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Danse-escalade parte 1

Danse-escalade parte 1 (parte 1 su 3): origini storico-culturali
di Michele Fanni

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TORINO FACOLTÀ DI SCIENZE DELLA FORMAZIONE
CORSO DI STUDIO TRIENNALE IN DISCIPLINE DELLE ARTI DELLA MUSICA E DELLO SPETTACOLO
DISSERTAZIONE FINALE

LA DANSE ESCALADE: UN RECENTE FENOMENO ARTISTICO CULTURALE
Relatore: ch.mo prof. Alessandro Pontremoli
Candidato: Michele Fanni matr. n°715076
Anno accademico 2011 – 2012

I ORIGINI STORICO-CULTURALI
1.1 Introduzione

Nella volontà di far luce sulle possibili correnti alpinistico-sportive e artistico-culturali che hanno condotto alla nascita e allo sviluppo della disciplina che oggi chiamiamo Danse Escalade, si rivela necessario intraprendere un breve excursus nella storia dell’alpinismo.

Entrando in contatto con il pensiero dei grandi rocciatori del passato, è possibile riconoscere in alcuni di essi il germoglio da cui ha preso vita la prospettiva estetica dell’arrampicare: ovvero la volontà di porsi in un’ottica nuova (che si potrebbe dire etica), prima, nei confronti della “parete” e, successivamente, nei confronti del gesto. Questi “pionieri” rivoluzionarono, con i loro scritti e soprattutto con il loro esempio, l’antico linguaggio proprio dell’alpinismo di tradizione ottocentesca e di matrice accademica, aprendo le porte al futuro della loro disciplina ovvero l’arrampicata libera, che in seguito si sarebbe trasformata, passando attraverso il corso dei decenni, nell’odierno Free climbing.

Esiste un fil rouge che lega indissolubilmente i principi etici provenienti dallo sviluppo dell’arrampicata libera al fenomeno artistico della danza-arrampicata: senza una forte e consapevole volontà di dare forma, imponendo precisi confini e limiti al proprio agire, non si sarebbe mai entrati in un’ottica estetica.

Rudolf Fehrmann (1886 – 1947): profetico pioniere dell’alpinismo sassone
Dance-escalade1-1.-a-FehrmannL’arte dell’arrampicata nasce dal genio di trasformare una normale progressione su roccia in una corsa al cielo, attraverso “linee di luce” che animano la parete, imponendosi la “sacra” regola di non profanare la natura e riconoscendo umilmente la finitezza umana nei confronti del creato.

Lo spirito e la prospettiva etica che caratterizzano la Danse Escalade sono il frutto della maturazione degli ideali e dei principi che dall’arrampicata libera hanno portato alla concentrazione sul gesto, sul singolo passaggio, nel tentativo di incarnare pienamente in ogni movimento la morale da cui tutto ha preso vita. Dare significato a ogni gesto, equilibrare perfettamente le forze, entrare in sintonia con la natura.

Innanzitutto conviene fare chiarezza su cosa si intenda per arrampicata libera, dato che molto spesso si incorre in facili fraintendimenti. L’arrampicata libera è la scalata di pareti di roccia senza l’aiuto di mezzi artificiali per la progressione; questo tuttavia, non esclude l’utilizzo di strumenti di sicurezza (corda, chiodi, etc.), i quali però, devono fornire il loro contributo solo in caso d’emergenza (es. caduta dello scalatore) e mai in supporto all’ascensione. L’arrampicata libera, dunque, non propone di forzare ad ogni costo la parete al fine di raggiungerne la vetta, usufruendo se necessario di strumenti artificiali (trazioni su chiodi, staffe, trapano etc.), ma si impone attraverso l’autolimitazione di vincere i propri limiti.

George L. Mallory, grande alpinista dei primi anni del Novecento scrive al riguardo: Che senso ha scalare una montagna? […] Ciò che conta è sapere di aver compiuto qualcosa. Bisogna essere convinti di poter resistere fino alla fine – sappiamo anche che non esistono sogni che non valgano la pena di essere sognati […] Abbiamo sconfitto un nemico? No, abbiamo vinto noi stessi. Abbiamo ottenuto un successo? Questa parola non ha qui alcun significato. Abbiamo conquistato un regno? No – e sì. Abbiamo conseguito qualcosa di pienamente soddisfacente… Si è compiuto un fato… Lottare e capire – una cosa non è possibile senza l’altra; questa è la vita. Ciò significa che, quando scaliamo una montagna, non facciamo altro che obbedire ad un ideale di vita? E’ proprio così. Proprio questo è il fondamento stesso della vita. E poi – abbiamo imparato qualcosa di più (1).

Diviene di centrale importanza, nella logica alpinistica, oltre al semplice fatto di salire e scendere una montagna, soprattutto, il come si è riusciti a farlo. Da qui ha inizio la nostra storia.

1.2 I Pionieri. L’arrampicata libera agli albori del Novecento
Già alcuni personaggi leggendari quali Georg Winkler, Emil Zsigmondy, Ludwig Purtscheller ancora in pieno Ottocento, diedero dimostrazione di grandissime capacità atletiche e temeraria audacia confrontandosi con i più difficili “problemi” dell’arco alpino, aprendo l’epoca dell’alpinismo senza guide.

Tuttavia, qualche anno più tardi, come scrive G. P. Motti nella sua Storia dell’Alpinismo e dello Sci (testo cui faremo costantemente riferimento, da qui in avanti, a proposito delle tappe fondamentali della disciplina alpinistica): «vi è un periodo fulgido, dove forse l’arrampicata puramente libera tocca il vertice assoluto, con le imprese realizzate in questo stile da Paul Preuss (1886 – 1913), Angelo Dibona (1879 -1956), Tita Piaz (1879 – 1948) e Francesco Jori (1889 – 1960)» (2).

Sembra ora necessario approfondire la conoscenza di alcune di queste importanti figure dell’alpinismo d’inizio Novecento.

Rudolf Fehrmann (1886 – 1947) è forse il fondatore del moderno alpinismo sassone. Considerarlo semplicemente un arrampicatore è probabilmente riduttivo in quanto visse il suo rapporto con la natura mosso da una profonda ed intima carica romantica. Egli stesso scrive:

«Divenni per sempre schiavo del fascino della montagna, per sempre desideroso di confrontarmi con essa. Da quel momento vissi due vite: come tutti… la vita di ogni giorno, che andava avanti da sé, quasi senza intima partecipazione da parte mia; e al di sopra di questa, la vita nel regno della fantasia, nella quale lo spirito era completamente assorbito dal pensiero della montagna, e l’anima si struggeva di nostalgia. Qual era la vita vera, la vita reale? Ero caduto preda di uno stordimento, di un’ossessione che mi condusse quasi al limite della follia (3)».

Scrisse una lista di vere e proprie regole d’arrampicata che aveva la funzione di fornire i principi pratici ed etici per le scalate sull’arenaria della Sassonia, principi ancora oggi riconosciuti come “imperativi morali” dalle correnti del clean climbing e trad climbing: «nella misura in cui ci si avvale di mezzi artificiali non si può più parlare di una vittoria sulla roccia, proprio come non si può parlare di vittoria nel caso di un corridore che durante una gara faccia lo sgambetto ad un altro concorrente» (4).

Fehrmann, grazie alla lungimiranza in ambito di tutela dell’ambiente e al grande operato da “apripista” nell’orizzonte alpinistico, si pone come il fondatore di una vera e propria “scuola morale” che ha trovato terreno fertile per crescere nell’Elbsandsteingebirge e in seguito è divenuta un modello per tutto il mondo.

Hans Dülfer (1892 – 1915): eclettico ed ingegnoso alpinista, nonché ottimo pianista

Dance-escalade1-1.b-Hans-Dülfer-120x177Hans Dülfer (1892 – 1915) personalità estremamente eclettica e discussa, è considerato a pieno diritto il fondatore dell’alpinismo moderno. Egli aprì la strada all’utilizzo di mezzi artificiali per la progressione su roccia (lui stesso fu inventore di alcune innovative manovre come la cosiddetta traversata alla Dülfer). Tuttavia non cedette mai all’abuso di tali mezzi, ma anzi fu arrampicatore di straordinaria bravura e fece utilizzo di chiodi con estrema parsimonia. Grande appassionato di musica, nonché brillante pianista fu tra i primi a ricercare non solo logica e percorribilità, ma anche grazia ed estetica nelle linee di scalata. G. P. Motti scrive al riguardo: In lui comincia a farsi strada anche il concetto di eleganza del tracciato […] Ormai l’arrampicata giunge ad essere vera e propria arte, mezzo di espressione e creazione personale, dove non importa più salire e vincere ad ogni costo qualsiasi parete che ancora non sia stata vinta, ma invece vi è scelta del terreno di gioco e dei modi con cui salire (5).

Messner scriverà riguardo al suo progredire su roccia: «arrampicava con stile perfetto, armonico, ritmico: una danza sul verticale» (6).

Probabilmente questo “universo” alpinistico sembra -ed effettivamente è- molto lontano da una logica artistica del “movimento”: il gesto è ancora unicamente uno strumento per la progressione, lo stile per ora rimane una questione principalmente etica.

E’ questo il periodo della rivoluzionaria querelle riguardo alla necessità o meno dell’utilizzo di chiodi in parete. Il livello delle difficoltà in ogni caso aumenta esponenzialmente e si percorrono itinerari di scalata che quasi arrivano a toccare il leggendario VI grado, che per lungo tempo rappresenterà il limite delle possibilità umane.

Per quanto distanti dalla danza-arrampicata propriamente detta, questi precursori dimostrarono una sensibilità assolutamente moderna (se non d’avanguardia ancora oggi), tanto che già Motti nel 1977 profetizzava l’irrefrenabile compimento di un «giro circolare» (7) nello sviluppo dei nuovi orizzonti alpinistici.

Tita Piaz (1879 – 1948): “il diavolo delle Dolomiti”

Dance-escalade1-1.Piaz_Il cammino incominciato e indicato dai pionieri, abbandonato dagli artificialisti negli anni subito successivi, sarebbe stato riconosciuto dalla nuova generazione (soprattutto statunitensi) di scalatori e condotto verso nuovi impensabili orizzonti. Gli anni Dieci portano in nuce il seme di un nuovo spirito, un’inedita dimensione dello scalare che stravolgerà sensibilmente il concetto stesso di “Montagna”. L’alpinismo degli anni Cinquanta e Sessanta si sarebbe poi imbattuto in un vicolo cieco, a causa dell’abuso di tecnologie e di strumenti di progressione artificiale; solo chi seppe raccogliere la sfida lanciata decenni prima dai Dimai, Dibona, Piaz, Jori, Fehrmann, Dülfer, Mallory, fu in grado di liberarsi da quest’impasse.

Tra tutti questi “grandi” fin ora citati, abbiamo volutamente omesso probabilmente il più importante e significativo alpinista d’inizio XX secolo (e forse di sempre): l’austriaco Paul Preuss (1886 – 1913).

1.3 Paul Preuss: «punto di partenza e punto di arrivo» (8)
Nessun altro alpinista ha avuto più importanza di Paul Preuss per lo sviluppo dell’arrampicata libera.

[…] Le sue idee costituiscono il punto di partenza della moderna tecnica dell’arrampicata libera; le vie che ha aperto, ardite nel tracciato e tutte in libera, hanno fornito la chiave per il perfezionamento di questo sport negli anni precedenti la prima guerra mondiale (9). «Arrampica come gli uccelli volano e come i pesci nuotano…» (10) disse di lui il dottor Hartwich, cogliendo alla perfezione il profondissimo legame che il grande alpinista intratteneva con la natura in tutte le sue forme. Preuss riteneva che l’arrampicata fosse alla base della natura umana, una sorta di capacità innata che andava vissuta nella sua totalità d’esperienza sensoriale (e in un certo senso anche spirituale) senza compromessi. Proprio per questo intraprese la sua ardita campagna di “lotta al chiodo”, in quanto lo strumento artificiale semplificando -e in questo modo “appiattendo”- la difficoltà, stravolgeva completamente l’equilibrio tra uomo e montagna. Banalizzando il pericolo lo trasformava in qualcosa di estraneo alla natura, completamente “altro” rispetto alla dimensione umana. Così facendo allontanava l’uomo dalla natura e imprigionava l’alpinismo in una gabbia d’illusoria evoluzione.

Proprio per questo, egli arrampicò quasi sempre slegato, senza utilizzare chiodi o altri “aiuti” esterni. La maggior parte delle sue ascensioni furono compiute in solitaria in uno stile che oggi definiremmo free solo. Arrampicava slegato sia in salita, sia in discesa, senza mai usare la corda per calarsi, se non in casi di estremo pericolo. Questo fece di Preuss, agli occhi del mondo alpinistico, una sorta di anarchico sovvertitore di dogmi. Fu accusato d’essere un folle funambolo, uno spericolato acrobata con il vizio del pericolo, in pochi, almeno tra i suoi contemporanei, compresero la portata rivoluzionaria del suo pensiero.

In unione al fondante concetto di autolimitazione, che segna costantemente tutti gli scritti di Preuss, altro importantissimo punto nella sua filosofia è l’assoluta ricerca di “eleganza”: elemento imprescindibile che naturalmente accompagna di pari passo la progressione “etica”. C’è in Preuss una sorta di identificazione tra etica ed estetica: «arrampicare in modo elegante, sia sotto l’aspetto tecnico che ideale, significa arrampicare bene, e arrampicare bene significa arrampicare nel rispetto della sicurezza! (11)». Per Preuss l’arrampicata è soprattutto educazione a valori morali e spirituali, volontà di dimostrarsi pienamente uomini mantenendo il corpo sotto l’illuminata guida del pensiero.

Paul Preuss (1886 – 1913): «punto di partenza e punto di arrivo» dell’arrampicata libera

Dance-escalade1-2.PreussE’ dare forma ad un ideale attraverso l’equilibrato connubio di corpo-mente-natura. In questo possiamo riconoscere le tracce del Preuss “artista” che non produce, ma crea, che non pianifica algidamente la conquista di una vetta, ma si lascia guidare dalla fantasia ponendo la creativity e il gusto per il “bello” prima di ogni altro aspetto. Riconosce, infatti, che di fronte a difficoltà a noi superiori non bisogna forzare i passaggi ma scendere o al limite cercare nuove strade, ridisegnare da capo la linea; non c’è ossessione o maniacality, solo spinta alla creazione, volontà di dare forma ad un’idea.

Paul Preuss curava molto l’aspetto legato alla preparazione della “performance alpinistica”: aveva sviluppato per conto suo una sorta di training e si sottoponeva ad un costante allenamento giornaliero per aver modo di raggiungere una pulizia e perfezione di “movimento” assoluta. Il concetto di allenamento per la progressione su roccia, all’epoca, era qualcosa di poco conosciuto e praticato, saranno proprio gli austriaci e i tedeschi (Fehrmann) ad introdurlo. Messner racconta dei primordiali e un poco naif strumenti di preparazione fisica di Preuss: Un armadio su cui si esercitava: appoggiava sul bordo superiore due bicchieri capovolti, e su questi eseguiva trazioni sulle braccia, un’acrobazia che nessuno era in grado di imitare, e che lo rendeva assolutamente imbattibile sulla roccia più friabile nel praticare l’arrampicata libera.[…] Era capace di scendere e salire in perfetto equilibrio, senza tenersi su una scala verticale, di sollevarsi con entrambe le mani su un braccio, nonché di saltare attaccandosi a piccoli spuntoni di roccia su impetuosi torrenti di montagna” (12).

Vorrei ora, citare un simpatico e profetico episodio avvenuto proprio a Torino, che sembra legare in un certo senso, l’esempio preussiano a quella che sarà la futura Danse Escalade. Massimo Mila in Cent’anni di alpinismo in Italia racconta: All’angolo di Corso Vittorio Emanuele e corso re Umberto i giovani arrampicatori torinesi andavano spesso, il venerdì sera, all’uscita del Club alpino, a ripetere, quasi in pellegrinaggio, la prodezza di Paul Preuss che si diceva fosse venuto a fare una conferenza a Torino e poi, uscito dal club con gli alpinisti locali, che gli chiedevano increduli chiarimenti e spiegazioni sui vertiginosi passaggi descritti nella conferenza, a un certo punto, là com’era, in abito da sera e cilindro (così vuole la leggenda), aveva abbrancato lo spigolo di quel palazzo e in un batter d’occhio s’era tirato su fino all’altezza del primo piano, lasciando esterrefatti i radi passanti serali (13).

Preuss non era nuovo a questo tipo di “spettacoli” urbani, anche il suo storico amico di scalate Walter Bing ricorda i frequenti exploit sugli eleganti “propyläen” bavaresi mentre qualcuno a turno faceva “il palo” per avvertire dell’eventuale arrivo di qualche poliziotto. Certamente tali performance non nascevano con volontà spettacolari o intenti teatrali, tuttavia è innegabile una vicinanza a quella che sarà poi la proposta artistica di Antoine Le Menestrel sulle facciate dei palazzi di tutto il mondo.

La storia dell’alpinismo almeno in senso evolutivo e cronologico verso il progresso, potrebbe benissimo arrestarsi a Preuss, ed infatti in un certo senso si arresta a Preuss. Dopo di lui comincerà un giro circolare, un’orbita che ci riporterà, dopo aver toccato l’apogeo, verso lo stesso Preuss (14).

1.4 Audaci arrampicatori “liberi” nell’epoca dell’artificiale
L’epoca dell’arrampicata artificiale è stata sicuramente fondamentale per l’evoluzione dell’alpinismo, ha completamente trasformato le tecnologie aprendo nuovi orizzonti alla progressione su roccia, ha permesso di superare ostacoli un tempo invalicabili ed ha aperto le porte a ciò che viene definito alpinismo moderno. Tuttavia il nostro percorso di ricerca ha il proposito di scovare una possibile traccia della danza-arrampicata nell’ambito della “libera”. Ciò che più interessa a noi, è disegnare a grandi linee quello che potrebbe essere stato l’iter che ha condotto dall’alpinismo di conquista, agli sviluppi artistici presenti nella Danse Escalade a metà anni Ottanta.

Mary Varale tra Alvise Andrich (alla sua destra) e Furio Bianchet
Dance-escalade1-3.AndrichProseguendo dunque nella nostra galleria di ritratti tra i grandi dell’arrampicata libera, incontriamo l’autorevole figura di Emil Solleder (1899 – 1931) il primo a toccare il limite del VI grado.

«Solleder incarnava alla perfezione la tipologia dell’alpinista tedesco di quell’epoca: romantico, solitario, individualista, probabilmente nell’alpinismo trovava un mondo mistico tutto suo, una grandezza ed una fuga dalle miserie che affliggevano la Germania del dopoguerra» (15). Solleder apparteneva alla cosiddetta Scuola di Monaco: l’alpinismo austro-tedesco di tale epoca si dimostrò assolutamente eccelso e fuori dalla portata di qualsiasi altra scuola nazionale. Questa superiorità era dovuta soprattutto ad una condizione psicologica totalmente differente: «erano giunti a questa condizione psico-fisica dedicandosi sistematicamente all’arrampicata su roccia ed introducendo l’allenamento mediante la pratica della “palestra” di roccia (16)». Molti conservatori scambiarono il loro approccio disinibito e le loro sistematiche tecniche d’allenamento per volgari esercizi d’acrobazia e videro nella loro azione il mero gusto della profanazione dell’alpinismo. La storia darà loro torto. Il loro contributo fu a dir poco avanguardistico, ci sarebbero voluti anni prima che il mondo alpinistico comprendesse la portata di tali nuove tecniche di preparazione alla progressione.

In Italia, tuttavia, non tutto era cristallizzato dal dilagante conservatorismo o distratto dai nuovi metodi offerti dall’artificiale. Alcuni interessanti personaggi stavano cercando nuovi orizzonti per la “libera”, in particolare un gruppo di alpinisti agordini e bellunesi che presto si farà notare per la sua audacia: Attilio Tissi, Giovanni Andrich, Checo Zanetti, Attilio Zancristoforo, Furio Bianchet, Ernani Faè, Domenico Rudatis. Questi portarono il livello dell’arrampicata libera a traguardi straordinari con il minimo utilizzo di chiodi.

Divenne leggendario il loro stile di slancio: una «successione rapida e coordinata dei movimenti per evitare di arrestarsi in posizioni affaticanti che avrebbero portato ad una sicura caduta (17)». Questa tecnica sfruttava alcuni movimenti “a pendolo” del corpo, una progressione dinamica che permetteva proprio attraverso lo slancio di raggiungere prese troppo alte per la semplice progressione “statica”. Questo stile prenderà poi il nome di lancio quando s’incomincerà a sviluppare sportivamente il metodo d’arrampicata.

Il discepolo più talentuoso di questa “scuola” sarà Alvise Andrich (1916 – 1951) fratello più giovane del già citato Giovanni. Egli sarà l’alternativa “in libera” al grande alpinismo di Comici, più vicino alle tecniche di artificiale. Andrich sposterà il limite dell’impossibile ancora oltre rispetto a quanto avevano saputo fare Dülfer, Solleder, Tissi…

In un’epoca in cui l’arrampicata artificiale stava prendendo piede sulle Dolomiti, la scalata di Andrich rappresentò quasi un’estrema difesa dell’arrampicata libera ed una dimostrazione palese che ancora si poteva osare, e di molto prima di passare alla tecnica sistematica del chiodo (18).

L’impressionante esempio di Andrich non rimarrà un caso isolato, ma troverà una naturale continuità in alcuni giovani alpinisti dolomitici: Celso Gilberti, Bruno Detassis, Gian Battista Vinatzer, Giorgio Graffer, Ettore Castiglioni, Giusto Gervasutti. In particolare Vinatzer fu probabilmente il più forte e preparato arrampicatore tra le due guerre, mostrando una naturalezza d’esecuzione ed un’audacia che stenterà a trovare eguali negli anni a venire.

1.5 Pierre Allain: l’importanza del gesto

Pierre Allain (1904 – 2000) in uno strepitoso scatto nella foresta di Fountainebleau
Dance-escalade1-4.Pierre-Allain

Pierre Allain (1904 – 2000) è stato fondamentale nel percorso di evoluzione della progressione su roccia soprattutto per due motivi: da un lato concentrò l’attenzione sui “materiali”, perfezionando l’attrezzatura, alleggerendo il carico, migliorando le condizioni tecniche di partenza, dall’altro riconobbe il valore dell’allenamento su massi, andando sempre più a curare il gesto in sé, limando ogni movimento, eliminando tutto ciò che non fosse necessario, lavorando ad una “pulizia” totale dell’atto atletico.

La foresta di Fontainbleau sorge a circa sessanta chilometri da Parigi, in questo luogo si trova una distesa di imponenti massi di gres. Proprio su questi blocchi di roccia Allain sviluppò il suo programma di allenamento fisico: le difficoltà venivano concentrate in brevi ma intensissimi movimenti a pochi metri da terra, senza pericolo di rovinose cadute. Presto ad Allain si unirono molti nuovi arrampicatori parigini che andarono a costituire una sorta di vera e propria scuola francese. Fontainbleau diverrà uno dei più famosi templi dell’arrampicata aprendo le porte al futuro fenomeno del bouldering.

Per quanto Allain interpretasse questo percorso sempre e soltanto in chiave alpinistica, leggendo nell’arrampicata su massi esclusivamente un allenamento alla montagna (vero ed unico scopo), il gesto inizia ad assumere una centralità fino a pochi anni prima impensabile (non mancarono certo le critiche dei contemporanei). Questo tipo di allenamento diede frutti esaltanti, i “parigini” raggiunsero un livello di preparazione ed una raffinatezza d’esecuzione senza paragoni, non per niente Allain entrò nella storia percorrendo per la prima volta la parete nord del Petit Dru che sarà a lungo la più difficile scalata del Monte Bianco e delle Alpi Occidentali.

1.6 Gaston Rébuffat: azione e cultura

Gaston Rébuffat (1921 – 1985): alpinista, cineasta, scrittore, uomo di cultura
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Gaston Rébuffat (1921 – 1985) oltre ad essere stato uno degli alpinisti più completi della sua epoca fu colui che, con grande intraprendenza e lungimiranza, cercò di avvicinare l’alpinismo al grande pubblico. Fu conferenziere, cineasta, scrittore di montagna in un’epoca in cui l’alpinismo era ancora vissuto come privilegio di pochi o nobile disciplina per elite.

Rébuffat si è diretto anche ad un pubblico più vasto di quello strettamente alpinistico, ed ha cercato, riuscendovi con successo, di portare la montagna anche a chi ancora non l’aveva conosciuta (19).

Firmerà la regia di ben quattro film ( Flammes de Pierres 1953, Étoiles et Tempêtes 1955, Les horizons gagnés 1961, Entre Terre et Ciel 1974) che diverranno pietre miliari del cinema di montagna. Abbandonò il pedante stile retorico dei docu-film da alpinismo eroico per mostrare a tutti il piacere e il sublime fascino della montagna con un linguaggio semplice, diretto, genuino.

Sosteneva che non ci fosse mestiere più Bello al mondo del lavoro di guida alpina: la soddisfazione e l’incanto provato da ogni suo compagno o cliente di scalata dopo l’ascensione di una vetta lo riempiva di una gioia e di un entusiasmo inauditi, così tentò attraverso i suoi film di moltiplicare quest’esperienza. La sua fu un’importantissima opera di divulgazione, la perfetta sintesi tra spettacolo e cultura; insegnare il rispetto della montagna ed insieme educare alla bellezza.

1.7 Georges Livanos: la “Nuova Era” giunge dal mare
Georges Livanos detto “Il Greco” (1923 – 2004) è stato alpinista di riferimento soprattutto per le imprese dolomitiche compiute ed è entrato nella leggenda grazie alla sua grandissima capacità di adattamento alle caratteristiche delle differenti rocce: ha portato l’arrampicata artificiale verso nuove frontiere (grazie all’estrema perizia in ambito di nuove tecnologie per la progressione: moderne tipologie di chiodi, cunei di legno, staffe a gradini etc.).

Georges Livanos detto “Il Greco” (1923 – 2004): incredibile sestogradista e spassosissimo scrittore

Dance-escalade1-6.-LivanosTuttavia nel nostro percorso di ricerca è un altro aspetto ad avvicinarci alla sua figura: Livanos è marsigliese ed ha sviluppato tutta la sua formazione di arrampicatore sulle splendide pareti calcaree de Les Calanques, affascinanti scogliere a picco sul mare. Come Allain e la scuola di Fountainbleau, Livanos raggiunge i massimi livelli dell’alpinismo del suo tempo allenandosi e sperimentando nuove “prodezze” nelle “palestre d’arrampicata” concentrandosi sui singoli passaggi, lavorando i movimenti. Ci stiamo avvicinando ad una mentality totalmente nuova per l’alpinismo che sfocery poi nella “contestazione” degli anni Sessanta e Settanta. Motti offre questo efficace ritratto del marsigliese: E’ anche un amante della scalata pura su roccia, un difensore dell’arte per l’arte. Infatti detesta le Alpi Occidentali, le fatiche bestiali, i bivacchi glaciali, le bufere, i pendii di ghiaccio battuti dai sassi. Per lui arrampicare è gioia di vivere, scoperta, creazione. Ma ama arrampicare sul bianco calcare, dominare il vuoto con gesti eleganti, sentire il sole che brucia la pelle nuda della schiena e la risacca del mare che batte sulle rocce (20).

Allain e Livanos danno vita ad una nuova concezione della scalata che si farà modello per l’intero mondo dei rocciatori: negli anni Settanta, quando il baricentro dei fermenti alpinistico-culturali si sposterà oltreoceano, nella leggendaria valle dello Yosemite, la Francia manterrà comunque il fondamentale ruolo di faro europeo dell’arrampicata, luogo sacro dell’avanguardia e della sperimentazione.

1.8 La reazione dei Puristi all’artificiale
Le possibility offerte dall’artificiale giungono alla loro piena maturazione intorno alla fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta sotto la spinta d’alcune importanti figure (Bepi De Francesch, Cesare Maestri, Lothar Brandler, Dietrich Hasse, René Desmaison) che realizzano capolavori d’arte chiodatoria.

Alla corrente artificiale risponde una nuova generazione di arrampicatori che vedono nella “libera” l’unica possibile via di fuga da un percorso viziato dalla tecnologia che presto avrebbe condotto ad un vicolo cieco.

Da questa reazione escono fuori personaggi del calibro di Walter Philipp (1936 – 2006) scalatore incredibile, che alzerà ancora i limiti della libera, portando sulle Dolomiti difficoltà fino ad allora affrontate solo nelle “palestre” di fondovalle. Dall’esempio di Philipp prenderà piede una nuova corrente di giovani che si auto imporrà una severa etica di progressione; sono i “nipoti” di Preuss che con il loro contributo cercheranno di ridare vita alla filosofia del profetico arrampicatore viennese. I nomi più noti tra questi sono quelli di Sepp Mayerl, Heini Holzer, Reinhold Messner, Enzo Cozzolino e Alessandro Gogna.

L’alpinismo italiano inizia a stringere profondi legami con il mondo francese, inglese ed americano, ne studia i caratteri, ne assimila alcuni aspetti sviluppandone una propria riconoscibile sintesi.

Soprattutto l’ambiente torinese si farà traino di questo movimento verso l’estero visitando assiduamente le Prealpi francesi e scoprendo, traducendo ed innalzando il pensiero proveniente dalla California, terra promessa dell’arrampicata libera.

Dall’Inghilterra giungono nuovi metodi di assicurazione che permettono di evitare l’uso del chiodo, sono i famosi “nuts” ed “eccentrici”: blocchi di alluminio che vengono incastrati nelle fessure e poi recuperati senza lasciare alcun segno sulla parete. Siamo agli albori della clean climbing: corrente di pensiero che segue la filosofia di Gary Hemming, vero e proprio guru per i giovani rocciatori dell’epoca: Non lasciate nessuna traccia di voi in parete, né chiodi, né cunei, né cordini: non asportate nulla dalla parete, ritornate portando con voi i vostri ricordi e le vostre fotografie; a chi vorrà seguirvi non dite nulla di preciso: soltanto il punto di attacco, quello di uscita e un cenno per le difficoltà generali (21).

Gary Hemming (1934 – 1969): alpinista “beatnik” americano, fondamentale figura nello sviluppo dell’arrampicata degli anni Sessanta
Dance-escalade1-7.-Hemming-544x799Stava nascendo una nuova epoca, Reinhard Karl la definirà la “Nuova Visione”. Molti di questi giovani rocciatori erano assolutamente convinti dell’importanza e del valore dell’impossibile (in particolare Messner se ne farà paladino), dell’ignoto, dell’avventura, dell’infinita possibilità creativa che veniva offerta dalla montagna.

Rendere possibile l’impossibile, forzando il naturale rapporto con la roccia voleva dire, per questa nuova generazione, assassinare la libertà; sempre più importanza stava assumendo in ambito alpinistico la fantasia, madre generatrice d’ogni impresa.

1.9 “Nuova Visione”
Non contents de faire de la gymnastique sur les murs de la cathédral… ils en saccagent les sculptures (22).

Verso la fine degli anni Cinquanta sulla scena alpinistica mondiale si affermano i “Californiani”: Royal Robbins (considerato il padre dell’arrampicata americana moderna), Gary Hemming, Tom Frost, Chuck Pratt, John Harlin, Yvon Chouinard, Warren Harding ispirati dalle gesta del pioniere svizzero John Salathé. Arrampicatori assolutamente al di fuori dell’ordinario: fortissimi “liberisti”, inventori di nuove strabilianti tecnologie per la progressione, portatori di un nuovo “credo” in profonda antitesi rispetto al modello tipico dell’alpinismo europeo. Il loro habitat naturale è la valle dello Yosemite con le sue leggendarie e immense pareti di granito; su queste bianchissime lastre di roccia si formano i più forti alpinisti dell’epoca, il loro livello è testimoniato anche dalle loro realizzazioni sulle Alpi Occidentali che provocano sconcerto tra gli ambienti alpinistici europei.

Negli anni settanta si assiste nello Yosemite ad un’inversione di tendenza: non sono più solo le grandi pareti ad attrarre l’attenzione degli scalatori, il focus dell’arrampicata si concentra sul puro innalzamento delle difficoltà in libera. Inizia a prendere piede l’ottica del monotiro: vie d’arrampicata composte da un’unica lunghezza di corda, dove su pochi metri si possono concentrare difficoltà estreme. Protagonista di questo periodo sarà soprattutto il gruppo degli Stonemasters capitanato da Jim Bridwell (1944).

In questo paradiso dal clima perfetto i giovani “climber” hanno modo di “aprire le porte della percezione” ad una estenuante valanga di nuove esperienze (non manca l’uso e abuso di sostanze stupefacenti), da “bravi figli dell’epoca nuova” si lasciano affascinare dalla corrente hippie, si interessano alla filosofia Zen, allo yoga e alla meditazione che spesso avvicinano al gesto dell’arrampicata; la nuova meta diviene: “entrare in sintonia con la roccia”. Si sottopongono ad allenamenti atletici severissimi e ad un particolare (quasi fantasioso) training psichico che si avvale degli insegnamenti delle discipline di autocontrollo orientali (è qui evidente un legame con il concetto di autolimitazione già presente in Preuss). Messner scrive in Settimo grado: “Agli arrampicatori interessa in primo luogo una forma di sperimentazione di sé stessi, un egotrip individuale.

Doug Robinson, autore del rivoluzionario articolo: Lo scalatore come visionario

Dance-escalade1-8.-doug-robinsonL’alpinismo diventa per loro una forma di vita, una weltanschaung alla ricerca di autorealizzazione, di una via di uscita dall’insoddisfazione di essere una rotellina della civiltà industriale. Tra religione e attività sportiva l’alpinismo sembra essere arrivato ad un punto di svolta (23)”.

Questa concentrazione quasi ossessiva sul singolo movimento portò a rendere possibili passaggi inauditi, ciò che solo quindici anni prima veniva considerato inscalabile, a partire dalla metà degli anni Settanta, divenne campo di prova per le giovani generazioni.

Inoltre questa nuova concezione atletica dell’arrampicata introdusse all’interno dell’alpinismo un teso clima di competizione, un agonismo radicale, che segnerà profondamente il futuro portando a far sì che lo scalare assumesse i connotati di una vera e proprio disciplina sportiva. Si stava tradendo, a poco a poco, un passato sicuramente esasperato dalla retorica e dal mito del superuomo (lo stesso Messner sarà spesso accusato di essere un seguace irresponsabile del pensiero nietzschiano), ma tuttavia ancora profondamente ancorato ad un’ottocentesca tensione verso l’ignoto, verso la ricerca di una romantica utopia.

1.10 “Nuovi Mattini”
Le suggestioni americane filtrarono, con qualche anno di ritardo, anche in Europa. Erano gli anni Sessanta inoltrati, sbocciava travolgente l’epoca della contestazione giovanile portando con sé una rivoluzionaria ondata di stimoli. Lo stesso ambiente alpinistico italiano, per quanto tendenzialmente slegato dall’ambito politico e fieramente conservatore, venne profondamente scosso da giovani inquieti scalatori che alla retorica eroico-ottocentesca propugnata da decenni dal Club Alpino rispondevano con un nuovo motto: «la pace con l’Alpe». Si potrebbe quasi parlare di una contestazione alpinistica, parallela a quella studentesca individuabile a grandi linee sulla linea immaginaria Torino-Milano-Sondrio, ma presente anche a Trieste, Reggio Emilia, Roma.

Inseguendo il mito californiano delle grandi pareti granitiche si sviluppò una frenetica attività alpinistica soprattutto in Valle dell’Orco e in Val di Mello, che ben presto divennero I templi italiani dell’arrampicata. Scrive Enrico Camanni: Nelle visioni dei nuovi profeti, il “gioco” sulla roccia grondava di simboli e l’apparente disincanto nascondeva complesse elaborazioni intellettuali. Secondo le suggestioni importate dai libri di Castaneda, dai miti degli indiani d’America e dalle pratiche ascetiche dei guru dell’Oriente, l’arrampicata si era caricata di significati esoterici: disciplina iniziatica, realtà separata, dilatazione della coscienza e della conoscenza, esercizio yoga, liturgia sciamanica, viaggio verso l’ignoto. Ogni via, anche la più breve, era una navigazione su allegorici mari di pietra (24).

I principali esponenti di questa nuova prospettiva furono a Torino il cosiddetto gruppo del Circo Volante particolarmente influenzato dalle idee di Gian Piero Motti (1946 – 1983), a Sondrio il gruppo dei Sassisti, e a Milano l’emblematico e anarchico Ivan Guerini (1954); una delle figure più importanti e significative di questo periodo sarà inoltre lo scozzese Mike Kosterlitz, latore della “nuova visione” nelle valli alpine. Questo nuovo corso avrà modo di svilupparsi per circa una decina d’anni sino alla fine degli anni Settanta quando una nuova corrente di pensiero si farà largo tra gli ambienti alpinistici dando vita ad un violento scontro ideologico (ancora oggi assai acceso): l’arrampicata sportiva.

1.11 Evoluzione o Tradimento? L’arrampicata nel passaggio tra anni Settanta e Ottanta.

Se da un lato l’arrampicata stava percorrendo strade destinate alla dilatazione della percezione, alla ricerca del sé, al riconoscimento intimo di equilibri illuminanti e al superamento di ostacoli psicologici e culturali, parallelamente stava per scoccare l’innesco di un meccanismo che avrebbe completamente ribaltato tutto questo processo. I costanti allenamenti a secco per migliorare le prestazioni in parete, l’attenzione sempre più specifica al potenziamento di particolari muscoli (in particolar modo gli arti superiori e le dita), l’introduzione di diete per diminuire la massa corporea, la sempre più ossessiva concentrazione per il singolo passaggio, la frenetica “corsa al grado”, attestano chiaramente il passaggio da quella che fino ad allora era stata la concezione alpinistica ad una nuova mentalità che si può assolutamente dire sportiva.

Queste tecniche erano già largamente utilizzate dagli alpinisti degli anni Settanta e Sessanta (addirittura lo stesso Preuss come abbiamo visto si sottoponeva a sedute di allenamento specifico ante litteram), ma mai avevano assunto una centralità tanto imprescindibile. Il clima tra gli arrampicatori, soprattutto in Yosemite, si fece sempre più competitivo, innalzando i livelli di difficoltà a quote incredibili (Kauk nel 1977 percorre “Tales of power” che grada 7b+), e questo già alla fine degli anni Settanta con personaggi del calibro di Ron Kauk (1957), Ray Jardine (1944), John Bachar (1957 – 2009).

Gian Piero Motti (1946 – 1983): alpinista, scrittore ed intellettuale torinese, necessaria figura di riferimento per la mitica stagione dei Nuovi MattiniDance-escalade1-9.-Motti-523x799

In Europa paradossalmente coloro che apriranno le porte al Free climbing ne saranno anche i più impegnati detrattori, in particolare Reinhold Messner (1944) in Italia e Jean Claude Droyer (1947), vero fenomeno dell’arrampicata libera (sigla “Le Triomphes d’Eros” nel 1975 gradato 6c+), in Francia, ma è necessario sottolineare come queste due autorità in materia appartenessero ad una generazione ancora molto legata al modello alpinistico tradizionale.

I primi arrampicatori sportivi europei (gli ercolini come li definirà Gianni Calcagno) saranno Ron Fawcett, Jerry Moffat, Kurt Albert, Wolfgang Güllich, Patrick Edlinger, Patrick Berhault, Maurizio “Manolo” Zanolla (anche se l’etichetta risulta molto riduttiva data la grande attività alpinistica soprattutto per gli ultimi due). Fu probabilmente Güllich a traghettare “ufficialmente” l’arrampicata verso l’ottica sportiva facendosi anche autore insieme ad Andreas Kubin di uno dei primi veri e propri manuali d’allenamento all’arrampicata (1986) e inventando particolari attrezzi (“Pangüllich”) ed esercizi per una preparazione sempre più sistematica.

Le Palestre d’arrampicata iniziarono ad affollarsi e si fece sempre più comune l’utilizzo di spit (viti trapanate nella roccia per la protezione della scalata) per garantire l’incolumità degli arrampicatori; in questa logica il punto d’arrivo era il superamento del grado, l’avventura era un dato secondario quasi irrilevante. Riguardo a questo nuovo atteggiamento dell’arrampicatore verranno versati litri e litri d’inchiostro (Messner parlerà in un famosissimo articolo di «assassinio dell’impossibile»).

Con l’inizio degli anni Ottanta si assiste ad un fenomeno sorprendente, chiaro sintomo di un profondo mutamento di sensibilità e mentalità: Fino all’81 in Italia e Germania, ci si allenava in falesia per progredire in montagna; con l’82 molti optano per la difficoltà pura, magari conservando la chiodatura da montagna: così nascono le falesie e le pareti impossibili (25).

Si giunge alla totale affermazione di tale ottica nel 1985 quando a Bardonecchia viene organizzata la prima gara di arrampicata sportiva dell’Europa Occidentale: Sportroccia.

Da qui in poi l’arrampicata sarà ufficialmente annoverata tra le discipline sportive e prenderà una propria personale strada; viene portato alla luce un nuovo (e discutibile) terreno da esplorare: la plastica. A partire dalla seconda edizione del Rock Master, tenutosi ad Arco di Trento nel 1988, buona parte delle successive gare si svolgerà, infatti, su strutture artificiali con prese in resina; molti climber rifiuteranno questa nuova ottica agonistica tanto che verrà presentato un manifesto (il cosiddetto Manifesto dei Diciannove) dove alcuni tra i più autorevoli arrampicatori dell’epoca prenderanno le distanze dall’idea di competizione, considerandola se non nociva per l’alpinismo perlomeno fuorviante. Non è nostro compito giudicare se si debba parlare di evoluzione o tradimento, di certo gli anni Ottanta si impongono come soglia liminare, confine tra “un prima e un dopo”, netta separazione tra due modi, molto spesso inconciliabili, di guardare e vivere la montagna.

Proprio in questo caotico periodo di trasformazioni, tra violente polemiche sull’etica e strabilianti realizzazioni ai margini del “fantascientifico”, si inizierà a parlare (molto piano) di una possibile via “artistica” in arrampicata. Alcuni alpinisti illuminati e assai lungimiranti, uno su tutti Patrick Berhault (1957 – 2004), riconoscono una strada (che come abbiamo visto ha una sua storia e un suo percorso anche nel passato) che potrebbe condurre altrove; aprire nuovi orizzonti, porre nuove e “giuste” domande sul divenire dell’alpinismo. Fu così che l’arrampicata incontrò la danza, o forse, sarebbe meglio dire: fu così che si riconobbe in essa.

1.12 Arrampicata Sportiva e non solo: dall’alpinismo solipsistico alle performance
Le gare e la resina plasmeranno un nuovo tipo di arrampicatore, sempre meno interessato alla scoperta, alla ricerca dell’ignoto e dell’avventura, e sempre più “affamato” di gradi e prestazioni: uno sportivo completo, preparato, un perfetto esecutore.

Patrick Berhault (1957 – 2004): alpinista, free climber, danzatore verticale, probabilmente il pioniere della danse-escalade

Dance-escalade1-10.-berhaultIn questo periodo, grazie ad alcuni famosissimi filmati che vedono come protagonisti Patrick Berhault (Overdon 1980 di Jean-Paul Janssen e Devers 1981 di Laurent Chevalier) e Patrick Edlinger (La Vie au bout des doigts, Opera Vertical 1982 entrambi di Jean-Paul Janssen) soprattutto in Francia, il fenomeno del Free climbing esplode prepotentemente: nascono le prime riviste specializzate, molti sponsor si danno battaglia per accaparrarsi i testimonial più quotati, le palestre d’arrampicata si aprono anche al “grande” pubblico, l’arrampicata diviene uno sport di massa e i suoi massimi esponenti si trasformano in divi da star system.

Ma gli anni Ottanta per l’arrampicata non furono solo questo, ci furono uomini capaci di intraprendere un attento processo di rielaborazione e sintesi tra valori del passato e le opportunità offerte dal presente, così la ferrea logica sportiva riuscì a sposarsi con il gioco-arrampicata esercizio spirituale degli anni Settanta, non dimenticando affatto la romantica spinta verso l’ignoto di stampo ottocentesco: La propagazione del free climbing fu dirompente. La natura umana si riflette nella natura. Salire in libera era molto più sensibile e profondo e apriva le porte di un mondo dove l’espressione del corpo prendeva tutta la sua dimensione. La liberazione dello spirito generò la liberazione del gesto. E nacque il free climbing (26).

Patrick Berhault senza retorica o facile moralismo prende le distanze dall’arrampicata sportiva agonistica, e dimostra che la “naturale” evoluzione della scalata può portare verso nuove e inesplorate mete.

Nel 1984 viene invitato da alcuni organizzatori italiani a prendere parte ad una originale manifestazione notturna: Patrick dovrà scalare insieme a Nico Ivaldo, giovane e brillante climber ligure, la parete dell’“Anfiteatro” di Monte Cucco, nota falesia nei pressi di Finale Ligure.

Assistono alla performance quasi tremila persone «dallo specialista alla mamma circondata dalla sua marmaglia (27)», la parete viene illuminata da fasci di luce colorata.

Riportiamo qui la descrizione di quella prima esperienza artistico-performativa redatta dallo stesso Patrick Berhault: “Quando non sentimmo più rumore, il cerchio di luce che illuminava già la partenza della via s’intensificò. Fu il segnale di partenza. Il fascio luminoso si animava lentamente e di presa in presa, di gesto in gesto, ci trasportava sulla parete. La concentrazione su pochi metri quadrati di roccia che ci circondava si era nello stesso tempo propagata alla folla che sentivamo vivere dietro di noi, con le stesse nostre emozioni. All’inizio di un passaggio difficile ci arrivavano dei Shh! Shhh!, un invito a favorire il silenzio necessario per la concentrazione. Ogni movimento spettacolare era sottolineato da degli Oh! La cui ampiezza riproduceva esattamente quella del movimento. Un’altra vita, fatta di centinaia di vite partecipava intensamente all’arrampicata e questa intensa comunione, così istintiva, amplificava enormemente le nostre emozioni. Ho avuto la sensazione, quella notte, di vivere qualcosa di poco ordinario, di potente come se questa armonia avesse avuto il potere magico di moltiplicare tutte le possibilità del nostro essere (28)”.

Ecco come l’arrampicata lascia da parte il suo carattere solipsistico ed introverso per aprirsi finalmente alla dimensione collettiva. Il racconto del climber francese sembra avvicinarsi alla descrizione di un rito: una comunità riunita per celebrare insieme un evento che nasconde una sua profonda funzione sociale. Dalle parole di Berhault sgorgano impetuosi i concetti di partecipazione, condivisione, comunione, il soggetto è al plurale, certamente perché gli scalatori all’opera sono due, ma appare chiaro anche un sentire collettivo. E’ evidente come tutta l’esperienza sia vissuta da un “noi”, da un gruppo umano eterogeneo che tuttavia per un istante si riconosce come “uno”, nucleo, punto di partenza da cui poter incominciare a tessere un nuovo e saldo legame umano.

Da questo traguardo in avanti ci si rese conto che un altro modo di vivere l’arrampicata e la montagna era possibile. Finalmente era giunto il tempo per far sì che germogliasse il fiore della Danse Escalade.

1.13 La Nuova Danza Francese negli anni Ottanta: affinità e divergenze
Per comprendere nel modo più completo possibile il fenomeno artistico della Danse Escalade è necessario allargare il panorama di osservazione al di fuori dell’esclusivo e riduttivo ambito alpinistico cercando di scoprire quali stimoli culturali, quali correnti estetiche, quali incontri extradisciplinari hanno portato al connubio tra danza e Free climbing. La Danse Escalade nasce in ambito culturale francese intorno alla metà degli anni Ottanta è perciò fondamentale comprendere verso quali mete e attraverso quali percorsi la danza francese dell’epoca si stava dirigendo.

Sportroccia ’86: Patrick Edlinger, Ben Moon, Riccardo Cassin sotto la Parete dei MilitiDance-escalade1-11.Bardonecchia-sportroccia1985-Edlinger-Cassin-
In Europa negli anni Ottanta si parla di nuove danze nazionali, queste esperienze sembrano collocarsi, sul piano formale, nel punto d’incontro e d’intersezione fra la corrente americana e la tradizione neo-espressionista: il movimento del danzatore «nasce da una realistica constatazione dei limiti e delle possibilità di un corpo situato e concreto (29)».

In particolare per noi è interessante affacciare lo sguardo sugli sviluppi della Novelle danse, la nuova danza francese, corrente di grande energia teatrale, che prende slancio e forza dal clima e dalle suggestioni post-sessantottine (proprio come il movimento dell’arrampicata libera degli stessi anni). Essa si distingue dalle altre esperienze europee soprattutto per l’eccezionale sistema di aiuti e sovvenzioni statali offerti alle nascenti compagnie (attraverso le Maisons de la Culture): vi furono sorprendenti scelte governative in sostegno alla danza francese che sicuramente furono determinanti ai fini dello sviluppo del fenomeno Novelle danse.

Negli anni Settanta la Francia vede a Parigi Merce Cunningham, Carolyn Carlson (che vi fonda il Groupe de Recherches Theâtrales de l’Opéra), è un periodo particolarmente vivo e stimolante che vede l’affermarsi di giovani autori che nel tempo diverranno vere e proprie autorità: Maguy Marin (1951), Fraçois Verret (1955), Régine Chopinot (1952), Jean-Claude Gallotta (1953). Si parla per questi artisti di danza d’autore per affermare e sottolineare la loro volontà di rifiuto nei confronti dei condizionamenti tradizionali e il loro intento nel dar vita ad un discorso artistico dalla riconoscibile cifra personale, un idioletto.

Uno dei propositi più interessanti e convincenti di questa stagione della danza francese fu la ricerca della contaminazione con i più diversi linguaggi della scena: Nella contaminazione si attua un processo di svelamento del senso della danza contemporanea e della sua essenza; essa si rivela come medium dell’artista per visualizzare e comunicare una propria visione del mondo, sempre più complessa e densa di elementi, al passo con i tempi e le nuove tecnologie (30).

Scena da: Le cri du camaleon, del coreografo Joseph Nadj, importante autore della nouvelle danse française

Dance-escalade1-12.-Le-cri-du-camaleon-NadjLa danza francese ha inoltre un ennesimo importante aspetto da tenere in considerazione: la sua natura di fenomeno culturale di massa (proprio come il Free climbing). Grazie ad un profondissimo legame con il mondo del teatro, la danza francese si libera dei codici della danse d’ecole, affronta tematiche esistenziali e recupera “il potere trasgressivo del gesto del movimento”.

Molto interessante risulta, per la nostra ricerca, il dialogo che alcuni danzautori di questa corrente hanno provato a far nascere tra danza e arte circense attratti dalle dal “suo essere arte vivente del corpo”. Si concentra il fuoco della visione sul corpo: Nel circo l’elemento corpo si fa carico di un discorso audace ed estremo: la sfida al pericolo così come la componente di rischio insita nelle esibizioni dei corpi lanciati in aria e verso il pubblico, testimoniano un percorso eversivo che quasi si allontana dalle regole dell’estetica per sfiorare un’esperienza fondante come quella della morte (31).

Maria Luisa Buzzi sostiene che i punti cardine su cui si snodano i caratteri della contaminazione danza-arte circense siano in sintesi tre: 1. il recupero degli elementi di spettacolarizzazione circense da parte della danza (figure fantastiche e animalesche richiamate nei costumi, nelle posture); 2. il recupero dello spazio scenico circolare, che trasforma la percezione visiva dello spettatore e il tempo dell’azione; 3. il recupero di una costruzione della pièce a quadri separati.

Ritroveremo questi caratteri nella struttura delle performance di Danse Escalade, soprattutto nel repertorio di Antoine Le Menestrel.

I principali esponenti di questa corrente votata alla contaminazione e all’ibridismo furono Philippe Decouflé (1961), Joseph Nadj (1957), François Verret (1955), Karine Saporta (1950).

1.14 La nascita della Danse Escalade
Circa un anno dopo l’esperienza “finalese” Patrick Berhault riprende le vesti di “danzatore verticale”, questa volta al palazzetto dello sport di Vaux-en-Velin. Si tratta in quest’occasione di un vero e proprio balletto, ideato e coreografato dal danzatore Jean-Marc Neff. Quest’esperienza soddisfa così tanto l’alpinista francese che presto decide di creare un proprio spettacolo che porterà in tournée sfruttando diverse strutture artificiali d’arrampicata.

Coreografia ridotta, nessun costume. Patrick è a torso nudo e compie i suoi gesti, si interrompe improvvisamente, poi riparte con un gran movimento d’equilibrio, sempre fluido, guidato dalla musica (32).

A testimonianza di questo periodo artistico della sua carriera rimane anche un film realizzato da Laurent Chevallier per Antenne 2: Grimpeur étoile (1989).

Negli stessi anni un altro vivacissimo scalatore francese, prendendo le mosse dall’arrampicata sportiva, iniziava ad indagare le possibilità artistiche del Free climbing: Antoine Le Menestrel.

Le Menestrel si era fatto notare dal mondo dell’arrampicata sportiva, oltre che per l’eccelso livello di preparazione fisica e l’innata eleganza gestuale, soprattutto per un exploit ai limiti del funambolismo: nel 1985 egli percorse la via “Révélation” in free solo, siglando il primo 8a slegato di tutti i tempi! Fu inoltre tra i primi a metà anni Ottanta a percorrere vie di grado 8b+, il limite umano raggiunto fino ad allora.

Racconta in un’intervista per “Trento Film Festival”: Sono nate le gare d’arrampicata, così ho deciso di tracciare le vie e ho scoperto che piazzando le prese per i miei amici e i miei compagni di scalata che gareggiavano fra di loro, ero diventato un coreografo e loro i ballerini. Ho subito inserito nelle gare la drammaturgia della scalata, lo spettacolo, il piacere del gesto dell’arrampicata e lo sguardo dello spettatore.[…] La prima volta che ho salito una via chiamata La rose e le vampire ho fatto un movimento, che non esisteva nell’arrampicata, che mi ha aperto lo spazio che c’era dietro di me… Ero attaccato alla parete, vedevo solo me stesso, la parete e la mia performance, aprendo il mio corpo verso lo spazio del vuoto c’era alle mie spalle… ho visto che c’erano degli spettatori e che dovevo avere un rapporto con loro… che mi potevano accompagnare nella salita, che la loro concentrazione e il loro modo di porsi poteva aiutarmi a scalare meglio. Questa energia dello sguardo e la presenza degli altri è importante per realizzarsi (33).

Le Menestrel abbandonerà il mondo dell’ arrampicata sportiva agonistica per dedicarsi completamente al mestiere di “artista”, nel 1992 fonderà con l’amico Franck Scherrer la Compagnie Lézards Bleus tutt’oggi estremamente attiva e prolifica.

La storia della Danse Escalade non termina certamente qui, anzi. Tuttavia sembra utile, nel tentativo di offrire una panoramica chiara e nitida, interrompere per un momento la narrazione, e soffermarci (nel prossimo capitolo) su che cosa sia effettivamente la danza arrampicata, in cosa consista una performance di tale disciplina artistica, quale sia il rapporto danzatore – pubblico, quali altre arti entrino nel gioco della messa in scena.

Successivamente torneremo ad indagare sui recenti sviluppi di questo fenomeno culturale, andando a conoscere meglio i principali esponenti e cercando di scovare tra le ultime generazioni i nuovi interpreti e le future linee di ricerca estetica.

Antoine Le Menestrel sul rivoluzionario “incrocio della Rosa”: l’arrampicata si riconosce nella danza
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(1) Messner, Reinhold, (a cura di), L’arrampicata libera di PAUL PREUSS, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1987, p. 140.
(2) Motti, Gian Piero, Storia dell’Alpinismo e dello Sci, Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1977, Vol. I. p. 184.
(3) Messner, Reinhold, (a cura di), L’arrampicata libera di PAUL PREUSS, cit., p. 141.
(4) Ibidem.
(5) Motti, Gian Piero, Storia dell’Alpinismo e dello Sci, cit., Vol. I, p. 217.
(6) Messner, Reinhold, (a cura di), L’arrampicata libera di PAUL PREUSS, cit., p. 149.
(7) Motti, Gian Piero, Storia dell’Alpinismo e dello Sci, cit., Vol. I, p. 208.
(8) Ibidem.
(9) Messner, Reinhold, (a cura di), L’arrampicata libera di PAUL PREUSS, cit., p. 7.
(10) Motti, Gian Piero, Storia dell’Alpinismo e dello Sci, cit., Vol. I, p. 204.
(11) Messner, Reinhold, (a cura di), L’arrampicata libera di PAUL PREUSS, cit., p. 41.
(12) Ivi, p. 11.
(13) Engel, Claire-Eliane, Storia dell’Alpinismo,(con in appendice Mila, Massimo, Cent’anni di Alpinismo Italiano) 2.ed., Milano, Arnoldo Mondatori Editore, 1969, pp. 393-394.
(14) Motti, Gian Piero, Storia dell’Alpinismo e dello Sci, cit., Vol. I, p. 208.
(15) Ivi, Vol. I, p.229.
(16) Ivi, Vol. I, p. 235.
(17) Ivi, Vol. I, p. 245.
(18) Ivi, Vol. I, p. 263.
(19) Ivi, Vol. II, p. 42.
(20) Ivi, Vol. II, p. 67.
(21) Guerre-Genton, Claude – Hemming, Gary, A la recherche d’un èquilibre, in La Montagne et Alpinisme, ottobre 1964.
(22) Livanos, Georges, Al di là della Verticale, Torino, Vivalda Editori, collana I Licheni, 2006.
(23) Messner, Reinhold, Settimo grado, Novara, Istituto Geografico De Agostini, nuova edizione 1982, p.171.
(24) Camanni, Enrico, (a cura di), Nuovi Mattini, il singolare Sessantotto degli alpinisti,, Torino, Vivalda Editori, collana I Licheni, 1998, pp. 12-13.
(25) Palma, Fabio – Švab, Erik, Uomini e pareti, 16 incontri ravvicinati con i protagonisti del verticale, Milano, Edizioni Versante Sud, 2002, pp. 10- 11.
(26) Ivi, p. 137 (Intervista a Patrick Berhault).
27 Berhault, Patrick, 1983 Gradi danzanti in «Alp arrampicata monografie: il Finalese», A. XIII, n. 162, ottobre 1998, pp.52-53.
(28) Ibidem.
(29) Pontremoli, Alessandro, Storia della danza, dal Medioevo ai giorni nostri, Firenze, Le Lettere, 2002, p. 121.
(30) Buzzi, Maria Luisa, La nuova danza francese: contaminazioni e ritorno in «Comunicazioni Sociali», vol. XXI, fascicolo 4, 1999.
(31) Ibidem.
(32) Bricola, Michel – Potard, Dominique, Berhault, Torino, Vivalda Editori, collana I Licheni, 2009, p. 102.
(33) Intervista a Le Menestrel,WEB TV TRENTO FILMFESTIVAL, sito internet, https://www.youtube.com/watch?v=gkReBc1H19M

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