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Cinquant’anni di maturità

Quando ci si rende conto che una cosa si è fatta cinquanta anni fa si rimane sempre stupiti, poi subentra la curiosità di andare oltre il ricordo, di andare sulle pagine scritte a quel tempo, per spiare come si era, cosa si pensava.

E le sorprese non mancano mai, assieme al sorriso indulgente di un anziano che si rivede giovane, qualche volta ambizioso e sicuro di sé, qualche volta incerto e desideroso di esempi.

Il racconto qui sotto è stato scritto nell’autunno del 1965 e integralmente riportato: riguarda una prima ascensione che Gianni Calcagno e io facemmo il 20 giugno dello stesso anno, pochi giorni prima dei miei esami di maturità. E oggi è il 20 giugno 2015.

A seguire è una buffa ma delirante riflessione sul come avrei potuto migliorare le mie tecniche su neve, ghiaccio e scialpinismo.

Testa di Tablasses 2851 m (a sin) e Quota 2825 m di Tablasses divise dal canalone NW. A destra del canale è il crestone NW delle Tablasses
Testa di Tablasses 2851 m (a sin) e Quota 2825 m di Tablasses divise dal canalone NW. A destra del canale è il crestone NW delle Tablasses

 

Crestone nord-ovest della Cima Sud di Tablasses 2825 m (Alpi Marittime)
20 giugno 1965
Arriviamo al rifugio Questa sotto un cielo azzurrino, quando poco prima era rossastro dove il sole tramontava. C’è anche il corso di alpinismo della mia sezione del CAI (Sezione Ligure), quindi il locale è affollato.
Trovo una cuccetta lassù in alto, cui appendo una staffa per accedervi e lì appollaiato passo più o meno bene la notte anche se c’è uno che ha degli incubi ripetuti.

Finalmente arriva l’alba, la liberazione. Il rifugio si alza. Chi va alla Testa delle Portette, chi alla Testa di Claus, chi sulle Est della Cresta Savoia, chi sulla cresta stessa.
Bardato di zaino e il resto (il mio nuovo sacco Millet), alle 5.30 scendo verso valle per andare incontro a Gianni e Lino Calcagno, Giovanni Scabbia e Giorgio Devoto che hanno dormito alle Terme di Valdieri. Prima incontro Lino e Giovanni. “Giova” riparte subito perché atteso dal suo istruttore. Poi arrivano anche Gianni e Giorgio. Gianni è piuttosto “risentito” per una questione avuta il venerdì precedente con quelli del corso. I suoi rabbiosi e giusti risentimenti continuano ancora per un bel pezzo mentre entriamo nel vallone del Prefouns e il nostro sperone comincia a delinearsi.

Seicento metri di granito, verticali, che paiono affettati da un coltello gigantesco! Seicento metri di storia non chiarissima, forse inviolati, forse no. Anche oggi, come quel giorno dello scorso settembre, l’ombra di Giovanni Guderzo ci precede all’attacco. Sappiamo che lui qui c’è già stato, ma dentro di noi coviamo la segreta speranza che abbia deviato, traversato, e non si sia mantenuto sul rigoroso filo di cresta.

Ora siamo alla base. Il primo torrione ci si presenta pressoché inaccessibile nella parte alta. Incomincio io, alle 7 precise, su per un diedrino svasato. Non pianto chiodi, ma le difficoltà lo vorrebbero. Poi passa in testa Gianni e si trova su un diedro inclinato a sinistra: un chiodo vi occhieggia in alto…
Sono sinceramente dispiaciuto: speravo proprio nell’assenza di tracce.
Eppure Gianni Pàstine mi aveva raccontato di Guderzo, e di come questi su un diedro iniziale avesse perso un sacco di tempo e lo avesse riempito di staffe…!

Gianni intanto sale e assicurandosi a tre chiodi, passa: V+! Non vi sono pressoché appoggi, né appigli, però si passa. Un magnifico passaggio di arrampicata libera, che ho modo subito dopo e con la corda davanti di apprezzare appieno.

Gianni Calcagno sul IV Torrione di Tablasses, 20 giugno 1965, 1a asc del crestone NW della Testa di Tablasses
Gianni Calcagno sul IV Torrione di Tablasses, 20 giugno 1965, 1a asc del crestone NW della Testa di Tablasses
I sacchi colmi di materiale ci danno un po’ fastidio, anche perché comincia a fare molto caldo. Ma non mi voglio dilungare sui singoli passaggi e dirò solo delle cose essenziali. Dopo la quarta lunghezza, svetta sopra di noi il I Torrione, inaccessibile. Qui Guderzo deve per forza aver traversato a destra. Noi invece siamo vogliosi di lotta, quindi attacchiamo dei gradoni e dopo un po’ arriviamo a una cengia al sole. Fin qui V e V-. La placca sopra lla cengia tocca a me. Non vorrei, ma sono costretto a usare tre staffe. Le difficoltà sono di V+ su tutto il tiro (20 metri) con tre passi di A1. L’uscita è fantastica e impegnativa. Non sto a raccontare le scene cui è costretto Gianni per recuperare i chiodi, anche perché non sono riuscite a turbare la serenità e la bellezza di questa salita.

Alla placca segue un po’ di tutto, sempre sull’ordine del V grado: c’è anche un camino dove siamo costretti a toglierci lo zaino per poi tirarlo su.

E così siamo in vetta al I Torrione, dove purtroppo c’è l’ometto: evidentemente Guderzo, dopo aver fatto la sua traversata, è salito per le ben più facili pareti a destra del torrione, ma poi, prima di interrompere il suo tentativo, ha voluto comunque salire il torrione dalla forcella a monte. Dove in effetti noi scendiamo in arrampicata (III+). La II Torre è abbastanza “vacchereccia” per cui la saltiamo. La III Torre presenta 40 m di IV, superati da me in gran velocità. Era troppo tempo che eravamo sul V!

Alcune decine di metri di conserva e poi ecco l’ultima torre, che ci offre tre magnifici tiri di V e V-, con soste sui chiodi e spigoli affilatissimi.
Fa molto caldo, cominciamo a essere un po’ fiacchi. Dalla vetta del IV Torrione traversiamo su cresta orizzontale per 80 metri fantastici, su un vuoto qui abbastanza inusuale.

Raggiungiamo la vetta per gli ultimi pendii di sfasciume. Ci stringiamo calorosamente la mano, siamo realmente felici. Anche se tra dieci giorni io avrò il mio esame di maturità, sono molto contento. Perché abbiamo fatto una magnifica salita, degna di rispetto dal punto di vista tecnico. Perché è una prima, una possibilità sempre più rara; perché non abbiamo corso alcun pericolo e siamo sempre stati al di sopra della situazione, e con grande margine. Infine, per la gioia di aver arrampicato assieme, su una via nostra, ben affiatati, ben allenati, sempre più amici, per vedere ciò che la natura riserva a coloro che ne frugano i più intimi segreti.

Non starò qui a ripetere la bolsa e ritrita tiritera sui poveretti rimasti in città, sebbene ne abbia molta voglia. Avrò superato questo stadio? Egoismo? Può darsi, anzi sicuro. Però, giù al rifugio, sappiamo che incontreremo degli amici che in buona parte ci somigliano, e questo ci basta.

Lentamente mangiamo qualcosa e riponiamo il materiale nei sacchi. Scendiamo verso il Passo di Prefouns. Alle 16.15 siamo al rifugio Questa, ma non c’è nessuno: credevano noi andassimo giù direttamente al Pian Valasco. E allora lentamente ci incamminiamo verso valle. Giù incontriamo gli occhi dei nostri compagni che brillano di una luce amica. Tutti sono contenti, ognuno per ragioni sue, quelle che può esprimere. E anche noi.

Gianni Calcagno sulla cresta finale del IV Torrione di Tablasses, 20 giugno 1965, 1a asc del crestone NW della Testa di Tablasses
Gianni Calcagno sulla cresta finale del IV Torrione di Tablasses, 20 giugno 1965, 1a asc del crestone NW della Testa di Tablasses

Ah, dato che sono in vena di chiacchierare con il mio diario, eccomi a meditare un po’ sul mio alpinismo. Quest’ultima ascensione mi ha fatto capire, dal modo in cui mi sono comportato, che ormai le salite di V e V+ le “ho in tasca” e che senz’altro, con un po’ di perfezionamento in artificiale, potrò ottenere risultati ancora migliori, magari anche su un piano nazionale.

Purtroppo ho notato che mi trovo in difficoltà su neve. Al ritorno dalle Tablasses, a esempio, ho notato che non ero sicuro sulle facili placche di neve dura chiazzate sui lati del vallone. E questo è grave. Per non parlare della mia tecnica scialpinistica, barbara. E vogliamo dire della tecnica di ghiaccio? Quel che so è solo teorico. Però mi dico: la volontà di imparare è la stessa che ho impiegato su roccia. Quindi i risultati dovrebbero essere uguali, cioè buoni. Ma cosa devo fare?

Analizziamo le varie fasi di progresso su roccia. Ho cominciato con Alberto Martinelli e andavo male. Non ero sicuro. Il miglioramento è stato graduale e c’è voluto circa un anno, fino a che non ho giocato la grande carta: con Marco Ghiglione allo Spigolo del Secchio (in Bajarda), che senz’altro eccedeva le mie capacità; ma poi il Diedrino e poi la Pietragrande per lo spigolo nord-est mentre pioveva. Queste due tappe, assai vicine, sono state fondamentali. Tanto è vero che l’anno seguente mi sono trovato con Bernardo “Chicco” De Bernardinis ancora sulla Pietragrande, a fare cose che nel 1963 manco mi ero sognato. Quindi, c’è stata progressione costante, anche dopo.

C’è voluto un anno prima che potessi fare un altro salto, probabilmente perché non avevo solo a che fare con le difficoltà tecniche ma dovevo anche inserirmi tra i nuovi amici. Ma ora che questo ambiente lo pratico da un po’, ora che ho per amici dei veri alpinisti, forse il discorso ghiaccio potrebbe essere più veloce.

Ho anche visto che in roccia, per imparare, ho dovuto trovarmi in difficoltà sullo Spigolo del Secchio, ho dovuto in un modo o nell’altro osare ciò che la ragione mi sconsigliava.

Ed ecco quindi cosa bisognerebbe io facessi: trovarmi a scalinare un pendio o un canalone (non so scalinare), oppure ramponare la neve dura di qualche colatoio. Cioè trovarmi in difficoltà. Solo così penso di imparare. E purtroppo non posso applicare lo stesso metodo alla discesa in sci. Tutti hanno imparato in pista, e io dovrei fare uguale: ma mi sembrerebbe di perdere del tempo!

A destra del Canalone di Tablasses (quasi privo di neve) è il crestone NW della Cima Sud di Tablasses (Alpi Marittime)
Tablasses-2010-08-08_questa_valscura21_canalone_tablasses

 

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