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Dal proto-bouldering alla Vinatzer

Dal proto-bouldering alla Vinatzer
di Salvatore Bragantini

Agosto 1965, la mia terza stagione alpinistica volge al termine. Il primo anno mi ero spinto fino alla Kiene alla Cima Fanis Sud, nel secondo avevo osato salire, sempre con mio fratello Renzo, la Kiene alle 5 Dita, così descritta nella guida di Arturo Tanesini Sassolungo Catinaccio Latemar: “Scarse possibilità di assicurazione… richiede una perfetta tecnica di roccia”. La notte non avevo quasi chiuso occhio, ma poi il diavolo era stato meno brutto di come lo dipingeva Tanesini.

Eccoci dunque al 1965; ero stato prima al M. Bianco, dove fra i compiti di (aiuto) istruttore della scuola della Sucai Roma, e il tempo avverso, non avevo fatto nulla di serio. Tornato alla cara Val di Fassa mi ero cimentato, sempre con Renzo, con la Pichl al Sassolungo e con lo spigolo NO della II Torre del Sella. Ce l’eravamo cavata bene.

In arrampicata sul diedro Vinatzer al Piz Ciavazes, tempi odierni. Foto: cornodicavento.com
DalProtobouldering-ACTION+SUL+4+TIRO

Confortato da queste esperienze ritenevo fosse ora di provare ad annusare le difficoltà superiori. Ne discuto con Alessandro Gogna, compagno di vagabondaggi alle “Roccette” della valle di S. Nicolò (subito fuori Pozza), dove ci limavamo le unghie facendo quel che ancora non sapevamo chiamarsi bouldering.

Ora siamo pronti a mettere le mani sul diedro Vinatzer-Riefesser al Piz Ciavazes, via che aveva una grande attrattiva: la sua descrizione sulla guida Odle Sella Marmolada di Ettore Castiglioni (compagno proprio di Vinatzer nella via famosa sulla Sud della Marmolada) menzionava, sia pure solo per un passaggio, il mitico 6° grado.

Salvatore Bragantini in arrampicata sulla via Vinatzer alla Terza Torre di Sella, 6 agosto 1966
Dalprotobouldering--SalvatoreBragantinisuVinatzerTerzaTorreSella

Così, in numeri arabi, si scriveva allora “il sesto”, grado che almeno per noi, poco più che principianti, era allora un’entità imprecisa; senza che ce ne rendessimo conto, nelle nostre confuse nozioni di allora, esso metteva insieme il “sesto” in libera – talvolta, ma non certo dal Castiglioni, generosamente attribuito – con l’artificiale. Se ci si attaccava ai chiodi per progredire, eravamo certamente sul “sesto”!

Che la scala di Welzenbach potesse (o dovesse) “aprirsi” sfuggiva a molti, certo anche a me; non ci sembrava di fare cose sovrumane, ma eravamo beatamente contenti di sentirci dire che fosse quello il “limite delle possibilità umane”, “l’estremamente difficile”.

Allora era raro che le relazioni riportassero le difficoltà tiro per tiro, né conoscevamo gli schizzi “alla francese”, che scompongono una via nelle sue parti costitutive; una salita “di 6°”, per noi che eravamo agli inizi, era un blocco unico, una teoria infinita di passaggi “estremamente difficili”. Programmarla, con la nostra scarsa esperienza avrebbe richiesto una buona dose di improntitudine, forse di incoscienza.

Salvatore Bragantini sulla via Pichl della parete nord del Sassolungo, 9 agosto 1965. Foto: Renzo Bragantini
DalProtobouldering--S.Bragantini-Pichl-Sassolungo

Ciò non valeva per la relazione del diedro Vinatzer; la guida del Castiglioni ad un certo punto descriveva in dettaglio il passaggio-chiave, attribuendogli il grado di “sesto”. Se ne deduceva, logicamente, che il resto della via fosse di difficoltà inferiore; credo che proprio il sapere che quella via conteneva sì il “sesto”, ma in modica quantità, sia stata la vera causa della nostra scelta della via. Ciò ci permetteva di provare le nostre forze su difficoltà superiori senza rischiare troppo, ma il diedro Vinatzer al Ciavazes era ancora circonfuso di un suo alone di rispetto; la prima invernale, di Toni Gross e Donato Zeni, era stata fatta solo da otto anni, e la prima solitaria, di Heini Holzer, sarebbe  venuta due anni dopo, nel ’67.

È per questo impegnativo programma che il 20 agosto, la mattina presto, scendo a Soraga da Pozza a prendere Alessandro: il mio giallo “Galletto” della Guzzi ci consente una mobilità fino a poco prima sconosciuta. Sono finiti i tempi dei penosi autostop, alla mercé degli automobilisti di passaggio, che sempre metteva a rischio una salita, o il ritorno. Piccola parentesi: una volta, tornando proprio dalla Kiene alle 5 Dita con Renzo, ci diede un passaggio un compìto e cortese tedesco che ci chiese di avvertirlo quando veniva una macchina in senso contrario “Because I must concentrate on ze driving… Perché io devo concentrarmi sulla guida”. Scendemmo sani e salvi a Pozza, scampando al disastro!

Sul cengione della via Vinatzer alla Terza Torre del Sella. Da sinistra, Renzo Bragantini, Salvatore Bragantini e Piero Giorgi, 6 agosto 1966. Foto: Paolo Cutolo
DalProtobouldering-RenzoBragantini--SalvatoreBragantini-pieroGiorgi su cengione via VinatzerterzaTorreSella

Il tracciato (in rosso) del diedro Vinatzer al Piz Ciavazes e (in blu) la moderna via attrezzata di discesa. Foto: quartogrado.com
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La giornata è bella e dal Passo Sella andiamo veloci; Alessandro esibisce le doti per cui il nostro gruppo l’ha soprannominato Pamich (Abdon Pamich aveva vinto la medaglia d’oro nella 50 km. di marcia alle Olimpiadi l’anno prima), e arriviamo presto all’attacco.

Procediamo a comando alternato e arriviamo al passaggio-chiave, sotto il quale Alessandro fa sosta; deciso, vorrebbe andare avanti ancora lui, ma io non mollo, tocca a me! Alessandro alla fine cede, forse sa già che presto avrà modo di rimediare abbondantemente.

Di quel passo-chiave, che fu la nostra introduzione alle difficoltà superiori, ho ancora presente la roccia intorno, quasi nera nello stretto diedro; cosa rara, dato che i miei ricordi delle salite rapidamente svaporano. Se appena sceso da una via ricordo abbastanza la successione di tiri, dopo una settimana tutto si sbiadisce. Ora mi pare di ricordare di averlo fatto in libera quel passo, ma non ne sono sicuro; del resto allora non ci badavamo poi tanto.

Superato il passaggio, procediamo senza intoppi; arrivato sul pianoro sommitale del Ciavazes, recupero Alessandro, autoassicurato su un grande masso intorno al quale avevo avvolto la corda, anche questo lo ricordo vividamente.

Salvatore Bragantini sulla via Steger alla Torre Winkler, 12 agosto 1966. Foto: Paolo Cutolo
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Il tempo, da bello che era, sta peggiorando, densi nuvoloni coprono già la cima del Sassolungo; allarme, temporale in formazione! Allora non erano state attrezzate le doppie che oggi permettono una veloce discesa dalla cima del Ciavazes; ci affrettiamo dunque verso la ferrata delle Mesules, che dobbiamo percorrere in discesa per tornare al Passo Sella. La facciamo di corsa, naturalmente senza agganciarci alla ferrata, siamo forti noi. Difatti a un certo punto mi butto su un appoggio per i piedi che vola via, lasciandomi appeso con le mani… Eravamo forti sì, ma dell’incoscienza cantata da De Gregori in Pezzi di vetro: “ferirsi non è possibile, morire meno che mai”.

Ora corriamo sui prati zuppi di pioggia verso il Passo Sella: abbiamo fatto una via difficile, ci sentiamo forti e felici, già progettiamo la prossima salita. Ci serve solo il tempo per trovare una tenda: col Galletto andremo in Lavaredo a fare lo spigolo Demuth alla cima Ovest.

Sul Sassolungo tuona, sul Passo e in Gardena piove a rovesci. Montiamo sulla moto, imbacuccati nei nostri poncho passiamo sotto la Sud del Ciavazes, dove notiamo un addensamento di macchine, strano data l’ora e il tempo pessimo. C’è un via vai di persone serie, con lo sguardo aggrottato; ho una brutta intuizione, ma tiro via accelerando, è la reazione di chi teme quello che può essere accaduto e chiude gli occhi alla realtà. Sulla via Del Torso era infatti morto Fabrizio Romanini, cultore come noi del proto bouldering a S. Nicolò. Morire era dunque possibile.

Non facemmo assieme la Demuth alla Cima Ovest, né allora né poi; non doveva andare così. Alessandro dopo poco prese la strada del grande alpinismo e per lungo tempo non ci siamo rivisti. Le complicate vicende della vita ci han permesso di tornare ad arrampicare assieme solo nel nuovo secolo.

Salvatore Bragantini oggi, in versione Fidel
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