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E’ dura la vita dell’Alpe!

Il Mongioie mi ricorda una notte di fine giugno 1968. Il CAI Uget aveva organizzato un ritrovo per gli iscritti ad una prossima ascensione del Kilimanjaro e non ricordo più come io vi fossi stato coinvolto. Fu una notte di festa, andai a dormire abbastanza brillo in tenda con Giorgio Griva. Il mattino dopo, ad ora tarda, sentendo i rumori del campo, l’amico si affacciò pigro verso il sole accecante e tra le smorfie mormorò “È dura la vita dell’alpe!”.

ll famoso maggio 1968 era passato da un mese ed io non avevo ancora 22 anni. Ero iscritto all’università ma già non frequentavo più. Avevo appena salito d’inverno la parete nord est del Pizzo Badile, con dei compagni splendidi così diversi fra loro… Covavo il bruciante desiderio di salire da solo sul pilastro Cassin delle Grandes Jorasses, cosa che poi feci giusto un mese dopo. Questi successi mi avevano eccitato, vivevo una condizione di grandi progetti mirati e, nonostante la mia contraddittoria posizione di studente, camminavo una spanna sopra i normali problemi di tutti.

Di quello che succedeva nelle università non mi interessavo, a Genova poi ogni cosa giungeva ovattata, epurata di ogni carica dirompente. Anche il maggio francese non colpì molto l’ateneo ligure, così seppi qualcosa soltanto leggendo i giornali oppure parlando con gli amici di Milano e Torino. Compagni come Paolo Armando o Ettore Pagani, entrambi studenti di architettura, erano ben impegnati in quel movimento che sembrava allora travolgere l’ordine costituito per dare spazio alla libertà.

Una libertà collettiva in contrapposizione a un ordine collettivo… ma in quel momento mi sentivo troppo libero dentro per curarmi della libertà collettiva. E comunque, al di là della mia esperienza individuale, anche l’ambiente degli appassionati di montagna non era ricettivo: tutto continuava come prima, sulle riviste neppure un cenno, perché quella era “politica”. Il CAI non si è certo lasciato turbare da passeggeri fenomeni.

Alpi Liguri, panorama dalla Cima di Piano Cavallo: da sinistra a destra,  Marguareis, Cima Pian Ballaur, Cima delle Saline, Rocce di Manco, Cima delle Colme/Monte Mongioie.
Alpi Liguri, panorama dalla Cima di Piano Cavallo: da sinistra a destra,  Marguareis, Cima Pian Ballaur, Cima delle Saline, Rocce di Manco, Cima delle Colme/Monte Mongioie.In una mia conferenza, l’anno successivo, rispondendo ad una precisa domanda, ricordo che rivolsi al pubblico l’esclamazione “noi il Sessantotto l’abbiamo fatto sulle montagne”, provocando un mezzo delirio di applausi frenetici. La frase era un po’ ad effetto, ma era indubbiamente vera e liberatoria: volevo solo dire di essere completamente estraneo alle lotte di piazza o in aula.

Sei anni dopo ebbi un lungo momento di riflessione e in quel periodo giunsi finalmente a comprendere cosa era successo: interrogandomi su ciò che realmente avrei voluto “fare da grande”, riflettei sui miei anni ruggenti. Ci fu un periodo in cui condivisi pienamente l’opinione di chi diceva che, in fondo, l’alpinismo era una fuga dalla realtà. Vissi quindi l’amarezza di chi ha compreso finalmente delle cose brutali ma neppure vuole cambiare rotta.

L’ambiente alpinistico di allora non recepì le novità perché sentiva l’inutilità di questi riferimenti collettivi applicati ad una passione individuale come quella dell’alpinismo. Un’attività che il pensiero di sinistra ha sempre qualificato come estranea ai problemi sociali della comunità ed all’impegno che l’individuo dovrebbe mettere nel tentare di risolverli. La stessa attività però, vista dai diretti interessati, è una continua ricerca della realtà e quindi sempre un fatto personale. La contrapposizione nasce perché le due opinioni equivocano sul significato della parola “realtà”. Gli attivisti di Lotta Continua mal sopportavano chi non s’interessava ai problemi del sociale (ciò che per loro era l’unica realtà); gli alpinisti non tolleravano alcuna ingerenza o giudizio sulla propria anarchia interiore.

Movimenti di piazza del ’68DuraVitaAlpe-1968Anche la scissione fra alpinismo e arrampicata sportiva degli ultimi trent’anni dimostra la lontananza del collettivo dal modo di sentire alpinistico. Oggi più che mai l’alpinismo ed il free climbing si trovano ad anni luce dalla realtà di tutti i giorni. Neppure i giornali parlano più delle imprese che i giovani continuano a produrre in varie parti del mondo, come se tutto si fosse fermato ai 14 Ottomila di Reinhold Messner.

Il CAI nel frattempo si è confermato granitico. Un’associazione nata con scopi del tutto estranei alla politica deve rimanere tale. Ma interpretando alla lettera questa direttiva non si va mai lontano: almeno sui problemi relativi alla conservazione ambientale, il CAI dovrebbe fare più “politica”, nel senso greco della parola. Altrimenti rischia l’autoemarginazione. La lotta per un ambiente integro potrebbe fornire il destro per superare l’isolamento dal collettivo che tanto è pesato e pesa. Nella protezione dell’ambiente si possono incontrare le aspirazioni di chi rimpiange il Sessantotto (e vede un riflusso continuo dappertutto) con quelle degli individualisti che si rifugiano nella montagna. Insistere sul sociale come possibile terreno d’intesa non ha portato a risultati.

La presa di coscienza personale dei fatti e delle idee del 1968 mi ha portato a una riflessione, a una crisi; superata questa, il mio alpinismo è stato un altro. Un po’ in ritardo, se si vuole: a causa delle persone diverse che frequentavo o magari di una tardiva maturazione. Pensai che si sarebbe potuto fare la rivoluzione tutti assieme, ma dopo breve mi convinsi che se prima la rivoluzione non la fai dentro di te non riesci a far nulla neppure con gli altri.

postato il 16 aprile 2014

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