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Dalla parte delle pareti

Sul blog ilgiardinetto47.it il 30 ottobre 2014, a firma di Roberto Robi Colombo, esce un post assai interessante che riporta in formato pdf un articolo di Ivan Guerini apparso nel novembre 1990 sulla Rivista della Montagna. L’autore del post commenta:

Nel lontano – oramai – novembre 1990 un tale Ivan Guerini scriveva sulla Rivista della Montagna (la prima rivista laica – cioè non CAI –  di alpinismo e dintorni) un articolo dal titolo Dalla parte delle pareti.
Ivan Guerini è in realtà molto più famoso per altre cose che non per questo scritto: la scoperta della Val di Mello, l’VIII fatto con le Superga risuolate in Aerlite, l’attività esplorativa nel Lecchese, nell’alto Lario e in Val Grande. Un grande personaggio fuori dagli schemi, involontario protagonista del logo Mello’s che ha sempre vissuto l’alpinismo e l’arrampicata in modo mistico e non sportivo.
Per questo rilancia nel 1990, nel pieno boom dell’arrampicata sportiva, un approccio più “naturale” e più “leggero”. Leggetevi il suo articolo e capirete.
Ma la cosa più interessante per i curiosi frequentatori del Giardinetto sono gli schizzi allegati all’articolo: ci riportano una zona del Lecchese pre-spit, con vie e nomi scomparsi o caduti in disuso.
Ecco quindi un bel quiz: come si chiamano ora le strutture citate? E che fine hanno fatto le vie salite da Ivan & C.?“.

Ci siamo ricordati anche noi di quel bell’articolo apparso ormai 25 anni fa. Abbiamo creduto opportuno riportare, qui, le riproduzioni dei disegni originali di Ivan Guerini che corredavano l’articolo. Auguro a chi vorrà rintracciare i suoi itinerari “buona caccia”!

Disegno 1
Disegno 2
Disegno 3
Disegno 4
Disegno 5

Ivan Guerini
DallaPartedellePareti-1

Dalla parte delle pareti
(Pradello, Giazzima, l’Avorio)
di Ivan Guerini
(da Rivista della Montagna, novembre 1990)

Inconsueto per i tempi. È la prima impressione che un articolo di questo genere può suscitare. Quella di uno scritto tipico di una mentalità ormai superata, lontana cioè dal modo di pensare e di agire che ora va per la maggiore. Ma bisogna che ci capiamo: essere fuori dalla mentalità attuale non vuol dire aver perso il contatto con la realtà, può invece significare guardare l’attualità dal di fuori. La maggioranza di chi arrampica ora non si accorge di quanto succede al di là del suo modo di fare, perché è in costante adorazione verso ciò che fa. Pensa di essere al centro del mondo, ma è semplicemente al centro dell’attenzione (che non è la stessa cosa…). Qualche esempio? Se ne potrebbero fare molti, ma preferisco parlare di un gruppo di pareti che mi stanno particolarmente a cuore; anche perché stavolta ho scelto di sbilanciarmi in prima persona, altrimenti l’argomento di questo articolo sarebbe un discorso soprattutto teorico.

 

Le pareti di cui parlo sorgono presso il Lago di Lecco, qualche chilometro dopo la città. Si tratta di un piccolo universo roccioso dove una certa mentalità, sbragata nel modo di fare, si è completamente disinteressata di tutto ciò che su quelle pareti è avvenuto e avviene, magari con meno frequenza di un tempo. Ebbene, questo modo di intendere le cose non si è fermato ad una semplice prevaricazione del passato: ha pure tolto di mezzo parte della natura che su quelle rocce viveva prima che arrivassero le vie a spit. E ha sovvertito un equilibrio che invece era stato rispettato dalle vie precedenti. Forse qualcuno si chiederà perché mi sono deciso a parlarne solo ora. C’è un motivo preciso.

Oggi, se tu non racconti ciò che fai, pubblicandolo immediatamente, pare che tu non faccia niente. E se poi decidi di startene in silenzio per qualche anno, sembra che tu non arrampichi più! Ma se uno non pubblica, magari una ragione c’è. Oggi viviamo in un’epoca in cui il valore degli avvenimenti viene letteralmente masticato dalla necessità di dover pubblicare velocemente. Eppure c’è un momento per pubblicare e ce n’è un altro in cui è necessario avere il coraggio di non pubblicare. Perché arriverebbe assai poco a destinazione.

La pagina di apertura dell’articolo sulla Rivista della Montagna
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Cancellare le testimonianze
Con la scusa di praticare dell’arrampicata sportiva, e non dell’arrampicata tradizionale, qualcuno pensa di poter fare sulla roccia tutto quello che gli pare. Ad esempio, togliere i pochi chiodi normali e sostituirli con gli spit. Il motivo? Perché non sono sicuri, perché non si sa chi li ha messi, come mai sono lì… Se invece i chiodi vengono lasciati in posto, allora si sale, si attraversa, si tagliano con molte vie “nuove” i pochi metri di parete, isolando il valore di quei pochi chiodi normali. Al punto che i vecchi “ferri” paiono ormai solo dei pedoni circondati da un traffico caotico e luccicante. In questo modo, prima si confondono i tracciati, poi vengono dimenticate le vie originali della parete. Infine, sopra quelli che già esistevano, vengono aperti altri itinerari!

Il risultato? Si elimina dello spazio (che naturalmente non sarebbe scalabile), per riempirlo con la paura di rimanere indietro. Più o meno come se si andasse sulla Cima Grande di Lavaredo a togliere i chiodi di Comici, senza nemmeno chiedersi perché sono lì e si richiodasse la sua via chiamandola, che so, Pesche all’olio di oliva. Magari salendo a un metro di distanza dal percorso originale e intersecandolo quando conviene. Oppure come se si spittasse la Cassin al Badile con la scusa che i chiodi sono vecchi e vanno sostituiti, e si ribattezzasse la via originale Gli idioti del 2000. Che bravura! Cancellando le testimonianze del passato (tanto il passato remoto quanto gli avvenimenti più recenti, di ieri), si potranno finalmente cambiare anche i nomi delle vie che già erano state “battezzate”. E per “finalmente” intendo: “chi se ne frega se qualcuno le ha già fatte, adesso ci siamo qui noi”. Il fatto che spesso si sia arrivati a spittare sopra e lungo vie già esistenti, non dimostra soltanto che la mentalità generale di chi arrampica secondo questi canoni non riesce a distinguere niente al di là di ciò che fa. Piuttosto, rende evidente come la specializzazione limiti il giro d’orizzonte. E non mi riferisco tanto alla capacità di “tirarsi su” sulla roccia, quanto piuttosto alla capacità di comprendere il valore complessivo della parete che si sta salendo.

In conflitto con il passato più recente
Ma non è tutto qui. Chi arriva a spittare dove qualcuno è già salito utilizzando i chiodi normali, in fondo non ammette che nel passato più recente certe difficoltà siano state salite in arrampicata libera naturale. Sicuramente, sotto sotto è convinto che questo debba ancora avvenire… Vorrebbe che all’arrampicata libera naturale sulle alte difficoltà ci si arrivasse con l’arrampicata a spit, e che il merito di questa evoluzione appartenesse solo allo spit. Invece, tale evoluzione è già avvenuta negli anni passati, e non è stato certo grazie allo spit. Effettivamente, per chi ha una mentalità competitiva, sarà dura accettare il fatto che l’avanzamento delle difficoltà sulle pareti calcaree del Lago di Lecco non è avvenuto con quel tipo di arrampicata libera che si serve di mezzi di protezione innaturali. Qui, infatti, l’evoluzione ha avuto luogo semplicemente grazie all’esplorazione di pareti sconosciute per mezzo di un’arrampicata libera naturale, nel completo rispetto della natura rocciosa. In altre parole, la roccia inchiodabile è rimasta tale. In effetti, sulle pareti di Pradello, su quelle di Giazzima e soprattutto sulla lunga e scomoda Cornice dell’Avorio sono state aperte numerose vie con passaggi dal VII+ al X-. Il tutto a partire dal 1979, ben prima che lo “spit climbing” piombasse su quelle stesse pareti per andare a caccia di difficoltà. Da quel momento le pareti di cui parliamo sono state salite e frequentate, e per molto tempo nessuno ha cercato di “sistemarle” a misura d’uomo. Da parte mia, da quando ho cominciato ad arrampicare, ho cercato di non intervenire mai sulla natura delle difficoltà esistenti in parete. Né nei centri di fondovalle né in montagna. Ho chiodato solo dove i chiodi entravano naturalmente, e sono salito solo dove ero in grado di farlo con i miei mezzi. Senza la presunzione di separare il grado della difficoltà dalla natura che lo forma. Perché sentivo che un mio intervento in questo senso avrebbe alterato l’ordine naturale della parete. In altre parole, avrebbe inquinato il difficile. E già che ci siamo, vorrei precisare che questa lunga premessa non costituisce una requisitoria contro gli spit. Mi interessa invece mettere in risalto come una certa mentalità diventa “a spit” anche nel modo di fare: maniacale, territoriale e aggressiva. Questo, almeno, a giudicare da quanto è successo alle pareti in questione. E in definitiva il vero problema non è dato dal fatto che lo “spit climbing” limiti i suoi praticanti ad un’arrampicata incompleta rispetto ad una libera autentica. Il problema, ben più grave, è che lo spit separa l’uomo dalla natura della difficoltà. Nel senso che lascia la difficoltà, ma elimina le sue componenti naturali…

Sotto le pareti dell’Avorio
E che dire di quel sentierino che corre sotto le pareti dell’Avorio, costruito abbattendo piante, rimuovendo sassi e spuntoni per trasformarli in comodi gradini? Tanto più che per 12 anni la gente ci è sempre andata lo stesso, anche senza sentiero, ma soprattutto lasciando le cose com’erano. Si tratta di un sentierino che, in un posto molto più piccolo di una “grande foresta”, ha in proporzione gli stessi effetti devastanti di una grande arteria di traffico. Un sentierino fatto solo per arrivare comodi agli spit senza strapparsi i vestiti, quando il bello di quel posto era tornare a casa, la sera, con i segni di “forti” esperienze sulle mani; e quegli strappi sui vestiti erano i ricordi di giornate complete, vissute appieno…

Alle pareti di Pradello
E la sommità della Torre del Garofano? Era costituita da un fiore calcareo, con schegge di petali e foglie di spuntoni… Oggi non è più com’era, in gran parte è stata distrutta. Petali e foglie sono stati buttati giù a viva forza da chi sa stare in mezzo alla natura solo piegandola alla sua ristrettezza di idee. Lassù ormai sono rimasti solo massi sconnessi e gettati nel vuoto da chi è assetato di posti nuovi. Non per conoscerne il valore, ma piuttosto per renderli luoghi da divulgare in modo da sentirsi qualcuno!

Paolo Orsenigo si stacca da terra con tenacia da lottatore per andare a conoscere le Promesse del Sole al Sipario delle Statue
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La morte dello Spalto del Messia Verde a Giazzima
Mi son sentito preso a calci nei sentimenti. Era come se le testimonianze della mia passione di un tempo fossero state violentate davanti a me… Gelosia dei posti? Balle! Pare che un certo modo di fare si diverta a umiliare la natura solo per l’invidia di essere stato preceduto.

Hanno fatto a pezzi la natura che da sempre viveva su quelle pareti. Le avevo salite anni prima, quelle rocce, lasciandole esattamente com’erano. Mi sarebbe piaciuto che fossero rimaste tali. È stata una violenza tremenda, quella di rovinarle, come se ti avessero sgozzato il gatto o avvelenato il cane per farti un dispetto. Ci sono certi luoghi, nel mondo, dove qualcuno sa trovare la propria felicità. Al contrario di tanti altri che masticano continuamente posti, macinano decine di vie senza sosta perché, per loro, in definitiva un posto vale l’altro. E così si rovina, si spacca, si distrugge. Cosa si dovrebbe dire a chi ha segato un albero decennale per sostituirlo con una catena di calata a soli 10 metri da terra? Quello era l’unico albero nato e cresciuto al centro di una parete che portava il suo nome: lo Spalto del Messia Verde. Un albero che in primavera sprigionava una chioma verdissima e faceva indiscutibilmente parte dell’ambiente. Oltretutto era inutile tagliarlo, perché permetteva anche per sostare. E di lì si scendeva pure in doppia, accarezzati dalle sue frasche quando c’era la brezza pomeridiana…

Una descrizione romantica? Niente affatto, sono parole vere, reali quanto la sua distruzione.

A qualcuno, discorsi di questo genere potranno sembrare disquisizioni idealiste che non stanno con i piedi per terra. Per me, invece, è idealista e fuori dalla realtà chi tratta le pareti senza rispetto. Senza accorgersi, o facendo finta di non accorgersi, di come le rovina, nel tentativo limitato e infantile di trasformare la roccia a sua misura. Intanto la parete cambierà nome, si chiamerà Spalto del Messia decapitato, e la via Le Catene dell’uomo alla natura.

Mi immagino già la risposta: «Ma dai, in fondo una pianta è solo una pianta!». È vero, com’è altrettanto vero che, in casi come questi, la faccia di uno spit climber è qualcosa di talmente inutile da non servire nemmeno come concime per riportare in vita quella pianta, ridotta a un oggetto rinsecchito. E adesso si dovrebbe usare quel ceppo avvizzito come legna da ardere? Oppure comportarsi con quel ceppo sporco e umido come con una prostituta che viene tolta di mezzo e buttata in un fosso perché intralciava gli interessi di…? Già, in fondo quella era solo una pianta, ma quante piante in tanti posti hanno fatto la stessa fine? Avete mai provato a pensarci? Spezzare un ramo perché sei costretto a passare di lì è comprensibile, può anche capitare. Ma perché mai dovrebbero avere ragione quelli che segano le piante per sostituirle con una più comoda catena di calata? Perché dovrebbero avere più ragione quelli che strappano edere e arbusti e non si accorgono dei nidi momentaneamente abbandonati e radono al suolo ogni forma di vita che ostacola e intralcia le loro realizzazioni?

Avete mai osservato da vicino gli autori di così grandi gesta? Sono figure tristi e meschine, dalle facce piatte e dallo sguardo inespressivo che si accende solo quando arriva qualcuno in grado di salire senza sbagliare un gesto. Figure che hanno bisogno di vestirsi in modo molto colorato proprio per nascondere lo sterminato grigiore del loro modo di vivere…

Che ne sanno loro cosa significhi arrampicare realmente in libera, se continuano a ridurre così ogni falesia su cui puntano lo sguardo? Trasformano l’arrampicata libera in mezzo alla natura in una libera prigioniera delle loro realizzazioni. Al punto che si potrebbe quasi dire: finta libera per una finta libertà. Un merito, però, questo modo di fare ce l’ha senz’altro. Quello di essere riuscito a trasportare in montagna tutto ciò che in città invade il loro modo di pensare. Ha trasformato momenti unici, vissuti in mezzo alla natura, in una domenica di sole vista attraverso i vetri di casa. In breve, la quiete che è sempre esistita su certe pareti ha preso le sembianze di un bar, con gente che fa il tifo e spegne le cicche nei buchi della roccia, che rumoreggia e sghignazza, anziché gridare di gioia. Gente che ha La Gazzetta dello Sport e le cronache della “libera” al posto del cervello. Ed è un peccato, perché si potrebbe lo stesso arrampicare sul difficile, anche sul X grado, senza imboccare necessariamente quella strada. La storia e l’esperienza, oltretutto, lo dimostrano. Su queste pareti, per anni, si è andati avanti lo stesso.

Monica Mazzucchi si allunga sulle onde tenui di un calcare con prese obbligatorie, distanti e sfavorevoli da raggiungere
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Dalla parte della roccia
Non vi nascondo che a un certo punto avrei voluto muovermi, contrattaccare. Ma dentro di me qualcosa di indefinibile mi ha fermato. Una forza molto grande che, vista dal di fuori, ti fa sembrare un perdente solo perché non reagisci nei tempi dettati dalle stupidaggini degli altri. In fondo, reagire agli altri significa uscire da te stesso per avere un contatto con quei signori; se lo fai, però, vuol dire che in un certo senso assomigli a chi ti sta intorno, che hai qualcosa in comune con loro.

lo non mi sentivo uguale a chi agiva in quel modo. Così ho continuato a fare esattamente quello che stavo facendo, senza deviare minimamente dalla mia strada.

Ora che i fuochi di provocazione di una guerra dalle mani pulite, inventata da altri, dentro di me si sono placati; adesso che nel mio orizzonte interiore il dispiacere è diventato chiarezza, posso provare un’esperienza per me del tutto nuova. Quella di dar vita – se sarà il caso – ad un’intelligenza cieca, ben più convinta e testarda di qualsiasi ostacolo perché non ha nulla da perdere. Ma questo non significa togliere gli spit per ripicca. Implica il fatto di possedere una ragione per toglierli assai più valida di chi li pianta. Adesso che ho esaurito i miei desideri esplorando una vasta zona di pareti mai scalate (e ciò anni prima che quelle rocce potessero essere scovate e spittate), ho finalmente il tempo di provare anch’io ad essere un bulldozer. Una macchina che, invece di eliminare la natura delle pareti, distrugge ciò che permette la loro rovina; che al posto di trapanare schioda; che non ragiona e stacca spit; che non si pone tanti problemi e toglie catene; che se ne frega e cancella scritte, rimette a posto i detriti, appoggia dov’erano in precedenza le edere ormai morte, rimette in piedi i cespugli strappati, riporta dov’erano gli alberi ormai segati… Una macchina programmata per ragionare al contrario di quella mentalità “semplice” che ha riempito le pareti di roba complicata: viti, bulloni, piattine e catene. Bello, vero, vivere quello che prova una parete quando è trapanata; vedere distrutto un lungo lavoro di trapano in poco tempo…?

Cosa si prova quando ci si sente maltrattati allo stesso modo in cui viene ridotta la natura di tante pareti, debole e umiliata?

Io tengo di più alle montagne che all’alpinismo, più alla roccia che agli arrampicatori. Sto dalla parte delle pareti, e non con quanti rovinano la loro natura con la scusa di valorizzarle, solo per vedere il proprio nome in uno squallido trafiletto sulle pagine di una rivista. Da sempre alpinismo e arrampicata hanno fatto di tutto pur di porsi davanti alla roccia e di mettere i piedi in testa alle montagne, per apparire più importanti e sempre un po’ più alti. Anche se siamo in piena era della presunzione egocentrica, non va mai dimenticato che senza montagne noi non potremmo andare su nessuna vetta. Dunque, non ha nessun senso sentirsi più importanti della pietra. E, se è vero che noi abbiamo un bramoso desiderio della roccia, è altrettanto vero che la roccia non ha mai avuto bisogno che l’uomo ansimi e si agiti su di essa. Converrebbe abbassare la cresta, ma non per sembrare dei falsi modesti che nascondono l’arrivismo. Per diventare realmente più umili. In caso contrario si perde sempre più la possibilità di avere un rapporto con ciò che è realmente la roccia.

E se è vero che in tanti posti gli spit sono sicuramente in eccesso, è altrettanto vero che in moltissimi altri luoghi i chiodi a pressione non dovranno mai comparire. Ne va di mezzo l’integrità naturale delle pareti.

E poi chi ha detto che si possono piantare quei tondini di ferro dovunque? E con che diritto? Perché mai dovrebbero avere più ragione mille fautori dello spit piuttosto che un arrampicatore solo, convinto che i chiodi a pressione non debbano essere usati in certi luoghi? Luoghi, oltretutto, sui quali chi scrive può senz’altro dire la sua opinione, visto che in tredici anni di arrampicata vi ha aperto un numero vie più che considerevole: 110 sulla Cornice dell’Avorio e 30 sulle pareti di Giazzima e Pradello. E questi numeri non li sottolineo per vanagloria, ma solo come riferimento per chi capisce unicamente il linguaggio delle cifre. Né vorrei che i contenuti di questo scritto venissero interpretati come le farneticazioni di un dittatore, cosa che da sempre succede non appena qualcuno dichiara pubblicamente di pensarla in modo diverso dalla mentalità corrente.

È probabile che quello che sto scrivendo giunga a destinazione in ritardo, quando un certo modo di fare ha ormai dilagato a dismisura. Ma, l’ho già detto, per me è sempre stato più importante agire per andare verso la comprensione delle montagne, che non reagire sulle pareti al modo di fare degli altri. Proverò a spiegarmi meglio. È abbastanza evidente che, se tu arrampichi per allevare il tuo amor proprio o, ancor peggio, per potenziare il tuo risentimento, anche se stai arrampicando non vivi più nessun rapporto con la roccia. La verità è che hai sostituito la roccia con i tuoi nemici. Sinceramente non ho scritto questo articolo per avere “alleati” che la pensino come me. Altrimenti avrei arrampicato per dare di me una nuova immagine, ancora da sfruttare, quella dell”‘arrampicatore ecologico”. Che è una forma di arrampicatore sociale dipinto di verde. Detto più semplicemente, un climber che usa la difesa delle pareti per edulcorare e arricchire la propria immagine.

Monica Mazzucchi
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No, io l’ho sempre pensata in questo modo. E se 15 anni fa non usavo i chiodi a pressione per progredire in artificiale, così ora non uso gli spit per arrampicare in libera (ma la cosa è ben diversa dal non usarli per partito preso, come fa chi vuole distinguersi a tutti i costi…). Quest’ultima distinzione potrà sembrare polemica; in realtà è necessaria per evidenziare delle differenze fondamentali che sembrano non esserci. Però in giro c’è un sacco di gente che critica l’uso dello spit in montagna e però lo utilizza in falesia per allenarsi a non usarli sulle grandi pareti. Invece, tutte le vie aperte in questi anni a Pradello, a Giazzima e all’Avorio sono state portate a termine senza un allenamento parallelo su vie spittate. Questo per dire che, nella mia storia personale, su certe vie, le alte difficoltà sono state superate naturalmente, senza che fossero prima sperimentate in modo innaturale da una parte e poi tirate fuori per forza dall’altra. In fondo sono sempre stato convinto che la cosa più importante sia la singola forza della coscienza di ognuno. Se veramente si vuole che il rapporto con la montagna migliori (e non solo dal punto di vista della qualità delle fotografie e dei metodi di allenamento), e che proceda insieme alla natura, ognuno, anche il più inutile e dimenticato degli individui deve tirar fuori tutta la poca luce che è convinto di avere.

Ero, sono, sarò
Adesso che l’articolo sta per terminare, mi vedo di fronte il sorrisetto di compatimento di chi si sente forte perché è convinto di avere in mano il presente pensando al futuro. Qualcuno potrà anche pensare che di gente che la pensa come me, per fortuna, ormai ce n’è poca. Può darsi. Ma il fatto che da molti anni, da prima ancora che comparisse lo spit, io abbia sempre agito così, e continui pensarla in questo modo, soprattutto ora, dovrebbe far riflettere.

Tuttavia, potrebbe verificarsi che, invece di scomparire, questo modo diverso di essere riesca a vivere ancora quel tanto che basta per arrampicare sulla tomba dello spit, intesa come lapide di un certo modo di trattare la roccia.

Monica Mazzucchi su Il Nube, il Verde, l’Insetto alla Parete della Fiaba di Primavera
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Ivan Guerini
Ben noto a quanti, alpinisti e arrampicatori, fecero attività negli anni del Nuovo Mattino e fino alla fine del XX secolo, Ivan Guerini è certamente conosciuto solo in parte dalle ultime generazioni: taluni in senso mitico, altri come fonte inesauribile di idee da seguire o da utilizzare malamente forse per la stima che nutrono, più o meno sinceramente, nei confronti della sua inossidabile e per certi versi inimitabile coerenza. Tuttavia assai poco si sa della ragion d’essere di tale saldezza etica.

Da sempre ha privilegiato l’arrampicata libera esplorativa con protezioni in sedi naturali che, per stile, continuità e contenuti è assai diversa da quella praticata dai più, forti compresi.

Questo gli ha consentito di interagire sempre più con la Natura Verticale, tant’è che è stato il primo a pensare di definire la roccia in tal modo.

Il fatto che da quasi 50 anni (!) non abbia mai smesso di praticarla, gli ha permesso di arrivare a curiose considerazioni mai riscontrate negli scritti passati e presenti che abbiamo avuto modo di leggere.

Nel 1999 ha concepito il marchio ZONE NO SPIT (o NO SPIT ZONE), per la preservazione della Natura Verticale, realizzato assieme al grafico editing Marco Agnelli in occasione del primo libro che scrisse sulla Val Grande. Quell’abbinamento pernise al novello marchio di essere “storicizzato”, perché legato sapientemente alle pareti allora impercorse di quello che può essere considerato il Parco Nazionale più selvaggio d’Europa.

Nessuno aveva mai concepito di destinare tutta la sua attività esplorativa alla preservazione della Natura Verticale, e Guerini lo ha fatto arrampicando esclusivamente con lo stile sopra citato e con la creazione di questo logo.

DallaPartePareti-Grande 1999
Ha deciso di utilizzarlo per tutte le numerosissime pareti alpine e prealpine che ha esplorato a partire dal 1977, comprese le Falesie di Giazzìma, Pradello, Avorio e Fiumelatte, con i loro itinerari ancora oggi in gran parte irripetuti, che sono da considerare a quanto  risulta come le prime grandi falesie No-Spit nella storia dell’arrampicata europea.

L’iniziativa fu apprezzata nel 2003 da Alberto Peruffo di Intraisass che gli chiese di poter applicare quel logo al gruppo dolomitico del Colbricòn; e nel 2004 anche i Valmadreresi più eclettici lo fecero su Vertice per quanto concerne le zone dei Corni di Canzo che prima definivano, con la loro proverbiale frugalità, semplicisticamente “riserve”. Altri ancora, in tacito accordo con l’ideatore, lo utilizzarono in ulteriori zone alpine. Chiaramente riportandone  la fonte.

Essendo ben consci di quanti convegni, dibattiti, esternazioni e prese di posizioni individuali per la tutela della roccia in questi ultimi decenni si siano succeduti, più o meno tutti caduti purtroppo nel nulla, ci sembra giusto certificare questo suo articolo con tale logo.

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