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Down is the new Up!

Down is the new Up!
di Marcello Cominetti
(già pubblicato da ALP nel 2009, nella rubrica L’opinione)

I cessi che si incontrano in giro per il mondo, in genere, dicono molto del posto in cui ci si trova se li si osserva non solo con l’idea associata alla liberazione corporale .
Normalmente in quelli pubblici di bar, ostelli e campeggi vi si leggono scritte e sozzerie di ogni tipo, che più di frequente inneggiano alla politica e al sesso. A volte all’amore. Alcune scritte hanno anche carattere religioso o sociale, ma sono piuttosto rare.

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La parola “cesso” è, non so perché, divenuta volgare, ma a me è sempre piaciuta. Si trova ancora scritta in certe stazioni ferroviarie e viene usata quando si parla con qualcuno con il quale non occorre osservare nessuna etichetta; è confidenziale e intima, come se volesse mettere a proprio agio le persone che ne parlano.

Là dentro, al cesso appunto, si compiono gesti intimi, si consumano fatti tra i più privati della propria vita e si può dare forma a pensieri che fuori dal cesso non hanno né il modo né il tempo di realizzarsi. E’ il luogo dove ci si può rifugiare dal caos che regna fuori, isolandosi per qualche minuto quando si è a scuola, a casa o al lavoro, con la scusa che comunque al cesso tutti hanno il diritto di andare ogni tanto.
Pensieri profondi e idee prendono forma mentre si è lì seduti, quando umori, muscoli e mente fondono in un unico insieme energie che solo in quei momenti e solo al cesso si consumano.

Le scritte, già, le scritte, apparentemente irrispettosi gesti di maleducati frequentatori di quel posto, in fondo sono interessanti, tant’è vero che in quasi tutto il Sudamerica (ma non solo) non vengono cancellate quasi mai e, se capita di ripassare nello stesso posto a distanza di anni, si ritrovano nello stesso cesso arricchite da altre, correlate o no, che riportano alla mente episodi e situazioni già vissute e che sovente riportano a ricordi, non so perché, piacevoli.
Nel cesso di un camping nella Patagonia argentina dove spesso mi trovo a viaggiare, ne ho letta una che non conoscevo e che ha catturato non poco la mia attenzione: Down is the new Up!

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Mi ha fatto pensare al suo significato sociale e alla drammatica, se vogliamo e che non possiamo non vedere, realtà in cui evidentemente stiamo vivendo, ovvero quella in cui sentirsi “giù” è il nuovo credo, la nuova norma, il nuovo stato in cui crogiolarsi o bearsi rassegnati perché per essere UP, e cioè “su” pare si possa tutt’al più ricorrere alle droghe o ai soldi che possono regalare momentanea astrazione dallo stato perennemente DOWN in cui la maggior parte della gente evidentemente si trova.

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Una situazione tragicamente attuale che mette i nostri figli (ne ho pure uno di vent’anni) di fronte a un futuro davvero incerto, e che fa pensare noi pluriventenni di solo una generazione fa, che poche decine di anni addietro avevamo davanti, se non proprio rosee prospettive, almeno timide aspettative.

Un logo neppure mal riuscito, risultato dal fondersi di due frecce, una che indica l’alto e l’altra il basso, sanciva un ulteriore significato universale al motto scritto, in modo che tutti potessero capirne il significato anche senza conoscere bene l’inglese. Un lavoro perfetto per semplicità ed efficacia quanto spietatamente crudo.

E il tutto scritto con la biro sull’interno della porta di un rozzo cesso, ad altezza degli occhi quando si sta seduti sul water. Impossibile non vederlo.
Sarà così, mi sono detto, e nel solito vento e nella solita pioggia ho poi raggiunto la mia tenda.

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