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Come ho “imparato” a sciare

Come ho “imparato” a sciare
(dal mio diario)

Il giorno dopo l’infruttuoso tentativo alla cresta SSE del Birillo (Monte Gropporosso) vado a sciare. Alle 4.10 sono già in piedi. Esco di casa con gli sci sulle spalle e mi metto ad aspettare il “30”. Gli sci non sono miei, mi sono stati prestati da Luciano Simonetti in attesa che i miei, da lui mandati a Bolzano per riparazioni, arrivino. Infatti ne ho comprato un paio di buona marca, austriaci e usati. Nuovi costerebbero sulle 40.000 lire. E invece così li pagherò, rimessi a nuovo, sulle 15.000. In complesso un buon affare. Ma per ora sono a Bolzano, così Luciano me ne ha prestato un paio.

Ho appuntamento a Limone Piemonte con Marco Ghiglione: lui m’insegnerà i primi rudimenti. Oggi è venerdì 27 dicembre 1963, il treno festivo non c’è. Dovrò fare un sacco di cambi. Parto alle 5.50 per Savona, io sono dentro, seduto sul seggiolino accanto alla porta della carrozza e cerco di non far cadere gli sci appoggiati alla parete. A Savona, cambio. Attacco discorso con un altro sciatore. Il treno ora è di quelli a nafta. Appena oltrepassato l’Appennino al Colle di Cadibona, ci caliamo in una fitta nebbia che però dopo un po’ scompare lasciando vedere un paesaggio innevato e con il cielo sereno. Con sei minuti di ritardo, alle 8.50 arriviamo a Mondovì. Qui tanti con gli sci scendono, evidentemente destinati a Frabosa o a Lurisia. Noi invece continuiamo fino a Cuneo per prendere un altro treno, anche questo un po’ in ritardo. Oltrepassato Borgo San Dalmazzo e Vernante, entriamo in val Vermenagna e alle 9.14 siamo a Limone. Non ricordo il nome della Pensione nelle cui vicinanze è casa di Marco.

– Tanto Marco a quest’ora chissà dove è – mi dico – meglio che io vada a sciare per conto mio!

Il biglietto di ritorno, Limone-Genova
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Seguendo altri, mi avvio alla cieca e mi ritrovo alla Seggiovia del Sole. Qui vedo che la gente si mette gli sci e io li imito. Ma non sono capace di mettermeli. Meno male che in quella arriva Marco che mi ha visto da lontano. Lui è senza sci, dice di essere un po’ stanco per aver sciato ieri sulle piste del Cross come un dannato. Arriviamo a un campetto un po’ prima di quello del Maneggio. Mi fa mettere gli sci, mi fa camminare un po’, mi fa scendere un poco in linea retta. Siccome non so frenare, cado. Poi m’insegna a salire “gradinando” e a “lisca di pesce”. Questo secondo modo mi rimane un po’ indigesto. Comincio a scendere a spazzaneve, ma combino poco di buono. Sarò stanco ancora da ieri?

Alle 13 andiamo a casa sua, m’invita a mangiare e a passare la notte lì. Mangiamo assieme alla madre. Il padre, Elio, sta sciando. Dopo mangiato arriva la famiglia Carbone, loro parenti, con padre, madre, figlia e figlio: gente molto simpatica. Poi Marco e io torniamo a sciare. Lui prende la Seggiovia del Sole e io continuo verso il Maneggio. Faccio ancora un po’ di esercizio, e vedo intanto che c’è un sacco di coda agli skilift. Io salgo a piedi, faticando come un mulo, poi comincio a scendere: ogni 15-20 metri prendo di quelle sberle sulla neve che non so come ho fatto a essere ancora vivo. Ma non mi perdo di coraggio e continuo a salire e scendere fino alla nausea, in un campo d’azione di un centinaio di metri.

Quando sono davvero stufo e ben contuso ritorno a casa di Marco, mollo gli sci e vado a telefonare a mia mamma per dirle che stasera non torno. A casa non risponde nessuno, così devo tornare alla cabina dopo un po’. Espletato questo dovere, torno a casa di Marco dove finalmente incontro anche il simpatico papà di Marco.

Si mangia in allegria, si gioca a carte, si va a dormire. Mi addormento subito (e lo credo, dopo le due giornate trascorse) e mi sveglio alle 9 del giorno dopo, assieme agli altri. Dopo colazione, via di nuovo a sciare.

Gli scarponi da sci dei primi anni ’60
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Torno di nuovo al Maneggio e, con grinta cattiva, compro un biglietto da 5 corse e mi rivolgo allo skilift piccolo. Mi metto in coda e, dopo più di venti minuti, afferro il piattello e me lo tengo saldamente sotto il sedere per tutta la salita. Dopo due cadutine iniziali, incredibile, riesco a fare un curvone in discesa, sulla neve dura, a spazzaneve. Bello contento, continuo a scendere in linea retta e, a un piccolo avvallamento, cado. Riparto e riesco a frenare a spazzaneve prima di sbattere contro un tizio. Rifaccio un’altra coda bestiale e poi scendo senza mai cadere! E così di seguito, con qualche caduta, esaurisco il mio bonus di cinque corse. Incoraggiato, compro altre cinque risalite per lo skilift grande. In cima, mi si presenta un pezzo di discesa fuori dalla mia portata. Il bilancio è di tre cadute, ma quando arriva sulla pista che ho fatto prima cinque volte, allora me la cavo meglio. Allorché riprendo la sciovia, vedo che molta gente si stacca prima dell’arrivo, per evitare il primo pezzo. Mi sembra una buona idea. E con quest’accorgimento esaurisco anche queste corse.

Sono le 14, penso sia ora di andare a mangiare. Vado in casa Ghiglione, ma non c’è nessuno. Marco, dal ristorante di sotto, mi vede e mi chiama. Le mie imprese destano qualche impressione: per aver messo gli sci la prima volta ieri mattina, pare non sia poco aver fatto oggi dieci skilift senza rotture d’ossa.

E allora, dopo pranzo, Marco e io prendiamo la Seggiovia del Sole arrivando in cima alla Punta Buffe. Ci mettiamo gli sci (Marco ha un paio di Caravelle 36) e proseguiamo verso la partenza dello skilift seguente su un sentiero faticosa per via della presenza di sterpi. Incrociamo suo padre, il sig. Elio, e finalmente Marco prende lo skilift dell’Alpetta. Io lo aspetto qui e gironzolo. Rivedo il padre, tornato perché aveva dimenticato qui la giacca a vento.

A forte velocità arriva Marco, con la sua classe di Campione di Liguria categoria juniores di slalom (ma forse era discesa libera, forse slalom gigante, non so). Insieme scendiamo verso la Punta Buffe, per una pista diversa da quella di prima, faccio una caduta rovinosa dove Marco scende a uovo magnificamente. Purtroppo io devo scendere con la seggiovia: dall’alto li vedo scendere assieme, bravissimi.

Dopo i saluti, vado alla stazione a prendere il treno delle 17.56, rimango in piedi nell’ultimo vagone. Solo a Borgo San Dalmazzo posso sedermi. A Fossano scendo e mi concedo un punch e un panino. A Ceva arrivo poco prima delle 21, mi bevo una birra al bar, mi vedo un po’ di Giocondo alla televisione, poi finalmente alle 21.30 riparto su un bell’elettrotreno per Savona. Mi addormento, appena in tempo per scendere alle 22.28. Al bar bevo un altro punch e aspetto il direttissimo per Genova, sul quale schiaccio un altro bel pisolino. Arrivo a casa a mezzanotte e mezza.

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Di viaggio ho speso, per andare e tornare, 3.240 lire. Un po’ troppe. Però il 19 gennaio comincerà a funzionare il “treno della neve”: questo non solo è diretto, ma costa andata e ritorno solo 1.710 lire. E per di più, su esibizione del biglietto ferroviario, si ha diritto a sconti su skilift e seggiovie. Per Mondovì e ritorno costa solo 1.030 lire, cui bisogna aggiungere la corriera per Lurisia, Artesina e Frabosa (altre 300-500 lire). Questi sono i miei progetti mentre mi addormento. E se un giorno volessi andare a Monesi, c’è una corriera che parte da Genova alle 4.40 di notte e costa, andata e ritorno, solo 1.800 lire.

Il 4 gennaio 1964 parto per il campo scout invernale. In realtà è stato un campo solo per definizione, visto che abbiamo dormito e mangiato in un convento di suore.

Sono costretto a partire con gli stessi sci di una settimana fa, perché i miei non sono ancora arrivati da Bolzano. Ho con me perfino un sacco letto imbottito, stile militare, prestato da un cugino. Faccio il viaggio assieme a Ennio Remondino, Orazio Carbone ed Ernesto Parodi, l’ex maestro dei novizi rover. Arriviamo a Limone in orario, in una giornata magnifica. Andiami al convento, attesi dalle suore. Normalmente è un asilo infantile che nella stagione invernale funziona anche da piccola pensione. Infatti, non siamo soli: ci sono altri con gli sci. Sistematici in camera, di fretta usciamo verso la neve, cioè al Maneggio. Orazio ed Ernesto mettono gli sci per la prima volta, Ennio è circa sul mio stesso piano. Ci abboniamo alle solite cinque corse dello skilift grande e, con la mia solita esuberanza, comincio a cadere a ripetizione. Ennio invece, più calmo, è più prudente e non cade quasi mai.

La Seggiovia del Sole, Limone Piemonte
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In una caduta più violenta delle altre spezzo entrambi i bastoncini! Sono costretto a noleggiarne un paio. Poi perdo altro tempo per una noia meccanica agli attacchi, incontro la sig.ra Ghiglione e sigg. Carbone. Altre chiacchiere e altro tempo perso. Quando torno a sciare sono arrabbiatissimo, così riesco anche a investire una poveretta che si trova sulla mia linea. Pace. Per fortuna non le faccio nulla… Poi, con Orazio ed Ernesto, vado a mangiare. Loro si sono dati da fare per tutta la mattina. Arriva anche Ennio.

Sono stato troppo impulsivo, non ho imparato un gran che questa mattina. Mi riprometto di fare diversamente questo pomeriggio. Mangiamo poco e male, quindi eccoci ancora al Maneggio. Ennio ed io prendiamo dieci corse dello skilift grande, che però poco dopo si arresta per un guasto. Siamo costretti a salire su quello piccolo. Nelle discese cerco di non farmi prendere dalla velocità e di curvare come si deve, qualche miglioramento lo vedo. Alle 17.30 sono ancora lì, me ne vado per ultimo. Ho fatto anche qualche discesa senza mai cadere!

Dal convento usciamo per andare in paese al bar. All’ora di cena ci ritroviamo al convento, poi ci ritiriamo in stanza a parlare della Carta di Clan. Poi è l’ora delle risate, perché prendiamo in giro quelli della stanza accanto agitando loro lo spauracchio dell’ossido di carbonio. In realtà gli invidiamo la stufa a carbone.

Il giorno dopo Ernesto riparte per Genova; noi andiamo alla messa domenicale, facciamo colazione. Quando stiamo per andare a sciare ecco arrivare il capogruppo Edilio Boccaleri, con Ugo Galdi e Luciano Ferroni. Ugo è stato negli alpini sciatori e va anche su roccia. Si sistemano nella nostra stanza, poi andiamo tutti assieme al Campetto del Principe. Ugo ed Edilio ci fanno un po’ scuola, ma non mi sembra che la teoria sul campetto mi serva a molto. Per fortuna si stufano anche loro, così andiamo alla sciovia del Principe.

Luciano rinuncia a salire, Ennio e Orazio cadono a metà salita. Rimaniamo Ugo, Edilio ed io. Dalla Casetta Rossa prendiamo la pista n. 3 che porta, per la valle di San Giovanni, a Campo Principe. C’è pochissima neve. Scendo alla meno peggio, guidato con pazienza da Ugo. Faccio ancora tante cadute, principalmente perché mi lascio prendere dalla velocità. Ripresa la sciovia con Ugo, mi succede di incrociare gli sci e cado rovinosamente. Aspetto che Ugo scenda da me, poi assieme raggiungiamo Orazio che era lì ancora dalla corsa precedente. Continuo a non vedere miglioramenti.

Su ancora, con Edilio, Orazio e Ugo. Alla Casetta Rossa ci raggiunge anche l’amico Marco Ghiglione, tornato da Sestrière dove era iscritto a una gara di qualificazione nazionale, rimandata però per scarsità di neve.

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Ora giù di nuovo. marco, che scende da dio, impreca contro di me, dandomi dell’assassino ogni volta che non vede il mio peso a valle o per altri errori. Non mi arrabbio: so che lo fa apposta a esasperarmi, perché vuole che impari. Ma per colmo di scalogna in quella discesa sono davvero pietoso. Arrivati in fondo, risalgo ancora con Marco e Ugo. Però loro scendono per la n. 2, mentre io mi rifaccio per la terza volta la n. 3. Poi vado a mangiare.

Al pomeriggio sono ancora con Marco sulla Seggiovia del Sole. All’arrivo della seggiovia ne approfitto per incamminarmi verso la vetta della Cima Buffe 1531 m, cosa che non avevo fatto la volta scorsa. Non sapevo neppure esistesse una Cima Buffe. Poi andiamo agli skilift. prendiamo il primo e arriviamo circa a 1700 m. Ci siamo tutti ad eccezione di Luciano e Marco che hanno proseguito per l’Alpetta con l’altra sciovia.

Scendiamo per la pista Panoramica, che poi farò altre due volte. Qualcosa imparo e il morale mi si raddrizza un po’. Ci perdiamo tutti di vista. Sta arrivando sera e alla Seggiovia del Sole siamo rimasti Marco, Ennio ed io. E’ quasi scuro, ma noi cominciamo a scendere lo stesso. In certi punti la pendenza è superiore alle mie possibilità di spazzaneve, quindi sono costretto a scendere a derapage. Cado molte volte, come Ennio.

Sono avanti, vicino alla Casetta Rossa. Marco è dietro perché aspetta Ennio. Questi prende un sasso e cade. Uno sci si stacca e scivola veloce per duecento metri, fino a Marco che riesce a fermarlo. Non vedo niente di tutto questo, poi però vedo Marco con lo sci di Ennio in mano. Il poveretto sta scendendo a piedi. Per non perdere tempo, dato che ormai ci si vede pochissimo, Marco mi comanda di scendere per conto mio. Scendo ancora per la n. 3: non vedo più nulla, solo il bianco della neve. Vado piano, perciò riesco a non cadere e arrivare a Campo Principe. Arriviamo al convento a notte fatta. La suola del suo sci ha un solco enorme di una quindicina di centimetri. Ceniamo, cantiamo, arriva da Frabosa Sergio Bione, così siamo in sette. Ci addormentiamo sfatti.

Il 6 gennaio, dopo la messa dell’Epifania, filiamo di nuovo su a Pian del Sole. Marco non l’abbiamo visto, Luciano ha preferito il Maneggio. Con Ugo ed Edilio salgo fino all’Alpetta, la giornata è splendida e da qui il panorama è bellissimo. La discesa non è un fiasco, ma ci manca poco. Non starò a farla lunga, dunque dico solo che dopo la rifaccio, continuo per la pista Aerea fino a Pian del Sole, risalgo lo skilift e mi faccio la Panoramica. Qui mi prendo la botta più forte di tutte, che riesce a spaventarmi. Quindi di nuovo all’Alpetta e giù ancora a Pian del Sole, poi ancora all’Alpetta, giù tutto a spazzaneve senza mai cadere fino al primo skilift e da lì a Pian del Sole con la Turistica. Anche quest’ultima mi viene bene. Con Edilio torno alla Seggiovia del Sole, e da lì ci buttiamo giù su Limone. Faccio abbastanza bene anche la pista del Sole, senza cadere e senza derapage. Dalla Casetta Rossa scendo per la pista n. 3. Sono le 14.30: al convento mangiamo molto, beviamo molto e paghiamo poco. In stato di leggera ebbrezza vado a restituire i bastoncini. Ennio, Orazio e io torniamo in treno, gli altri in auto. Il viaggio per Genova, in dormiveglia, dura 3 ore e 55’.

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