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Dieci domande a Francesco Salvaterra

Dieci domande a Francesco Franz Salvaterra
di Giacomo Rovida

1) Ciao Franz, domande classiche, chi sei? Quanti anni hai? Dove vivi?
Ciao, mi chiamo Francesco Salvaterra, avrò 26 anni tra pochi giorni e vivo a Tione, ai piedi della Presanella e delle Dolomiti di Brenta.

Franz Salvaterra in apertura sulla Pedra Longa, Sardegna. Foto: A. Bella
Salvaterra--In apertura sulla Piedra Longa, Sardegna (foto A. Bella)

2) Hai scelto da giovanissimo di svolgere la professione di guida alpina, rimpiangi questa scelta? In termini schietti, riesci a campare di questa professione?
Parlavo proprio pochi giorni fa con un’amica del fatto che se domani potessi svegliarmi e scegliere “cosa essere” nella vita risponderei la Guida Alpina, quindi mi ritengo molto fortunato. Ad essere onesto non avevo idea di come sarebbe andata quando meno di un anno fa ho finito i corsi e aperto partita iva, in realtà le cose vanno bene, bisogna darsi un po’ da fare ma il lavoro si trova.

Salvaterra in vetta alla Punta Cusidore con Ines Lemos, Sardegna
Salvaterra--In vetta alla Punta Cusidore con Ines Lemos, Sardegna.

3) Sei stato la prima guida (insieme a Marcello Cominetti) a portare un cliente in cima al Cerro Torre, che esperienza è stata?? Da dove è nata quest’idea?
Per tutti e tre è stata un’esperienza indimenticabile. Massimo Lucco ha realizzato un suo sogno e per me e Marcello è stata una bella soddisfazione. La via dei Ragni al Cerro Torre potrebbe essere eletta la via di ghiaccio più bella del mondo, per una guida farla professionalmente è un po’ come per un restauratore d’arte mettere mano alla cappella Sistina.

Salvaterra con Marcello Cominetti in apertura su Tepui Galvanico, Monte Santu, Sardegna
Salvaterra--Con Marcello Cominetti in apertura su -Tepui Galvanico- monte Santu, Sardegna. (foto F.Salvaterra-)

4) Una volta parlando, dopo la salita sulla Nord del Cervino hai detto di preferire le “ravanate” fatte in casa, qual è il rapporto con le tue montagne? Perché le trovi più “divertenti” di tante pareti “famose”?
Le pareti famose sono generalmente affollate di chiodi, di cordate e racconti di lotta con l’Alpe. Generalmente se lo meritano nel senso che sono bei posti però ci sono montagne, come la zona della Presanella, che invece hanno da offrire terreno inesplorato e isolamento. La cosa bella è variare.

Prima di un bivacco sul monte Ginnirco durante Selvaggio Blu. Foto: A. Zanchi
Salvaterra--Bivacco sul monte Ginnirco durante Selvaggio Blu. (foto A.Zanchi)

5) Hai aperto moltissime vie su pareti nuove o inesplorate, qual è la molla che ti porta a voler aprire una via?
Aprire una via nuova è qualcosa di completamente diverso dal ripeterne una precedente, a volte più che degli arrampicatori ci si sente degli esploratori. Salire nuovi percorsi su una montagna per come sono fatto io condensa quello che più apprezzo dell’andare per monti: bellezza dei luoghi, incertezza del risultato, emozioni condivise con chi è legato all’altro capo della corda, libertà di scelta, un pizzico di rischio. Una clinica di avventura.

Alessio Tait, Franz Salvaterra e Paolo Baroldi in vetta al Monte Bianco di Presanella dopo la prima salita di Il Male di vivere
Salvaterra--Alessio Tait, Franz e Paolo Baroldi in vetta al monte Bianco di Presanella dopo la prima salita di -il male di vivere-.
6) La Patagonia è un posto per te speciale, tanto da passarci molti mesi, cosa ti ha colpito di questa terra fantastica?
Come ha scritto Silvia Metzeltin la Patagonia è un posto per viaggiatori e sognatori: nel senso che le montagne più che altro le sogni e solo ogni tanto, se sei determinato e hai fortuna, riesci a salirci. E’ un condensatore di emozioni: se fa freddo lo senti nelle ossa, se tira il vento non stai in piedi, le montagne sono belle di una bellezza struggente e anche le ragazze fanno l’amore con un’energia differente. E’ un posto “puro”, dove non ci sono mezze misure.

Max Faletti prepara il bivacco sulla via Afanassief al Fitz Roy
Salvaterra--Max Faletti prepara il bivacco sulla Afanassief al Fitz Roy (foto F.Salvaterra-)

7) Durante l’apertura di una via come decidi lo stile con il quale ti muoverai?
Lo stile lo scelgo in base alla linea della via e all’esperienza che ricerco. In apertura ho usato di tutto: chiodi, protezioni clean, spit, e fino a poco tempo fa, tubi dell’acqua. Esiste una grande differenza tra il salire un itinerario pensando a chi verrà dopo, oppure compiere una prima salita e tanti saluti. Penso di aver aperto vie in entrambe le situazioni. L’etica migliore (che ci tengo a specificare non è sempre quella che ho adottato) è scegliere una linea e salirla in stile alpino, ossia senza spit, in una single push senza tentativi precedenti, possibilmente in arrampicata libera e usando meno chiodi possibile che però, se usati, vanno lasciati. Questo secondo me è lo stile che regala un’esperienza più vivida ed emozionante agli apritori.

Verso il passo Marconi durante la Vuelta allo Hielo. Foto: Marcello Cominetti
Salvaterra--Verso il passo Marconi durante la -vuelta allo Hielo (foto M.Cominetti)

8) Ritornando alla Patagonia con i fratelli Franchini e con Ermanno Salvaterra hai tentato di salire l’inviolata Ovest della Egger. Nonostante i fallimenti come sono stati i tentativi? Pensi di ritornare?
Il fallimento non lo considero una cosa grave; in Patagonia ho all’attivo molte più ritirate che salite fino in vetta, ed è interessante considerare che ho ricordi più forti proprio degli insuccessi. Il progetto sulla Egger è stato un’esperienza stupenda, difficile. Una volta abbiamo passato tre giorni di fila chiusi in portaledge, appesi a un solo spit da 8 mm nel mezzo di una tormenta. Immaginatevi che dramma andare in bagno. So che Ermanno vuole tornare, sono convinto che ce la farà ma io personalmente non ho la motivazione per passare il terzo autunno di fila sulla Egger. Il Salvaterra più duro della Patagonia è certamente Erman!

Franz Salvaterra sulla via Hruska, Corvara. Foto: Marcello Cominetti
Salvaterra--Sulla via Hruska, Corvara. (foto M.Cominetti)

9) Durante quelle spedizioni hai aperto anche nuove vie, ci sono ancora pareti “libere” in Patagonia?
La Patagonia è gigante e certamente ci sono molte montagne e pareti vergini. Se però si considera la zona del Cerro Torre e Fitz Roy invece il discorso cambia. Le montagne sono tutto sommato poche e famose in tutto il mondo, c’è di certo la possibilità di aprire delle belle vie nuove ma tutte le pareti più importanti sono state salite.

Salvaterra in verticale sulla vetta del Cerro Torre, Patagonia, 2014. Foto: Massimo Max Lucco.
Salvaterra--Verticale sul Cerro Torre, Patagonia 2014. Hendstanding on the top of Cerro Torre. (f. Max Lucco)

10) Che programmi hai per il futuro?
La mia priorità al momento è dedicarmi al mestiere di Guida cercando di fare esperienza e di farlo anche in montagne o paesi che non conosco. Al contempo restano i progetti di nuove vie da concludere o iniziare, questo autunno penso che ci scappi una piccola spedizione e a dicembre tornerò un mese in Patagonia a fare la guida con Marcello. Ci sarebbe anche una ragazza a Buenos Aeres che penso mi voglia ancora ospitare… dopotutto le montagne non sono sempre al primo posto!

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