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Da Julius Kugy ai giorni nostri – 2

Da Julius Kugy ai giorni nostri – 2 (2-4)
(quale il futuro dell’alpinismo in Friuli Venezia Giulia?)
a cura di Francesco Leardi
(ripreso dall’Annuario del CAAI 2014-2015, per gentile concessione)

Puntate precedente e seguenti:
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-1/
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-3/
http://www.alessandrogogna.com/2016/05/05/da-julius-kugy-ai-giorni-nostri-4/

Il 25 e 26 maggio 2013 si è tenuto a Trieste, nella sede della Società Alpina delle Giulie, il Convegno di primavera del Gruppo Orientale del CAAI. Il tema era Da Julius Kugy ai giorni nostri: quale il futuro dell’alpinismo in Friuli Venezia Giulia?

Le relazioni, in ordine di intervento sono state di Spiro Dalla Porta Xidias, Mauro Florit con Stefano Zaleri, Roberto Simonetti (tutti CAAI Orientale) e Peter Podgornik (Slovenia).

Data la particolare natura della relazione di Florit e Zaleri, che per loro stessa ammissione non hanno voluto parlare degli alpinisti più famosi e attivi, abbiamo ritenuto opportuno integrarla con uno scritto di Stefano Michelazzi, estraneo al Convegno.


L’alpinismo triestino dagli anni ’80 a oggi
di Mauro Florit e Stefano Zaleri

Mauro Florit, nato il 18 giugno 1962, arrampica dal 1978 ed è Accademico dal 1994. Ha al suo attivo centinaia di salite in tutto l’arco alpino e una cinquantina di vie nuove, soprattutto nelle Alpi Carniche e nelle Alpi Giulie, con diverse invernali e ripetizioni di prestigio. Stefano Zaleri, classe 1967, vive a Trieste da sempre, ed è Accademico dal 2013. Da molti conosciuto col soprannome di Calcetto, con il quale già da “piccolo” si firmava nei libri delle ascensioni nei rifugi. Ha iniziato ad arrampicare a sedici anni, nel 1983, dopo un corso di roccia alla Scuola Emilio Comici. In 30 anni di attività ha compiuto più di 700 ascensioni di cui una trentina di vie nuove, 4 invernali (3 prime), vie di ghiaccio e cascate, una decina di spedizioni/viaggi alpinistici. Nel suo curriculum ricorda “con affetto” la Maestri al Torre, salita nel 1987 a 20 anni. Primo viaggio, primo monte importante, prima volta in un campo base vicino agli alpinisti che contano…
Il loro è un intervento brillante legato a un periodo di certo molto vicino a quello attuale, di sviluppo tecnico-sportivo e ricco di contenuti umani e aneddoti carichi di un ironia veramente coinvolgente. Con un gruppo di arrampicatori di altissimo livello alpinistico e sportivo.

Non è facile né siamo in grado di proporre un dettagliato e completo resoconto dell’alpinismo nella città di Trieste da Cozzolino ai giorni nostri. Parlare di alpinismo e di alpinisti per noi due è difficile, è più facile salire una montagna che raccontare di averlo fatto. Fare poi un’analisi di salite fatte da alpinisti che sono anche degli amici è un lavoro imbarazzante per chi lo fa ed anche per chi lo legge.

Nasce quindi l’idea di provare a raccontarvi qualcosa in un modo diverso.

Quindi non vorremmo parlare degli accademici triestini che sono o sono stati attivi in questo periodo (Marino Babudri, José Baron, Maurizio Fermeglia, Mauro Florit, Mauro Petronio, Roberto Priolo, Ariella Sain, Erik Švab, Roberto Valenti, Stefano Zaleri), tutti personaggi di cui si conosce già il valore accademico, ma invece di pochi giovani appassionati che, ognuno nel proprio campo, hanno saputo dare qualcosa di originale, portando un’innovazione fondamentale soprattutto nell’approccio alle varie discipline.

Per preparare questa piccola relazione ci siamo confrontati con la visione più personale che ogni alpinista ha della sua attività. Quando siamo andati a parlare con i diretti interessati abbiamo trovato fondamentalmente due categorie: quelli disponibili a raccontarsi, e magari questo ci è costato qualche bicchiere, ma è sempre il metodo migliore per far scorrere meglio le parole, ed altri estremamente riservati che vivono in modo del tutto autonomo il loro alpinismo. Questi ultimi quindi non compaiono in questo scritto, la loro assenza afferma in modo forte la spiccata individualità della nostra attività, dimostra ancora una volta che scalare le montagne è una filosofia di vita in cui ogni scalatore è e deve essere assolutamente libero: libero di scalare, di rischiare, di raccontare o meno agli altri quello che ha fatto.
Dopo Enzo Cozzolino e fino alla fine degli anni Settanta, a Trieste c’era un buon numero di alpinisti in attività che ripetevano i grandi itinerari. Era il periodo delle vie in artificiale con i primi timidi, ma audaci, tentativi di forzare la libera. Due visioni opposte che hanno convissuto per un certo tempo.

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Questi alpinisti si allenavano nelle due principali falesie a pochi chilometri dalla città di Trieste: la Val Rosandra e la Napoleonica.

In Val Rosandra si arrampicava con la corda su vie attrezzate con chiodi, cunei di legno e filo di ferro sulle clessidre; ambiente e attrezzatura molto simili a quelli che si trovavano sulle grandi salite in montagna. La mentalità era puramente alpinistica, si arrampicava fino al sesto grado e, dove non si passava in libera, si chiodava usando le staffe per superare i passaggi senza grandi problemi etici. Un’importante cordata di artificialisti di questo periodo era formata da Luciano Cergol e Roberto Giberna. Grazie a loro sono state aperte difficili vie nella Valle. Tra le loro più importanti realizzazioni locali ci sono le vie Ospo ’77 e Fungo Magico del 1978 sull’imponente strapiombo di Ospo in Slovenia. Le vie di circa 200 metri sono state superate con difficoltà di A3 e chiodatura mista chiodi e spit messi con il trapano, ma non a batteria bensì trascinandosi dietro una lunghissima prolunga di 200 metri che lo collegava a un generatore posto alla base.

La leggenda narra che gli artificialisti, prima di affidarsi a quel nuovo oggetto che era lo spit, ne avevano piantati un paio sulle rocce della Napoleonica e ne avevano testato la tenuta collegandoli con una corda a una jeep americana di colore giallo lanciata a tutta velocità lungo la strada…

In Napoleonica, o come viene chiamata dai locals, la Napo, nello stesso periodo si stava compiendo la metamorfosi iniziata con Cozzolino. Gli arrampicatori che avevano creduto in lui non usavano martello, chiodi e staffe, a loro bastavano solamente magnesio e scarpe da ginnastica, i “Superghini” (la mitica calzatura ora tornata di moda). Si racconta che qualche bizzarro personaggio provava a manomettere anche delle scarpe da calcio tagliando con il seghetto i tacchetti e attaccandovi sotto la mitica suola di Airlite. Ovviamente orgoglioso delle modifiche apportate, raccontava che il risultato era strepitoso… In quel periodo si facevano i “passaggi”, spesso alti, e la caduta anche da tre/ quattro metri era la normalità, come anche le fratture delle caviglie! Oggi nello stesso posto non si fanno più i “passaggi” ma si fa “boulder” con comodi “crash pad” che i vecchi passaggisti userebbero solo per distendersi a riposare. Così nascevano i passaggi detti della L, del Cordino blu, della Spigheta e molti altri. Nel 1974 Giorgio Ramani, personaggio chiave dell’evoluzione in Napoleonica, sale la storica X de Ramani, il ramo sinistro di una esile fessura a forma di X. Un passaggio valutato oggi 7a scala boulder. Molti altri passaggi, anche più difficili, sono stati fatti nei decenni successivi ma la performance di Ramani è stata e rimane una pietra miliare ai vertici europei per il periodo. Gli anni ’80 sono stati fondamentali per il cambiamento tra il vecchio e il nuovo. Tra l’impossibile e il possibile. Tra l’eroico e il divertente…

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Nel 1981 Marco Zebochin rimaneva affascinato dalle immagini e dalle storie dei libri di Yvon Chouinard. Osservava attentamente le fotografie per individuare i materiali necessari alla nuova avventura e dopo aver assoldato i più coraggiosi e inconsapevoli dei suoi amici apriva, in zona Sappada, la prima cascata: le Tre grazie. Il suoi punti di forza erano un paio di piccozzini Pek, dei primordiali chiodi a percussione Wart Hog e le mitiche “virigole” (il cui uso più adatto è stappare qualche bottiglia di vino). Con questo primitivo equipaggiamento compie una trentina di nuove salite. Non lo fermava niente, neanche la dolorante tumefazione delle nocche alla fine di ogni giornata in parete. Una volta aperte le danze altri ghiacciatori si cimentarono nella nuova avventura. Nello stesso anno Tullio Ferluga e Sergio Serra aprivano la difficile Spada di Damocle nel gruppo del Mangart. Una cascata in ambiente, lunga e difficile, impegnativa ancora ai giorni nostri. Negli anni a venire si salirono quasi tutti i flussi principali e si attrezzarono a spit le soste delle cascate più classiche che inevitabilmente sono diventate oggi fondamentali per i corsi di alpinismo. Ovviamente i tempi e i materiali si sono evoluti rapidamente fino alle importanti performance di Mauro Bubu Bole che ha primeggiato per anni su ghiaccio, dry tooling e nelle gare.

 

Ritornando a Trieste e agli anni Ottanta, dopo l’esperienza delle vie in artificiale e dell’evoluzione della tecnica sviluppata in Napoleonica, la nuova generazione aveva bisogno di idee e di spazi nuovi. Da una gita sul lago di Garda fatta da un gruppo di fuoriclasse locali nacque il futuro dell’arrampicata moderna a Trieste. Andarono a esplorare le nuove falesie di Arco, alla Spiaggia delle lucertole si confrontarono con le nuove vie sportive. Non ritornarono vincitori. Al contrario capirono che la loro preparazione doveva migliorare, e di molto. La loro mentalità doveva aprirsi e scacciare i tabù imposti dai vecchi alpinisti. Nel 1984, al ritorno da questa esperienza, Andrea Arci Varnerin e Marco Sterni aprirono in val Rosandra Tipi da spiaggia, la prima via sportiva moderna, attrezzata dall’alto con gli spit messi a mano. È l’inizio della nuova epoca, e Arci ne fu il promotore indiscusso. Dopo di lui tanti aprirono e attrezzarono sistematicamente vie nuove. Venne anche deciso di richiodare la quasi totalità dei vecchi itinerari storici. La val Rosandra si riempì di nuovi arrampicatori, scheletrini dalle spalle larghe, dai vestiti attillati e colorati. Da quel momento tutti, giovani e vecchi, si vollero chiamare “climber”, e tutti si distrussero i talloni con le nuove scarpette, le Supergratton! In poco tempo si attrezzarono altre falesie, la Costiera, Ospo, la Napoleonica e molto altro. Oggi Trieste, insieme alle zone slovene vicine al confine, offre sicuramente uno dei migliori centri d’arrampicata. Il livello tecnico medio generale si è elevato molto e i giovanissimi dei giorni nostri trovano la migliore espressione in Stefano Varnerin e Gabriele Sbisighin Gorobey al quale manca poco, e glielo auguriamo, per salire il suo primo 9a.

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Da sempre gli alpinisti sono andati a sciare d’inverno con discrete basi tecniche e di conoscenza. Ma è sempre all’inizio degli anni ’80 che i più volonterosi incominciarono un lungo percorso per portare l’attività ai massimi livelli. Ai soliti giovani frizzanti però non bastava macinare metri di dislivello. Dovevano fare qualcosa di più. Ai fratelli Paolo e Marco Sterni viene quasi naturale scendere per canali sempre più ripidi e trovano in Mauro Bubu Bole un altro compagno sufficientemente spericolato. Dopo di loro arriva Mauro Rumez che è stato uno dei più grandi sciatori estremi italiani. Dai canaloni delle Dolomiti e delle Alpi Giulie passa alle pareti rocciose che, solo occasionalmente innevate, consentono con difficoltà estreme la discesa con gli sci. Realizza 115 discese estreme, di cui 37 prime discese, lungo tutto l’arco alpino; sui monti Tatra, sull’Alto Atlante in Marocco, sui monti del Nord Epiro in Grecia e sulle Alpi neozelandesi. Muore nel 1999 a 36 anni travolto da una valanga nel gruppo dell’Ortles, mentre sta effettuando una discesa.
Nel passaggio attraverso tutti i cambiamenti che abbiamo detto, si sono formati degli alpinisti seri e preparati che hanno contribuito all’accrescimento di tutta una comunità. Anche di questi faremo solo alcuni nomi, nel rispetto di chi non ha voluto apparire e scusandoci anticipatamente con chi abbiamo dimenticato.

Stefano Caliceto Zaleri
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Mauro Bubu Bole, che tutti ben conoscono. Alpinista poliedrico che ha spaziato dallo sci estremo all’arrampicata sportiva, dal dry tooling alla libera delle grandi vie artificiali. È riuscito ad ottenere sempre risultati eccellenti in ogni disciplina. Ma per noi Bubu è principalmente un amico simpatico e, come si dice a Trieste, decisamente “sonà”. Durante una festa in Napoleonica, a tarda notte dopo moooolte birre, ha salito la via dello Scudo, un buon 7a, con appesi all’imbrago due ingombranti e pesantissimi cassonetti pieni di immondizia e sotto una folla di primitivi alterati che facevano tifo da stadio per incitarlo. Ci è riuscito. Ci è riuscito anche durante altre feste, con appese canoe, pagaie, damigiane e altri oggetti di vario tipo. Bubu non scala più, e dopo aver fatto Rally, oggi gira il mondo con la passione del kitesurf.

Mauro Rumez
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Marco Zebochin, ne abbiamo parlato prima. Un eterno Peter Pan sempre pieno di entusiasmo. Oltre ad essere il precursore dell’arrampicata locale su ghiaccio, arrampica da sempre anche su roccia. Ha aperto una ventina di vie attrezzate sia a chiodi, sia con spit. Sul Velebit in Croazia, a Varassova in Grecia, in Pakistan, all’Ala Daglar in Turchia, Tesnou in Algeria, Wadi Rum in Giordania. Sebbene ora sia un po’ datato, non molla mai.

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Lucio Piemontese, memoria storica dell’alpinismo locale degli ultimi quarant’anni. Valido scialpinista. Ha aperto una ventina di itinerari su roccia nelle Alpi Giulie, Carniche e Dolomiti, ha al suo attivo anche prime invernali di canaloni ghiacciati. Continua tuttora ad arrampicare e ad aprire nuovi itinerari coinvolgendo giovani compagni.

Stefano Staffetta, per gli amici Staffo, è il fidato compagno di cordata di Erik Svab. Arrampicatore di alto livello che ha saputo portare l’alta difficoltà della falesia nelle ripetizioni dei più difficili itinerari alpini, come la seconda ripetizione di Donnafugata alla Torre Trieste, o la prima ripetizione di L’Alfa e l’Omega sulla parete nord della Torre Orientale delle Meisules, o la prima ripetizione della la via Patrick Berhault alla Torre Trieste aperta da Bubu. Marco Tossutti e Alessandra Canestri. Un’altra coppia nella vita e nell’attività alpinistica. La loro passione principale è salire le alte cime della terra. Dopo aver fatto esperienza sul Huascaran in Perù, l’Island Peak in Nepal e l’Aconcagua, incominciano a pensare all’Himalaya. Nel 2002 salgono il Cho Oyu, poi seguono il Gasherbrum 2, l’Everest e il Broad Peak.

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Ma il primo alpinista del FVG a salire un Ottomila è stato Dušan Jelinčič che già nel 1986 sale il Broad Peak e in seguito il Gasherbrum 2, mentre ancora prima, nel 1977, Toni Klingendrath e Umberto lavazzo salgono il McKinley lungo un itinerario parzialmente inedito.

Il nuovo è rappresentato da Gabriele Sbisighin Gorobey, giovane fuori classe che pratica varie discipline, dall’arrampicata indoor alle gare boulder, dall’arrampicata sportiva al deep water. Ha anche accompagnato Bubu per la prima libera di Donnafugata. Si dedica anche all’apertura di difficili itinerari moderni saliti dal basso con l’uso del cliff ed etica rigorosa. In arrampicata sportiva ha salito due vie di 8c+ e liberato vie che presentavano originariamente delle prese incollate per riportarle alla versione naturale, rivoluzionando e diffondendo una corretta etica nell’apertura delle vie di alta difficoltà.

Poi dobbiamo ricordare le meteore. Tanti sono stati i giovani promettenti che sono apparsi sulla scena lasciando a bocca aperta l’ambiente alpinistico e che per vari motivi hanno dovuto o voluto abbandonare l’attività quasi subito.

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Ragazzi con una marcia in più e al di sopra di tutti che con disarmante semplicità facevano quello che a noi costava impegno e allenamento continui. Tra questi Livio Pastore e Giampi Furlan. Nel 1987 succedeva che Ivo Kafol, al rifugio Vazzoler, dopo un temporale mattutino e ormai persa la giornata, saliva quattro vie sulla Torre Venezia da solo, su per la Tissi, giù per la Andrich, su per la Ratti e giù per la Castiglioni; il tutto in poco più di due ore. In conclusione abbiamo visto come la storia alpinistica della città di Trieste degli ultimi trent’anni sia stata ricca di personaggi che hanno saputo eccellere nelle varie specialità. Anche se, come nel resto dell’arco alpino, la tendenza porta ultimamente a un abbandono delle salite alpinistiche di stampo classico per privilegiare quelle dove l’alta difficoltà si combina con protezioni più affidabili. Questo non è, a parer nostro, la “morte dell’alpinismo” ma un inevitabile cambiamento ed evoluzione della nostra attività.

La poca attenzione dei giovani verso l’alpinismo classico è anche dovuta alla mancanza di informazione. Può sembrare un’affermazione azzardata nell’era di internet ma è proprio la facilità del reperimento di informazioni preconfezionate sui principali siti specializzati a distogliere da un attento studio della storia alpinistica. Uno studio che, se attuato, porta in sé la voglia di conoscere e quindi ripetere le salite dei nostri padri.

Un ulteriore contributo
di Stefano Michelazzi
Se è vero com’è vero che Trieste è una città con una storia unica alle spalle, una città ricca di contraddizioni che convivono apertamente (illustrate ampiamente seppur prosaicamente nelle opere poetiche di Umberto Saba), cosmopolita fino al midollo ma allo stesso tempo, se non se ne comprendono le dinamiche di vita, sciovinista senza ritegno, anche questo sciovinismo è la maschera di un atteggiamento goliardico e canzonatore, quasi un’esca per catturare i polli da “remenar” (prendere in giro… la “Remenada” è uno degli “sport” più in voga in città senza distinzione di ceto o appartenenza…) . Come dicevo, non è semplice comprenderne le dinamiche di vita se non la si vive completamente. Una storia antica di snodo privilegiato verso e da oriente, di secoli di intreccio culturale e di privilegio anche nei ruoli di un Impero mitteleuropeo che la vede quasi come l’apice della cultura anche a discapito delle sue due capitali, rendono Trieste una vera e propria unicità a volte troppo stretta a volte estremamente magnanima.

E’ chiaro che in un retroscena culturale come questo (io ormai manco da quindici anni e mi dicono che le cose siano piuttosto cambiate di questi tempi…), anche l’alpinismo abbia delle caratteristiche che si diversificano da qualunque altro ambito. Già il solo esistere di un’attività come l’alpinismo, in termini così ampi e di indubbia valenza su scala internazionale (uno tra tutti Emilio Comici e non serve dire altro…) è qualcosa di estremamente particolare per una città di mare…

Due sezioni, diverse, autonome e per certi versi sempre in concorrenza, del Club Alpino Italiano sono un’anomalia, come appunto anomalo è il modo di fare alpinismo in questa città.

Ma non basta… diverse lingue sono presenti sul territorio, il tedesco è quasi del tutto scomparso (i miei nonni parlavano anche quello…) ma rimangono italiano e sloveno che convivono a volte bene, a volte male e definiscono due ceppi culturali diversi e quindi oltre ai vari CAI operano sul territorio anche realtà di lingua slovena completamente autonome (il citato Dušan Jelinčič è membro della comunità slovena). Insomma una giostra multicolore!

Non mi dilungo oltre, perché ci vorrebbero pagine e pagine per tentare di descrivere e portare a comprensione uno stile di vita che a volte sfugge pure ai triestini…!

In questo “marasma” va da sé che orientarsi sia difficile: perciò che Florit e Zaleri abbiano scritto un report con diverse lacune storiche, anche piuttosto grosse, è ampiamente giustificato ma, già che ci siamo e ci viene reso possibile, tentiamo almeno in parte di colmarle.

Parto dalla mia categoria, le Guide Alpine, delle quali a Trieste, strano ma vero, ce ne sono moltissime. In attività vera e propria che io sappia, siamo in 4,  più 2  Aspiranti Guida. Fino al 2013 c’era anche Icaro De Monte che ci ha lasciati prematuramente ma che credo non serva presentare (in suo nome è attivo da un paio d’anni un progetto di formazione alpinistica per ragazzi che lui stesso aveva ideato).

Tra questi colleghi va citato sicuramente Aldo Michelini che alpinisticamente ha un’attività di tutto rispetto a partire dalle sue realizzazioni sul massiccio dell’Antelao, poco note purtroppo, forse a causa della difficoltà di avvicinamento alle pareti. Almeno 12 salite sulla liscia parete ovest, aperte quasi tutte in compagnia della moglie Laura Ortolani eccetto la prima, Ma perché te ga roto i fiori?, che aprì in compagnia di Sergio Serra nel 1985, via certamente all’avanguardia per stile e difficoltà. Tanto per citare una sua salita ormai divenuta una grande classica sportiva: Anton aus Tirol, sulle pareti del Mur de Pissadù (Sella).

Paolo Sbisà, altro collega che divide la sua attività tra Trieste ed il Cadore dove opera per la maggior parte dell’anno con all’attivo innumerevoli salite in ogni dove…

E ci sono anch’io… Stefano Michelazzi… fuoriuscito dall’ambiente cittadino da ormai 15 anni ma con un’attività precedente su Alpi Carniche, specialmente, e Giulie. Apro tra il ’92 ed il ’97 dieci nuove salite su roccia ed una su ghiaccio e misto. In Dolomiti circa 60 nuove salite e qualcosa anche aldilà dei terreni abituali. Le solitarie (free-solo) sono state uno stile che mi ha preso parecchio negli anni che furono, aprendo anche alcune nuove vie in questo stile… Oggi mi sono calmato un po’… Attualmente vivo nel bresciano operando come Guida Alpina a tempo pieno su tutto l’arco alpino e se mi viene chiesto, anche al di fuori.

Sergio Serra, già citato, fu un alpinista esplorativo come pochi. Su ghiaccio fece diverse prime salite, specie su cascata, che in quegli anni stava emergendo come attività. Esplorò i Tatra nei primi anni ’80, quando vedere un occidentale da quelle parti era cosa rarissima, scalando sia roccia che ghiaccio e portando a casa diverse prime anche con gli sci. Spesso da quelle parti lo accompagnava Paolo Pezzolato El Fossile allora giovanissimo che nel 1984 assieme ad un altro triestino, Maurizio Fermeglia, accompagnò Franco Perlotto nella prima salita italiana del Dihedral Wall (VI 5.9 A3+) su El Capitan in Yosemite!

El Fossile, attivissimo in speleologia (altra grande tradizione triestina) ha esplorato in lungo e in largo la Paklenica tracciando numerosi itinerari ed è lo scopritore e valorizzatore di altri numerosi siti di arrampicata in Croazia che per un lungo periodo ha frequentato in compagnia della compagna Sara Gojak e di alcune zone semi-dimenticate delle Carniche come quella del Volaja dove le sue salite sono oggi delle super-classiche. In Croazia sono due figure di spicco per quanto riguarda la loro attività.

Pochi anni prima era attivo anche Marco Corrado Morgan, seguace della filosofia di Cozzolino, che spesso liberava tratti artificiali senza immaginare che di lì a pochi anni questo sarebbe diventato la nuova sfida dell’alpinismo…

Anche più “antico” (classe 1939), ma ancora in attività sia alpinisticamente che come Guida, è Armando Corvini, autore di alcune prime in Dolomiti negli anni ’50 e ’60, poi emigrato in Australia.

Armando guidò diverse spedizioni himalayane, inserito in team australiani e di nazionalità mista, scalando tre l’altro il Pumori lungo la cresta sud-est nel 1988 e l’Ama Dablam  lungo le creste sud e sud-ovest nel 1994. A causa di quest’ultima perse tutte le dita dei piedi. Come detto continua ancora nell’attività di Guida Alpina accompagnando gruppi anche su cime himalayane!

Di “meteore” durate qualche stagione o anche meno ce ne sono state ma scriverne diventerebbe un calvario, più che altro reperire le notizie…

Un team invece che non si può certo definire “meteora” è composto da Marino Babudri e Ariella Sain, con centinaia di vie nuove alle spalle e di ripetizioni di tutto rispetto.

Una coppia che ha girato in lungo e in largo le Carniche, terreno un po’ di scoperta e ri-scoperta della libera negli anni ’80, per friulani e triestini, le Giulie e le Dolomiti.

Di donne alpiniste come si può notare non ne mancano a Trieste, anzi spesso ci sono state formazioni di cordate femminili, anche quando questo era una rarità assoluta…

Tra quelle donne che ho già ricordato nelle righe precedenti vorrei citare ancora Giuliana Pagliari, ben conosciuta nelle scuole del CAI locale con un’intensa attività alpinistica su roccia e ghiaccio e anche con gli sci.

Tra gli sciatori alpinisti certamente Mauro Rumez ha segnato tappe che pochi sono stati in grado di emulare, basti pensare alla discesa integrale del West Rib con variante Wickwire sul Denali, ma tra gli esploratori instancabili non va dimenticato Matteo Moro con all’attivo innumerevoli nuovi itinerari in sci e diverse guide scialpinistiche tra Austria, Italia e Slovenia che sono diventate un must per chi organizza le proprie uscite sulle nevi non battute…!

Sicuramente mi è scappato qualcuno… e me ne spiace… ma essere da tanti anni ormai fuori dall’ambiente triestino qualche vuoto di memoria me lo causa…

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