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Cercatori di emozioni

Cercatori di emozioni
Solitaria invernale alla via Zappelli-Tessandori sulla parete nord del Pizzo delle Saette (Alpi Apuane)
di Alberto Benassi

Il Pizzo delle Saette, conosciuto anche come Pania Ricca, estrema punta nord del gruppo delle Panie, è una cima delle Apuane alla quale sono particolarmente legato dove, sia d’estate che d’inverno, ho salito la gran parte degli itinerari, aprendone anche di nuovi.

Quando dal paese di Capanne di Caréggine, ottimo balcone posto esattamente di fronte al Pizzo, osservi la sua parete nord, non puoi non sentirti attratto dalla sua imponenza, soprattutto quando questa è nella sua bianca veste invernale.

La parete nord del Pizzo delle Saette. La via Zappelli sale un po’ a destra della verticale della vetta
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Almeno queste sono le mie sensazioni quando guardo la parete. Non so bene spiegarne il motivo. Forse la sua selvaggia conformazione, tutta canaloni, speroni, crestine di roccia friabile che si alternano a ripidissimi pendii erbosi, terreno ideale nella stagione fredda per l’amante della scalata su misto apuano, esercita su di me un fascino e una attrazione particolare. Spesso mi sono fermato a osservare la parete per carpirne i segreti, per trovare nelle sue pieghe, una nuova possibilità. Ho tanti ricordi che mi legano al Pizzo delle Saette in particolare alla sua parete nord. Varie ripetizioni. La bella invernale di tanti anni fa allo sperone WNW. L’apertura nell’inverno del 1999 della Diretta del Vetriceto con arrivo in vetta al tramonto con il sole che si tuffava nel mare regalandoci uno spettacolo unico. Questa salita sembrava l’avesse già fatta Gianni Calcagno, poi invece il mistero storico è stato risolto. Gianni era si stato alla Nord ma per risolvere il problema dell’attacco diretto alla via Elisabetta.

Sul pendio che porta all’attacco della parete
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Poi, qualche inverno dopo e dopo alcuni tentativi aprimmo in centro parete la via Jedi. Insomma il rapporto che mi lega con questa montagna e in particolare con la sua parete nord è forte. Poiché a questa storia qualcosa ancora manca, per chiudere il cerchio per rendere ancora più forte questo legame, è da un po’ di tempo che per la testa mi gira l’idea di salire la Nord in solitaria e naturalmente d’inverno.

Così prima che finisca l’inverno ci andrò. Basterà aspettare il momento giusto anche se questo inverno apuano non è proprio dei migliori. Tra una salita e l’altra, l’inverno passa e la forma è buona. Se voglio salire la parete rispettando il classico calendario invernale, altrimenti non vale…, devo farla adesso prima che arrivi il 21 di marzo.

Una cosa che mi dispiace, e che mi mette in crisi, è che la Sabri non c’è. E’ molto lontana. Praticamente dall’altra parte del mondo, in Cile in bicicletta. Non so bene se starmene zitto, così non si preoccupa e dirle poi tutto a cosa fatta quando sarà tornata. Oppure renderla partecipe di questa mia avventura.

Decido di tentare la salita sabato 9 marzo 2013. Così il venerdì durante la pausa pranzo vado a Capanne di Caréggine armato di binocolo per verificare le condizioni della parete. Da qui si possono osservare bene tutti gli itinerari: in particolare appare inconfondibile la linea seguita nell’inverno del 1961 dal viareggino Cosimo Zappelli. Questa un po’ sulla destra della parete sale la parte superiore del canale del Vetriceto. Più al centro ecco la bella e ormai classica linea della via Elisabetta salita nel 1980 dai fiorentini Massimo Boni e Giuliano Pasqui. Ci sono anche altri itinerari ma le due linee più evidenti sono queste.

Nella parte alta del Canale del Ventriceto
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L’attacco, essendo piuttosto basso di quota, come al solito presenta diversi tratti scoperti e quindi sarà di misto. Misto apuano con le caratteristiche zolle ghiacciate di “paleo” o palero come dicono i massesi, la tenace erba apuana, spesso risolutiva. La parte superiore della parete invece è bella bianca, mi sembra di vedere degli accumuli di neve ma il binocolo che ho con me è poco potente quindi non mi aiuta più di tanto. Forse la parete non ha ancora scaricato completamente e questo non è certamente un buon segno.

L’ispezione della parete non ha avuto l’effetto sperato. Non mi ha rassicurato, anzi mi sono venuti ulteriori dubbi. Inoltre, come ho detto, la Sabri non c’è… Insomma non sono molto convinto ma so anche, per esperienza, che avere dei dubbi prima di una salita è normale e spesso questi svaniscono con l’azione. Così ho deciso almeno di provarci. Potrò sempre rinunciare.

Voglio fare le cose per bene, senza rischiare più di tanto. Quindi ho deciso di portarmi il materiale per potermi assicurare almeno sui tratti più ostici o pericolosi. Comunque anche per garantirmi la possibilità di scendere in caso di rinuncia. Alla fine lo zaino è piuttosto pesante. Forse troppo.

Lo so, altri avrebbero da ridire su questa mia scelta perché le vere solitarie si fanno senza la corda… Ma per fare questo ci vogliono altri attributi: una capacità di accettazione del rischio e una consapevolezza delle proprie capacità ben superiori alle mie.

Un vantaggio che ho è che conosco gli itinerari per averli già saliti. La scelta è orientata sulle due classiche della parete: la via Zappelli-Tessandori o la via Elisabetta. Per poi eventualmente uscire direttamente lungo la cuspide. Deciderò una volta all’attacco.

Ore tre, suona la sveglia. In verità non l’ho fatta suonare perché ero già sveglio da tempo. Il pensiero non mi ha fatto dormire molto. Mi alzo, faccio colazione piuttosto velocemente e caricato lo zaino in macchina, via verso nuove avventure. Una volta passato il paesino di Isola Santa dalla strada si può dare uno sguardo alla parete ma adesso è ancora buio e non si vede nulla. Meglio così. Non sono tranquillo come invece dovrei essere.

Arrivato al Pigliònico e parcheggiata l’auto, prendo lo zaino e mi incammino lungo il sentiero verso la parete. Al bivio lascio a sinistra la diramazione che sale al rifugio Enrico Rossi e prendo a destra quello che porta verso la Borra di Canala. Non c’è ancora passato nessuno quindi non c’è la traccia che invece speravo di trovare. La neve è piuttosto alta e si sprofonda assai. Se devo battere tutta la traccia, quando arriverò all’attacco sarò bello cotto. Continuo ancora per un tratto ma poi mi fermo. Già ero pieno di dubbi, poi questa neve. Pensa e ripensa… ”che faccio? Vado o non vado? “… Ho deciso. E assai prima di vedere la parete rinuncio. La vocina interiore, che è sempre bene ascoltare, mi dice che oggi non è il caso. Non è giornata. Meglio rimandare.

Nonostante la rinuncia sono sereno. Di solito le rinunce, le sconfitte, bruciano molto e ci vuole tempo a smaltirle. Ma visto che non sono nemmeno arrivato all’attacco e non ci ho nemmeno provato, è inutile starci a pensare per poi trovare delle scuse. E’ una decisione naturale, non era il momento giusto. Punto e basta!

Le tracce di Benassi nella parte alta della cresta nord-ovest del Pizzo delle Saette
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Finalmente la Sabri rientra dal suo viaggio in bicicletta nella Patagonia cilena e le posso parlare della mia intenzione di fare la solitaria. Ero un po’ titubante perché pensavo che mi avrebbe detto di non andare, di lasciare perdere. Invece, con piacevole sorpresa, non fa problemi. O perlomeno fa finta… In fondo mi preoccuperei anch’io. E’ come togliermi un peso. Adesso sono più sereno. Sono pronto ad andare.

Rifaccio lo zaino rinunciando a un po’ del materiale in modo da avere lo zaino più leggero. Le difficoltà tecniche della via non sono alte e penso di poter salire in gran parte senza assicurarmi. In compenso questa volta mi porto le ciàspole e i bastoncini che lascerò poco prima dell’attacco per poi tornare a riprenderli.

Nello zaino metto una mezza corda da sessanta metri, una decina di cordini, sei moschettoni, sei chiodi da roccia misti, una vita da ghiaccio, un warthog da usare sul paleo ghiacciato, due friends, casco, imbrago, pila frontale, ramponi, due picche, due paia di guanti, un litro di tè, qualche barretta energetica.

Alle tre del 15 marzo 2013 suona la sveglia. Faccio un’abbondante colazione, la giornata sarò lunga e faticosa, meglio fare il pieno di carburante, saluto la Sabri che mi fa le sue raccomandazioni e vado.

A differenza della volta precedente, mi sento tranquillo e non vedo l’ora di iniziare la scalata. L’unica cosa che un po’ mi preoccupa è il rialzo di temperatura che c’è stato.

Arrivato al parcheggio, incontro Enrico Tomasin che, assieme a un suo amico, è diretto anche lui alla Nord. Bene, così se ci sarà da fare la traccia mi daranno una mano e risparmierò non poca fatica.

Raggiunto il bivio per il rifugio Rossi, visto che c’è la traccia, decido di lasciare nascoste dietro a una pianta le ciaspole per poi riprenderle al ritorno. Così sarò più leggero. Grazie alla traccia arriviamo presto sotto la parete. Adesso non rimane che fare la traccia lungo il pendio per arrivare all’attacco.

Loro sono venuti per fare la via Elisabetta ma lasciano a me la possibilità di scegliere. Mi piacerebbe tentare la via Elisabetta per poi magari uscire direttamente lungo la cuspide ma, visto che sono venuto per fare una solitaria, preferisco essere da solo sulla via. Inoltre il muro erboso iniziale che dà accesso al canalone centrale è bello scoperto e decisamente non invitante. Ho deciso, farò la via Zappelli.

La Pania della Croce dalla vetta del Pizzo delle Saette
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Così mi sposto a destra fin sotto il canalino di attacco. Scavata una piazzola mi preparo. Indosso l’imbraco dove appendo un po’ di materiale e metto i ramponi. La corda per adesso la lascio nello zaino. Un’ultima occhiata agli amici, “ci vediamo in vetta” e parto deciso.

Supero il primo risalto che dà accesso al canalino che porta sulla Diretta del Vetriceto. Invece di proseguire dritto, lascio il canale e traverso a destra lungo una specie di cengia con risalti. Da subito mi rendo conto che la neve non è buona come speravo e il ghiaccio, a causa del rialzo termico, è scollato dal terreno. E anche questo non è indurito dal gelo. Dovrò stare molto attento.

Girato uno sperone arrivo all’inizio di un canalino con ghiaccio fradicio. Un tratto più ripido mi fa imprecare. Per salire sono costretto a usare le umide zolle erbose e i lati del canalino che fortunatamente hanno dei netti appoggi che mi permettono di stare bene sui ramponi in modo da non tirare troppo sulle picche. Finito il canalino, c’è da superare un risalto erboso molto ripido con neve crostosa che appena la tocco si stacca. Non mi resta che fare della paleo-traction piantando le picche nelle zolle di paleo. Il tratto è insidioso ma con calma e attenzione ne vengo fuori e raggiungo la forcelletta da dove, traversando a sinistra, si raggiunge lo stretto canale del Vetriceto esattamente sopra l’uscita del camino della Diretta.

Per arrivare al canale devo traversare lungo un ripido pendio di neve instabile. Non mi fido di farlo sciolto. Così tirata fuori la corda la passo doppia intorno ad una pianticella e così assicurato attraverso a sinistra raggiungendo il fondo del canale dove la neve, pigiata dalle slavine, è ottima. Adesso posso rimettere la corda nello zaino.

Risalgo il profondo canale stretto tra compatte pareti rocciose. L’ambiente è suggestivo. Supero senza problemi alcuni risalti di ottimo ghiaccio e in breve raggiungo i ripidi ma facili pendii che portano alla spalla della cresta nord sopra la croce Petronio. Facilmente raggiungo la base della “paretina”, l’ultima difficoltà della cresta nord. Le rocce sono pulite e così, dopo una breve sosta, decido di togliermi i ramponi. Le difficoltà di questo tratto sono di III e IV ma la roccia friabile e una recente piccola frana, che dovrò attraversare, lo rendono insidioso. Inoltre è anche bello esposto.

La “paretina” si supera facendo uno zig-zag destra-sinistra-destra. Tolti i guanti per una migliore presa, senza autoassicurarmi inizio il primo diagonale a destra. Quindi ritorno a sinistra poi di nuovo a destra attraversando il tratto franato. E’ tutto molto delicato e prima di muovermi saggio bene quello che prendo.

Passato il tratto pericoloso, finalmente sono al terrazzino con sosta attrezzata sotto l’ultimo risalto. Sulla destra la parete sprofonda verso il Canale del Serpente. L’ambiente è selvaggio e meravigliosamente impressionante. Questo breve risalto è il passo più difficile e vista l’esposizione e la roccia non proprio sicura decido di farmi una minima autoassicurazione.

Unisco tre cordini che fisso alla vecchia sosta. Poi con un moschettone li aggancio all’imbracatura. Sì, lo so, non è il massimo dell’ortodossia tecnica, ma lo stratagemma mi dà quel minimo di sicurezza che mi serve per superare quest’ultimo ostacolo senza rischiare troppo. Con un passaggio impegnativo prendo le lame che formano il bordo superiore. Queste suonano a vuoto quindi non è il caso di tirarle. Purtroppo non ho calcolato bene la lunghezza del cordino e proprio sul più bello questo va in trazione impedendomi di proseguire. Tra le gambe vedo il gran vuoto del versante ovest. Non posso tornare indietro! Che fare? Non c’è altra scelta. Mi sgancio e liberandomi lascio cadere il cordino che abbandono alla sosta. Prova di coraggio o incoscienza…? Con decisione supero il bordo e con le mani nella neve sono fuori sulla cengia.

Consapevole di avere rischiato mi siedo a riprendere fiato. La cengia non c’è più, è sotto la neve che ricoprendola ha formato un ripido ed esposto pendio. Rimessi i ramponi, con attenzione traverso a destra aggirando un verticale risalto della cresta guadagnando la base di un facile diedro-canale. Lo risalgo e in breve sono sulla coricata cresta terminale. Un ultimo sguardo verso la parte terminale della parete nord a cercare i miei amici che però non vedo. Velocemente supero le ultime facili rocce innevate e sono in vetta.

Il rifugio Enrico Rossi semisommerso dalla neve
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Quante volte sono stato d’inverno sulla vetta del Pizzo delle Saette? Tante! Ma questa volta è speciale. Poso lo zaino, le fidate picche e mi metto a sedere per telefonare alla Sabri che sarà sicuramente preoccupata.

“Pronto Sa. Tutto ok. Sono in vetta”. “Di già? Bravo!” Effettivamente è presto, non sono ancora le 11. Non mi ero reso conto di essere stato così veloce. Adesso posso rilassarmi e godermi questo momento di vana gloria.

Dopo aver scattato quale foto, visto che i miei amici ancora non arrivano, decido di scendere. Li aspetterò al rifugio. Non prima però di un ultimo sguardo alla bellezza di questi monti. Che spettacolo le Apuane! Da una parte la montagna tutta innevata. Dall’altra abbracci il mare.

Mentre salivo la via pensavo a Marco Anghileri che sapevo impegnato nella sua solitaria invernale alla via Jöri Bardill al Pilone Centrale del Monte Bianco. Mi dicevo che forza, che entusiasmo questo ragazzo di 41 anni. Ancora non lo sapevo, purtroppo le cose non sono andate come tutti avevamo sperato e Marco non è riuscito a realizzare questo suo grande sogno e adesso non è più tra noi.

Dedico questa mia piccola avventura a Marco, un gigante dell’alpinismo italiano che inseguiva un sogno, un’emozione. In fondo siamo dei cercatori di emozioni.

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