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Fuori dalla mappa

Off the map (Fuori dalla mappa)
di Katie Ives
(pubblicato su Alpinist n. 52, per gentile concessione)
(traduzione © Luca Calvi)

1953, Zanskar, India. Una piccola ombra di donna si muoveva lentamente lungo un bianco drappeggio. Sulla cuspide sommitale del Nun, ormai vicina, risaltava il bagliore della sua vetta di 7135 metri, ancora inviolata. Lastre di ghiaccio, simili a pezzi di vetro, erano sparse su cumuli di neve talmente profondi e soffici che l’alpinista francese Claude Kogan non riusciva a trovare nulla di sicuro su cui far presa con i ramponi. All’altro capo della corda, a seguire la sua traccia incerta, il missionario svizzero Pierre Vittoz. Essendo più leggera, la Kogan si era offerta di salire da prima. “Se mai dovessi cadere assieme a uno di quei lastroni da vento” – pensava – “Pierre avrà qualche possibilità di tenermi”. Tacevano ambedue, timorosi di risvegliare l’uno i dubbi dell’altro. Lei sapeva che il successo della spedizione dipendeva da loro. Sapeva anche che se fossero dovuti tornare indietro sarebbero potuti morire comunque e così decise di andare avanti, facendo sprofondare ad ogni passo tutto il manico della piccozza nella neve polverosa.

Eileen Healey, Loulou Boulaz, dr. Colette Le Bret (con la borsa Air France), Claude Kogan (braccio destro levato), Jeanne Franco (dietro alla Kogan), Claudine van der Straeten e Micheline Rambaud (braccio sinistro alzato) in partenza per il Cho Oyu, 1959. Foto: Rue des Archives/Granger, NYC
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Si era alzata una foschia che nascondeva tutto ciò che si trovava dietro di lei: erano i detriti del seracco che aveva distrutto il Campo III e i ricordi della valanga che aveva ferito tre dei suoi compagni, Bernard Pierre, Michel Desorbay e Ang Tharkay Sherpa che si stavano riprendendo ai campi posti più in basso. Quando, però, la vetta era ricomparsa dalle nubi, scintillante e cristallina, lei era tornata a sentire il suo richiamo: “Tutto mi sembrò chiaro e semplice” – dirà in seguito – “Forse quella montagna era stata creata per me. O forse ero io a essere stata creata per lei?”.

Aveva lavorato duro per raggiungere quel punto, tagliando gradini sul ghiaccio scuro e ripido tra campo I e campo II, fissando le corde per permettere alla squadra di issare i carichi. Bernard la considerava un “miracolo”, una “donnina esile, alta un metro e mezzo, ma che in montagna vale quanto un uomo”. Solo un anno prima lui era lì a chiederle di rallentare mentre stavano salendo di conserva sul bianco nastro della cresta del Salcantay, sulle Ande peruviane. Lei si era sentita travolgere da una sorta di desiderio di mettersi a correre, come se la vetta potesse svanire nell’aria prima che lei la potesse afferrare. Aveva promesso a se stessa, dopo la morte di suo marito nel 1951, di effettuare la prima ascensione di quella che per lui era stata la montagna dei sogni.

Lo stesso giorno del Salcantay, poi, era rimasta fino a notte fonda fuori dalla tenda posta al campo alto a guardare la montagna che avevano appena salito. La luce della luna mandava riflessi e bagliori sulla neve. Nella relazione scritta per il Club Alpino Belga, scrisse poi: “Nella notte la vetta sembrava tremare”. C’era un qualcosa nel Salcantay che le faceva pensare alla Sfinge: “Era stata un’iniziazione quella montagna?… Mi aveva presentato un enigma, ma nemmeno l’averla scalata mi era servito per tirare a indovinarne la risposta”.

In quel momento, sul punto più alto del Nun, riuscì a provare per un istante un senso di gioia totale ed eterna nel turbinio della foschia. In un articolo comparso su Alpinisme scrisse poi: “Ero il guerriero liberato dal peso dell’armatura e mi sentivo leggera ed eterea…”. Raccolse alcuni sassetti per i suoi compagni e iniziò assieme a Pierre la lunga discesa lungo pendii cosparsi di lastre di ghiaccio.

Scomparve solo sei anni più tardi, assieme a Claudine van der Straeten e Ang Norbu Sherpa sotto una valanga sul Cho Oyu. Le ultime parole lasciate al suo diario furono scritte a lume di candela: “Proseguire, sempre più in alto, verso la vetta. E’ così che si compie il destino”.

C’era stato un periodo in cui Claude Kogan era tra le scalatrici più famose e veniva descritta su riviste come Elle come la “donna più alta del mondo”. Nei decenni successivi alla sua morte tornò progressivamente nell’ombra, per essere ricordata più come guida della sfortunata “spedizione delle donne” agli 8201 metri del Cho Oyu che come prima salitrice del Nevado Salcantay 6271 m (1952), del Nun 7135 m (1953) e del Ganesh Himal I 7422 m (1955).

In un libro del 1965, Lady Killer Peak, il reporter britannico Stephen Harper (che era stato cacciato dal Campo Base dalla Kogan) andò a sottolineare “il verdetto secondo cui persino le più coraggiose e le più resistenti tra le donne rimangono pur sempre ‘il sesso debole” nell’Inferno Bianco di una montagna battuta da tormente e valanghe”.

Qualche decennio più tardi il giornalista e scalatore francese Charlie Buffet rimase sorpreso quando si rese conto quanto gli ci era voluto per riuscire a comprendere appieno il significato della storia della Kogan. Come altri della sua generazione era cresciuto immerso nella lettura dei classici dell’Età dell’Oro dell’Alpinismo Himalayano, racconti di eserciti di uomini che combattevano tempeste e neve per riuscire a effettuare le prime ascensioni delle vette più alte della terra. Nell’introduzione alla sua biografia della Kogan del 2003, dal titolo Prima di cordata, Buffet ebbe a scrivere:

Per noi la storia era semplice: i conquistatori, andando a piantare la bandiera su tutte le vette più importanti, avevano onorato i propri contratti… Disegnate sulle mappe con i colori degli imperi, le vette formavano una costellazione di colonie in miniatura: l’Annapurna francese, l’Everest britannico, il K2 italiano… Al di là del risuonare di inni nazionali ci sono voluti circa cinquant’anni per arrivare a sentire un musica differente…. Claude Kogan è stata una dei più grandi alpinisti degli anni Cinquanta… Una donna con una struttura simile a quella di un uccellino, aveva scalato con… belgi, americani, svizzeri, nepalesi, britannici… Aveva insinuato il germe del dubbio nello spirito dei conquistatori. Il suo successo aveva destabilizzato tra gli alpinisti i macho e i masochisti che si erano dimenticati dell’inutilità della propria passione. La sua morte rimise le cose a posto per un lungo periodo”.

Claude Kogan, Dorothea Gravina e Tenzing Norgay. Due delle figlie di Tenzing, Pem Pem e Nima, e la nipote Doma fecero parte della spedizione femminile che tentò il Cho Oyu, 1959. Archivio: Claude Kogan
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Nella cultura occidentale esiste la tendenza a mitizzare gli anni Cinquanta, a immaginarli come un periodo in cui i confini tra uomini e donne fossero chiaramente marcati. I personaggi femminili sono ampiamente assenti dalla maggior parte dei racconti himalayani dell’epoca, nei quali facevano comparsa solo come mogli e madri in fedele attesa del ritorno degli eroi. Ciò nondimeno, le metafore delle vette si erano riempite notevolmente di figure di donna dopo gli sconvolgimenti della Seconda Guerra Mondiale, un periodo in cui anche loro avevano lasciato in massa le proprie case per andare a lavorare, a prestar servizio e perfino a combattere. Per alcune scalatrici come la Kogan, inoltre, gli anni del Dopoguerra diventarono un periodo di orgogliosa esplorazione della letteratura di montagna e delle alture.

Gwen Moffat, che aveva fatto da autista nell’esercito, si sentì disorientata dalla dichiarazione di pace: “C’era solo la prospettiva sconcertante della smobilitazione e al di là… Il nulla”. Nel 1945, quando accostò il proprio veicolo per offrire un passaggio a un uomo, questo si mise a condividere con lei le storie della sua vita vagabonda da scalatore. Nella sua autobiografia, Space Below my feet (Lo spazio sotto i piedi, 1961) lei stessa scrisse: “Il solo fatto che sembrasse essere la quintessenza di tutto ciò che avevo mai voluto – l’avventura, la libertà, il rifiuto dell’autorità – portava con sé la coscienza che da quel cammino, una volta intrapreso, mi sarebbe stato terribilmente difficile poter tornare indietro”. Otto anni dopo quell’incontro la Moffat era diventata la prima donna guida di montagna professionista.

La vedova di guerra Nea Morin passò gli anni Cinquanta a effettuare ascensioni nelle Alpi in cordata di sole donne, spesso con sua figlia. Nelle sue memorie, A Woman’s reach (1968), scrisse: “Alla domanda finale, ovvero ‘ma che te ne viene?’, suppongo che la risposta sia la stessa tanto da parte maschile che femminile. Al ritorno da queste esperienze riusciamo a vedere in modo chiaro e a focalizzare la vita di tutti i giorni”. In un racconto del 1951, One Green Bottle, Elisabeth Coxhead presentò una figura di donna della classe lavoratrice che trovava lo sbocco della libertà salendo da prima vie dure sulle falesie nere per la pioggia del Galles. “Non puoi capire che cosa grandiosa sia” – urlava alla sua compagna di cordata, anche lei donna – “sentire la corda che fila dietro di te, è come volare”.

Provate a passare un po’ più tempo su vecchie riviste e antologie, tirate fuori dalle mensole delle biblioteche vecchi volumi dimenticati e inizierete a veder emergere un numero sempre maggiore di altre storie di donne, il tutto allo stesso modo in cui quando gli occhi si abituano al buio si iniziano anche a distinguere le stelle con la luce più fioca.

Nel 1954, tre membri del Club Scozzese delle Scalatrici, Monica Jackson, Elizabeth Stark ed Evelyn Camrass, erano intente a guardare una mappa del Nepal, seguendo le 500 miglia del suo confine settentrionale, il disegno ondulato delle nevi più alte. Non erano mai state in Himalaya prima. Un altro scalatore indicò una specie di ansa nella linea oscura delle vette, il Langtang e il Jugal Himal. “Sapete” – disse Douglas Scott – “E’ stato fatto davvero poco laggiù”.

Alcuni anni prima l’esploratore britannico Bill Tilman in quelle stesse regioni aveva combattuto contro i cumuli di neve e le nuvole dei monsoni. Perfino i fianchi più bassi dello Jugal Himal sembravano essere inaccessibili, bloccati da profondissime gole e da fiumi impetuosi. Quando, però, le donne arrivarono al villaggio più vicino, nel 1955, un uomo del posto, Nima Lama, le accompagnò lungo un sentiero contorto fino all’entrata verso la catena. Al di là di una barriera di aghi di pietra, cime inviolate si ergevano dalle nebbie, ergendosi con le proprie aguzze guglie bianche e dorate. Le mappe dei precedenti esploratori, tracciate da punti d’osservazione distanti, si rivelarono inadeguate. “Ebbi la sensazione che attraverso il cielo giungesse il suono di stupendi accordi musicali” – scrisse la Stark in Tents in the Clouds. Scelsero come obiettivo una cupola da 6706 metri, salendo nella parte centrale un ghiacciaio molto crepacciato, aggirando e passando sopra pareti di ghiaccio blu e verde.

Jeanne Franco verso il Cho Oyu (1959)
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Ovviamente quella non fu la prima “spedizione himalayana di sole donne” nonostante quanto veniva rilanciato dalla stampa, in quanto ci furono alpinisti di sesso maschile, tra cui Mingma Gyalgen e Ang Temab che aiutarono ad aprire la via fino a quello che il gruppo chiamò il “Gyalgen Peak”. Come segnala lo storico dell’alpinismo Kerwin Klein, un lettore moderno potrebbe paragonare questo tipo di avventure, per stile, a quelle di Eric Shipton o di Bill Tilman: squadre a costo relativamente contenuto e con equipaggiamento leggero che girano a piacere lungo catene montuose ben poco descritte sulle mappe e che vanno a effettuare prime ascensioni delle vette che più le affascinano.

Tra la Seconda Guerra Mondiale e i primi anni Sessanta membri di simili spedizioni a guida femminile andarono all’esplorazione di montagne alte 6000 metri nella regione indiana del Kullu: Jean Low, Eileen Gregory, Joyce Dunsheath, Hilda Reid, Frances Delany dalla Gran Bretagna; Ang Dolma, una Sherpa; S. Hosokawa, K. Hamanaka, M. Okabe, K. Hara, Y. Sugiura e Y. Okugawa dal Giappone, tanto per nominarne alcune. In un decennio in cui erano enfatizzati i grandiosi assedi a vette alte ottomila metri, un approccio in scala minore a cime più basse fece sì che le loro spedizioni apparissero come marginali. Con il passare degli anni quanto da loro fatto si è dissolto lasciando solo liste di nomi e una pletora di storie senza brio. Ciò nonostante, qualcosa si era mosso. Gradualmente sempre più donne cominciarono a immaginare se stesse nei panni di figure che una volta sembravano dover appartenere ai soli uomini e iniziarono a legarsi assieme per salire nell’aria fredda e rarefatta, lasciando le proprie orme lungo interminabili pendii nevosi risaliti tra abbaglianti pinnacoli di ghiaccio e crepacci azzurrini.

Nel 1952 la scrittrice britannica Daphne du Maurier, conosciuta per il romanzo Rebecca, pubblicò una raccolta di opere narrative che includeva anche un misterioso racconto di scalate del tutto dimenticato, Monte Verità. Una giovane sposina, Anna, aveva lasciato indietro il marito ed era salita fino alla vetta del Monte Verità, nonostante gli abitanti del villaggi l’avessero messa in guardia contro uno strano e forse sovrannaturale pericolo per le donne che lì si sarebbe celato. Come aveva detto una persona del posto, lei aveva l’aspetto di chi era stato “chiamato”. Era anche la scalatrice più forte di quella storia, quella che sembrava capire al meglio il significato dell’ascensione. Dopo la sua scomparsa, il narratore andò alla sua ricerca, seguendo una cresta sempre più ripida, mentre uno spicchio di luna sorgeva nella nebbia. “Era come se stessi camminando da solo sul ciglio della Terra” – diceva – “con l’universo sotto di me, e sopra… Quella nel mio sangue non era la febbre, ma la magia della montagna”. Al di sopra di uno stretto canalino, le due vette gemelle del Monte Verità. Ciò che incontrò in seguito fece riecheggiare le parole di Anna: “Chi va in montagna deve dare tutto”.

Più di sei decenni dopo mi trovo, come il narratore, io stessa piena di desiderio e di paura davanti a ciò che potrebbe voler dire rimanere per sempre in quell’attimo perfetto di trascendenza, con tutti i miei limiti persi nella meraviglia del gelo. “Per la prima volta nella mia vita” – parole del narratore – “potei guardare la vera e nuda bellezza… Era quella, di sicuro, la fine del viaggio. Era quello l’appagamento… Rimasi lì a fissare la parete di roccia sotto la luna”.

Fa strano nel 2015 pensare di dover ancora difendere l’idea che le donne possano essere alpinisti creativi e votati all’esplorazione. Solo negli ultimi mesi Anna Pfaff, Rachel Spitzer e Lisa Van Sciver sono state le prime scalatrici a salire sul Tare Parvat, una montagna alta 5577 metri che avevano notato mentre vagavano nello Zanskar. Martha Martinez ha partecipato alla prima ascensione del remoto e labirintico Monte Malaspina, fino a quel momento la più alta delle vette con un nome ma ancora inviolate del Nord America.

Eppure le storie di donne che sembrano attirare la maggiore attenzione continuano a rimanere quelle delle prime ascensioni femminili oppure i record femminili sulle montagne più famose del mondo – tutte notizie di più facile fruizione perché meglio si adattano a un quadro ormai familiare – rispetto a prime ascensioni in zone ben meno mappate a livello cartografico. Esiste ancora una tendenza a trattare le avventure delle donne come una sorta di branca secondaria della storia delle scalate, a dimenticarsi di come abbiano influito sulla sua evoluzione generale. Restituendole alla narrazione principale dell’alpinismo, iniziamo a capire quanto quella ricerca sia stata varia e contraddittoria. Ricordi apparentemente svaniti fluiscono quieti come i fiumi glaciali sotterranei, pronti a riemergere ben distanti dalle proprie origini, mantenendo tutta la brillantezza delle nevi d’alta quota.

In queste sere d’ottobre mi sono lasciata andare all’abitudine di andare a camminare lungo le strade di campagna vicino al casale in cui vivo, lasciando le parole tratte da libri ricoperti di polvere libere di fluire nella mia mente, richiamando alla memoria immagini di alpinisti scomparsi da molto tempo. Il torrente ingrossato dalla pioggia si fa più tumultuoso, come se stesse facendo echeggiare gli scricchiolii e i gemiti dei ghiacciai. Una nuvola bassa, premuta contro le creste scure dei monti, si alza, simile a un miraggio montano. Come tutti gli scalatori su ghiaccio, percepisco le prime vibrazioni del gelo come un indizio di magia. Mi immagino il luccichio di pendii e canaloni bianchi e il momento in cui il terreno, a me familiare, cederà sotto i miei piedi per cadere nel vuoto e magari mi si potrà presentare la possibilità di un modo di esistere nuovo ed impensato. E con il vento che solleva e fa muovere le nebbie, i confini tra terra e aria diventano sfuocati ed ho la sensazione di trovarmi a camminare nel cielo della notte.

E’ in quel momento che mi fermo e alzo gli occhi a quello scintillio di stelle. Penso a una montagna leggendaria, mitica, inondata dalla luce della luna. A una donna con lo sguardo rivolto a una montagna con la cima che ricorda una sfinge. A un’autrice alla scrivania, in pausa, che scrive: “Chi va in montagna deve dare tutto”.

Alla piccola ombra di una scalatrice.

Claude Kogan (1919-1959). Archivio: Nea Morin
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