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Estate 1960 (salita al Piz Boè)

Estate 1960 (salita al Piz Boè)
(dal mio diario, gennaio 1962)

Nel giugno 1960 m’iscrivo al CAI. Da un po’ ne avevo l’intenzione, ma colgo l’occasione dell’essere stato promosso per trascinare mia madre in via SS Giacomo e Filippo e lì farmi iscrivere alla Sezione Ligure.

Giunti a Soraga, dopo una gita al rifugio Contrin con la mamma e la nonna, ecco con le stesse compagne quella al rifugio Coronelle. Lo raggiungemmo nella nebbia, e là ricordo che guardavo con il muso in alto quei fortunati che s’addentravano in una specie di camino-canalone, porta d’ingresso per la mitica salita al Passo Santner versante val d’Ega. Al ritorno passammo sotto la grandiosa parete rossa della Roda di Vaèl, su un esile sentiero che faceva brontolare la nonna che mi dava dell’”assassino maledetto”. Riesco a trascinarle fino al rifugio Roda di Vaèl, e lì salgo al Monte Ciampaz, non per la via normale ma per un camino fronte al rifugio che m’impegna assai. E’ qui che ho arrampicato per la prima volta. La gita finisce al Ciampedie.

Un giorno di punto in bianco vado da solo a Vigo di Fassa e da lì al Ciampedie a piedi. Ho poco tempo e salgo quasi di corsa, poi traverso alla malga di Vaèl e da lì giù ancora a Vigo per la valle del rio di Valle.

Il sentiero che dal Passo Principe sale al Passo Antermoia
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Sono disperato perché non vedo modo di migliorare il mio record di altezza, poi trovo che, salendo al Passo di Antermoia, potrei salire la Cima Scalieret. Così, un mattino, parto con l’impegno di tornare prima dell’ora di pranzo. Vado in seggiovia al Ciampedie e da lì al Passo Principe, nella nebbia. Sono tentato di salire per la via ferrata del Catinaccio d’Antermoia, ma alla fine perseguo l’obiettivo iniziale e raggiungo il Passo d’Antermoia in un nebbione spaventoso. Non vedo neppure la Cima Scalieret, così torno indietro con le pive nel sacco. Con una marcia indemoniata riesco ad arrivare a Soraga alle 13.

Un altro giorno trascino mia madre sul Vial del Pan, quel balcone magnifico sulla Marmolada. Giunti alla diga del Fedaia, lei rimane lì e io salgo in seggiovia al Pian dei Fiacconi, con l’intento ovvio di salire sul ghiacciaio fino a superare il mio record di 2750 m (stabilito l’anno prima al Passo Santner). Salgo come invasato pestando la neve, fino a che uno mi avverte che potrei cadere in un crepaccio. Non che non lo sapessi, infatti cercavo di stare con attenzione sulle orme altrui. Ma comunque mi fermo e stabilisco, con l’aiuto della carta, d’essere arrivato a 2800 metri. Quest’anno infatti sono dotato di carte militari e di quelle del TCI.

Al ritorno, con la mamma scendiamo a Pian Trevisan. Da lì la convinco di andare a piedi fino a Penìa, poi fino ad Alba… e poi ancora fino a Canazei, fino al completo suo esaurimento.

Il rifugio Vial del Pan e il panorama sulla Marmolada
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Un altro giorno, con mamma e nonna, andiamo fino a San Martino di Castrozza e da lì, in funivia, fino al rifugio Rosetta. Ricordo un gran fragore di canzoni alpine. C’era un gruppetto che eseguiva bene, poi dopo un po’ tutto il rifugio cantava e l’effetto era un po’ sgraziato. Andando a comprare la cartolina vedo un libretto color celeste intitolato Rifugi della SAT (Società Alpinisti Tridentini). Me lo faccio comprare e lo sfoglio. Descrive tutti i rifugi del CAI-SAT della provincia di Trento. Nella nebbia salgo sulla Cima Rosetta, assieme ad altra gente delusa per la mancata vista su San Martino. Al ritorno chiedo e ottengo di poter tornare per conto mio. Prima a piedi fino al Passo Rolle, poi in autostop fino a Moena e da lì a piedi fino a Soraga, più precisamente alla frazione Zester, più alta ancora di Barbide.

La sera sfogliai più accuratamente la guida dei rifugi e notai che il rifugio Vioz 3535 m, nel gruppo dell’Ortles, è il più alto di quelli della SAT. Feci subito un progetto per raggiungerlo, poi però realizzai che tra l’andare a Pejo (acque minerali), salire al Vioz (6 ore) e il tornare a Soraga dalla parte opposta del Trentino ci volevano due giorni. Così accantonai l’idea.

Il rifugio Molignon
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Con l’arrivo di mio padre, dopo le consuete gite a funghi a malga Palua, lo portai al Passo San Nicolò. Dopo una lunga e un po’ monotona marcia, ci fu la salita al passo bella ripida sotto un caldo bestiale, e la conseguente discesa al più fresco rifugio Contrin.

Poi ci dedichiamo, a famiglia riunita al gran completo, alla traversata Moena-Passo di Lùsia-Bellamonte nonché all’Alpe di Siusi. Questa è una gita di ripiego, perché io assolutamente premevo per il Piz Boè. Ma mio padre non vuole perché racconta che una volta suo fratello, cioè mio zio Silvio, una volta ci si era perso. Invano mi sforzo di dirgli che è una montagna facilissima e poco faticosa. Si rimane in forse fino al mattino e poi il responso: no! Cioè si va all’Alpe di Siusi, io con il muso un po’ lungo.

All’Alpe di Siusi ci arriviamo dal Col Rodella per il rifugio Sassopiatto. Al rifugio Alpe di Siusi troviamo un amico, così assieme a lui vado al rifugio Molignon per comprare la cartolina, in venti minuti andata e ritorno.

Scendiamo per la val Duron, rinomata per la sua infinita lunghezza. La nonna è più morta che viva e mi dà continuamente dell’assassino, fare ‘ste cose a una donna di 70 anni, ecc.

Il rifugio Forcella Pordoi
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Per tutta l’estate ho annoiato i miei perché andassimo al Piz Boè, ma mio padre s’è sempre opposto. Quando se ne va lui, riesco a stento a convincere mia madre. Così partiamo il 22 agosto, giornata bellissima: non vi è neppure una nuvola e non ve ne sarà fino alla notte, cosa rarissima in montagna. Nemmeno una nuvola, nemmeno una traccia di vapore. In corriera an­diamo a Canazei. Di lì prendiamo la seggiovia a due tronchi che ci porta alla base del Col del Cuc. Per un sentiero che ag­gira il Sass Beccé raggiungiamo il Passo Pordoi, a 2239 me­tri. Da lì s’inizia a salire. Il percorso si svolge dapprima sulle pendici erbose ma discretamente ripide del Monte Forca (la mulattiera non passa per la cima, così non posso contare que­sto monte); poi pianeggia per 150 metri; da lì prende a salire su terreno accidentato frammisto a erbe e sassi, fino a che con molte serpentine non si arriva ad un poggio erboso. Lì ci ripo­siamo un poco; vi è parecchia gente che sale, molti tedeschi e anche inglesi, italiani pochi; ci si presenta il ghiaione che ri­pidissimamente porta a 2846 metri. Lo attacchiamo e a serpen­tine c’inerpichiamo su quella massa di detriti instabili. Con molta fatica di mia madre raggiungiamo la Forcella Por­doi. Lassù si apre il vasto altopiano del Sella e le faccio vedere il Piz Boè. Per uno scherzo molto comune in montagna, il mon­te le appare più basso e più vicino di quello che è in realtà, così glielo lascio credere. Dopo averlo scrutato, dice che ce la do­vrebbe fare. Sono fuori di me dalla gioia, perché già ora ho battuto il mio record d’altezza! Lascio mia madre al rifugio della Forcella e seguendo un buon sentiero segnato da ometti di pietra raggiungo la vetta del Sass Pordoi, 2950 metri, mia nona cima. Saluto due tedeschi e mi precipito alla Forcella, or­mai mia madre si sarà riposata. Ora ci sono alcune chiazze di neve e qualche salto di roccia e, lasciato il sentiero per il Rifu­gio Boè, ci avviciniamo alle falde del grande cono. Sto oltre­passando la barriera dei 3000 metri, le difficoltà sono elemen­tari. Arriviamo assieme in cima: lei ha un po’ il fiatone, ma è contenta. 3151 metri! Il mio decimo monte ha un panorama circolare sconfinato, con un orizzonte senza la più piccola nu­be. Per migliorare ancora il mio primato d’altezza mi arram­pico sulla croce, ma non raggiungo il braccio e arrivo solo a 3152.

Al Rifugio Boè spediamo qualche cartolina, tra le quali an­che una a mio padre, facendogli capire che siamo stati in cima.

Il rifugio Boè e il Piz BoèEstate1960-0002

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