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Ferrate e libertà

Il punto focale della questione si può riassumere in una parola: libertà. Una montagna libera dal ferro e dalle opere umane pone un fondamentale quesito all’uo­mo: puoi salirmi o scegliere di non farlo; puoi tenta­re di salirmi e poi scegliere di tornare indietro pri­ma della conclusione. Questa è la libertà elementare, base stessa dell’alpinismo e del piacere di salire le montagne. Le ferrate, invece, tendono soprattutto a definire un comportamento che dev’essere uguale per tutti: la parete, la roccia hanno perso la loro quali­fica di interlocu­tori, perché interlocutore è diventa­ta la via ferrata, cioè un qualcosa che non si può in­terpretare perché è già stata interpretata. La libertà diminuisce e, nel caso di grande frequenza, sparisce totalmente.

Via ferrata sull’Elfer, Stubaital (Tirolo), Austria. Foto: Tourismusverband Stubai Tirol
Via ferrata sull'Elfer, Stubai, Tirolo, AustriaLo si è visto molto bene quando, negli ambienti dell’arrampicata sportiva, ci sono state discussioni al riguardo se era lecito o meno bucare la roccia per scavare appiglietti artificiali: si contrapponevano coloro che davano tutto per valido a quelli che invece sostene­vano che così le difficoltà ottenute erano troppo “morfologiche”, cioè fatte su misura di chi ha “lavorato” la via. Poche voci nel deserto sono state quelle che avevano a cuore l’integrità della roccia, così semplice­mente per una questione di rispetto e di amore. Ma molti altri hanno sostenuto che occorreva lasciare spazio integro per gli arrampicatori futuri, quindi libertà.

A tutta questa confusione occorre aggiungere che, se alla fine degli anni ’60 si condannava l’uso delle corde fisse sulle Alpi, se a metà anni ’70 lo stesso fenomeno ha cominciato a vedersi anche in Himalaya, con il prevalere morale e sportivo di spedizioni sem­pre più leggere, oggi la condanna di queste forme di attività si è arricchita di una nuova aggravante: le corde fisse inquinano e deturpano un ambiente che si vorrebbe lasciare integro. Chi usa corde fisse non so­lo fa un’im­presa sportiva meno sorprendente: rischia pure la condanna morale per aver modificato un ambiente.

Una considerazione che viene spontanea è dunque: quan­to un’attrezzatura a scalini, corde metalliche e fit­toni aggredisce e deturpa una montagna? La questione investe la protezione e la regolamentazione di un ter­ritorio, ma investe anche la sensibilità di ciascuno su questo punto. Ciò che di seguito dirò dovrebbe es­sere sentito come qualcosa che fa fatica ad estraniar­si completamente da uno dei due punti sopracitati. Perché sono due componenti essenziali: proteggere e aggredire sono cose che spesso facciamo assieme ed è proprio la sensibilità del singolo che dà la misura di ciò che effettivamente abbiamo fatto.

Vorrei prima di tutto dare per scontate due osserva­zioni-base: 1) l’attrezzatura di una via ferrata è e vuole essere “permanente”; 2) la presenza degli scali­ni e degli altri infissi snatura sostanzialmente il nostro salire su terreno verticale, perché non può es­sere ignorata.

Infatti è proprio sul concetto di “modifica permanen­te” che si accentra l’accusa alla via ferrata. Quando un capocordata sale una lunghezza di corda ed è alle prese con una difficoltà può scegliere di piantare dei chiodi e quindi modificare con le martellate l’ambien­te roccioso immediatamente circostante. In seguito i chiodi possono essere tolti o meno, ma in ogni caso la funzione di quei chiodi è soprattutto quella di per­mettere il passaggio a quell’ alpinista e non a quelli che verranno dopo; se i chiodi rimangono lassù non è per facilitare gli alpinisti venturi, bensì semplice­mente non si ha voglia, tempo o possibilità di recupe­rarli. In ogni caso siamo di fronte ad un’attrezzatura “provvisoria”, che pone a chi in seguito la trova sul suo cammino la fatidica domanda: secondo te, ti puoi fidare o no? Guardami bene, perché se ti sbagli posso­no essere grossi guai! E la scelta è solo tua!

Via ferrata del Camorro, Andalusia (Spagna). Foto: David Munilla
FERRATA. CAMORRO. ANDALUCIA. SPAgnaDi fronte a un’attrezzatura permanente invece le re­sponsabilità di un incidente non sono solo del singo­lo. L’esperienza insegna che è facile costruire, più difficile mantenere in buone condizioni un percorso. È facilmente dimostrabile che gran parte delle di­sgrazie avvengono per le cattive condizioni degli infis­si.

In secondo luogo la fila di scalini lucenti non può essere ignorata. La classica frase “se vuoi, puoi an­che non usarla!” non ha alcun senso. Salire con le pelli di foca accanto a uno skilift da molti è visto come cosa ridicola.

Dal punto di vista della “permanenza”, una via ferrata non è assolutamente diversa da una via alpinistica at­trezzata interamente a spit. Molti fanno differenza perché dicono che sulla via alpinistica attrezzata a spit occorre comunque saper arrampicare, mentre sulla via ferrata basta una mediocre capacità. Ma non può essere il criterio della difficoltà a fare la diffe­renza! Se così fosse si potrebbe dire che ai bravi è permesso tutto mentre ai mediocri tutto è proibito!

Il proliferare epidemico delle vie alpinistiche a spit e soprattutto delle vie ferrate dovrebbe far riflette­re. Il verificarsi dei tanti incidenti sulle vie fer­rate la dice lunga sull’inutile speranza che una via ferrata in monta­gna sia più sicura di una tradiziona­le. L’attrezzatura in posto richiama sempre più appas­sionati e sempre più probabilità di incidente; l’as­senza totale di opere umane favorisce invece un’accu­rata valutazione delle proprie capacità psicofisiche al momento della scelta di quell’iti­nerario.

Personalmente ritengo diseducative le vie ferrate, falsificanti la vera esperienza della montagna, tipi­che di una situazione di civiltà dei consumi dove tut­to dev’esse­re confezionato per poter essere venduto e usato. Meglio salire su una montagna per una placida via normale piuttosto che aggrapparsi a dei pezzi di ferro che ti illudono di fare chissà cosa, nell’emo­zione a poco prezzo di un vuoto sempre più improbabile per un turista delle montagne.

E questo mio sentire non può trasferirsi pari pari ai sentieri attrezzati. Certo, possiamo fare distinzione tra quelli ad attrezzatura integrale e quelli ad at­trezzatura parziale: sento comunque che questo modo di agire è assai meno pericoloso per l’integrità della montagna. Nello stesso tempo sento che non abbiamo al­cun diritto, e neppure possibilità, di proibire o li­mitare.

Ho salito e sceso parecchie vie ferrate di tutti i ge­neri, così come mi sono servito di funivie per scende­re o per avvicinarmi ad un attacco. Dove non c’è alcu­na opera infissa si può vivere un’esperienza completa­mente diversa. Il piacere fisico e psichico di salire su terreno del tutto vergine da opere umane è di gran lunga il più grande e deve poter essere concesso a tutti: lo si deve preferire alla rozza fornitura di piacere senza il minimo sforzo e senza la più piccola ricerca personale. Occorre­rebbe scoraggiare l’uso del­la ferrata a livello didattico. A me hanno insegnato che non c’è piacere senza fatica e senza fantasia e ricerca: non voglio che questo sia reso impossibile. Infatti le vie ferrate richiedono una qualche fatica ma escludono la fantasia e la ricerca.

Una curiosità: il pretore di Riva del Garda ha prosciolto i quattro attivisti di Mountain Wilderness che all’alba del 6 maggio 1993 si erano resi protagonisti dello smantellamento simbolico di circa 200 metri di cordini metallici e relativi ancoraggi sulla ferrata Che Guevara, sulla parete est del Monte Casale, in Valle del Sarca. I quattro imputati, Carlo Alberto Pinelli, Fausto De Stefani, Luigi Casanova e Mauro Giongo, erano stati denunciati per danneggiamento dall’autore della ferrata, Giorgio Bombardelli, rivano, che l’aveva realizzata interamente a sue spese con alcuni amici, tra il 1991 e il 1992, lungo uno storico percorso alpinistico, la via della Parrocchia. Il giudice non ha riconosciuto al Bombardelli la proprietà della ferrata e ne ha rigettato l’istanza di risarcimento. I materiali della ferrata sono ormai, secondo la sentenza, un immobile di proprietà del demanio.

postato il 10 maggio 2014

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