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Due è una folla

Due è una folla

Racconterò un mio episodio personale che risale al 1964, quando avevo 17 anni. Quell’estate in Dolomiti ho salito 80 vie in solitaria, perché non avevo compagni. Allora capitava spesso, oggi è più facile trovare anche perché c’è più gente che arrampica. L’autunno dopo, quando nella Sezione Ligure del CAI tutti, io compreso, ci facevamo belli delle nostre salite estive, ebbi timore che chi avrebbe magari potuto portarmi in macchina da qualche parte ad arrampicare potesse pensare che ero matto e quindi ero da evitare. Nelle relazioni per il bollettino sezionale ciascuno di noi scriveva le salite che aveva fatto: io non volli rinunciare a citare le mie salite sul IV, V grado, però inventai un compagno che si chiamava S. Odola, di Roma, che anagrammato vuol dire «da solo». Ecco il mio atteggiamento iniziale verso le solitarie: funzionale alle salite stesse.

Hermann Buhl sposa Generl (Eugenie), marzo 1951
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Poi venne il periodo delle grandi letture e proprio tra i primi libri lessi È buio sul ghiacciaio di Hermann Buhl. M’impressionarono particolarmente la sua salita solitaria al Nanga Parbat e la sua solitaria invernale e notturna della via dei Salisburghesi alla parete est del Watzmann. Come può un uomo giungere a tanto? Cosa danno queste imprese all’alpinismo in generale? Per rispondere mi furono necessari anni di esperienze e di conoscenza. Watzmann e Nanga Parbat sono una grande leggenda, protagonista un uomo che avrebbe accondisceso a ben pochi compromessi con il successivo mondo dell’industria sportiva e dell’alpinismo spettacolo: lo dico di certo con la complicità della sua morte inopportuna, ma anche con la certezza di non sopravvalutarlo più di tanto: perché oggi sono altri tempi e lui non si sarebbe trasformato.

Il mito del solitario è legato strettamente al grado di difficoltà. Il terzo grado della scala Welzenbach fu per la prima volta superato nel 1877 dalla guida cadorina Luigi Cesaletti detto Coloto quando salì la Torre dei Sabbioni da solo. Fino ad allora nessuno aveva superato difficoltà di quel genere, né in Dolomiti né altrove, nemmeno nel Kaisergebirge. Il quarto grado è generalmente riconosciuto a Georg Winkler. Questi scrisse che una volta gettò un uncino verso l’alto su una via che si chiama via della Scala, nel 1887, pochi giorni dopo la sua famosa salita alla Torre Winkler: fu costretto a questa manovra perché veramente piccolo di statura. Scrisse anche di aver usato un altro artificio raccapricciante: Michele Bettega, molto forte e ben più alto di lui, aveva salito una via con un passaggio assai difficile. Winkler la volle ripetere da solo e, sotto il passo duro, gettò la corda sopra uno spuntone in modo che cadesse dall’altra parte e tenendosi con una mano a un capo mise il piede in un’asola che aveva fatto sul primo capo. In pratica fece una staffa autotenendosi e riuscì ad afferrare un appiglio sopra. Ma per ciò che riguarda l’impresa che lo rese famoso, la Torre Winkler, me lo immagino annaspare penosamente lungo la fessura, incastrato con la mano, il braccio, le spalle, in completa e assoluta arrampicata libera (free solo).

La parete est del Watzmann (Salzburger Alpen), che Hermann Buhl nel 1953 salì in prima invernale e da solo (per la via dei Salisburghesi)
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Quanto al V grado, meglio precisare se V in parete o V in fessura. Abbiamo l’esempio di Hermann Delago che per primo fece il V grado sulla Torre Delago e l’esempio di Tita Piaz che nel 1900 lo superò nella sua famosa fessura alla Punta Emma: entrambi solitari. Sul V+ si potrebbe discutere molto. Forse Angelo Dibona, forse Hans Dülfer da solo. Dülfer fece il V+ da solo, qualcuno dice anche il VI-. Non è vero, perché sul VI- della via più difficile di Dülfer, cioè sullo spigolo sud del Catinaccio d’Antermoia, sul secondo tiro che è il più difficile, egli fu assicurato con le corde dalla sua ragazza, Anne Franz; lui piantò uno-due chiodi, poi la poverina proprio non ce la fece a salire e Hans la piantò lì sulla cengia per tutto il giorno. Salì in cima e ridiscese in corda doppia a prendere la sua beneamata Anne con la quale scese poi alla base. E siamo al 1914. Dopo la guerra venne l’epoca del VI grado ed effettivamente qui l’alpinismo solitario cominciò ad avere un rallentamento. L’exploit dell’alpinismo solitario diminuì. Una grandissima solitaria fu quella di Emilio Comici sulla Nord della Grande di Lavaredo. Però non fu una prima. Fu la salita solitaria della stessa via che Comici aveva aperto quattro anni prima. Quindi dimostrando di poter avvicinarsi al limite raggiungibile in cordata, senza però superarlo. Arriviamo così alla famosissima solitaria di Cesare Maestri, che fece nel 1953 la parete sud-ovest della Marmolada. La famosa via Soldà, che era di VI+. Ebbene, VI+ ne erano già stati fatti, anche la Soldà era stata fatta quasi 20 anni prima. Maestri dimostrò ovviamente di fare una cosa grandissima, ma dimostrò anche che per un solitario era un po’ difficile fare qualcosa di più di una cordata o di lui stesso se fosse stato legato con qualcun altro. Sempre andando avanti a balzelloni e stando nelle Dolomiti, c’è ancora un esempio di qualcosa fatto da un solitario e superiore, come grado, a ciò che preesisteva. Parlo di Domenico Bellenzier, che fece nel 1964 la prima ascensione alla parete nord ovest della Torre d’Alleghe: siamo alle porte del VII grado.

Hermann Buhl con la figlia Kriemhild
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Nelle Alpi Occidentali, quando Walter Bonatti salì da solo il suo spigolo del Dru nel 1955, un anno prima i francesi avevano salito la via accanto: si può discutere sui passaggi in più o in meno, ma all’incirca le difficoltà erano quelle. Bonatti dimostrò di saper fare in prima ascensione ciò che altri avevano fatto prima in prima ascensione però in cordata. E la stessa cosa si può dire di René Desmaison e molti altri. Quando l’alpinismo era molto romantico, fine ‘800 – primi ‘900, il solitario era spesso il battistrada.

«Non può accadere nulla, se c’è anche Hermann Buhl… (Heinrich Harrer, primo salitore dell’Eiger)». «Non ha avuto il tempo di diventare un maestro e non ne aveva le caratteristiche: era un indipendente nato, spinto alle imprese da un temperamento dall’eccezionale audacia (Marcel Schatz, membro della spedizione francese all’Annapurna)». «Al tirolese Hermann Buhl riuscì il quasi impossibile… circa 1400 metri di dislivello senza ossigeno, dalle due di notte fino alle sette di sera, tratti di difficile arrampicata su roccia, circa quaranta ore nella zona della morte: è stata un’impresa senza paragoni (Reinhold Messner)». Questi giudizi sono del periodo 1957-1979. Da allora l’interesse per la figura di Hermann non si è spento: forse occorre attendere che qualcuno dica cose nuove su di lui o che ne riprenda l’esempio.

L’odierna divisione dell’alpinismo in arrampicata sportiva e alpinismo classico sta modificando i meccanismi di pensiero sia della gente che guarda da lontano (o che non guarda) sia degli addetti ai lavori. Negli anni ’80 si sapeva con massima precisione quante flessioni con un dito solo faceva Patrick Edlinger e si vociferava che Jerry Moffatt si tingesse i capelli. Ma pensando a Buhl, messe da parte le differenze di età, di difficoltà e di luoghi, ritroviamo oggi gli stessi dubbi, le stesse gioie che un tempo abbiamo provato. Perché non c’è nulla che ce lo differenzi, che ce lo spinga lontano. Buhl ci è molto vicino, un mito che ci scalda, non un punto luminoso cui fare soltanto riferimento. Questa sua umanità, che traspare così tenera nel suo ricordo, ci è entrata nel cuore. Difficilmente potremmo dimenticarlo.

Poi, con il progredire della tecnica, l’alpinismo diventò gradualmente sempre più sportivo, e allora il solitario non ce la poté più fare contro una cordata. Dunque, se è vero che il solitario nel primo periodo ha fatto evolvere l’alpinismo, cosa possiamo dire sul secondo? Si potrebbe rilevare il grande stimolo che danno i solitari. Quando un Renato Casarotto o un Thomas Humar fanno quello che hanno fatto da soli, ti dimostrano che è ora che qualcuno faccia di più. In questo consiste l’evoluzione che ancora l’alpinismo può avere dall’alpinismo solitario. Una frustata di energia: si dice, se quello da solo fa quel che fa, allora si può fare anche di più in cordata. Necessariamente. Ed è un messaggio che ogni tanto qualcuno raccoglie per produrre nuove imprese.

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