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Cerro Torre à la carte

Cerro Torre à la carte
di Marcello Cominetti (da http://marcellocominetti.blogspot.it/, 24 dicembre 2014)

Eravamo a Cortina, era il mese di marzo del 1992 e tra le altre cose di cui stavo parlando con Jim Bridwell saltò fuori quella che riguardava il Cerro Torre. Avevo un cliente che voleva salirlo per la Via del Compressore, quella che allora si pensava erroneamente fosse la “normale” all’urlo di pietra.

The Bird, così chiamano da sempre Jim, si voltò e guardandomi dritto negli occhi mi disse: “Ma è semplicemente fantastico! Ti serve solo un cliente fortissimo e tu devi essere completamente pazzo”.

Francesco Salvaterra e Marcello Cominetti con al centro il loro compagno-cliente Max Lucco in cima al Cerro Torre, il 14-12-2014
CerroTorre-Franz-Salvaterra-Max-Lucco-

Luci nella notte australe sopra l’Elmo
CerroTorre-Sopra-l'Elmo,-luci-nella-no

Scoppiammo a ridere entrambi e pochi mesi dopo partii con Cesare (un nome emblematico se si parla del Torre) e Sandro per il Cerro Torre.
Sui pendii sotto la spalla la neve fresca e già marcia era più alta di noi. Rinunciammo dopo non pochi sforzi, ma proprio non ci riusciva di salire. Ci sarebbe voluto uno spazzaneve e pure bello grosso.
Ripiegammo sul Fitz Roy che salimmo per la Via Franco Argentina allora in condizioni perfette.Questo anche per dire che tra le due montagne c’è molta differenza, climaticamente parlando.Bell’avventura davvero e per me come guida alpina. Era la prima volta che una guida saliva lassù con un cliente.
Senza volerlo aprii un’ era, quella del professionismo in quei posti. Bei tempi!

Cominetti e Lucco sotto il Col de la Esperanza e sotto al Torre
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Eravamo belli e soddisfatti, certo, ma a me era rimasto dell’amaro in bocca semplicemente perché il Torre mi piaceva di più. Faceva parte della mia formazione letteraria e mistica molto più del Fitz Roy e l’idea di fare “la guida” su quelle cose così complicate mi attraeva da matti. Non c’erano altri motivi.
Per un alpinista che decide di vivere del mestiere di guida arriva prima o poi un momento in cui si impone una scelta. Continuare inseguendo realizzazioni alpinistiche di punta e fare la guida come complemento e forma di reddito, oppure decidere di fare la guida e basta ma cercando di portare i clienti sulle montagne dei propri sogni.
Scelsi la seconda opzione, anche perché mi lasciava più tempo da dedicare ad altre passioni (oggi che sono più maturo direi alla famiglia) e, non posso nascondere che fare la guida mi permetteva di esercitare quella propensione a fare il “sergente” che non è per nulla un dono di natura.
Ho dei colleghi che a 50 anni continuano a fare gli alpinisti di punta, le guide e gli arrampicatori sportivi allenandosi come ragazzini. Mi sembrano delle persone irrisolte, dietro alla positiva facciata dell’atleta.

Franz Salvaterra versione heavy duty
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Adoro i miei figli, suonare la chitarra, costruirmi casa con le mie mani e… andare in montagna, ovviamente.
Sono stato su tante montagne a fare la guida ma quelle della Patagonia per me rappresentano ogni volta un ritorno a casa, un inno alla libertà e all’incertezza. Il contrario della sicurezza in tutti i sensi, il dubbio e l’impopolarità nonostante sforzi a volte sovraumani.
Io sono uno che detesta il Sistema, non me ne sento parte e se vado a fare la guida sul Cerro Torre è anche perché mi piace correre il rischio di non farcela. Troppi fattori devono combinarsi allo stesso tempo. Molti più di quelli che servono se la stessa cosa la si affronta con gli amici.
Infatti tentai il Torre con un cliente diverse volte e questa “magica combinazione” fu sempre lungi dal verificarsi e ne tornai con beghe umane e economiche, pive nel sacco e maldicenze. Ma mai con delusione. Sapevo che il Torre mi avrebbe lasciato la possibilità di tornarci e io fretta non ne ho mai avuta.

Per questo pochi giorni fa ci ho riprovato.  Ero d’accordo con Max che saremmo tornati insieme a El Chaltén e, se il meteo ce lo avesse concesso, avremmo scalato qualcosa, ma non sapevamo che cosa. Sapevamo bene che fare programmi non serviva, ci dovevamo solo adattare alle condizioni del momento.

Quei grupponi di alpinisti col maglione tutti uguale che partono in pompa magna annunciando che spaccheranno le cime patagoniche, sono decisamente sorpassati, patetici e fanno sorridere. Contano sul fatto che così si tirano su soldi che qualche sponsor concede solo a chi si sa far notare.

La nostra Ferrino Monster all’Elmo. Cerro Egger sullo sfondo
CerroTorre-2Il campo sull'Elmo, Cerro Tore 14-12-14

La mia Azienda sono io, ho provato ad averne una formata da più corpi e teste e alla fine mi ha deluso. I miei sponsor mi vestono dalla testa ai piedi, fino alle piccozze, agli sci, agli occhiali e ai moschettoni e io queste cose me le faccio durare. I vestiti mi piacciono di più quando sono consumati. Non amo il consumismo anche se potrei consumare molto di più.

Infatti mi porto dietro sempre il minimo e a volte anche meno.

La sera del 10 dicembre Max è arrivato a El Chaltén sconvolto da un viaggio lunghissimo e appena l’ho visto, ancor prima di salutarlo, gli ho detto: “Domani si parte per il Torre”.
Non ho ben capito se il suo primo sguardo fosse di stupore o di disperazione, ma la mattina dopo abbiamo riempito gli zaini e siamo partiti. Mi sembrava contento.
Della serie di combinazioni favorevoli di cui parlavo sopra, faceva parte Franz (Salvaterra), un venticinquenne trentino conosciuto qui l’anno scorso. Forza, capacità, simpatia, entusiasmo e testa sul collo quanto basta, tutti concentrati in un ragazzo solare e dotato di estrema leggerezza di spirito. Per me è la persona con cui affronterei l’oceano a bordo delle nostre ciabatte certo di sbarcare in America!
E poi mi dicevo: se un negro è diventato presidente degli Usa, una guida alpina poteva fare il suo mestiere anche sul Cerro Torre. La proporzione non è esagerata.
Poco prima di risalire il ghiacciaio Grande alla base del versante sud della montagna ci siamo accorti di avere dimenticato in paese le snowbars, ovvero dei lunghi picchetti in alluminio che servono ad assicurarsi sulla neve inconsistente dei funghi ghiacciati della ovest del Torre, la Via dei Ragni, quella che intendevamo salire.
Lo stipite della baracca di Maestri di cui ne troviamo dei resti sul ghiacciaio poteva fare il caso nostro, bastava spezzarne una parte per ottenere più o meno quello che avevamo dimenticato.
Improvvisazione, approssimazione, fantasia, precisione solo quando serve, ecco le doti necessarie se vuoi anche divertirti. Secondo me.
La notte al campo detto Niponino è coperta dal nevischio e da una volpe che aspetta gli alpinisti quando si approssima una breccia di tempo buono. Lei lo sa e ti rosicchia anche le corde se le lasci fuori perché su un ghiacciaio non c’è nulla da mangiare e anche un pezzo di nylon è un manicaretto se le costole ti spuntano dal pelo sempre più per la fame. Le nostre corde ci fanno da cuscini e quindi si salvano ma un lacciolo di una picca di Franz finisce nello stomaco del mustelide. Poco male, a questo si può rimediare facilmente.
L’indomani il Col Standhardt è una vera e propria ascensione. E’ tutto di ghiaccio e sembra più ripido del solito. Le cime del Gruppo del Torre sono incrostate di “escarcha”, neve umida compressa sulle pareti verticali dal vento gelato. Noi che andiamo a salire una via tutta di ghiaccio non siamo preoccupati.
Dal Col ci si cala con la corda dentro al Circo de los Altares, un anfiteatro di montagne sullo Hielo Continental dalla bellezza estrema, difficile da dire anche per uno che scrive bene come Baricco, figuriamoci per me… bisogna andarci per provarla.

Max e Marcello (che mostra fiero la patacca UIAGM) in vetta
CerroTorre-IMG_6765-Max-e-Marcello-Tor
Il tempo sta migliorando come da previsioni meteo. Si capisce che sta arrivando il bello, specie se da queste parti ci hai passato mesi della tua esistenza, l’aria non profuma più di sale del Pacifico, segno che il vento non soffia più da ovest, dalla fabbrica delle perturbazioni.
Una brezza meridionale ci sospinge la mattina dopo verso il Col de la Esperanza con la luna piena in faccia che tramonta dietro al Domo Blanco. Saliamo velocemente un paio di tiri di misto e proseguiamo sulla neve dura che diventa sempre più ripida fino al Colle che Bonatti e Mauri avevano battezzato così nella speranza di salire sul Torre nel 1958.
Il tentativo dei “lumbard” finì dove ci fermiamo anche noi per la notte, sul fungo di ghiaccio più grande che i Ragni di Lecco avevano chiamato l’Elmo per via della sua forma tondeggiante.
Sole e zero vento, fa quasi caldo, montiamo la nostra tendina arancione colorando ulteriormente un luogo sospeso nella sua unicità. La cima del Torre è appena lì sopra, quella della Egger è quasi alla nostra altezza e a sud gli Adelas sembrano meringhe sul carrello di una pasticceria senza soffitto. Gardando all’orizzonte verso il lago Viedma viene da chiedersi dove tutto questo abbia fine e se ne abbia davvero una. Sul versante opposto lo Hielo Patagonico Sur sembra di vapore bianco come quello che soffiano le locomotive, solo che è immobile.
Ci riposiamo senza essere troppo stanchi ma ci piace goderci un posto simile, mica capita tutti i giorni. E neppure tutte le volte che si scala da queste parti, aggiungo!
Ci idratiamo a dovere e, sotto un sole accecante, andiamo a dormire.
L’indomani ci sveglia la prima cordata in arrivo. Siamo quelli che hanno deciso di dormire più in alto perché la nostra tattica (guai a non averne una efficace) prevedeva di sfruttare entrambi i giorni di tempo buono: ieri e oggi, appunto.
Le altre 5 cordate hanno preferito dormire più in basso, sotto al Col de la Esperanza dove c’é una spalla pianeggiante con pochi crepi ottima per tenda e truna.
Ci riaddormentiamo ma per poco perché lì fuori c’é sempre più trambusto. Una decina di persone da queste parti sono una grande folla e alle 3 e mezza decidiamo di fare colazione e partire anche noi. Gli ultimi sono i nostri amici dell’Esercito, Majo, Farina e Francoise. Con loro c’è un rapporto speciale e ci fa enormemente piacere incontrarci in un posto così singolare.
I tiri si susseguono rapidi e personalmente provo a fondo cosa significhi scalare sul “bagnoschiuma” verticale, un terreno di cui avevo solo sentito parlare e che prevede l’uso di speciali alette montate sulle piccozze e l’utilizzo di mani e piedi come sulla roccia senza piccozze inventandosi a ogni passo equilibri improbabili.
Questa via pare non abbia uguali. Da quando si arriva al Col de la Esperanza si entra in un mondo unico, fatto di giganteschi cavolfiori. La prima cosa che ti chiedi è come facciano a stare lì appesi. Tutto è fortemente bianco, e il nostro gioco, o meglio quello della via, è insinuarsi nelle poche pieghe tra una palla gigante e quell’altra, salire un diedro di rocce verglassate, una cascata strapiombante di ottimo ghiaccio colato su una placca di granito perfetta e infilarsi letteralmente dentro al nucleo di quelche cavolfiore grazie a dei tunnel verticali che non si sa bene perché esistano.

Max Lucco nel tubo finale che porta in vetta
CerroTorre-6Max Lucco nel tunnel terminale Cerro Torre 14-12-14
I miei amici Rolo Garibotti e Doerte Pietron, alpinista e “scenziato” della logica il primo e alpinista e fisica la seconda, hanno da poco concluso uno studio, in collaborazione con un eminente metereologo statounitense, sul queste formazioni.
Non padroneggiando così bene la lingua di Shakespeare mi sono perso la lettura del trattato e quindi non ne so di più di quello che Rolo e Doerte mi hanno raccontato mentre scalavamo vicino a casa…ma giuro che lo leggerò.

In cima mi soffermo a pensare a tante cose ma quella che più mi occupa la mente è mia madre. Sapeva che volevo scalare questa montagna e si era letta un sacco di libri in merito, e si era fatta venire una paura terribile. Lassù era tutto così luminoso e tranquillo che se ci fosse stata anche lei avrebbe capito tante cose e soprattutto che non valeva la pena di angustiarsi così a lungo per me. Ma siccome non poteva esserci la capisco eccome.
Il mio cliente Max (Lucco) e Franz sono felici almeno quanto me e tra abbracci, commozioni e foto di rito sbotto serio dicendo da vecchia guida: “Ora guai a chi fa una cazzata scendendo da qui”.
Si tratta in fondo di concentrarsi bene per qualche ora, perché scendere da una palla di neve non è un affare da prendere sottogamba. Non ci sono le soste con i chiodi nella roccia. Qui dobbiamo farcele tutte noi assieme agli altri dividendoci il compito per i molti ancoraggi che servono.
La sera al Filo Rosso montiamo la tenda tutta storta su un crostone di neve dura che emerge tra la neve marcia dal sole di tutto il giorno.
Si sta scomodissimi ma la stanchezza e la contentezza di aver salito una montagna come è il Cerro Torre ci fanno fare una cena da principi e una dormita da re!
Nel lungo ritorno a piedi attraverso Paso Marconi del giorno dopo ho modo di pensare se quello che abbiamo scalato è una montagna come le altre, più bella delle altre, oppure è un mito.
Mi rispondo che abbiamo scalato entrambi e che forse scalare un mito è più duro e difficile che scalare una cima anche aguzza e particolare come il Torre.
Con Franz già pensiamo di tornarci a fare le guide con chi ce lo chiederà.
Si perché siamo un ottimo team e Franz, mi sono dimenticato di scriverlo prima, è diventato Aspirante Guida Alpina il giorno prima di partire per El Chaltén. Non male come inizio di carriera professionale, non male davvero.

 

 

 

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