Pubblicato il Lascia un commento

Estate 1962 – 1

Estate 1962 – 1
(dal mio diario, ottobre 1962)

15 luglio 1962. Con la mamma e la nonna partiamo alla volta del Passo Gardena: la mia intenzione è salire la Cima Pisciadù. Scendiamo dalla corriera all’hotel Miramonti e da lì ci avviamo a piedi verso il Passo Gardena. Mi stacco per salire il Collac 2086 m, poi la piccola comitiva procede sotto la pioggia incombente.

Per fortuna la nonna ha l’impermeabile e non si lamenta più di tanto. Alle 11 arriviamo al passo, entriamo in uno degli alberghi per il pranzo. Ci trattano molto bene, vitto e costo. Alle 11.30 attacco il sentierino per il Pisciadù, il cartello dà un’ora e mezza al rifugio omonimo. Quando entro nella val Setus, comincia a piovere, ma poco. Vedo gente tornare indietro. Io proseguo nel ripido canale ghiaioso, poi per alcune macchie di neve e qualche corda fissa (che praticamente non tocco), fino all’orlo dell’altopiano del Pisciadù. Nebbia. Vento non forte ma insistente. Pioggia. Giunto al rifugio, escludo di salire alla Cima Pisciadù, non sarebbe prudente. Alle 12.25, 55 minuti dopo che ero partito, sono di ritorno al Passo Gardena. In un momento di assenza di pioggia ripartiamo, ma non siamo neppure alla Sella del Collac che riprende a piovere. Continuiamo, tanto non c’è alcun riparo. Alle 14.30 arriviamo al Miramonti. Siccome non ho voglia di aspettare fino alle 17 l’arrivo della corriera per Canazei, parto da solo sulla carrozzabile per il Passo Sella, con la scusa che così risparmiamo… Al Passo Sella comincia a nevischiare, ma io salgo anche  sul Col de Toi 2283 m.

Estate1962-1-10001

Da lì, mentre piove, mi butto giù verso Canazei. Non conosco bene la strada e ho una fretta dannata. Scendo in picchiata su Canazei, dove non piove più. E’ mia intenzione di raggiungere Campestrin, dove c’è Gianni Jori che questa mattina avrebbe dovuto venire con noi al Passo Gardena: gli voglio chiedere perché non è venuto. Divoro gli ultimi km e mi ritrovo a Campestrin alle 17.45. La corriera che porta mamma e nonna dovrebbe passare alle 18.10, così ho tempo di andare da Gianni: lui si scusa. Intanto arriva la corriera che, a dispetto dei miei segnali, non si ferma. Abbiamo il tempo di vederci con mamma e nonna. Per fortuna non è quella l’ultima corsa. Nessuno ha mai capito perché il conducente non si è fermato: lì c’è tanto di cartello. Faccio il conto di quanti km ho fatto oggi: sono 34, niente male.

Questo è il quarto anno che scegliamo Soraga come meta estiva delle vacanze. Eppure non sono mai stato sui monti che la sovrastano. Il mattino del 18 luglio parto per la mulattiera che va a Someda, sopra Moena. Trovo il sentiero 620 e dopo un’ora e un quarto dalla partenza da Soraga mi ritrovo in una radura bellissima sotto al Piz Meda. Continuo a salire per prati e arrivo alla cresta. Da lì, per un canalino di sfasciumi, raggiungo la vetta del Piz Meda 2199 m, con una vista fantastica su Moena, Soraga, il Latemàr e il Catinaccio. Mi mangio un barattolo di ciliegie sciroppate, poi continuo per la cresta larghissima. A mezzogiorno faccio ampie segnalazioni con le braccia da un rilievo: avevamo convenuto che a quell’ora da casa mi guardassero. Individuata la Punta Vallaccia (grazie alla croce), la salgo per prati, ghiaia e neve. In cima, a 2639 m, altro spuntino. Mi friggo un uovo, mangio panini, frutta, tonno.

E ora, che fare? Potrei andare giù al rifugio Taramelli, e da lì a casa: arriverei troppo presto; potrei seguire la cresta e arrivare alla Cima Undici, ma non conosco il ritorno, perciò non mi fido; potrei scendere alla Cima Malinvern, poi andare alla Cima delle Selle e quindi al Passo di San Pellegrino. Alla fine scelgo la prima possibilità, solo che a un certo punto lascio il sentiero per scivolare sulla neve in mezzo ai rododendri. Tutto bene fino a che c’è neve, poi la musica cambia… Arrivo comunque alla strada che proviene dalla Cappella del Crocefisso. Mentre salgo al rifugio Taramelli, due o tre villeggianti scemi e pancioni mi vedono bardato e carico e li sento dire: “Ecco che portano i rifornimenti al rifugio!”. Di per sé non è poi così offensivo, ma io non la prendo bene. Li guardo in cagnesco. Al rifugio arrivo abbastanza assetato, ma non volendo spendere mi adatto a bere acqua e basta. Incontro Paolo Baldi, lì con alcuni universitari in vacanza a Pera. Non so perché, ma i rapporti con lui non sono più gli stessi: lo vedo sfuggente. Non vado per il sottile e gli chiedo cosa ha intenzione di fare. A malapena risponde che vuole salire al Passo delle Selle, poi mi lascia lì.

I Monzoni che sovrastano Soraga: da sinistra, Sasso delle Dodici, Sass Aut e Punta Vallaccia
Monzoni, da passo Costalunga visuale su Sasso delle Dodici, Sass Aut e Punta Vallaccia

Allora mi arrabbio e parto da solo per il Passo delle Selle, che raggiungo in 45 minuti. Scartata la Punta delle Selle, traverso l’altopiano della Campagnaccia, salgo l’insignificante cimetta del Colifon 2359 m, poi con marcia sostenuta al lago di Campagnaccia, perché a sinistra è il Passo del Mus che oltrepasso velocemente. Da lì scendo in picchiata sul Passo di San Pellegrino. La strada per Moena non è asfaltata, scendo nella polvere cercando di individuare il Col Dalistia 1865 m, che salgo senza alcuna fatica. poi, mentre scendo per lo stradone, una macchina svizzera si ferma e m’invita a salire. Scendo a Moena e da lì faccio gli ultimi 3 km per Zester.

Il 28 luglio 1962 non parto per una gita, ma per una passeggiata con due signore di Imola e i loro figli e un nipote, Fabio. Tutti assieme in seggiovia fino al Ciampedie, poi verso il rifugio Gardeccia, piano e senza fretta. Guardo con invidia dei tedeschi che tornano dalle ascensioni, con sacchi spaventosi, mentre istruisco Carlo Caneda e Danilo Luparesi, miei piccoli seguaci, sul come bisogna andare equipaggiati. Peccato che non mi capiscano. Essendo molto avanti rispetto agli altri, ci fermiamo a mangiare qualcosa. Io divoro due o tre melanzane ripiene cucinate da mia nonna, quindi buonissime. In quella passano tre furie che camminano come di solito cammino io quando sono solo. Uno sembra il capomandria. E’ riccio, ed è tutto uno scatto. Mi viene voglia di seguirli e lo dico ai due scagnozzi. In quella arrivano le madri, la signora Peppina Caneda con il più piccolo Giorgio, e la signora Pierina Luparesi, fiancheggiate da mia mamma e mia nonna.

Quando parto, i due ragazzi non riescono a starmi dietro, così io volutamente accelero per liberarmene e poter raggiungere gli altri tre. Quando li vedo, li sorpasso in tromba. Mi basta. Subito dopo, al rifugio Catinaccio, mi fermo ad aspettare. Anche i tre si fermano per prendere acqua, ma dai loro discorsi capisco che di montagna sanno pochino. Comunque il riccio promette bene. Subito dopo arriva Danilo, seguito da tutti gli altri. Vicino al rifugio Gardeccia decidiamo di fermarci a mangiare, sto per cucinare il mio uovo ma mi accorgo di aver dimenticato il tegame. Lo inghiotto crudo e passo ad altro.

Finito il pasto, cominciano le discussioni se andare o no al rifugio Vajolet. le mie donne si fermano, gli altri continuano. Mi tocca tirare Giorgio (cinque anni) per tutta la salita. Giunti al rifugio, altre discussioni sul continuare per il rifugio Re Alberto I. Alla vista del Gartl, le mamme vietano la salita ai figli. Io non insisto.

31 luglio 1962. Oggi voglio salire tutte e tre le Cime Cadine. La corriera delle 9.15 mi dovrebbe portare fino a Penia, ma siccome a Canazei scendono tutti, quel porco di autista non prosegue. In corriera avevo salutato Maurizio Bottacchi, un mio amico di Genova. Per fortuna che c’è lì lo zio di Maurizio che mi porta in moto fino ad Alba. In 55 minuti sono al rifugio Contrin. Dopo un po’ di esercitazioni su un masso, prendo il sentiero per il Passo delle Cirelle. Mentre mangio un po’ di frutta sciroppata, capita una coppia di anziani escursionisti tedeschi. Passano oltre, ma poi li raggiungo facilmente. Più sopra spesso la neve copre il sentiero, dove credo sia il Passo delle Cirelle c’è una specie di conca, è da qui che si dirama il sentiero per il Passo Ombrettola. Mi fermo ancora a mangiare, ma a causa del vento faccio fatica ad accendere e mantenere acceso il fornelletto. Alla fine lo faccio funzionare dentro allo zaino!

Panorama verso est dal Passo delle Cirelle
Estate1962-1-4_sentiero_segnato

Raggiungo il Passo delle Cirelle 2686 m, interamente sepolto nella neve, assieme a una comitiva di ragazze, del tutto a digiuno di montagna. lo si vede da come camminano, anche se c’è un vento che porta via. Inizio i pendii di sfasciume per la Cima Orientale: è cosa di un attimo, sono solo 200 metri. Ma in vetta non vedo quasi nulla. Guardo il burrone che divide le tre Cime Cadine dalla Cima dell’Uomo: davvero orrido. Avevo letto sulla guida Da rifugio a rifugio che dalla vetta dell’Orientale si raggiungeva facilmente la vetta Occidentale, passando per la Centrale. Perciò m’incammino, ma si presentano subito delle difficoltà impreviste. Salgo e scendo un bel po’ di roccia, non sempre facile. Ora mi sbarra la strada uno spuntone. Da qui non si passa, né sopra, né a destra o a sinistra. Torno indietro, scendo un po’ a destra, ma capisco che dovrei raggiungere il nevaio delle Cadine e poi risalire… altro che una “traversata in cresta”!

Così torno giustamente indietro, in tempo per ritrovare sulla Cima Orientale i due tedeschi di prima. Speranzoso chiedo se intendono proseguire (così avrei potuto accodarmi), ma mi fanno capire che la loro meta era quella.

Mi consolo con la discesa a rotta di collo del ghiaione a sud del Passo delle Cirelle. Raggiungo i prati di Fuchiade in pochi minuti. Un’oretta dopo sono al Passo di San Pellegrino. Voglio fare autostop, ma nessuno mi prende. Così arrivo al bivio per Someda a piedi. Da lì a Soraga e Zester.

Giunto a casa, mi rinfresco un po’ ma, subito dopo, corro a casa di Paolo Baldi per capire cosa c’è scritto esattamente su quella guida a proposito della traversata di cresta. Paolo è appena tornato dalla Torre Stabeler (quella di centro delle Tre Torri del Vajolet): l’uscita di chiusura del corso l’hanno fatta lì. Una salita tutto sommato non impegnativa, ma la discesa paurosa, a corda doppia. Ascolto rapito il suo racconto: prima o poi ci andrò anche io! Quanto alla descrizione errata della guida di Silvio Saglio Da rifugio a rifugio, che dire? Tutti possono sbagliare, da lontano la cresta sembra elementare.

Sopra al Passo delle Cirelle, la Cima dell’Uomo (a sinistra) e la Cima Cadine Orientale
Estate1962-1-807286

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.