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Dalle Alpi Marittime alle pareti del mondo

Dalle Marittime alle pareti del mondo
(intervista a Gianni Calcagno)
di Fulvio Scotto (pubblicata sulla rivista Montagne Nostre n°123, O9/1990, Cuneo e in seguito su Annuario del CAAI 2001-2002)

Prefazione di Mauro Penasa
(da Annuario del CAAI 2001-2002)

… Gianni Calcagno è figura fondamentale nello sviluppo di una concezione sempre più avventurosa per l’alpinismo italiano nei venti anni che l’hanno visto attivo sulle pareti del mondo.

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Ho conosciuto Gianni solo di sfuggita, grazie all’amicizia con Ugo Vialardi, uno dei biellesi che lo ha affiancato in più di una salita all’inizio degli anni ‘8O, e comunque solo a Finale Ligure, perché all’epoca quello era il mio filo conduttore. Ricordo però vivamente la sua figura, anche all’aspetto un vero santone, guardato da tutti con il rispetto che si deve a chi è veramente grande… ricordo la sua ironia tagliente e preziosa, uno stimolo per tutti noi giovinastri. Mi rendo anche conto quanto la sua concezione dell’alpinismo, in parte coincidente con quella di Guido Machetto, abbia contribuito a formare la mia idea sulla modalità di approccio alla montagna, al di là di quanto nel mio carattere si sposava naturalmente con la loro filosofia.

Dalle Marittime alle pareti del mondo: la capacità di “vedere” al di là della concezione corrente è un punto fondamentale per lo sviluppo personale e costituisce un importante insegnamento per chi si affaccia all’alpinismo, e ciò ad ogni livello. L’avventura è qui a portata di mano, se la fantasia è pronta a coglierla, se la mente riesce a “vedere” al di là della consuetudine.

Ovviamente tutto ciò ha un prezzo: la passione “alpinismo” richiede grandi sacrifici, dedizione e determinazione. O almeno concentrazione, altrimenti si corrono solo rischi notevoli.

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Altrimenti è meglio lasciare le proprie visioni al “sogno”. Che è comunque un elemento importante della nostra vita.

Gianni Calcagno è un nome che nel contesto alpinistico non ha bisogno di presentazioni. Nato il 6 marzo 1943 a Genova, è scomparso con Roberto Piombo in mezzo a una terribile bufera sullo sperone Cassin al McKinley il 16 maggio 1992.

Aveva iniziato l’attività all’inizio degli anni ‘6O nelle palestre liguri e sulle Alpi Marittime, da dove era poi decollato per le grandi pareti delle Alpi e del Mondo.

Gianni è stato un grande dell’alpinismo, dotato di eccellente tecnica su tutti i terreni, e di una “testa” lucida e determinata. E’ stato quindi un innovatore in grado di indicare con chiarezza la strada a chi gli stava intorno: dalle salite invernali all’arrampicata libera in palestra, dai colatoi di ghiaccio e misto alle spedizioni in alta quota, si è trattato di un personaggio veramente completo, tanto da divenire un modello per l’alpinismo di molti.

Questa intervista, realizzata da Fulvio Scotto nel 199O, riprende le origini del suo alpinismo, ed è una lucida testimonianza di come le grandi imprese debbano essere seminate con cura, e di come ciò possa essere fatto anche sulle rocce di casa… La motivazione dentro di sé è sufficiente a rendere ogni parete la più bella e intrigante del mondo…

E la ricerca della difficoltà è comunque una buona base di formazione…

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Dalle Marittime alle pareti del mondo
(intervista a Gianni Calcagno)
di Fulvio Scotto (pubblicata sulla rivista Montagne Nostre n°123, O9/1990, Cuneo e in seguito su Annuario del CAAI 2001-2002)

Oggi sei un personaggio dell’alpinismo extraeuropeo ai massimi livelli, però vorrei, in questa chiacchierata con i lettori, partire da lontano, dai tuoi primi approcci con le Marittime e parlare soprattutto della tua attività sulle nostre montagne, del Calcagno che si è formato su di esse.
– I primi approcci con l’alpinismo sono dipesi soprattutto da mio fratello Lino, che aveva frequentato un corso di alpinismo e cominciato a fare qualcosina. In quel periodo lavoravo fuori Genova. Quando sono rientrato ho provato ad arrampicane anch’io e ne sono rimasto affascinato. Tra i primi compagni di cordata ricordo i coniugi Gianni e Margherita Pastine e, proprio con loro, nel luglio del ’64, ho tracciato un nuovo itinerario sulla Ovest della Punta Mafalda. Ma il primo contatto con le Marittime è stato nel ’63 sulla via Campia al Corno Stella con i fratelli Eugenio e Gian Luigi Vaccari e la prima via da capocordata, il Promontoire all’Argentera, sempre nel ’63.

In vetta alla Torre Castello (Alpi Cozie, val Maira): da sinistra, Alessandro Gogna, Gian Piero Mottti, Gian Carlo Grassi, Giorgio Volta e Gianni Calcagno dopo le prime ascensioni contemporanee sulla parete est, via dei Genovesi e via dei Torinesi, 17 settembre 1967
In vetta alla Torre Castello (Alpi Cozie, val Maira): A. Gogna, Gian Piero Mottti, Gian Carlo Grassi, Giorgio Volta e Gianni Calcagno dopo 1a ascensione della parete est, via dei Genovesi e via dei Torinesi, 17.9.1967

– Quindi il tuo primo compagno di cordata è stato tuo fratello?
– Sì, certo. Dopo un brevissimo tirocinio su difficoltà modeste, abbiamo iniziato ad arrampicare sul quarto e quinto grado. Scherzosamente avevamo coniato il detto “Chi non si accoppa diventa buono!” e, visto che di accopparci non avevamo alcuna voglia…

– Se ho capito bene, hai iniziato prima ad arrampicare che ad andare in montagna?
– Praticamente sì. Il terreno di gioco preferito erano le palestre genovesi: il Pennone, la Bajarda, il Bric Camulà, la Punta Tuschetti: i posti più assurdi secondo la concezione attuale, i posti dove la roccia è peggiore ma dove si impara ad arrampicare perché o passi decentemente o vieni di sotto.

Gianni Calcagno nella prima invernale della parete nord-est della Grivola, gennaio 1970
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– Hai detto di aver iniziato in Marittime nel ’63…
– Sì. Il ’64 è stato un anno di continue ripetizioni in Marittime. All’inizio non puoi avere che idee confuse sulla tua potenzialità, le idee si schiariscono solo col tempo. Ma ciò che ha guidato il mio alpinismo sin da allora è la convinzione radicata e profonda che prima di affrontare difficoltà di ordine superiore bisogna imparare a muoversi con disinvoltura sulle difficoltà medie e assimilare al massimo l’ambiente.
Quindi, è solo a furia di ripetizioni che avrei potuto migliorare la tecnica e aumentare l’esperienza per andare in montagna a livelli sempre maggiori.
E allora dove vai? Nelle montagne che ti sono più vicine e che conosci maggiormente. Oggi a fare una via su una parete, domani sulla torre vicina, poi una traversata come alla Catena delle Guide, quindi il Corno Stella e così via, sino a fare tutta la cerchia dell’Argentera. Dopo di ciò al Prefouns e al rifugio Questa, quindi al rifugio Zanotti e via dì seguito. Le Alpi Marittime, in quegli anni, le ho battute quasi tutte.

Ho trovato il tuo nome nelle prime pagine del libro di Alessandro Gogna Un alpinismo di ricerca. Tu magazziniere e fattorino, lui studente. A Natale del ’64 annaspavate nella neve per andare a fare una via sulla Est della Cresta Savoia, ma la neve era davvero tanta e finì con un bivacco al Valasco. Cosa sapevate dell’alpinismo, delle sue problematiche e che cosa cercavi nel tuo approccio con la montagna?
– Cosa cercavo? La risposta è estremamente semplice, io andavo in montagna perché mi piaceva. Anche se la cosa oggi fa quasi inorridire: “Ma come, ti piace camminare, faticare, pestare della neve?!?”. Ebbene, a me piaceva, come mi piaceva bivaccare se capitava, e fare delle cose considerate pazze. Allora le Est della Savoia d’inverno rappresentavano un grosso obiettivo e poterlo realizzare per me era il massimo e valeva la pena di buttarcisi a capofitto. Un treno per Savona, un altro per Cuneo, la corriera fino a S. Anna, a piedi a Tetti Gaina e poi, finalmente, nella neve. Erano anni in cui nevicava molto, non come adesso. La scalata era il movente ma la cosa più importante era quella di trascorrere alcuni giorni in montagna con un compagno con le mie stesse affinità. Secondo me un alpinista attuale, dico alpinista e non solo escursionista o arrampicatore, prava le nostre stesse sensazioni, anche se oggi la fantasia ha meno possibilità di spaziare. A quei tempi tutta quanta la montagna era permeata di un alone che noi vedevamo come misterioso, e questo mistero si concretizzava ogni volta nel fascino di una nuova scoperta. Al giorno d’oggi è tutto straconosciuto e il fascino della scoperta, almeno nelle Alpi, è andato a farsi friggere. Lo ritrovi, in alcuni casi, d’inverno sulle montagne dimenticate come sono appunto le Marittime in questa stagione, lo ritrovi anche nelle Apuane, un’altra catena completamente abbandonata quando è sommersa dalla neve.

Cresta integrale di Peuterey, tentativo di 1a inv: Guido Machetto e Gianni Calcagno in un bivacco sulla cresta sud dell’Aiguille Noire, febbraio 1971
Cresta integrale di Peuterey, tent. 1a inv, 02.1971, cr. sud dell'Aig. Noire, Machetto e Calcagno

Dall’estate del ’65 la vostra attività approda a un livello superiore. Ho letto che frequentavi la Grigna. A giugno con Gogna fai la prima dello Sperone di Tablasses e a luglio tre vie nuove e due prime ripetizioni sempre nel Prefouns, salite che vi mettono in evidenza.
– E’ successa una cosa che penso capiti a tutti: a forza di arrampicare si cresce di livello e a forza di ripetere ci si rende conto che esiste ancora molto di nuovo da fare.
Desiderio di mettersi in evidenza? Non credo. La componente maggiore è forse la ricerca di una gratificazione personale. Sicuramente esiste lo spirito di emulazione e anche la carica agonistica data dal vivere in un ambiente alpinistico di rilievo. Tra l’altro, io ritengo positive queste componenti perché aiutano a migliorarsi, e non solo in campo alpinistico.
Ed è proprio lo spirito agonistico che ci spingeva di continuo sui massi e in palestra. Figurati che andavamo ad arrampicare con qualsiasi tempo. Piovesse, nevicasse, facesse un freddo infernale, noi arrampicavamo comunque. Ricordo che in Grigna, quando gli altri rientravano al rifugio perché pioveva, noi potevamo sfoggiare la nostra abilità non sulle vie di artificiale che erano alla portata di tutti, ma su quelle di libera, come la Comici al Nibbio con quel diedrino di sesto all’attacco che con gli scarponi era già un bel problema anche da asciutto.

Questo fa parte di una componente puramente sportiva dell’alpinismo che alcuni, a volte, cercano di negare anche un po’ ipocritamente, ma che esiste in
alpinismo come in ogni altra attività.
– Certo che esiste. Figurati che noi, quando ci sentivamo osservati, non esitavamo a fare le cose più dure e, ragazzi!, i passaggi riuscivano anche meglio!

Cresta integrale di Peuterey, tentativo di 1a inv: Gianni Calcagno nel bivacco sulla cresta sommitale del Pilier d’Angle, febbraio 1971
Sulla cresta sommitale del Pilier d'Angle, G. Calcagno al bivacco - Monte Bianco, tentativo 1a inv della Cresta Integrale diPeuterey, feb. 1971

– In quegli anni quali furono le tue salite più significative in Marittime e fuori?
– Nel ’65 la più grande classica che ho fatto è stata sicuramente la Sud della Noire. Allora si diceva che sulla Sud della Noire ci si laureava grandi alpinisti e per noi, che uscivamo dalle Marittime, quei 1200 metri di difficoltà rappresentavano un bell’ostacolo. Ma l’ostacolo maggiore era la mancanza di tempo. Si partiva da Genova di notte, spesso senza dormire neanche un’ora. Si attaccava, si colpiva, e si ritornava facendo dei viaggi allucinanti. Tutte le più grandi salite di quel periodo le abbiamo fatte così.
Anche se la Sud della Noire aveva rappresentato un salto di qualità come impegno complessivo, tecnicamente in Marittime avevamo fatto cose più difficili, come le prime ripetizioni della via Guderzo alla Punta Maria e alla Punta Giovanna di cui non si sapeva quasi niente. Della Punta Giovanna si conosceva solo un tiro terribile all’attacco ma noi eravamo giovani e forse un po’ presuntuosi per cui pensavamo “Dove Guderzo è passato con le staffe noi passiamo sicuramente in libera”. Figurati la scena: un diedro strapiombante liscio come uno specchio e noi con quegli scarponacci che usavamo allora. Dopo 6~7 metri ero appeso come un salame a costruirmi le staffe con i cordini! Un altro passaggio terribile Guderzo l’aveva superato durante un tentativo allo sperone del Tablasses. Anche in questo caso si tratta di un diedrino spiovente poco sopra l’attacco. La prima ascensione dello sperone l’abbiamo fatta Gogna ed io ma se Guderzo avesse avuto dei compagni della sua forza non avrebbe certamente rinunciato.

Oggi si dice appunto che a Giovanni Guderzo, nel corso della sua attività, sia mancato un compagno di cordata al suo livello.
– Penso proprio di sì. Per fortuna a noi è successa la cosa inversa essendo riusciti a formare un gruppetto di 4/5 persone che arrampicavano a un buon livello tecnico e riuscivano ad alternarsi anche su difficoltà abbastanza forti.

Nel freezer di un’industria del pesce, Gianni Calcagno prova i materiali in vista della spedizione sull’Annapurna, 1973
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Nel maggio del ’66 hai salito il diedro che porta il tuo nome alla Rocca Castello e il 17 settembre 1967 una via nuova, la “Genovesi Est”, sulla parete della Torre Castello. Lo stesso giorno, poco a sinistra di voi, altri due giovani, Gian Piero Motti e Gian Carlo Grassi, aprivano la “Torinesi Est”. Fu un caso o un programma preordinato? Quali erano i vostri rapporti con i torinesi?

– Il diedro sulla Rocca è stato il frutto di un errore. Per i diedri ho sempre avuto un debole e un giorno che ero andato a fare la via Balzola, vedendo da sotto quel diedro rosso stupendo, ho pensato immediatamente che la via non poteva che passare di lì. Nei diedrini mi son sempre trovato a mio agio e più i movimenti sono complessi meglio mi riescono. Fatto il primo passo ho capito di non essere sul quarto ma sul quinto superiore. Ma che importava essere fuori via, era troppo bello per rinunciare! Della Est della Torre si sapeva che era inviolata e sapevamo che anche i torinesi ci stavano pensando. Per combinazione ci siamo trovati in parete lo stesso giorno, noi con un paio d’ore dì vantaggio perché eravamo sempre i soliti nottambuli. In seguito ho avuto qualche contatto con l’ambiente torinese e con Motti ho fatto qualche bella arrampicata anche in Dolomiti senza riuscire però a legare con gli altri.

Gianni Calcagno, Alessandro Gogna e Guido Machetto a una qualche presentazione della spedizione dell’Annapurna 1973
G. Calcagno, A. Gogna, Guido Machetto a una qualche presentazione della spedizione dell'Annapurna 1973

A quell’epoca facevi spesso cordata con Gogna. Chi tirava maggiormente dei due, chi aveva le idee e sceglieva le salite?
– Nell’ambito del nostro gruppo, sulle difficoltà più sostenute, eravamo noi due a fungere da capocordata ma quando arrampicavamo assieme andavamo rigorosamente a tiri alterni. E questa era una regola ferrea. Sandro era quello che s’interessava maggiormente della ricerca dei nuovi problemi e questo per una elementare ragione: io lavoravo, lui era studente, io lavoravo, lui non studiava, io lavoravo come un disperato e lui studiava alpinismo.

Guido Machetto sulla via degli Italiani al Tirich Mir, 1975
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Nell’inverno ’67/68 la vostra prima grossa impresa al Pizzo Badile, la prima invernale alla via Cassin; poi Gogna decide di dedicare la sua vita all’alpinismo a tempo pieno. Perché tu non facesti altrettanto?
– Ho perso mio padre che avevo 13 anni. Pensare di vivere di alpinismo era pura utopia perché, se non portavo a casa lo stipendio, non solo non mangiavo io ma non mangiavano neanche i miei familiari. La mia non è tanto una scelta quanto un obbligo, un obbligo che ha caratterizzato tutta la mia vita. Sandro non aveva altre responsabilità che quelle nei confronti di se stesso e quindi la possibilità di scegliere liberamente.

– Come mai non eri con Gogna allo Scarason? Certamente sapevi di questa parete ancora inscalata. Poteva essere la più difficile tra le tue ascensioni di allora.
– Qualche tempo prima, in Grigna, avevamo conosciuto Paolo Armando e cominciato ad arrampicane assieme. La via del Triangolo Industriale al Nibbio è un esempio. Anche Paolo era studente e quindi abbondava di tempo libero per cui ha cominciato a fare progetti con Sandro. Logicamente, per impegni di lavoro, potevo muovermi solo nei fine settimana e sono rimasto tagliato fuori da parecchi progetti. Per la stessa ragione non ho partecipato alla scalata del Naso di Zmutt al Cervino pur avendo fatto il primo tentativo.

Gianni con la moglie Giovanna nel 1980
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– Negli anni in cui hai frequentato maggiormente le Marittime, in zona operavano i francesi Didier Ughetto e Frank Ruggeri, quindi Michel Dufranc e i cuneesi del gruppo “Cit ma bon”. Li conoscevi?
– Con i cuneesi i contatti erano sporadici, ci si incontrava solo nei rifugi. C’era rispetto reciproco ma non c’erano campioni né dalla nostra né dalla loro parte.
Ughetto e Ruggeri li conoscevamo, eccome! Avevamo ripetuto la loro via sulla Sud del Corno trovando “eterno”. Ricordo ancora con impressione la serie di placche che supera, placche talmente lisce che non riuscivo a capire come ci si potesse stare. I francesi avevano già un’altra mentalità, un diverso modo di allenarsi e delle strutture splendide come il Baoux de St. Jeannet mentre noi ci allenavamo in Baiarda: il confronto non regge assolutamente.

– Dufranc forse è quello che porta le idee più nuove. Parigino, ha arrampicato a Fontainbleau, ha fatto la prima in giornata della Walker, i suoi amici hanno vinto la Ovest del Dru. Lo hai conosciuto?
– No, non l’ho conosciuto. Posso riferirti l’opinione generale sui francesi. Si diceva che fossero delle bestie, che arrampicassero fortissimo, che riuscissero ad aprire delle vie incredibili. Chissà che non usassero già scarpe diverse e sicuramente una tecnica e una mentalità più avanzata. Si capisce che dietro c’era l’abitudine ad andare avanti su terreno sconosciuto e questo, per noi, rappresentava un limite. Le loro vie erano quasi introvabili perché di chiodi non ne lasciavano neanche morti. Trovavi l’attacco a furia di girarci sotto e poi… era come fare una via nuova.

– Negli anni seguenti grosse salite nelle Alpi e, dal ‘75 al Tirich Mir inizia la tua grande avventura extra-europea. Tranne il triste tentativo all’Annapurna del ’73, tutte le altre sono imprese di successo. In questi anni in cui costituivate l’élite alpinistica italiana sei stato amico di Guido Machetto.
– Guido era un alpinista e un uomo eccezionale. E’ stato il fulcro su cui ha ruotato il nostro gruppo tra il ’70 e il ’73. Se non fosse caduto alla Tour Ronde sarebbe stato un punto di riferimento per l’alpinismo italiano per le sue idee decisamente innovatrici.

Gianni nelle Ande, 1980
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– In quei periodo e negli anni successivi cosa hanno rappresentato per te le Alpi Marittime?
– Mah, per parecchi anni le ho decisamente trascurate a favore delle grandi montagne. Le Marittime sono formate da montagne minori sulle quali è difficile fare salite che diano grandi sensazioni, scalate di livello come cercavamo allora.
D’altra parte la tecnica piolet-traction non era ancora nata e le Marittime, nel loro aspetto invernale, quasi sconosciute. Un altro fattore importante è rappresentato dall’arrampicata in falesia, considerate in quel momento come il “nuovo gioco” che cominciava a sottrarre numerose presenze alla montagna. Si parla del ’68 come l’inizio di questa nuova visione dell’alpinismo che considera la scalata come puro divertimento. Questo momento l’ho vissuto anch’io, ma dettato da un’esigenza interiore e non certo dalla moda.

– Parlano di te come di una mente fredda, calcolatrice, capace dì puntare all’obiettivo senza tentennamenti.
– Ti dico questo: a me è sempre costato andare in montagna, non me l’ha mai regalato nessuno. Mi è costato parecchio perché ho dovuto rubare tempo a tutte le altre attività della vita, lavoro, famiglia, affetti, e questo perché l’alpinismo mi è sempre piaciuto. Quando progetto una salita in montagna valuto il mio grado di allenamento, le condizioni e lo stato del tempo. In fase di realizzazione se solo esiste una possibilità me la gioco, me la gioco sino in fondo. Se va tutto a bagno per cause di forza maggiore pazienza, ma prima di rinunciare… Quello che non sopporto è la faciloneria nel decidere: io sono severo con me stesso e lo sono altrettanto con gli altri.

Gianni su Ten, Rocca di Corno, Finale Ligure. Anni ’80
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Come giudichi il Calcagno di un tempo e quello di oggi? Cosa è rimasto in te dell’alpinista che correva per il fine settimana a fare le salite in Marittime?
– Mi considero lo stesso alpinista di allora… in evoluzione. L’alpinista attivo è sempre in evoluzione, sia come modo di intendere l’alpinismo che come modo di praticarlo. Credo di non essermi ancora arenato né sul piano fisico o tecnico, né tantomeno come concezione della montagna. Cosa mi è rimasto dell’alpinismo prima maniera? Tutto. Sono ancora quello che si diverte ad andare in montagna, a fare i passaggi, a inebriarsi dell’ambiente, a faticare sotto il peso dello zaino, a partire di notte come allora. E ho continuato a frequentare le Marittime, le Cozie, le Apuane in inverno, quando questi ambienti diventano severi e tosti perché vi si respira più asprezza e isolamento che nei pressi del rifugio Torino.

Ritieni che fare dell’attività su queste montagne abbia ancora un senso nel contesto alpinistico generale? Ritieni che abbia un senso cercare delle nuove realizzazioni?
– Ritengo che in montagna sia logico cercare nuove realizzazioni dappertutto. Per quello che mi riguarda, delle Marittime vedo l’evoluzione in campo invernale per le molte possibilità che offrono. Abbiamo fatto alcune goulotte di 800/1000 metri proprio lo scorso inverno, ascensioni da paragonare alle più belle delle Alpi. Se si ripete un inverno favorevole, ci passo tutte le domeniche, te lo posso garantire. Erano anni che aspettavo le condizioni sulla Nord-est dell’Asta Sottana, e la Ovest del Tablasses in piolet-traction, puoi immaginartela?! Per non parlare dell’Uja del Dragonet, la più difficile e la più bella.
Dell’attività estiva mi lasciano perplesso alcune ragnatele di vie aperte dall’alto, anche se offrono al ripetitore qualche bella arrampicata. Chi va ad aprire una via, dovrebbe aprirla nel vero senso della parola.

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– Quindi sei contrario ad “opere di attrezzatura dall’alto” come è successo al Corno e a Rocca Bianca in Val Varaita?
– Già per le palestre questo stile mi lascia parecchi dubbi. Viviamo in un momento in cui trovare nuovi itinerari logici è sempre più difficile e mi sembra un’assurdità il chiodarli dall’alto togliendo la possibilità di farli con uno stile pulito. Se non si hanno le capacità di chiodare dal basso, lasciamolo fare a chi è in grado di farlo. Il Michel Piola della situazione potrebbe esistere anche da noi.

– Un personaggio della nuova leva alpinistica che ritieni possa rivestire un ruolo di primo piano in Marittime?
– Marco Schenone è uno dei frequentatori di maggior livello delle Marittime con alle spalle un notevole curriculum alpinistico in tutti i gruppi e su tutti i terreni. Tra i liguri, che meglio io conosco, si può considerare uno dei migliori alpinisti emergenti.

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