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Dolomiti Unesco Foundation

L’Unesco, il 26 giugno 2009 a Siviglia, ha decretato gran parte del territorio dolomitico Patrimonio Naturale dell’Umanità, apprezzando e sostenendo quindi l’irripetibilità delle bellezze naturali di questa regione: e questo a dispetto dei danni che in passato le necessità dello sviluppo delle popolazioni locali, unitamente a quelle del turismo di massa, hanno provocato in molte zone di questo territorio.

Lastoni di Formin – Dolomiti – Passo Giau. Foto: Luciano Gaudenzio/K3
Lastoni di Formin / Dolomiti - Passo Giau

A parlarne per primi, in un convegno a Cortina (6-8 agosto 1993), furono le associazioni Mountain Wilderness, Legambiente e SOS Dolomites: in quell’occasione Heinz Mariacher e Luisa Jovane scesero a corda doppia da una mongolfiera in piazza, si parlò di Monumento del Mondo, si raccolsero dodicimila firme e l’appello fu firmato da nomi importanti quali Mario Rigoni Stern, Margherita Hack, Norberto Bobbio, Ardito Desio, Rita Levi Montalcini, Fosco Maraini, Reinhold Messner e tanti altri.

Oggi, a proclamazione avvenuta e registrata la mancanza di alcun progresso nell’ottica di una migliore gestione del territorio (gli esempi negativi sono sempre in aumento), prima di sperare in un reale cambio di rotta dell’intera gestione del territorio, s’impongono alcune considerazioni.

Intanto si constata che gli speculatori e quelli tra i politici da sempre contrari hanno alla fine accettato il risultato in previsione di un’ulteriore e più massiccia presenza turistica: lo si è visto da molte dichiarazioni che ponevano in evidenza quanto il nuovo marchio influirà nelle politiche di marketing delle Dolomiti.

Si continua poi osservando che la gestione pratica è nelle mani di enti assai diversi. Due delle cinque province, Trento e Bolzano, sono autonome; altre due (Pordenone e Udine) sono inserite in una regione a statuto speciale, mentre Belluno è a statuto ordinario, quindi è priva di sostegno legislativo e fondi autonomi. Per aggirare queste differenze, con tutte le difficoltà di ordine amministrativo, economico e gestionale che ne sarebbero derivate, si è pensato a una Dolomiti Unesco Foundation, “soggetto unitario di coordinamento interistituzionale per la gestione delle politiche di conservazione e di valorizzazione del Patrimonio Universale”.
Le cifre del Patrimonio Naturale non possono indurre a un facile ottimismo. I 2.310 kmq e le 220 vette sono solo territori in quota, praticamente disabitati e di già protetti da parchi e altre direttive di Natura 2000. Perciò, in quanto monumento vero e proprio, sono solo le rocce a essere tutelate (a parte un minimo di “zona tampone”).
Nonostante i geografi concordino che l’areale dolomitico propriamente detto è compreso tra le valli dell’Adige, dell’Isarco, la Val Pusteria, la valli del Piave, del Cismon e del Brenta, e a dispetto del progetto iniziale che prevedeva una ben più vasta area dal Sarca al Tagliamento, ci sono state esclusioni di gruppi importantissimi come il Sella, il Cristallo, le Tofane, l’Antelao, il Sassolungo, oltre a tutti i gruppi prealpini. Questo è scandaloso e inaccettabile.
Sono molti dunque i punti dolenti, e in più l’Unesco non dà garanzie di protezione perché non può porre vincoli reali. Al massimo, dopo l’approvazione di progetti devastanti, può giungere alla revoca del riconoscimento e quindi provocare una “figuraccia” dell’amministrazione.
L’impressione che se ne ricava quindi è che sia necessario un ritorno al progetto iniziale, lavorando perché tutto il territorio, comprensivo di abitati, manufatti, impianti e zone industriali, sia un patrimonio naturale e culturale, con l’Unesco o senza.
Per vigilare sui programmi e criticare con creatività, le istituzioni pubbliche non devono perciò essere le sole a occuparsi della Fondazione: devono essere coinvolte anche le associazioni ambientaliste, volontariamente a suo tempo uscite dall’iter di proclamazione per non creare dissidi inopportuni. E abbiamo ben presente come il pericolo di burocrazia e insabbiamenti sia sempre presente.

Monte Pelmo – Dolomiti, Val Bòite. Foto: Luciano Gaudenzio/K3
Monte Pelmo - Dolomiti - Val Bòite
L’artificiosa separazione tra mondo naturale e mondo umano non è il metodo giusto per recuperare il modo di vivere in montagna. Non dobbiamo copiare il format dei parchi nazionali americani, perché, a parità di bellezza, il disabitato Yellowstone non è l’Alpe di Siusi. Occorre sperimentare nuove strade e nuove alleanze, contadini che investono nel biologico, piccola e creativa imprenditoria turistica, gestione innovativa dei pascoli e dei boschi, nuovi lavori per la sicurezza idrogeologica, nuove idee magari figlie di vecchi saperi montanari. E ancora, far lavorare i giovani cervelli nelle università cittadine, per un maggiore risparmio energetico e per la ridefinizione del valore aggiunto che può avere un prodotto locale.
L’ambizione deve essere quella di realizzare in concreto le Dolomiti quale patrimonio culturale dell’umanità, dove non ci sia divisione tra natura e abitante, quel luogo dove si è raccolta la sfida per una solidarietà tra progetti e, in definitiva, tra uomo e uomo.
Nella convinzione che un monumento, per essere tale, non soltanto deve avere sistemazione al centro di una bella piazza famosa ma anche essere intrinsecamente una bella scultura e da tutti riconosciuta come tale: quindi anche patrimonio culturale.

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