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Danse-escalade parte 3

Danse-escalade parte 3 (parte 3 su 3): Le compagnie
di Michele Fanni

continua da http://www.banff.it/dance-escalade-parte-2/

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TORINO FACOLTÀ DI SCIENZE DELLA FORMAZIONE
CORSO DI STUDIO TRIENNALE IN DISCIPLINE DELLE ARTI DELLA MUSICA E DELLO SPETTACOLO
DISSERTAZIONE FINALE

LA DANSE ESCALADE: UN RECENTE FENOMENO ARTISTICO CULTURALE
Relatore: ch.mo prof. Alessandro Pontremoli
Candidato: Michele Fanni matr. n°715076
Anno accademico 2011 – 2012


III LE COMPAGNIE

3.1 Introduzione
Nell’ultimo capitolo della nostra indagine andremo a conoscere un poco più da vicino le compagnie di Danse Escalade attualmente attive nel mondo (soprattutto in ambito europeo, per non dire francese), così da poter delineare, per quanto possibile, un panorama globale di questa disciplina.

Come abbiamo visto questo fenomeno culturale è ancora molto giovane, e particolarmente sconosciuto al grande pubblico, inoltre la sua natura di disciplina di confine, difficilmente etichettabile ed inquadrabile all’interno di un unico scenario artistico o sportivo che sia, rende più complicata la scelta di adeguati canali di distribuzione e di conseguenza la fruizione per gli spettatori.

Non è di certo un “prodotto” standard, malleabile, facilmente “commerciabile”, ma anzi necessita (come ogni creazione artistica d’altronde) di un intenso sforzo da parte di chi assiste alla messa in scena: un volontario mettersi in gioco, un partecipare, un offrirsi per riconoscersi. Alla base di questo processo vi è una profonda opera d’abbattimento delle intime e personali sovrastrutture: porre in discussione le proprie certezze per vagliarle sotto una nuova luce; la difficile sfida di condividere un’esperienza per uscirne trasformati, arricchiti.

Oltre a ciò bisogna ricordare come l’ambiente alpinistico si sia sempre dimostrato rigido e difficilmente pronto ai cambiamenti e alle novità: tanto che, ancor oggi, sono in molti tra coloro che scalano e praticano l’arrampicata a non riconoscere la Danse Escalade come uno dei volti della loro stessa disciplina; non solo, non le attribuiscono alcuno status sportivo, ma spesso presuntuosamente ne denigrano e ridicolizzano anche l’aspetto artistico.

Proprio per questo solo negli anni Duemila, con l’affermarsi di una certa trasformazione degli orizzonti di pensiero e il passaggio di testimone ad una nuova generazione nata e cresciuta in uno scenario, per così dire, borderline, si è potuto verificare un vero e proprio germogliare di compagnie professionistiche che hanno deciso di intraprendere la difficile e avventurosa strada della Danse Escalade.

3.2 Antoine Le Menestrel e la Compagnia Lézards Bleus
Antoine Le Menestrel durante il corso degli anni Ottanta, è stato arrampicatore sportivo di altissimo livello ed ha attivamente partecipato alla nascita, in terra francese ed europea, del Free Climbing. I due momenti forse più significativi della sua carriera di scalatore sono stati: la realizzazione nel 1985 in solo integrale di Révélation (grado: 8a) a Raven Tor, la via, allora, più difficile d’Inghilterra e l’anno successivo la stupefacente “libera” di La Rose et le Vampire (grado: 8b) a Buoux, inventando un movimento totalmente originale per superare il passaggio più difficile, una coreografia che ha segnato, sia la storia sportiva di quegli anni, sia la fantasia di molti futuri danzatori del verticale.

Service di Antoine Le Menestrel
Danse-escalade3-1. Le Menestrel service
Lo stesso Patrick Berhault racconta in un’intervista: “Così come mi ispirò Antoine Le Menestrel nel vederlo arrampicare, il suo gesto. Il gesto è l’incontro fra l’arrampicatore e la natura, lui era naturalissimo. Un artista che poi ha coniugato l’arrampicata alla danza (59)”.

La svolta che ha condotto Le Menestrel verso il mondo dell’arte si manifesta nel momento in cui viene chiamato a ricoprire il ruolo di tracciatore apritore di vie d’arrampicata per le competizioni internazionali; sarà la rivelazione di un grandissimo talento creativo: “Non avevo più bisogno di adattarmi alla roccia, creare dei movimenti a partire da uno spartito minerale imposto, ma potevo creare nuovi movimenti, una drammaturgia, cioè un inizio, una fine, inventare delle difficoltà coreografiche. […] In ogni caso per me è stata una rivelazione perché potevo liberare uno slancio creativo attraverso la scalata (60)”.

Questo periodo vede la stretta collaborazione tra l’arrampicatore parigino e l’architetto Marc Blanche alla creazione di muri e prese d’arrampicata.

Arriviamo così alla definitiva trasformazione degli orizzonti: dalla performance sportiva alla rappresentazione: “Concepivo la creazione delle vie come una messa in scena. Cioè: creare lo spettacolo e fare in modo che i movimenti piacciano ai climber. Avevo degli obblighi imperativi: fare in modo che non cadessero al primo movimento, che non cadessero tutti alla stessa presa, creare della suspence. Per poterlo fare devi “scrivere” i movimenti, diventare drammaturgo. […] Dunque all’inizio i muri di scalata, poi gli scenari, poi gli incontri con coreografi e registi sono stati i punti di avvio della mia attività attuale (61)”.

Nel 1988 con Fabrice Guillot fonda la Compagnia Retouramont della quale è sia coreografo, sia danzatore; da questo laboratorio escono le prime coraggiose creazioni, come ad esempio lo spettacolo di danza verticale Le Balcons du vide che viene premiato nel prestigioso banco di prova di Danse à Lille che all’epoca vede come direttori artistici Catherine Dunoyer de Segonzac e Eliane Dheygere.

Nel 1992 Le Menestrel fonda con il suo amico Franck Scherrer la Compagnia Lézards Bleus con sede ad Apt, Vaucluse. Tra le prime produzioni di questo nuovo progetto artistico, troviamo lo spettacolo di danza verticale Le Manège envolé presentato al Festival les 38 Ruggisants a Grenoble che vede come responsabile di produzione Antoine Choplin.

Nel 1996 crea Issue de secours sulla facciata della miniera abbandonata di Loos-en-Gohelle, frutto di una felice collaborazione con Chantalle Lamarre.

Nel 2000, invitato a partecipare al festival Les Hivernales d’Avignon dalla direttrice artistica Amelie Grand, presenta lo spettacolo Service à tous les étages sulla facciata del Teatro dell’Opera; questo spettacolo di danse de façades otterrà grandissimo successo non solo in Francia, ma in giro per tutto il mondo divenendo una sorta di “grande classico” di tale disciplina. Le Menestrel danzando sulla facciata trasforma completamente gli spazi e le prospettive, i suoi gesti liberano linee, scie, curve che sembrano offrire alle mura nuova vita; un’architettura onirica di forme e segni tracciati nell’aria. La città immota e graniticamente saldata alle sue fondamenta d’improvviso spicca il volo in direzione del cielo, del vuoto: “Tel un Folambule, je voyage à la recontre de mes réves. Je vous les rends sensibles afin qu’ils deviennent des réves dans vos tétes, une réalité dans votre corps (62)”.

Nel 2001 crea per Vélo Thèatre lo spettacolo Folambule con la collaborazione di Charlot Lemoine.

Nel 2005, per il festival Danse à Aix, nasce L’Aimant: un Romeo – scalatore va alla ricerca della sua Giulietta danzando da balcone a balcone, da finestra a finestra, coinvolgendo di volta in volta le diverse abitanti del caseggiato chiamato a farsi scenario di questa poesia d’amore sui generis.

Nel 2008 Le Centre de Développement Chorégraphique Les Hivernales d’Avignon propone a Le Menestrel di creare un solo utilizzando come base del suo lavoro la struttura architettonica del Mercato comunale: nasce così La Bourse ou la Vie? Antoine collabora con molte e differenti realtà del panorama artistico europeo per mettere in scena le sue creazioni, ciò a chiara dimostrazione della natura proteiforme e continuamente mutevole, viva, vivace della Danse Escalade che quasi per definizione non può trovare stabile e fissa collocazione, ma sembra destinata ad imbattersi in ostacoli e sfide sempre nuovi e ricchi di stimoli. Ad esempio scopre il mondo della danza verticale grazie alla Compagnia Roc in lichen (Laura De Nercy e Bruno Dizien), con la quale lavora allo spettacolo Rosaniline.

Il mondo del teatro di strada gli viene svelato dal danzatore, attore, musicista Jean Marie Maddeddu della Compagnie Les Piétons che diverrà puoi suo collaboratore in molti spettacoli, uno su tutti Les Urbanologues Associés di cui è anche coautore.

Le Menestrel ha collaborato inoltre con la Compagnia Ilotopie per lo spettacolo Les habitants du lundi, con Pierre Sauvageot e Lieux Publics per Final de l’anée des treize lunes, Babel Platz Simphony e per L’Odysée e con Romeo Castellucci per la creazione di Inferno.

Isabella Jessica von Rittberg
DanseEscalade3-IsabellevonRittberg7_avatar-fb


3.3 AscenDance Project
AscenDance Project è una compagnia di Danse Escalade americana nata nel gennaio del 2006 per volontà di Isabella Jessica von Rittberg, attuale direttrice artistica, con sede a Boulder (Colorado); il progetto nasce dalla partecipazione di una decina di danza-arrampicatori. Questa compagnia unisce la tecnica e la precisione della progressione su roccia, senza utilizzo di corde e strumenti di assicurazione, ad una ricerca estetica del movimento, del gesto espressivo, drammaturgico, appoggiandosi a trame musicali che svolgono il duplice ruolo di sfondo e struttura emozionale; da questo incontro nasce una poetica coreografia aerea che mette in scena le proprie storie su di un “palcoscenico” verticale.

Isabella Jessica von Rittberg è cresciuta non negli Stati Uniti d’America, ma in Germania, per la precisione a Wuppertal-Beyenburg, figlia di padre tedesco e madre originaria del Montana. In gioventù si è dedicata alla danza, allo studio del pianoforte ed ha nutrito e maturato un profondo amore per la natura, sbocciato durante le estati trascorse nelle Rocky Mountains. Proprio grazie a questa sua passione si è avvicinata al mondo dell’arrampicata sportiva. Per preparare la sua tesi di laurea ha trascorso un anno a Santiago del Cile, periodo nel quale ha avuto modo di visitare buona parte del Sud America. Qui Conosce e inizia a praticare danze afro-brasiliane e lentamente sviluppa l’idea di unire danza, musica e Free climbing in un’unica creazione artistica. Durante l’estate del 2005, Isabella incontra Antoine Le Menestrel che la porta a conoscenza dell’affascinante mondo della Danse Escalade. Questo confronto ravviva in lei l’urgenza di portare a compimento i progetti artistici giovanili; nel gennaio 2006 fonda la Compagnia AscenDance Project con la quale tutt’oggi lavora, portando in tournée per gli Stati Uniti i propri spettacoli.

Gli spettacoli della Compagnia AscenDance Project si sviluppano su due diversi tipi di strutture: il Muro, e le Sbarre.

AscenDance Project a Boulder (Colorado)
DanseEscalade3-IsabellavonRittberg-Boulder.AscentDanceProjecto


3.4 Compagnia NEO

La Compagnia NEO nasce nel 2005 a Fully, cittadina del Canton Vallese (Svizzera), la direzione artistica è affidata a Michaël Rouzeau, supportato dall’esperienza dei coreografi Angelina Aomar e Stéphanie Ansermet. La Compagnia NEO è organizzata come un’associazione e conta circa un centinaio di membri, riunisce autori della danza, della scalata e del volteggio acrobatico, andando a sviluppare una forma d’espressione inedita.

“Transporté par la musique, le spectateur s’abandonne à la poésie d’histoires étonnantes sur fond de clocher d’église, de mur d’escalade, de façade d’immeuble. Les acrobaties des artistes de NEO défient la gravité et l’éblouissement est toujours au rendez-vous (63)”!

Oltre alla creazione di spettacoli, la compagnia propone stage e ateliers pédagogiques (avviamento all’arrampicata; Danse Escalade; volteggio e danza aerea) indirizzati a grandi e piccoli “scalatori danzanti” su strutture mobili che permettono di dar vita ad una sorta di scuola itinerante.

Nel gennaio 2006 la compagnia NEO ha proposto alcuni incontri presso il Ferme Asile de Sion dove hanno avuto luogo spettacoli, proiezioni, conferenze riguardanti il mondo della Danse Escalade. A primavera la compagnia ha presentato alla Belle Usine di Fully le sue prime creazioni che hanno riscosso un vivo successo.

Nel settembre del 2007, al festival Medioevale di Saillon ha presentato per la prima volta uno spettacolo di volteggio sulla faccia di un palazzo: L’Eveil des Gargouilles.

Nel giugno 2008 ha presentano la prima versione dello spettacolo L’Arbre de NEO, che ha raggiunto poi la sua versione definitiva tra marzo e aprile del 2009. Nel 2011 hanno visto la luce le nuove creazioni della compagnia: ACCRO NEO e FLUO NEO e inoltre la compagnia ha partecipato alla manifestazione J’Imagine, spectacle humouristico-médiéval durante lo spettacolo de La Bataille.

3.5 Lezartikal
Emile “Milou” Longer e Camille Richard dopo aver intrapreso un lungo percorso di formazione in diverse scuole di circo (Fratellini, Lido, Balthazar. . . ) ed aver fatto esperienza nel mondo dello spettacolo, condividendo il palco con molti altri interpreti, commedianti, acrobati nel novembre 2002 decidono di provare a fondare la propria compagnia.

Presso la scuola di circo Le Lido, Milou e Richard scoprono la Danse Escalade grazie all’intervento della compagnia Revêtement Mural di Tolosa che introduce loro alle tecniche proprie dello spostamento coreografico nella dimensione verticale. In pochissimo tempo i due artisti circensi s’innamorano di questa disciplina: l’esercizio di gestione del baricentro, l’incrocio degli arti nella progressione, il movimento preciso e calibrato dei piedi procurano loro un vero e proprio godimento sensoriale (64). Il loro stile dunque nasce da una matrice circense “macchiata” dagli sviluppi più poetici della Danse Escalade: danza, acrobatica e drammaturgia si mescolano in uno spazio aereo e verticale.

Dopo un lungo lavoro di organizzazione, divisione dei ruoli, gestione amministrativa, creazione e preparazione degli spettacoli, la compagnia finalmente inizia a presentare i propri spettacoli in giro per il paese e soprattutto riesce ad ottenere il supporto di alcuni partner finanziari (Conseil Général 28, Crédit Agricole, Direction Régionale de la Jeunesse et des Sports); dal 2007-2008 può contare anche sull’aiuto della Région des Pays de la Loire. Vi è di fondo la consapevolezza dell’utilità pubblica di queste manifestazioni artistiche e la volontà di difendere una realtà culturale particolarmente creativa, attiva sul territorio e tra la popolazione.

Il progetto artistico di Lezartikal nasce da un forte impulso all’innovazione: a partire da un muro verticale costruisce una rivoluzionaria dimensione del reale, apre gli occhi su nuove prospettive, nuovi scenari, soverchia totalmente la convenzionale percezione del quotidiano, libera dagli schemi soliti ed abusati per portare lo spettatore a vivere, sentire, percepire il mondo circostante con un’ottica di riscoperta, rivalutazione, rivelazione. Allo stesso modo lavora sul corpo: si avventura nella ricerca dei limiti, dei confini, delle frontiere del verticale, spinta dal potere della fantasia rincorre il sogno di annullare la gravità, e di annullarsi nella dimensione aerea. I muri della logica crollano di fronte a questa poesia di corpi in volo: confusione spaziale, esercizio fisico, gioco attoriale, sinuosità di movimenti, sono queste le direzioni intraprese dalla compagnia di Le Mans.

Fino ad ora gli spettacoli realizzati e portati in tournée sono due: Moï Moï e Une Gotte de Vertice; mentre al momento ne è in preparazione un terzo, dal titolo The Room che vede la collaborazione della danzatrice israelo-danese Esther Wrobel.

La Compagnia NEO
Danse-escalade3-3. Compagnie Neo

Moï Moï è il frutto di quattro anni di lavoro, nei quali Richard e Milou si sono dedicati con estremo rigore e determinazione alla realizzazione di un progetto ardito: dare vita ad una sintesi che rivelasse nella sua completezza e integrità la naturale continuità che lega a doppio nodo circo e Danse Escalade.

Quest’opera ha assorbito totalmente i due interpreti: essi si sono trovati a dover fare i conti con la progettazione di uno spettacolo senza l’ausilio d’alcun modello di riferimento, senza la possibilità di appoggiarsi a nessun “tecnico” specializzato in questo tipo di rappresentazione. Proprio per questo la preparazione è durata così a lungo tanto che i due artisti tendono a considerare tale spettacolo più che una performance, un’estensione del proprio “esistere”: “Ce monde à l’envers est devenu le nôtre, à force de travail et de doutes, à tel point que mtime ce que certains qualifient de performances, à l’instar des fameux « portés », nous semblent titre plutôt du domaine du prolongement, de l’aboutissement (65)”.

Alla poesia e partitura di movimenti si sono infine aggiunti altri due linguaggi artistici: la regia dell’illuminazione curata da Noë Duval e la sonorizzazione live per mano di Mathieu Joly. Questi successivi contributi hanno donato a Moï Moï attraverso percorsi alternativi, che tuttavia dirigono ad unica identità, una originale dimensione sonora e visiva portando a compimento il discorso artistico.

Une Gotte de Vertice è uno spettacolo nel quale l’ordinaria logica del movimento è superata dalla fantasia, la gravità svanisce e si aprono le porte ad un nuovo straordinario scenario dove l’abitudine si fa vertigine.

L’immaginazione rompe i confini del reale, il quotidiano diviene sfida al possibile, alle leggi della fisica, all’esausto ripetersi del vivere comune: una nuova prospettiva regala una nuova vita, cambiando l’ordine degli addendi, per magia, cambia anche il risultato.

C’est en transformant les lignes, les niveaux, les objets, en basculant la normalité, en transgressant les lois de l’apesanteur et en nous déplaçant comme jamais, que nous modifierons la vision habituelle que nous avons des images de la vie (66)”.

Pire que Debout
Danse-escalade3-5. pire que debout -


3.6
Pire que Debout
Karole Seyre, appassionata sin dall’infanzia al mondo del circo, nel 2000 s’iscrive all’Ecole de cirque de Lyon, dove scopre l’arte della clownerie e realizza le prime creazioni con le quali dà il via alla sua futura esperienza professionale nel mondo del circo di strada. Successivamente studia presso il Théâtres Acrobatiques di Marsiglia dove apprende le tecniche dell’acrobatica, del teatro e della danza grazie agli insegnamenti di un’equipe di alto valore: il regista Haïm Menahem, il coreografo William Petit, l’autore specializzato in arti di strada Pierre Berthelot, il clown Caroline Delaporte e il pioniere della danza verticale Bruno Dizien (Roc in lichen).

Questi anni di formazione le hanno permesso di affermarsi nel panorama del circo acrobatico e di strada, più in particolare nel clown mural grazie anche all’aiuto e alla supervisione di Jonathan Sutton.

Padroneggiando le tecniche dell’arrampicata e della danza, Karole sfida in ogni istante dei suoi spettacoli la gravità, dipingendo con colpi delicati e precisi un mondo immaginario ai confini del possibile e tuttavia estremamente vicino alla nostra sensibilità: una quotidianità del verticale, che emoziona e strappando le maglie dell’abitudine e della banalità porta a riscoprire la poesia dei gesti più semplici.

Lo spettacolo che ha permesso alla compagnia Pire que Debout di affermarsi in questo particolare ambito del mondo del teatro di strada è stato: Toute seule contre vous-même una poesia a confine tra commedia, acrobazia, concerto e clownerie immersa fra gli oggetti del quotidiano, una composizione amorosa, affettuosa nei confronti di quel piccolo mondo che vive di gesti minuti, situazioni comuni e di poco conto, “le buone cose di pessimo gusto” che ritrovano nella dimensione verticale tutta la loro carica lirica ed emozionale.

IV CONCLUSIONI
«Non est vivere sed valere vita (Marziale)»
Che cosa offre di speciale la Danse Escalade? Quali “tesori” nasconde tra le sue maglie? A quale ruolo mira? O per essere brutali: a che cosa serve? Come abbiamo potuto vedere tale disciplina è innanzitutto il frutto di un lungo processo storico – culturale, che dunque non porta con sé solo ed esclusivamente i caratteri meramente sportivi, ma vive in prima linea le trasformazioni, i mutamenti e le rivoluzioni del pensiero che hanno stravolto e stravolgono il volto del reale che ci circonda. E’ dunque doveroso rendersi conto di come sempre e comunque l’alpinismo abbia metabolizzato pregi e difetti del mondo circostante senza mai restare insensibile e freddo osservatore degli eventi. Proprio per questo va riconosciuta all’alpinismo (e ad ogni suo sviluppo successivo) la dignità di fenomeno culturale: specchio parziale, ma necessario per una visione globale della realtà. Questo passaggio è assai delicato ed importante, poiché, per quanto possa sembrare assurdo, nella maggior parte dei casi, sono gli stessi arrampicatori (soprattutto le ultime generazioni) a non accettare o peggio ad accogliere con indifferenza questo fondamentale riconoscimento d’identità.

Il predominio odierno della specializzazione sulla visione globale ha completamente annullato la storia, cancellando la memoria, portando a dimenticare le battaglie che hanno condotto all’attuale modo di scalare e dunque ha snaturato, banalizzato, decapitato senza alcuna pietà gli ideali. Si avverte una profonda lacuna nella sfera spirituale, che indebolisce, uccide il nostro agire, appiattendo le nostre azioni, radendo al suolo e livellando a deserto ogni nostro sforzo. Il mondo dell’arrampicata è vittima di questa nuova prospettiva del risultato specifico, si parla nel particolare di corsa al grado: una lotta cieca e insensata, avulsa dalla vita, semplice e fallimentare sfogo ad una quotidianità che delude e logora.

Manca completamente alla base una sana curiosità che apra gli orizzonti, un Punto Focale come lo definisce Paolo Caruso: “Porsi l’obiettivo di capire il significato di ciò che si fa nella pratica di qualunque attività è certamente importante, ma spesso questa comprensione non è facile da raggiungere. Il concetto del Punto Focale può aiutarci in questo. Il Punto Focale è il fine del procedimento concettuale che consente di individuare l’aspetto principale di ciò che vogliamo comprendere o del movimento che stiamo eseguendo, ma anche il problema primario che ci impedisce di realizzare l’obiettivo che ci proponiamo (67)”.

AscenDance Project
Danse-escalade3-2. Ascndance project

La specializzazione elimina ogni elemento che risulta al di fuori del suo ambito e così finisce per decontestualizzare ogni attività, soffocando ogni minimo margine di respiro, ogni nota straordinaria, ogni strada alternativa, ogni diversità. In sostanza esclude dall’arrampicata ogni istanza creativa riportando l’intero discorso ad una pura quanto meccanica catena di causa – effetto, delineando come unica meta il risultato, la prestazione, sottoponendo così il praticante ad una manichea suddivisione delle possibilità: o il successo o il fallimento.

Qualunque insegnante sufficientemente preparato sa che la motivazione principe di un praticante è il divertimento e non il risultato della prestazione. Se c’è divertimento logicamente ci sarà la volontà e il piacere di praticare l’attività svolta, di conoscere tutto ciò che è inerente a essa e conseguentemente con tutta probabilità si arriverà anche al risultato particolare. Se il divertimento decade la competizione diventa eccessiva, il campo d’azione tende a restringersi al solo potenziamento e, se non si ottiene il risultato, prima o poi si abbandona l’attività (68).

Naturalmente quest’atteggiamento non si riscontra nella sola arrampicata ma in ogni attività umana. Se risulta così difficile liberarsi da schemi ed imposizioni all’interno di un’attività di questo tipo, molto più impervio sarà affrontare gli ostacoli del quotidiano, le sfide che si presentano lungo il cammino che percorre giorno per giorno ognuno di noi.

Daniele Bolelli, esperto d’arti marziali, ci offre un ottimo spunto di riflessione che riteniamo estremamente prezioso ai fini della nostra tesi: “La maggior parte della gente colta e sensibile, non vede nessuna relazione tra la propria vita e le arti marziali. Una poco illuminata tendenza collettiva ci invita a specializzarci in uno o al massimo due campi e a dimenticarci del resto del mondo. […] Artisti che non sanno correre tra le montagne. Manager che non hanno idea di come giocare con i bambini. Casalinghe incapaci di tirare con l’arco. Restringere i propri orizzonti viene incoraggiato per ricercare la perfetta efficienza in un’unica attività, per non disperdere energie e per dedicarsi ad una carriera ben definita. Ma queste sono mete buone per una catena di montaggio, non per un essere umano. Lo specialismo è una malattia dello spirito. Un contagioso virus della personalità a cui non è facile sfuggire. Ci spinge ad eliminare le nostre possibilità di scelta e a vivisezionare la nostra visione globale. In mano agli specialisti persino le esperienze più estatiche perdono vita e magia (69)”.

La Danse Escalade germoglia proprio da questa consapevolezza. Come abbiamo potuto vedere già Paul Preuss agli inizi del secolo XX pretendeva da coloro che si dedicavano all’alpinismo un’apertura mentale notevole, una capacità di evadere dai beceri e retorici schemi consoni allo scalatore – eroe lanciato al solo ed esclusivo ottenimento del risultato, del successo, della vittoria sull’alpe. Preuss comprende già la necessità di un’etica: cosa fare, come farlo e perché farlo. Stabilire dei limiti per essere padroni equilibrati del proprio agire, consapevoli e coscienti delle proprie possibilità. Il percorso verso l’autoconsapevolezza sarà lungo e tortuoso, Allain, Rebuffat, Livanos, Philipp e successivamente Messner, Cozzolino, Rossa e altri ancora porteranno avanti e svilupperanno questo discorso. Saranno poi gli anni Sessanta e Settanta a spalancare decisamente le prospettive degli arrampicatori non solo più nei confronti delle pareti ma anche nei riguardi del mondo nella sua globalità. Profetiche sono state le parole di Gian Piero Motti apparse in un famosissimo articolo degli anni Settanta: “Sì, anch’ io avrei dovuto dedicare tutto me stesso all’alpinismo tralasciando gli altri interessi. Dimenticare l’amore per il bello, per la musica e la poesia, l’amore per l’arte in senso lato, l’affermazione di se stessi nella vita di ogni giorno, le amicizie profonde estranee all’ambiente alpinistico, con cui condurre discussioni interminabili su tutto e su tutti. L’importante è allenarsi, sempre e di continuo, non perdere una giornata, avere il culto del proprio fisico e della propria forma, soffrire se non si riesce a mantenere questo splendido stato di cose. E se sopraggiunge una malattia o anche un malessere leggero, allora è la crisi, la nevrosi. Perché ciò che conta è arrampicare sempre al limite delle possibilità, ciò che vale è la difficoltà pura, il tecnicismo, la ricerca esasperata del “sempre più difficile”. Trascinato da questo delirio non ti accorgi che i tuoi occhi non vedono più, non percepisci più il mutare delle stagioni, che non senti più le cose come un tempo (70)”.

Moï Moï (Lezartikal): Camille Richard ed Emile Milou Longer
Danse-escalade3-4. LEZARTIKAL

Ed è in risposta a questo male, a questo disagio che entra in gioco la fantasia, la creatività, l’immaginazione, il gioco-arrampicata di Ivan Guerini, la volontà di gioire per quello che si fa. Amare il proprio agire, non porre barriere alle proprie possibilità, ma fare esperienze: la montagna come luogo di crescita e socialità, maestra di condivisione e partecipazione alla vita comune, palestra politica per l’esistenza.

Sarà Patrick Berhault a raccogliere i frutti di questa rivoluzionaria presa di coscienza, aprendo senza paura le porte dell’alpinismo all’orizzonte dell’arte: “Berhault era d’accordo che non bisognasse incagliare nella competizione la nostra arte, praticavamo una delle rare attività per lo sviluppo armonico dell’uomo nata da matrice occidentale anziché orientale, c’era un traguardo ben diverso da raggiungere. La strada maestra dell’arrampicata era piuttosto quella di apprendere e insegnare una comunione tra equilibrio fisico e mentale, originando una scoperta di sé nel giusto movimento. […] Patrick cercava altre vie per l’arrampicata, cercava e riusciva ad aprire terreno di contatto con la danza, lo yoga, l’insegnamento scolastico, il cinema e la letteratura; l’arrampicata non doveva nascondersi all’uomo delle città, ma neppure prostituirsi ai suoi capricci di consumo. Lui aveva certezze morali e vitali da condividere (71)”.

Ecco che incontriamo finalmente il passaggio chiave: l’arrampicata, l’arte e in fondo anche il gioco corrono di pari passo alla volta di una trasformazione del punto di vista consueto, nella volontà di realizzare una sorta di rivoluzione copernicana, un ribaltamento totale della visione, che permetta all’uomo di vivere in equilibrio con se stesso e con ciò che lo circonda. Evadere le convenzionali prospettive di riferimento, con i loro obiettivi e le loro regole, riconoscere piuttosto che non esiste punto di vista assoluto, e accettare, maturare una consapevolezza di alternative.

La Danse Escalade in questo processo di apertura alle alternative e ai percorsi collaterali si dimostra calzante: è senza alcun dubbio una delle discipline che più si adatta a giocare tra i confini delle diverse strutture di pensiero. Costruisce il proprio percorso all’interno di una terra di nessuno che di volta in volta si trasforma, assume caratteri inediti e con la stessa facilità muta in altro, rigenerandosi. E’ un divenire continuo di forme e regole, non esiste stasi, riposo, monotonia, ma tutto incessantemente è portato a rimescolarsi. Trasmette creatività e nutre l’immaginazione, svela le infinite vie del possibile, insegna ad affrontare con maggiore consapevolezza l’avventura umana, si cala senza timore tra la gente nella volontà di filare un robusto e duraturo tessuto sociale.

In conclusione vorrei citare un sorprendente e ironico scritto di Carlo Possa, arrampicatore molto attivo della zona emiliana negli anni Settanta, attraverso il quale credo si possa comprendere a pieno quale sia la radice primigenia dalla quale è scaturita la florida pianta della Danse Escalade: “In montagna si può ridere, correre, parlare con gli amici; si può ascoltare la musica dei Pink Floyd e di Albinoni, fischiettare la Carmen; in montagna si può fare all’amore, si può essere tristi, e anche pensare. In montagna si può mangiare la polenta con il latte, organizzare una partita di calcio tra valligiani e cittadini, dormire senza pensieri, si può scrivere alla ragazza. In montagna si può ascoltare il silenzio, passare il Capodanno in una baita con tanti amici, si possono raccogliere minerali, e gettare sassi in un ruscello. In montagna si può prendere il sole sdraiati su di una cima, leggere un romanzo di Buzzati o un giallo di Le Carré, si possono fotografare le nuvole o gli stambecchi. In montagna si può giocare a briscola o raccogliere erbe medicinali; si può arrampicare e sciare, percorrere nuovi sentieri, costruire un tavolo di legno. In montagna, dunque, si possono fare tutte le cose che si possono fare in città e se ne possono fare anche molte altre, più divertenti. Molti invece in montagna ci vanno per arrabbiarsi per litigare, per bestemmiare, per non guardare in faccia i vecchi amici, per dormire preoccupati la notte, per soffrire, per rischiare. In montagna si può fare quello che si vuole (72)”.

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SITOGRAFIA
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Note
59 Palma, Fabio – Švab, Erik, Uomini e pareti, 16 incontri ravvicinati con i protagonisti del verticale, cit., p. 139 (Intervista a Patrick Berhault).
60 Bessone, Flaviano, Facce famose. Antoine Le Menestrel, le lucertole blu, cit., p. 94.
61 Ibidem.
62 Compagnie Lézards Bleus, sito internet, http://www.lezardsbleus.com
63 Compagnie NEO, sito internet, http://danseescalade.ch/fr/danse-escalade/2-la_compagnie
64 Compagnie Lezartikal, sito internet, http://lezartikal.com/goutte
65 Ibidem.
66 Ibidem.
67 Caruso, Paolo, L’arte di arrampicare su roccia e ghiaccio, Nuova edizione 2002, Roma, Edizioni Mediterranee, 2010, p. 207.
68 Ivi, p. 208.
69 Bolelli, Daniele, La tenera arte del guerriero. Arti marziali, combattimento e spiritualità nell’immaginario contemporaneo, Roma, Castelvecchi, 1996.
70 Motti, Gian Piero, I Falliti in «Rivista mensile del CAI», settembre 1972.
71 Gobetti, Andrea, Patrick e i Nani Verdi in «Alp wall» n.12/05, febbraio-marzo 2005, p. 66.
72 Possa, Carlo, In montagna si può… in Lo Scarpone, 1976.

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