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C’era una volta in Verdon – 1

C’era una volta in Verdon – 1 (1-2)
di Gianni Battimelli
(già pubblicato su climbing pills il 22 e 25 febbraio 2011)

E torniamo un po’ alla preistoria. A quando l’arrampicata sportiva non aveva decollato, ma era già in gestazione, “blowin’ in the wind”. Quando gli spit non c’erano ancora, e si viaggiava, o si cercava di viaggiare, “clean”, fasce in testa e mazzi di nut alla cintura, tra una Gaeta di casa e il sogno delle pareti da “nuovo mattino” che stavano entrando nella leggenda ma dove ancora non avevamo messo piede. Valle dell’Orco, Val di Mello, Finale… più lontano, Mecca irraggiungibile, Yosemite… e soprattutto, allora e sempre, Verdon.

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Forse oggi posti come Céüse hanno per i giovani un fascino analogo a quello che allora aveva per noi il Verdon. Ma non credo che sia la stessa cosa. Perché allora, non era tanto l’aura di difficoltà che attirava (e respingeva) quanto la dimensione totale di avventura che era attaccata nell’immaginario alle pareti dell’Escalés e dintorni. E prima del 1980 c’era ben poca informazione che circolava. Nel 1981 comparve, quasi in simultanea con la prima guida dettagliata, un numero di Alpinisme et Randonnée interamente dedicato al Verdon, con relazioni delle vie, una grande foto della parete con tutti i tracciati, interviste ai grandi del momento e foto spettacolari. Un pezzo da collezionisti, oggi. Ogni tanto lo ripesco e mi perdo a sfogliarlo: Pschitt Jacques Perrier e Jean-Marc Troussier su Pichenibule, Bernard Gorgeon, le polemiche con Jean-Claude Droyer e le Triomphe d’Eros trasformato in itinerario di grande randonnée marcato con bolli bianchi e rossi…

Ma quando ci arrivammo la prima volta, tutto quello che avevamo era una sommaria descrizione del luogo apparsa un paio d’anni prima su La Montagne et Alpinisme, la rivista del Club alpino francese, e lo stimolo di un articolo recente di Andrea Gobetti sulla Rivista della Montagna: Due vie per l’altopiano, il racconto e la relazione della voie du Levant in Calanques e della Démande in Verdon, che Andrea aveva da poco salito dietro al Principe, Gian Piero Motti. Allora, in Verdon, di italiani se ne erano visti pochini assai, a parte qualche sparuto torinese.

La prima incursione romana in Verdon (potrei sbagliarmi, ma non credo) non produsse certo risultati particolarmente degni di nota, a parte le ustioni per il caldo. Era l’estate del 1978. Con Max e Lucio partiamo da Roma, passiamo da Bardonecchia dove ci aspettano e si aggregano Piero e Margherita, e via verso il mitico Verdon. Faceva un caldo spaventoso. Il primo giorno, prudenti, andiamo a cercare una via che dovrebbe essere facilotta, l’Éperon des Bananiers sulla falesia di Mayreste, in alto sopra le gole. Errore madornale. Vaghiamo per mezza giornata in mezzo a un paretone di roccia rovente di dubbia qualità, scorticandoci negli arbusti e le fratte e senza trovare alcunché che assomigli alla vaga relazione in nostro possesso. Ritirata ingloriosa, Piero e Margherita fuggono disgustati verso più accoglienti lidi. Noi resistiamo, e il giorno dopo scendiamo verso il fiume all’Imbut (farà più fresco lì in basso, no?) e saliamo lArête du Belvedere. All’uscita sulla strada eravamo vicini al collasso, nonché completamente disidratati. Anche Lucio dà forfait. Io e Max, proprio de coccio e giusto per tigna, facciamo un ultimo poco convinto tentativo e andiamo a vedere l’attacco della Démande. Il primo tiro ci respinge senza pietà. Non ci resta che abbassare la cresta, imparare la lezione e farci un bel bagno nelle acque del Verdon, prima di ripartire verso l’Oisans (dove ci consoliamo con la fessura Madier alla Dibona). Comunque il messaggio è chiaro: in Verdon le vie sono dure ed è meglio evitare i periodi in cui fa troppo caldo.

Quindi, ci tornammo a Pasqua dell’anno successivo, 1979.

La Voie de la Démande
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Tutta la banda salpa per la Provenza. All’ordine del giorno, oltre che arrampicare, ravanare, sgavazzare e variamente sollazzarsi in quel delle Calanques, c’è un passaggio in Verdon sulla via del ritorno. Max (Massimo Frezzotti) ed io vogliamo provare a saldare il conto con la Démande.

Cristiano Delisi e Dario Mantoan non hanno conti in sospeso ma si aggregano al progetto. Gli altri andranno a spasso per il sentiero Martel (saggio proposito) per poi attenderci al Point Sublime per una meritata cena a base del rinomato gigot d’agneau locale (vero motivo per alcuni della deviazione in Verdon).

In Calanques tutto va per il meglio, a parte il fatto che l’ultimo giorno Max pensa bene di beccarsi una brutta storta sul sentiero scendendo su En Vau, che lo mette fuori gioco. Restiamo in tre. Cordata più lenta ma più sicura, si dice. E vai la mattina presto con le frontali dentro il tunnel del Martel. Appuntamento con gli altri per il gigot d’agneau.

Siccome Dario ha annunciato già prima della forzata defezione di Max che lui viene per tenerci compagnia ma che desidera ardentemente avere la corda davanti e non ha alcuna ambizione di fare sfoggio di brillanti doti di capocordata, decidiamo di smezzarci onori e oneri tra me e Cristiano: e dato che lui è più piccolo, più bravo e notoriamente più pazzo di me, farò io in testa la prima parte della salita lasciandogli la seconda metà, quella con i famosi camini che ci vuole l’incoscienza della giovinezza.

Beh, almeno questa volta sul primo tiro passo senza troppi problemi, e si continua allegramente cazzeggiando e mettendo un tempo infinito, nonché un numero molto più finito di dadazzi qua e là. Chiodi ce n’è pochini, e noi, pippe ma pippe eticamente pure, martello e chiodi li abbiamo lasciati a Roma (allora già qualcuno diceva: “l’arrampicata sarà libera o non sarà”. Per noi valeva lo stesso motto, con “pulita” al posto di “libera”, il che ci consentiva di essere in pace con la coscienza e al tempo stesso di attaccarci senza ritegno a tutto il possibile offerto in loco). Spit, manco a parlarne (siamo, ricorderete, ancora alla preistoria della preistoria).
Chiotti chiotti arriviamo a metà via, Cristiano prende il comando, e giungiamo alla nicchia di sosta sotto il temuto tiro del camino maledetto. Dalla sosta non si vede bene quanto segue, c’è una strozzatura strapiombante oltre la quale si indovina solo il fessurone al di sopra. Cristiano parte, la corda scorre per qualche metro e poi si ferma.
“Com’è là sopra?” Detto con tono ipocritamente ilare e giocondo, del tipo “eddài che è facile, non stare a perdere tempo, è un camino di quarto…”
Un silenzio profondo risponde dall’alto.
“Cri, cazzo succede là sopra?” Detto con tono un po’ meno ilare; un tocco di ansietà traspare dalla voce dei due porcelli in sosta.
Il silenzio è sempre più assoluto. E la corda è sempre più ferma.
Cristiano stava combattendo una dura battaglia contro se stesso, l’amor proprio, l’angoscia, le budella, la Démande, e il destino in generale.
E la perse.

Verso il camino finale della Démande
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Lentamente la corda ricomincia a scorrere. Nella direzione sbagliata, riavvolgendosi delicatamente tra le braccia di Dario che faceva sicura. Cristiano ritorna arrampicando nella nicchia.
“Non si può mettere un cazzo di assicurazione per tutto il tiro. Io là sopra non ci passo”.
La perentoria dichiarazione del nostro nocchiero getta un’ombra sinistra sulla situazione (intanto anche altre ombre avanzavano, si stava facendo tardino). Come facilmente comprenderete, l’ombra era particolarmente sinistra per il sottoscritto, perché in soldoni il tutto convergeva sul seguente esito assai poco esaltante: “cacchio, ‘sto cacchio di camino sprotetto me tocca a me”.
Col sorriso sulle labbra e la morte nell’anima faccio per prendere il materiale da Cristiano e prepararmi a partire, sentendomi abbastanza come Ignazio Sanchez Mejias a las cinco de la tarde. E accade l’inaspettato miracolo.
Dario guarda in su, non vede niente, e dichiara che ci prova lui.
Prima che ci ripensi gli mollo addosso tutto il materiale e lo prendo in sicura, giurando che dalle relazioni che ho letto so per certo che il camino è facile e che evidentemente Cristiano è stanco e si è fatto impressionare e che lui che va tanto bene in camino certamente farà una bella passeggiata e che noi tutti gli saremo eternamente riconoscenti e gli offriremo anche una birra ma che cacchio sbrigati a tirarci fuori da qui dariuccio carissimo smack.
E Dario va.
E va.
E continua ad andare.
Venti metri. Non lo vediamo, non sentiamo niente, aspettiamo solo il volo del secolo, calcolando la lunghezza… venti più venti…. venticinque più venticinque… io tengo la corda e Cri sbatte dadi a destra e sinistra collegando il tutto nella speranza che la sosta regga lo sfracello che si avvicina… trenta più trenta… oh cazzo Dario se devi venire di sotto fallo presto che non si resiste più… ma Dario non viene di sotto.
E a un certo punto lo sentiamo distintamente. Dong dong dong dong. Il bel rumore del martello sul chiodo che entra tintinnando.
Solo che Dario non ha né martello né chiodi, ed è altamente improbabile che li abbia trovati abbandonati nel bel mezzo del camino della Démande.
Infatti, non era un martello, ma il discensore a otto. E col discensore Dario non stava martellando un chiodo ma un hexentric dell’11, il dado più grosso che avevamo. E, come ci raccontò mezz’ora più tardi, riuniti alla sosta sull’albero alla fine del camino, “dopo tutta la cacca che mi ero fatto addosso fino a quel punto avrei continuato a martellarlo almeno per un’altra mezz’ora”.
Comunque, il buon Dario ci tirò fuori. L’ultimo tiro fu gloriosamente vinto alla luce delle frontali, le nostre e quelle dei ragazzi svizzeri che avevamo conosciuto la sera prima e che non vedendoci arrivare ci erano venuti incontro sul pianoro sommitale. All’uscita della via, non era chiaro chi fosse il vincitore, se noi o la Démande. Diciamo che era stata gentile e ci aveva lasciato passare…
La cosa più grave fu che, data l’ora tarda, dovemmo saltare la cena. Per il gigot d’agneau, dunque, bisognerà aspettare il seguito della storia.

(continua)

(puntata seguente: http://www.alessandrogogna.com/2016/07/21/cera-una-volta-in-verdon-2/

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