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Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 3

Due (anzi 19.000) parole con Alessandro Gogna – 3 (3-3)
intervista di Christine Kopp (Milano, 3 e 9 febbraio 2016)

La pancia: l’istinto come arma positiva.
Nel gergo di tutti i giorni, noi parliamo tanto della “pancia” – cioè ascoltare la pancia; se per esempio tu vai ad arrampicare sabato, ma la tua pancia dice che c’è qualcosa che non va, cosa fai?
Qualche volta vado lo stesso, ma puoi essere sicura che allora non mi diverto! Non mi diverto per niente.

“Divertire” – ti ho beccato, ti sta bene, non volevi mica non usare questa parola? (Ride).
La pancia è l’istinto. Devi allenarti all’istintualità. L’istinto è un’arma che abbiamo, un’arma molto forte e positiva che tu hai per fare fronte all’io. L’istinto è proprio l’inconscio che hai dentro di te, che sei tu alla fine. Io sono, tu sei, noi siamo: ci sono delle parti che riconosciamo e delle altre che non riconosciamo. Le parti che riconosciamo sono le più forti. Questa è la mia convinzione di base. Che poi non sono certo io a inventarlo. Alla fine è una figurazione, è un modo per capirci, per cercare di capirci. La parte che non riconosciamo ogni tanto manda segnali che in psicologia sono stati riconosciuti come i déjà-vus, le visioni a occhi aperti, i sogni e anche le emozioni istintuali: in presenza di questi, non puoi non dirti: “un momento, sono avvertimenti che non so spiegarmi”. Non ti arrivano dal tuo io. Il tuo io dovrebbe registrare questi segnali e non gettarli come se fosse merda, cosa che normalmente invece fa. L’istinto è una delle forze, è una delle energie veramente positive.

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E con mistero cosa intendi?
Per mistero intendo semplicemente tutto quello che non sappiamo. Che è tanto. Portando la parola “mistero” al discorso iniziale della pervicace ricerca del proprio destino, questa ricerca è una continua e dolce, mite aggressione al mistero. Adesso, cara mia, pensiamo al mangiare. Cosa vuoi bere – del bianco o del rosso?

Sinceramente io normalmente a pranzo non bevo…
Ma oggi sei con me, dunque bevi e basta!

Va bene, capo! Tu avevi scelto quella strada della ricerca interiore. A partire dal ‘75. Ma poi ti sei messo con una donna che tu stesso hai detto che raffigurava il contrario, se ho capito bene. Questo per salvarti?
Sì. Per salvarmi, ma non ho agito coscientemente, è ovvio. Ma se m9i guardo indietro non può che essere stato così. Ci sono delle persone che ti riportano con i piedi per terra. E Bibi mi ha riportato con i piedi per terra facendo due figlie con me, che non è roba da poco… E Guya mi ha riportato con i piedi per terra in un altro modo ancora. Mi hanno riportato entrambe con i piedi per terra, ma non è che io fossi chissà dove, semplicemente avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse a non esagerare – non mi fa tanta paura il pericolo, l’entità del pericolo, quanto come lo affronto; cioè non ho paura del pericolo in se stesso bensì del fatto di non esserci preparato a sufficienza. E se qualcuno mi aiuta, non è che mi fa schifo!

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Ma da questo potrei dedurre che tu hai una fottuta paura della morte?
Non credo di avere più paura degli altri, ce l’ho né più, né meno degli altri. Non mi sembra di avere una paura fottuta della morte, credo di avere una paura normale. So che succederà, vediamo di farlo succedere il più tardi possibile, come penso che miliardi di persone pensino. Il momento del passaggio, quello sì, penso che faccia paura – il passaggio da uno stato all’altro.

(Riscalda un avanzo di risotto, accompagnato da un bicchiere di rosso.)

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La ricerca dell’equilibrio. I sogni.
La ricerca dell’equilibrio. Facendo un ritratto di te, si potrebbe intitolarlo qualcosa come “il sottile equilibrio tra dentro e fuori”? È un concetto importante, l’equilibrio, per te, vero?
Sì. Tra il dentro e il fuori va abbastanza bene. È una visuale che sento mia. Con il tacere che dicevo prima, parlando metti un piede di qua e uno di là e si va a perdere quest’equilibrio. Puoi anche parlare del sottile equilibrio tra la mia coscienza e la mia incoscienza (intesa ovviamente come inconscio).

Avendo trascritto così tanti sogni – oltre 2000 – ti aiuta?
Tu perché mi hai parlato di sogni violenti che hai fatto tu?
(Si riferisce a una parte di conversazione qui non riferita).

L’intervistatrice, Christine Kopp
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Perché non ci avevo più pensato prima, sapevo di aver sognato quello che ho sognato prima della morte di mio fratello – quando poi è veramente morto, è stata una cosa molto potente. Sognavo che lui moriva, o assassinato o in un incidente, comunque sempre una morte violenta. Mi ha impressionato. Ovviamente mi sono anche chiesta quanto era una premonizione della sua morte o quanto io volevo che accadesse.
Per me nessuna delle due. I sogni sono uno strumento che riguarda esclusivamente noi stessi. Quindi non vedo come si possano applicare a quelli che ci stanno attorno, non può esserci premonizione di cose che riguardano altri individui. A maggior ragione per “il quanto volevi che accadesse”.

La tua prima osservazione è: mi si offre la visione della futura morte di mio fratello. La seconda è: voglio che succeda. Secondo me nessuna delle due è il significato del sogno. Perché se vuoi ci sono delle biblioteche intere di Freud, Jung, ecc. che te lo spiegano… Solo la cabala napoletana pretende cose del genere… Psicanalisi e psicologia analitica dicono altre cose. L’interpretazione del sogno non va mai nel senso di prevedere il futuro.

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Il sogno è una fotografia della tua situazione interiore, dove però le figure che noi utilizziamo pittoricamente – uomini, donne, mamme, figli, sconosciuti – di solito hanno delle precise funzioni. Per esempio in genere se tu sogni una donna, un’amica o anche no, queste figure femminili rispecchiano esattamente quello che è il tuo inconscio. Sognare invece la figura di un fratello o di un uomo per te è in genere la rappresentazione di quello che Jung ha chiamato “l’animus” (“anima” nel caso un uomo sogni una donna). Animus e anima sono la rappresentazione della parte inconscia più profonda, quella “collettiva”.

I fatti che il sogno ti racconta sono messi lì non perché avvenga la morte, ma perché avvenga una rinascita (come vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto). Se pensi in termini di rinascita, e non di morte, cambia tutto perché in effetti sognare che tuo fratello morisse non ha nulla a che fare con tu fratello vero ma con la figurazione che ti stai facendo (aggressiva) del tuo inconscio collettivo. Penso che la tua necessità di uccidere questo inconscio collettivo sia il frutto di come sei stata educata. Il conscio collettivo (come dire l’ego collettivo) reprime l’inconscio collettivo esattamente come tutti tendiamo a fare a livello individuale. Lo vuole uccidere, schiacciare. E il conscio collettivo è tutto l’insieme di credenze, di condizionamenti della società che hai in te, anche e soprattutto l’autorità. Condizionamenti che ci sono senza che tu te ne accorga, di un’intera società. È vero che la società svizzera è diversa per esempio da quella italiana. E queste differenze sono proprio date da condizionamenti che vengono dalla nostra storia. I condizionamenti consci vengono dalla società civile, te li insegna, “la forchetta devi tenerla così”; nel caso dei sogni con tuo fratello parliamo invece del conscio collettivo, quei condizionamenti che non sono riconducibili alla tua educazione ma al fatto che sono ben presenti in una società e in una cultura.

Stiamo parlando, nel tuo caso, di tutto ciò che la maschilità in senso generale possa rappresentare. La caratteristica violenza significa che c’era nel momento del tuo sogno un grosso contrasto tra il fatto che tu eri spettatrice di qualche cosa che andava verso una fine violenta e la tua necessaria e futura presa di posizione. Violenza ripetuta e ripetuta, come se fosse un’esigenza. Quello che viene sottoposto al sognatore, è l’esigenza del sognatore, non l’esigenza di altri.

La tua esigenza, in quel momento, era che ti si creassero delle condizioni per cui tutti questi tuoi condizionamenti determinati dal tuo non-essere maschile potessero in qualche modo essere eliminati.

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Non c’entra niente tuo fratello, dimentica tuo fratello: la tragedia era raffigurata per farti capire che tu volevi troppo bene a questi condizionamenti, che invece dovevi eliminare. La tragedia era per questo, questo era il significato del sogno. Dimentica che fosse lui, perché lui non c’entra. Lui era la rappresentazione del tuo inconscio collettivo, e quando si hanno dei sensi di aggressività verso l’inconscio collettivo in questo modo, da farlo morire nei sogni, sei oltre un certo gradino, vuole dire che stiamo esagerando nella repressione. Ti posso fare un elenco di cose contro cui mi sono ribellato o vorrei che la gente si ribellasse, per esempio contro la superficialità che io condanno e che vedo molto tipica degli italiani.

Io non so per quale motivo sei venuta in Italia. Un individuo che lascia un paese, un posto… un motivo c’è. Io sono stato per 20 anni a Genova, poi sono venuto a Milano. Dovevo farlo! Per fortuna l’ho fatto! Dovevo andare in un’altra città, dove io potevo esercitare meglio quelle che erano le mie tendenze che nella città dove ero nato non potevo fare. E lì c’è stato anche da parte mia una ribellione contro quello che era stato sia il conscio collettivo dei genovesi, che è una cosa allucinante, sia anche l’inconscio collettivo. Una volontà di andare fuori. Non sono mai arrivato a sognarlo, anche perché l’ho fatto abbastanza presto.

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Tu avevi sorelle o fratelli?
No, ero da solo.

Sai, è interessante. Ho fatto la maturità con il latino. L’italiano era una materia facoltativa, ma avevo già troppe altre lingue, tra cui il russo facoltativo, e non mi lasciano fare anche l’italiano. Fatta la maturità sono andata subito di mia volontà in Italia, a Firenze, per fare un corso di italiano. Sapevo già di voler fare la scuola per traduttori con l’italiano. (L’unica cosa che sono riuscita a fare prima era frequentare un corso facoltativo sempre sulle novelle di Giovanni Verga – ho cominciato con Verga…). Dopo ho fatto la scuola per traduttori, ho fatto anche sette mesi a Bologna. Ho cominciato a lavorare, ma per anni l’italiano non era importante. Poi, molti anni dopo, per lavoro ho conosciuto Lecco e Natale Villa e mi sono trasferita qui. E adesso sto con Eugenio in Valsassina. E pensa che già mio nonno materno, che io non ho mai conosciuto, aveva lavorato in Italia, a Barletta, prima della prima guerra.
Una delle cose più potenti dell’inconscio è la lingua. È un serbatoio gigantesco, quasi infinito di sensazioni, emozioni, ecc. che possiamo definire inconscio. Siccome tutte le parole nelle varie lingue sono diverse e quindi anche i contenuti. Quando una parola come te sente il desiderio di…

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… volevo proprio un’altra lingua, cercavo un’altra lingua!
… avevi bisogno di uccidere la tua lingua, veramente, parliamo a livello raffigurato, ovviamente, per rinascere in un’altra lingua. E non mi stupirei se fossero abbastanza simili i due periodi. Pensaci tu.

Un’altra cosa interessante è che la mia passione sono sempre state le lingue (e i fiori – ma fare un mestiere con i fiori non sarebbe valso abbastanza nella mia famiglia). Poi una cosa stranissima è che io sono cresciuta a Berna e so parlare il dialetto bernese, che è un dialetto forte e ben distinto. Ma casa e in famiglia parliamo il lucernese, visto che i miei vengono da Lucerna. Adesso quando parlo con bernesi o vallesani (che sono abbastanza vicini come dialetti a quello bernese), faccio un mix stranissimo tra bernese e lucernese e mi da molto fastidio. Con gente da Lucerna verso Nord e verso Est parlo il lucernese e mi sento bene, ho la mia identità. Invece quando parlo quel mix strano non sento una mia identità; ma non riesco neanche a parlare solo il lucernese, cioè quella che è la mia madre lingua vera. Mi adatto, a metà, ma mi fa stare male. In italiano questo problema non ce l’ho, mi sento “una”, con un’identità, che tra l’altro sarà un po’ diversa di quella primaria, svizzera.
… un’altra identità, sradicandoti dalla tua identità svizzera…

Infatti, sono anche andata abbastanza in crisi per questo. Chi sono? Chi sono in Italia, in Svizzera? Quali sono le mie radici?
Hai presente gli arancioni – vestiti di arancione, andavano in giro danzando, ora ci sono i seguaci di Osho… Io capisco perfettamente l’ansia di un individuo che non si riconosce più (o non a sufficienza) nella propria religione, quella in cui è cresciuto. E che in qualche modo cerca istintivamente un’altra via. Allora viene a contatto con queste religioni orientali, ecc. e ne rimane affascinato. C’è chi le abbraccia rimanendo quello che è, quindi senza esagerare, e c’è chi le abbraccia andando in giro a chiedere l’elemosina, suonando il sitar. Questo è il casino che dicevi tu. L’abbandono delle tue radici non va bene. È qualcosa da evitare.

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Ma forse non sapevo neanche bene dove e cosa erano le mie radici! Il discorso è che come dici tu, dovevo andarmene, forse; poi, certo, le radici svizzere ci sono, in una serie di cose, di condizionamenti, forse volevo combattere i condizionamenti trovandomi altre radici. Nnon sono più così convinta che uno ce le ha solo dove è nato, ecc. Una parte sì, certo. Ma forse dopo tutto puoi mettere altre radici, come le piante, come certe piante. Certe non puoi trapiantarle, morirebbero. Altre ti fanno altre radici, puoi anche tagliare un ramo e questo cresce e fa radici in un altro posto!
Abbandonare le proprie radici è molto pericoloso perché ti espone a una serie di disadattamenti improvvisi dove ti chiedi “ma chi sono io”. Nello stesso tempo però tu sai perfettamente che dovevi andare. Allora era l’uccisione per la rinascita. Questo è il discorso. Io non vorrei abbandonare mai completamente le mie radici genovesi, sono per me una sicurezza che c’è un senso, sono un po’ utilitarista in questo senso.

In casi come noi, certo, vai via, capisci l’importanza del posto da dove vieni, questo non lo nego. Io sono svizzera…
… ma tu per esempio ridi delle battute che fanno a Lucerna? E anche di quelle che fanno a Lecco?

Ma certo!
Questo è importante. Ridere non è razionale. È la traduzione dei nostri contenuti. La cosa che dovresti andare a vedere un po’ è capire quelli che sono stati i periodi importanti… Il primo amore, il secondo amore… Sono sempre gli stessi che girano.

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Certo, lo faccio continuamente. Oggi i sogni li contempli ancora? Li trascrivi ancora?
No, anche perché effettivamente sogno di meno. E i sogni che faccio non hanno quella potenza che invece avevano gli altri. Il trascriverli non è un’operazione così semplice – devi essere attrezzato, aver il libricino pronto, ecc. L’ultimo che ho trascritto sarà di quattro, cinque anni fa. Infatti, non ne sento più il bisogno. Magari li ascolto abbastanza per non avere la necessità compulsiva di trascriverli per poi poterci pensare. Prima li scrivevo perché era talmente forte la voglia di prevaricazione del mio io che di certo li avrei cancellati, non me li sarei più ricordati. Adesso questo non c’è più, quindi non c’è bisogno di scriverli. Anzi non ho neanche più bisogno di ricordarli.

Ma ti ha aiutato?
Certo. Ho fatto anch’io il mio percorso. Ho fatto tre anni di psicanalisi che è stata una delle più belle cose che ho mai fatto. Non per cura, ma per mio volere. E quindi mi è servito eccome. Era in questo periodo che cominciavo a capire come agiscono queste forze e l’insegnamento è stato quello di non rifiutarle. Neanche le più cattive. Sono convinto che più vuoi cancellare, rifiutare, più saranno violenti questi sogni. Cioè più è forte quest’azione di compressione, più i sogni saranno violenti perché c’è urgenza da parte del sogno di farti capire che la situazione è drammatica. Più una cosa nel sogno come emozione o colori è forte, più c’è bisogno dentro di te che questa cosa vada presa sul serio. È abbastanza semplice. Quando salgo sul tram e sento parlare una persona qualunque, che magari dice cretinate ed è antipatica, la prima cosa che penso è che sono proprio quelle le situazioni che io cerco di schiacciare; la presenza di questa persona è la rappresentazione concreta di questo mio atteggiamento che dovrebbe essere corretto. Così la giornata non è mai noiosa, anche gli eventi più banali diventano significanti!

… la classica proiezione…
Sì. La giornata che si svolge, da quando ti svegli, poi fai una telefonata, incontri delle persone, ecc., tutto questo turbinio di parole, di fatti che ti capitano puoi benissimo dimenticare tutto, puoi benissimo lasciare stare, ma sarebbe sprecato. Perché tutto quello che tu vedi attorno a te, secondo me, è importante e arriva anche a delle azioni correttive – per esempio tra me e Guya c’è un continuo e scherzoso dibattito su cosa significa avere un gatto in casa. Da una parte io dico per scherzo che è una grandissima rottura di coglioni… Lei sa benissimo che io scherzo, che voglio bene al gatto. Però possono esserci delle cose anche più serie; per esempio lei tende a personificare oltre ogni limite attribuendo anche qualche intelligenza al gatto che io dubito che abbia. Lei mi dice “guarda come ti tocca con questa zampa”, io tendo a non dare importanza a questa cosa, ma so che questa zampa ha la sua importanza, succede che faccio un po’ di correzione, a quel punto essere toccati con quella zampa è una manifestazione di affetto, mentre se non ci fosse nessuno a fartelo notare, mi perderei qualcosa. Ecco perché ti dico che forse la terza moglie è la più semplice, perché sono queste le semplicità di cui sto parlando e di cui ho bisogno. C’è indubbiamente più attenzione a certi particolari.

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Ma con lei parli di alpinismo, del tuo blog?
Lei fa la parte di quella che mi tiene un po’ con i piedi per terra. Da una parte una, due volte sono andato da lei e le ho detto “guarda cosa ho scritto” ed era la cosa più polemica, contro quello, contro questo, allora lei mi ha risposto “vedrai che ti arriverà qualche querela!”. “Ma che cazzo dici, ma pensa te!” Dopo invece ci pensi e le dai ragione. Se invece è una cosa troppo tecnica di alpinismo, allora lascio perdere. Lascio abbastanza al caso. Forse tempo fa avrei voluto che lei leggesse per esempio il post sulla “pervicace ricerca del destino”, in realtà non l’ha letto – magari l’ha letto per conto suo, ma non credo. Lei è piuttosto insensibile a certe cose, ha il suo equilibrio, non è portata a questa ricerca, anzi, evidentemente è portata ma non lo fa. Altrimenti non starebbe con me, e io lascio stare. Il fatto che piaccia a me dividere il pelo in quattro non è che lo debbano fare tutti. Tranne magari quando stiamo parlando di problemi di qualcuno, in famiglia, di amici, e una volta lei mi chiamava continuamente “il piccolo Jung”… (Ride).
Lei ha questa abilità di dissacrare, dissacra tutto, mette tutto un po’ sul ridere. E questo è bello, a me piace.

Ti dà anche la giusta leggerezza dell’essere, se no ci perdiamo…
Per cui cercare di convincerla o comunque metterla davanti a dei contenuti che so già che non la interessano, non vale la pena. Ecco perché non c’è questo scambio. C’è in altre forme, e va bene così. Non spingo. Lo stesso con le mie figlie. Ogni tanto vedono cosa ho scritto, mi chiedono “tu ti sei occupato di questo?”… Ho imparato a non spingere, all’inizio magari lo facevo.

Normalmente si ottiene poi il contrario, se uno lo fa…
Esatto. Cosa vuoi sapere ancora, cosa ti sta a cuore?

Allora, guardiamo l’orario. Sì, facciamo ancora una mezz’oretta. Sono senza macchina a Lecco, quindi dovrei prendere il treno delle 17.20.
Se sei venuta in treno è proprio perché qui dovevi venire senza auto, la tua essenza e basta. Nuda, senza orpelli.

La libertà non c’è senza limite.
Un discorso che non abbiamo ancora fatto è quello sulla libertà. Il fatto che la libertà non c’è senza limite, un concetto che ribadisci più di una volta. Libertà non è anarchia.
Libertà non è anarchia e non è neanche la libertà del bambino che fa quello che vuole. Il significato della parola libertà ha significato solo dentro determinati contesti. Il contesto delle scelte, appunto, che devi fare. Se non hai fatto scelte, non hai libertà. E le scelte le fai ponendoti dei limiti.

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Ma il tuo alpinismo dopo aver cominciato la ricerca interiore, e lo dici tu stesso, non è stato più così estremo… Ma oggi vai ancora in montagna. Cos’è ‘sta montagna per te? È un ambiente per te necessario per la sopravvivenza, è la passione, cos’è?
È vero che vado sempre tanto in montagna, ma è anche vero che l’età aumenta e determinate cose non le posso più fare. Non ho più l’energia, ma neanche più la voglia di farle, anche se mi piacerebbero ancora. Le ho fatte. La montagna quella della quota, della neve, dell’inverno – ho parlato della solitudine, ecc.: no, basta. Poi adesso ho anche un po’ di problemi di equilibrio, per cui non vado neanche più a sciare. Quindi anche quello è abbandonato. Quello che faccio sono salite su roccia, su mezza montagna o falesia, non proprio montagna montagna. Vado dove c’è poco da camminare, dove non c’è tanta discesa, sempre per il problema dell’equilibrio, camminando faccio fatica, mentre non faccio fatica ad arrampicare. Detto questo, avendo un po’ delineato cos’è la mia attività – magari si svolge anche sul difficile, ma comunque sul difficile protetto, vedo che il resto lo sto limitando, preferisco ad andare sul difficile protetto, anche se un po’ mi dispiace.

Se non ti limiti, l’io si potrebbe gonfiare…
Esatto. Comunque. Mi piace l’ambiente, mi piace però anche l’ambiente della campagna, non necessariamente deve essere verticale. Il fatto di andare sul verticale che cosa mi dà? Mi dà il modo di vedere anche che grado faccio in più o in meno di un anno fa, di tre mesi fa, di sei mesi fa; lo guardo e lo vedo, questo sì. Ma lo faccio più che altro per indagare il modo in cui lo faccio. Per me è la prova del nove per capire se il mio procedere nel mio cammino, nella mia pervicace ricerca del destino, sta andando nella direzione giusta o se invece sta andando nella direzione sbagliata!

E se va nella direzione giusta, cosa vuol dire?
Me ne accorgo. Se tu in quei dieci minuti di un tiro di corda o in quelle tre ore di una via vedi che li fai bene, non mi esalta dal punto di vista che li ho fatti bene ma dal punto di vista che vuol dire che io sto bene. Il fatto che sto bene mi fa procedere ulteriormente sulla strada della ricerca. Per me è letteralmente una prova del nove. Ogni volta. Con risultati non sempre univoci… Per esempio quando ci siamo incontrati l’estate scorsa al Gran Sasso ero in una fase nella quale dovevo assolutamente stare fermo. Sono arrivati anche degli amici che volevano andare assieme a me in montagna, ho detto no, sto con Guya; già vado tutto l’anno per i cazzi miei, questa volta sto con lei, non mi va di lasciarla da sola. E ho fatto bene. Quando siamo tornati si è spaccata la macchina, il gatto quasi ci lascia le penne, scena da incubo… Poi dopo a Briançon mi sono rotto il naso. Lì era chiaro ed evidente che dovevo stare fermo. Guarda caso dopo ho scoperto che c’era un problema con la tiroide; il malanno fisico è comunque importante – curiamolo, nel momento in cui tu ti sottoponi alla cura tu stai ritrovando il passo giusto della ricerca.

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Come quando mi sono spaccata il ginocchio e mi sono detta devo rallentare, andavo troppo in fretta. E fino a oggi è una parte del mio corpo che mi fa capire quando devo rallentare. Oggi comincio ad ascoltarlo di più. La mia testa, il mio io magari vorrebbero fare di più e vorrebbero che io fossi più brava – invece il corpo mi frena… Ho sempre chiesto tanto da me, anche perché hanno sempre chiesto tanto da me.
Lo spirito competitivo che ci ossessiona sono sempre più convinto derivi dalla civiltà in cui sei cresciuto, però in fine su che cosa si appoggia? Tu prima hai detto una cosa molto bella: “hai dell’affetto quando sei brava”…

Più estremo ancora; nella mia testa c’è stampata la frase “ti amiamo se tu sei brava”.
… quando sei brava, ti amiamo; questa secondo me è follia pura. Abbastanza spesso è vero che l’amore che c’è in una famiglia non viene fuori se non c’è risultato, la bravura di un figlio. Mi sembra delirante…
Dunque è nella competitività che risulta esserci trasmissione tra padre e figli.
La competitività non è una cosa che dobbiamo buttare via in sé, però appunto dobbiamo stare attenti che questo dono non superi se stesso o meglio che noi a questo dono non attribuiamo valenze che farebbero ingigantire il nostro io. Se ci riusciamo, il dono del senso competitivo rimane una cosa positiva.

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