si aprivano per lo sforzo. Un gabbiano mi è passato accanto e con un battito d’ali è volato oltre la cima del monte. Soltanto più tardi e con i piedi per terra, il mio sguardo si è portato sulla strapiombante parete e, osservando il volo leggero ed armonico di altri gabbiani, ho pensato a quanto sarebbe bello volare, ma poi mi sono detto che sarebbe anche un peccato, perché non sarei un alpinista con l’immensa gioia e soddisfazione della cima (dal mio libro diario: Voglio una vetta dove ascoltare il mio Dio).

 

CeraUnaVolta-Campione-25-nov-052“Morale della favola”: la decisione recente d’imbrigliare tutta la parete nel nome della sicurezza, con il magnifico Salto delle Streghe coperto interamente dalle reti metalliche. Non è stata risparmiata nemmeno la statua della Madonna poggiata sotto la cima.

Ci si poteva sottrarre dal deturpare, sfigurare, devastare, con tutte le conseguenze sull’ambiente – ora il gabbiano reale del Garda non credo potrà nidificare sulle reti – una delle più belle e grandi falesie del lago? Era possibile scongiurare la fine dell’alpinismo a Campione? A oggi, nella situazione in cui si trova il paesino e la gente, la mia risposta è incerta e dubbiosa. Ma di una cosa sono assolutamente sicuro: non si doveva arrivare a tutto ciò.

Alessandro Gogna, con il suo blog, mi dà l’opportunità di raccontarmi, di esprimere le mie perplessità, la mia profonda amarezza e delusione per ciò che è accaduto. Sento in me qualcosa che vibra intensamente, la voglia di evitare che, nel nome del business, vengano fatte altre brutture e profanazioni all’ambiente come è stato fatto, a mio giudizio, a Campione del Garda.

Gli effetti della frana del 19 novembre 2014 e delle successive esplosioni
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In Italia esistono migliaia di borghi, paesi e città situate a ridosso di grotte naturali aperte su pareti rocciose che rendono i luoghi, già di per se stessi, unici e di rara bellezza; e credo sia impossibile e comunque molto dispendioso e dannoso per l’ambiente eliminarne i pericoli di crolli avvolgendole di una ragnatela di goffe reti di ferro: ne andrebbe anche dello stesso bilancio – già duramente provato – dello Stato. Mi viene spontaneo un ragionamento: ai piedi delle montagne, in particolare dove possono esserci rischi di frane, forse sarebbe meglio creare un’area di sicurezza e non costruirci. Ci tengo a sottolineare che i miei sono soltanto leciti interrogativi di cittadino e di alpinista che sulle rocce del Salto delle Streghe ha lasciato una parte della sua vita. Mi dispiace constatare come quello che avrebbe dovuto essere un centro unico per la vela e magari anche per l’alpinismo a bassa quota, con la bella spiaggia sul lago in un ambiente naturale di rara bellezza, si trovi oggi in una situazione ingarbugliata: Campione è diventata una comunità isolata e impaurita, devastata dalla cementificazione, da una ristrutturazione fallimentare e incompleta, ma soprattutto minacciata dalla fragilità della montagna che la sovrasta. Il tutto grazie alla speculazione edilizia e forse anche, permettetemelo, al malaffare. Chissà se, in un futuro, ci sarà un dissequestro del villaggio e molte strutture migliorate, tuttavia il Salto delle Streghe non potrà mai più essere scalato, non sarà mai più il regno indiscusso del gabbiano reale del Garda e tantomeno lo spettacolo della natura che mi ha fatto sognare prima, e realizzare poi, le vie più difficili della mia carriera alpinistica. Con una metafora: “Molti alpinisti non potranno toccare il cielo con un dito” al raggiungimento della radura erbosa sovrastante. Un vero peccato!

Concludendo: non voglio solo puntare il dito, ma offrire degli spunti di riflessione, auspicando una maggiore sensibilità per quanto è accaduto. Non voglio esser citato come parte del muro contro muro, ma di una testimonianza che possa essere, nel futuro, costruttiva per tutti. Sì, perché l’ambiente è patrimonio comune dell’intera umanità e responsabilità di ognuno di noi; bisognerebbe scavalcare interessi specifici a favore di interessi collettivi compresa la natura: una natura abitata, tra le tante specie, anche dall’uomo. Mi piacerebbe pensare a riprogettare un mondo basato su valori dove l’ambiente conta. Sono delle considerazioni e delle domande che credo di potermi porre, per tutto ciò che ho dato e vissuto sulle rocce del Salto delle Streghe: per i miei compagni di corda, tra i quali il fortissimo e indimenticabile Andrea Andreotti di cui voglio onorare la memoria. E, come me, credo che molte altre persone, nonostante tutto, amino quella lingua di terra sovrastata da maestose sculture di roccia non per schiacciarla, ma per proteggerla.

Lettera aperta della gente di Campione al sindaco, alla pm Silvia Bonardi, alla Regione, alla Provincia e alla Comunità Montana e «a chiunque possa aiutarci», 25 novembre 2014

«Per la prima volta dopo tanti anni sentiamo l’Amministrazione vicina a noi, vicina ai suoi cittadini, grazie di tutto. Noi abitanti di Campione ci uniamo alle parole dette dal sindaco: “Non lasciateci soli!”.

Vi chiediamo di mettervi una mano sul cuore, leggere questa lettera, capire e aiutarci! Siamo al limite della sopportazione psichica ed economica.

È da troppo tempo che subiamo forti disagi nella nostra frazione, da quando CoopSette ha comprato parte di Campione. Parte sì, non tutto! Perché noi residenti abbiamo la nostra parte. Il Comune di Tremosine ha le sue parti. Ed è ora che quelle parti vadano rispettate.

Per la ristrutturazione della nostra frazione abbiamo dovuto subire disagio dopo disagio. Sono 10 anni che sopportiamo demolizioni, scavi, martelli pneumatici, via vai di camion e betoniere, polvere. Chiusure di gallerie, disservizi di ogni genere. Sono apparse persino le zanzare (mai avute a Campione) create dai pozzi nel cantiere a sud. Quattordici anni di disagi e la CoopSette non è nemmeno a metà dell’opera. E chissà se e quando finiranno, vista la situazione economica.

E che cosa abbiamo ottenuto in cambio? Abbiamo perso aree verdi. Ci siamo visti chiudere le nostre strade e togliere l’uso dei nostri parcheggi pertinenziali (sicuri). In cambio di un autosilo: “il posto più sicuro di Campione”, aveva detto il nostro ex-sindaco Ardigò. Un autosilo però sfondato dal crollo del “mammellone”. E ora dove parcheggiamo? E dove andranno a parcheggiare i pochi turisti rimasti fedeli al nostro borgo?

Abbiamo subito un blitz di 60 uomini della Finanza che hanno sequestrato il paese in piena stagione. Dissequestro, risequestro. Chiuso l’autosilo, il parcheggio camper, il cantiere nautico Paghera, turisti scappati, economia crollata.

E adesso pure il cedimento del mammellone. Noi residenti abbiamo espresso più volte le nostre preoccupazioni, mai nessuno ci ha ascoltato. Va ricordato che nel 1969 alcune case di residenti ed attività furono chiuse per pericolo di caduta massi in quell’area di Campione. Ma per far costruire la CoopSette l’area è stata “pulita e messa in sicurezza”… Noi siamo stati costretti a parcheggiare nell’autosilo, che ora è crollato sopra le nostre macchine.

Abbiamo preso paura? Sì, tanta.

C’è chi dorme in tuta, pronto per scappare. C’è invece chi non vuole più dormire o vivere a Campione. C’è chi è fortunato e durante il giorno va a scuola o al lavoro fuori Campione, e ha un po’ di distrazione. Ma c’è anche chi lavora qui, chi ha comprato la sua casa qui, chi ha la sua attività qui e nonostante tutte le difficoltà subite in tanti anni ha sempre cercato di offrire al meglio il proprio servizio. Dal 2006, da quando è arrivata CoopSette con il suo cantiere, le attività hanno subito un tracollo. Le attività storiche di Campione sono sull’orlo del fallimento.

Non ne possiamo più!

E ora dobbiamo pure vivere nell’angoscia. Viene giù? Come? Quando? Non possiamo vivere così. Se deve cadere ancora una porzione di montagna, fatela cadere. Rischiamo che magari questa volta arrivino dei soldi per pulire e ritornare alla normalità. E un altro pezzo cade quando ormai è stato pulito tutto? Ricominciamo da capo? Crollo, richiesta per fondi, pulizia? E fino a quando andrà avanti questa storia?

Non ne possiamo più! Per favore, aiutateci ad andare avanti. Aiutate il nostro sindaco, il Comune, noi residenti e fateci continuare a vivere e proseguire la nostra vita».
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