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Funzione dell’uomo sulla terra: ricerca di elevazione

L’umanità, nel corso della sua esistenza, non ha ancora saputo dare una risposta definitiva alla domanda “da dove viene l’universo, da dove veniamo noi?”. L’interrogativo è stato continuo nei secoli ed è tuttora assai incalzante, ma neppure le più avanzate teorie sul big bang né le fedi più intuitive e illuminate hanno potuto rispondergli senza dare spazio ai dubbi più disparati.

FunzioneUomo-guernicaGuernica di Pablo Picasso (1937)

Se non sappiamo chi siamo e da dove veniamo, ancora più nebulosa è la definizione del nostro obiettivo finale, sia come individui che come umanità.

Su questo punto, l’unica grande certezza che abbiamo è la nostra curiosità. Da secoli filosofie e religioni si affannano a ipotizzare quella che è la nostra “funzione”, dando per scontato che la “funzione” nobiliti la nostra esistenza. Davvero, non molleremo mai.

Non ci accontentiamo di sapere che un oggetto esiste, dobbiamo fare ipotesi sulla sua funzione. L’oggetto è nobilitato se serve a qualcosa. La funzione in definitiva è l’ascesi stessa, l’elevazione necessaria a chi come noi si sente sperduto nell’universo.

Lo sviluppo delle moderne teorie psicologiche ha dato un ulteriore contributo alla già enorme mole di concetti ed emozioni che si agita in noi come massa caotica.

L’umanità a suo modo si sente un po’ prigioniera nel suo ristretto ambito di “fruitrice” della Terra. Le menti migliori non cessano di vedere il futuro dell’umanità in chiave miglioristica ed elevata.

E’ stato merito della psicologia analitica junghiana se si è capito che l’elevazione dell’individuo passa attraverso la discesa agli inferi dei suoi propri contenuti inconsci, quindi attraverso il riconoscimento degli stessi suoi mondi “infernali” e profondi: quelli che, una volta riconosciuti e pienamente accettati, ci trasformano in esseri più completi.

Carl Gustav Jung chiamò questo sviluppo individuale “processo d’individuazione”, un iter faticoso che a ben vedere ha molto in comune con la meditazione buddista, con l’isolamento ascetico, con la ricerca alchemica del Graal.

Nel secolo XIX in Occidente si affermò la nuova filosofia romantica (unitamente alle varie forme d’arte a essa legate): una visione del mondo che vede contrapposti l’Io e la Natura, Conoscitore e Conosciuto. Ciò portò all’evoluzione del concetto di esplorazione, che da semplice curiosità per il mondo incognito propria dell’antichità evolve a rapporto dualistico con la Natura, specie quella selvaggia. Non ci si accontenta più di esplorare, ma ci si chiede come si può proteggere la Wilderness dal momento che ce ne siamo innamorati in tal modo.

L’alpinismo è figlio di tale Weltanschauung, è l’attività più limpidamente esplorativa che oggi possiamo praticare. E’ a tutti evidente come l’alpinismo, in quanto ascensione alla vetta, sia ottimo simbolo di ascesi.

L’idealismo romantico ha infatti e ovviamente riempito di significati il nostro alpinismo, colorandolo di “ascesi”, cioè miglioria, elevazione. Non si può essere davvero innamorati di qualcuno se non pensando che il rapporto con lui dia luogo a un’elevazione quasi “necessaria”.

Il processo d’individuazione, le cui meccaniche differiscono a seconda dei singoli individui, senza mai formule precise, permette l’allontanamento dalle sbarre della prigione in cui siamo nati. Questo processo ha bisogno d’una meta, altrimenti non è più individuazione ma semplice “fuga”. E qual è la meta dell’individuazione? Nient’altro che l’essere finalmente liberi di essere ciò che siamo.

In questo essere “liberi di essere” è il nostro scopo.

In questo processo l’alpinismo, uno dei tanti modi attivi per perseguire l’elevazione, incontra grandi ostacoli, alcuni evidenti, altri meno.

Le battaglie che occorre condurre per un alpinismo davvero utile alla nostra vera causa sono molte: e la regola fondamentale è che gli ostacoli non vanno semplicemente distrutti o rimossi, vanno “integrati”, proprio come vuole la ricerca analitica del profondo.

La deep ecology (Ecologia del Profondo) del grande filosofo e alpinista norvegese Arne Naess da pochissime decadi ci avverte sul nesso inscindibile tra conservazione della Natura e ricerca nelle nostre profondità tramite l’azione (per esempio quella alpinistica) o tramite il pensiero. Legame che ci porta diritti alla sensazione di essere finalmente liberi anche se non si è ratificato alcun documento ufficiale che ci spieghi cosa è l’Universo e chi o che cosa ci ha creati.

Oggi l’ostacolo principale all’elevazione, e quindi alla libertà, è costituito dalla società “sicuritaria”, una società che vorrebbe perseguire il massimo della sicurezza per tutti spacciando la “sicurezza integrale” come l’unico modo civile di vivere. Una società siffatta nega l’elementare diritto all’evoluzione, all’errore individuale, alla ricerca di una libertà che si può manifestare solo se conquistata, non “acquistata”. Una società che, se potesse, censurerebbe Guernica di Pablo Picasso perché pericoloso per la psiche o il Quarto Stato di Giuseppe Pelizza da Volpedo perché “minaccia all’ordine pubblico”. Una società che avalla l’Indice della Chiesa, più o meno coscientemente liberticida.

FunzioneUomo-quarto-statogggIl Quarto Stato di Giuseppe Pelizza da Volpedo (1901)

L’asservimento alla sicurezza fornita da altri o da altro da sé è un adagiarsi nelle mollezze del consumismo, un’abdicazione dalla ragione, una pigrizia che ci allontana dalla ricerca intellettuale, ma anche e soprattutto dall’azione e dalla presa di responsabilità di fronte a ogni genere di pericolo.

Come può esserci elevazione senza la sfida all’ignoto delle proprie debolezze o senza il seducente incontro con il Creato selvaggio? Come può esserci processo d’individuazione se tutti attorno a te ti sussurrano o ti ordinano di stare tranquillo e di goderti la vita così come è?

Nel momento in cui decido di compiere un’azione potenzialmente pericolosa per me o per i miei compagni devo prima di tutto essere certo che la mia sicurezza derivi da sensazioni interiori, non da attrezzature o tecniche e tecnologie. Queste devono svolgere un ruolo soltanto secondario, anche se non marginale.

Se, prima di iniziare l’azione, ci esaminiamo a fondo e scopriamo di non essere pronti, meglio rinunciare; ma se siamo pronti, allora è bene partire senza indugi, pieni di quella auto-responsabilità che ci permette di essere una sola unità con l’ambiente selvaggio. Il vero rapporto Uomo-Natura cui alla fine tende il Romanticismo, la libertà ritrovata dell’Uomo, nell’individuazione e nella contemporanea ascesi.

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