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Go aid a pitch 01

Diamo qui inizio alla selezione dei migliori racconti di Gabriele Canu, la cui disarmante totalità è invece raccolta nel sito www.gapclimb.it.

Abbiamo lasciato inalterato il testo originale per ciò che riguarda il linguaggio disinvolto e rivolto a quelli della stessa età (nomi propri di vie, montagne e persone in minuscolo ma senza una regola sempre osservata) mentre altrove (soprattutto nella punteggiatura) abbiamo imposto la nostra vecchiaia con la pretesa di una maggiore comprensione per tutti. Non ce ne voglia l’autore.

 

Go aid a pitch 01 (1-4)
di Gabriele Canu

Anzitutto l’auto-presentazione dei due principali protagonisti, anche se l’autore è quasi sempre uno solo, Gabriele Ga Canu.

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Gabriele Ga Canu
Tra i pochi individui al mondo con un grado lavorato più basso del grado a vista, e un grado più alto su vie di montagna che nei monotiri in falesia. Colui per il quale il vero “circo degli inscalabili” non è l’incredibile gruppo montuoso canadese, quanto piuttosto una falesietta qualunque di rian cornei. Ga vive a 18 km da Finale, scala da 8 anni, ma non ha ancora ben chiaro come si arriva al parcheggio di monte sordo. E quand’anche ci arrivasse, come in tutta Finale, passa l’intera giornata a farsi malmenare dai tiri, il cui ordine di difficoltà pare non fare la differenza in quanto a sganassoni ricevuti. Detiene il record di tentativi falliti sul 5b di Miami Beach all’Italsider, oramai 9 se si considerano tutti i tentativi in cui ha oltrepassato (almeno con metà del corpo!) il primo spit. A suo dire, deve la sua discreta incapacità arrampicatoria ai suoi piedi, lui dice “piatti”, più probabilmente “entrambi sinistri”. Ma pare anche René Desmaison li avesse. E il casco lo porta sempre storto, come anche l’indimenticabile e fortissimo Ernesto Lomasti. Le premesse ci sono tutte. Basterebbe solo imparare a scalare, come quei due…

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Lorenzo Lore Fanni
Uomo di grande valenza morale (… ), è noto per essere il jolly del gap: non scala per mesi, poi torna a rimettere le mani sulla roccia, sbattuto in men che non si dica su una ravanata d’altri tempi vista lago di garda, cinque tiri a maslana, e due weekend dopo viene messo in formazione, come niente fosse, direttamente su tempi moderni in marmolada. Rimane fermo un altro mese, facendo due tirelli qua e là, e appena mister ga lo convoca per un’altra vietta, partecipa alla spedizione sulla mitica matita di manoliana memoria, senza battere ciglio. Come dire, “dove lo metti sta”… ma sta e si tiene, cosa che lo differenzia da un qualunque quaqquaraqua. Amante dell’avventura, riesce a trovarla ovunque, persino a finale, perché, come diceva qualcuno più famoso, “è inutile cercare l’avventura chissà dove, l’avventura è dentro di sé”. Lorenzo dice di amare il quarto grado e i galli forcelli, in realtà dà il suo meglio sul VII grado in placca con un ciuffo d’erba rinviato a tre metri. E quando i chiodi ci sono, eccome se ci sono, non li tira semplicemente, lui li pianta, li coccola, gli toglie i ciuffetti d’erba intorno, li accarezza con un cordino, li fotografa, li osserva con cura, li respira… poi li tira senza pietà. Eccezionale valore aggiunto.

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Elena
Si presenta al test d’ammissione al GAP (peraltro a sua insaputa) in una calda giornata di maggio, per giunta in falesia, e lo fa presentandosi come una tipa che ha come sogno nella vita di salire su Cima Grande per la normale, “al massimo, ma sarebbe un sogno forse irraggiungibile, per lo spigolo dibona”. Chiaramente, ignara di chi aveva di fronte: 78 giorni dopo sarà su Cima Grande, ma – altrettanto chiaramente – passando dalla Nord. Prova a farsi odiare dall’intero web descrivendo la roccia di una certa via “… ‘na schifezza”, e ga prontamente la riporta all’ordine portandola a salire una via nuova su una frana verticale; e da lì, comincerà a parlare di roccia ottima persino sui ghiaioni delle lavaredo. Affetta dalla “sindrome della Signora in Giallo”, risulta in grado di condizionare in chissà quale maniera il meteo, riuscendo a far venire giù il finimondo (comprese due ore ininterrotte di fulmini) in un giorno in cui meteo arabba dava bello stabile. Meteo arabba ci riprova, e lei tra sera, mattino, e giornata, scala la marmolada senza vederla neanche un minuto integralmente. Per ulteriore conferma, riesce a far sbagliare previsioni persino a nimbus; il che è tutto dire. Datele un tiro di sesto su un muro verticale, sale senza problemi (… ); datele un tiro di di secondopiù in traverso, e vi scaglierà contro ogni oggetto a portata di mano. Restia al dormire in macchina fino a un paio di settimane in dolomiti, alla fine delle settimane, tornata a casa, preferisce dormire in macchina che nel letto di casa. Leggere attentamente il foglietto illustrativo.

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Irene
Dopo aver rischiato più volte il passaggio a miglior vita durante la discesa da cima mondini insieme ai Fanni Brothers (lore e il fratello) e a un maestoso temporale, smette di scalare per un decennio. Ci riprova, imperterrita, in una bella giornata di dicembre sulla via del pesce d’aprile, insieme al sottoscritto e a Lore. Giunge viva in cima per cause non ancora precisate. In compenso la meravigliosa doppia da 57 m s’incastra, e s’arriva a noasca a notte fonda; il giorno dopo mi verrà comunicato che la giovine è in stati pietosi e febbricitante. Si dedica allora alla falesia, attività molto più interessante e con soggetti più rilassati e rilassanti. Ma il suo vero animo è da alpinista. Partecipa anche lei alla spedizione extraeuropea sul monte oronaye, ma le va di culo perché sbagliamo in pieno il canale, in una giornata dal clima vagamente patagonico (ma non diamo la colpa al clima…). Fa poi filotto compiendo 3 uscite di seguito con Gabriele (solo perché quelli capaci sono uno in altri luoghi e l’altra in mezzo ad altri pensieri!), collezionando un ottimo bottino: 3 vie, 600 m circa di scalata, 20 tiri. Il tutto in sole 21 ore di scalata effettiva…

Il sito presenta anche gli altri amici, che vedremo di volta in volta. Preferiamo qui passare subito all’esplicazione di cosa è questo GAP.

La fondazione del GAP in vetta al Pizzo Cengalo
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GAP
Il GAP nasce per caso in un giorno di pioggia dell’estate 2008. Io e cri, freschi freschi dalla verdeggiante (… e ci manca, con tutta l’acqua che è venuta nei nostri giorni di ferie… ) svizzera e nell’animo non molto differenti da due bimbi in gita scolastica, siamo ormai giunti nella ridente cittadina di Valmasino sotto il diluvio universale, nell’attesa di incontrare due giovanotti privi di ogni senso, Lore e Ricky, e con loro partire verso il rifugio Gianetti per regalarci, il giorno seguente, il bellissimo Spigolo Vinci.
Ricky viene da Savona, e Lore – come potrebbe essere diversamente? – da Baden im Wuttemberg (o qualcosa del genere), graziosa e ridente località balneare (… ) situata nel sud di quel simpatico e spiritoso paese chiamato Germania. Risulta subito chiaro che l’incontro alla stazione di lecco ad un orario preciso sarà quanto mai improbabile, quasi come vedere Lore scalare un’intera via senza tirare almeno un chiodo. I due loschi individui pensano bene di non incontrarsi a lecco – cosa peraltro scontata – secondo ricky perché qualcuno, sul suo treno, ha tirato il freno d’emergenza a 50 m dalla stazione di milano (patetico), e si vedono in un posto a caso, ad un orario a caso. Di certo si sa solo che io e cri andiamo a prendere posto nel rifugio, e i due disperati partiranno dai bagni di valmasino alla volta del rifugio alle ore 22.30 circa, e dopo aver finito il breve (… ) avvicinamento alla luce delle frontali, aver svegliato tutta la camerata, aver dormito 2,6 abbondanti ore, aver fatto l’avvicinamento allo spigolo (con un tempo da lupi), la via (con un tempo da lupi), la discesa in doppia (con un tempo da lupi), e il ritorno a piedi (con un sole che spaccava le pietre), giungeranno incolumi e fieri di poterlo raccontare – a me e alla cri, chi altro c’era in piedi all’ora in cui siamo infin giunti al ridente paesino…? – concludendo così nel migliore dei modi la prima 24h GAP…
Prima della partenza per l’avventura sopra descritta, durante il viaggio in macchina sotto il mezzo nubifragio del mattino precedente la salita, osservavo la maglietta della cri che già più volte avevo osservato forse senza comprendere a pieno cosa ci fosse scritto.

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“GO CLIMB A ROCK”, “va e scala!”, recitava perentoriamente il testo su quella maglietta, e sotto ti facevano notare che a suggerirtelo caldamente era la Yosemite Mountaineering School! E lì nacque l’idea, perché tra me e me pensavo che con il mio pessimo stile arrampicatorio (io non scalo, né arrampico: io progredisco alla bell’e meglio verso l’alto; il risultato finale è spesso simile, lo schema tattico differisce in taluni punti…), non avrei mai potuto indossare una maglietta del genere. Mi sarei sentito un ipocrita. E così nacque l’idea, perché “go climb a rock”, e non “GO AID A PITCH”, “va e tira i chiodi!”…?

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Ed ecco una nuova, personale visione del Nuovo Mattino… il GAP! poter tirare i chiodi a volontà, e dire che lo si fa “per il gruppo”. E conquistare punti. Quindi non più “libera scalata”, ma “chiodi a volontà”, e punti GAP come se piovessero.

Vi assicuro che trovarsi di fronte a un bel passo di VI, quindi ben oltre le umane possibilità, e avere quantomeno l’obbligo morale di tirare il chiodo, o il meraviglioso piccolo nut ben incastrato nella fessurina, è qualcosa che non può che riempirti d’orgoglio e farti sentire stupendamente vivo.

E passiamo ai racconti, di cui abbiamo fatto una selezione, sapendo di non poter riportare tutto. Chi ne rimanesse particolarmente affascinato può andare alla fonte, la sezione Dove andiamo? di www.gapclimb.it.

Il sito www.gapclimb.it, nella sezione Dove andiamo? presenta un lunghissimo elenco di salite compiute. Cliccando su un nome qualunque si apre una galleria d’immagini molto spesso accompagnata da un breve e spesso esilarante racconto. Nei titoli, al posto di qualcosa tipo via X alla vetta Y, c’è la dizione altamente tecnica di “luogo dell’imbelinamento”, espressione che per eccessiva tecnicità abbisogna di una breve spiegazione. Quasi tutti conoscono il significato della parola ligure-genovese di belin: imbelinamento dunque significa l’azione di andarsi a ficcare da qualche parte, e l’accezione verte più sui pericoli che l’azione comporta che non sull’eventuale piacere.

Dieci piani di morbidezza al Sasso Cavallo
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Dieci piani di morbidezza al Sasso Cavallo
“Salve! A che piano va?”. “io al decimo! lei?”, “anch’io!”. E così, si va a fare questi Dieci Piani al Sasso Cavallo, un’idea nata un po’ così per caso e finita un po’ così per caso. Nel tentativo di raggiungere il primo piano, lore testa la “morbidezza” volando al primo chiodo avvolto da un freddo becero: comincia la lotta! Al secondo piano, salgono un po’ di sole e del vento gelido da nord; al quarto, entrano un po’ di nuvole e il sole è costretto a cedere il suo posto. Al quinto piano, si prospetta un problema tecnico: la carenza di spit prelude a un possibile guasto. Lore tenta di contattare un tecnico, ma è domenica e il numero del pronto intervento segnala che “il numero potrebbe essere spento o irraggiungibile”. Allora manda avanti ga, che sul traverso cerca sulla liscia placca il manuale d’istruzioni, senza successo. Cerca allora degli appigli a cui tenersi, ma i risultati non si allontanano troppo dai precedenti. Diceva il saggio “chiodi non ne posso mettere, appigli non ce ne sono, appoggi non ce ne sono, proverò in libera”. Nonostante alle volte la differenza tra “saggio” e “cretino” non sia poi così evidente, in assenza di altre idee ga tira dritto senza pensare alle protezioni, forte dei suoi innumerevoli 6c (ben cinque!) chiusi in tutta la carriera. Giunti finalmente al sesto piano, sale una biondina e lore si sofferma a parlare di zona, fuorigioco e modulo all’italiana; ga attende qualche minuto, poi si stufa e pensa lui a premere il pulsante per il settimo piano. Stupendo muro verticale su roccia inaudita di 6b, continuo, 40 metri, placca&aderenza, 6 spit: puro delirio. Capirà solo più tardi che quella di lore era solo una tecnica per fare melina ed evitarsi il tiro psicologicamente più snervante. Lungo il tragitto lore recupera alcune decine di neuroni persi da ga sul tiro e li infila nel sacchetto della magnesite. All’ottavo piano sale una vecchietta, e ga la tratta malissimo solo perché vorrebbe scendere a pianoterra: il cervello è oramai occupato da un nucleo sovversivo di neuroni apatici. Giungiamo al decimo piano disfatti, ma la gioia è davvero grande. Il tramonto è alle porte, noi vaghiamo in mezzo agli ultimi duecento metri di erba verticale e arriviamo in cima al Sasso con le ultime luci. Il ritorno con le frontali non è niente più che un solito ritorno; la differenza, oggi, è stato il viaggio!
Data: 18 ottobre 2009

Sole Incantatore all’Aguglia di Goloritzé
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Sole Incantatore all’Aguglia di Goloritzé
E così, pare non si possa andare in sardegna a scalare e non passare per di qua… la mitica Aguglia! Inutile spendere parole per un obelisco così ben noto e fotografato… decisamente unico. Mentre i tre dell’ave maria (micky, ricky e lore) si imbelinano sulla sinfonia dei mulini a vento (la via normale più difficile d’italia, pare!), io e emi ci dedichiamo a questa sole incantatore, bella via che conterà qualche milione di ripetizioni. Dopo aver trovato lungo nei primi 10 metri della via, 5b (?!?!) in comune con sinfonia (e micky su di lì correva?!), il resto sembra quasi in discesa! Giunti alla placca di 6b+/c, un ciccinin untina, la discesa diventa verticale e ga insiste con il consueto, singolo e solitario resting ormai parte degli usi&costumi sui tiri chiave. Che due maroni! Poi tocca a emi concludere sull’inscalabile bombè di 6c dell’ultimo tiro (… sembra di tenere il bordo di un bidet!), e in cima a questo splendido monolite, ci godiamo un’oretta di svacco (… svacco… limitatamente alle dimensioni della sommità, ecco!) al sole caldo di una giornata alla fine della quale, al ritorno della macchina alle sette di sera, i gradi erano 18! Così, mentre emi scende giù in doppia e si alza un vento forte e caldo, ga attende i tre ciucchi della sinfonia e quando arrivano, è il momento di stappare la bottiglia di ichnusa in cima all’aguglia, per festeggiare degnamente un altro viaggio e… l’ultima via di questo 2009 davvero intenso e da ricordare!
Data: 30 dicembre 2009

Direttissima Giordani alla Cima alle Coste
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Direttissima Giordani alla Cima alle Coste
Prima inseriamo la presentazione imperdibile di uno dei compagni, Ettore.
Un uomo, uno stile di vita. Alla prima via lunga della sua vita, primo bivacco (imprevisto); in compenso, la via era tra le più impegnative delle orobie! Nonostante ciò, insiste nel credere che l’alpinismo sia una bella roba, e insiste imperterrito. Lo incontriamo su una parete meglio nota come “parete sud della marmolada”, e ne abbiamo subito una pessima impressione. Ce lo ritroviamo il giorno dopo il bivacco (… n’altro?!) sull’uscita messner, capiamo che ormai è destino, e in fondo lo troviamo quasi simpatico. Quasi ci porta in salvo, due giorni dopo, sulla cassin in lavaredo. Non compie il suo progetto di arrivare in vetta prima di scendere, perché arriviamo alla cengia che la gente normale è già davanti alla tv a guardare il carosello, e quando i bambini vengono messi a nanna l’unica cosa di normale che c’è tra di noi è la via di discesa. Girovaghiamo nel gran casino della discesa dalla sud alle luci delle frontali. Il tempo di riprendersi dallo shock, qualche mese, e ci presenta le sue orobie passando direttamente dalla “Regina”, ed è una gran bella giornata e una gran bella avventura. Sulla via tira persino più chiodi di lorenzo, e ciò lo mette in cattiva luce con il team GAP… la paura di aver rivali nel tirar chiodi fa paura. Fortuna che lore è ben conscio delle sue potenzialità. Ci si rivede ancora una volta sul medale, e per l’occasione, seppure in una splendente domenica di dicembre, nessuno si presenta in tutta la parete. Il perché, ad oggi, risulta essere ancora ignoto. Nel frattempo va formandosi il suo stile: vie sperdute e idee dimenticate. Allora qualcuno ancora c’è, che ha voglia di vivere l’avventura fino in fondo: grande!

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Belin! Alla faccia del trovar lungo. La scelta della via di oggi è di lore, ma a fare le spese di questa insana idea non sono solo; ci raggiungono il christian e l’ettore, direttamente da Berghèm de hota al Bar delle Placche. La placconata di Cima alle Coste è bellissima, e in mezzo alle decine di vie moderne di difficoltà abbordabili e chiodatura plaisir… la nostra è l’unica che non presenta queste caratteristiche, passando in centro parete e con chiodatura tradizionale, che persino rabanser definisce “arrampicata impegnativa, in parte difficilmente proteggibile, consigliabile perciò ad arrampicatori ben preparati”. Alla macchina leggiamo questa frase, e lo sguardo tra di noi è di quelli che non hanno bisogno di parole. Nemmeno il sorrisino ironico del christian, che dall’alto della sua esperienza, sa già cosa ci aspetta. Dopo numerose contrattazioni sulla linea giusta da seguire, parte il christian che dopo un po’ di metri comincia a tirar giù moduli CID già compilati in loco delle usuali imprecazioni. E questo tiro è dato V+/VI-… Secondo tiro, prima protezione (un pressione, mica chissà che!) a dieci metri e passo difficile prima di moschettonare; lore rimpiange quei 7 cm di altezza in più che qui farebbero tanto comodo… qualche metro, traverso a sx, di nuovo dritti, e passo impegnativo di dita con il chiodo (buono… ?) 4 metri più in basso… ettore passa dopo aver studiato un bel po’, lore è iscritto al cepu e al posto che seguire la via facile, si sposta mezzo metro a sinistra e rende tutto ancora più complicato. Non vola, ma forse vorrebbe farlo per togliersi d’impaccio e abbandonarsi al suo destino. Poco sopra su due pressione inventa la libera, passa ma quando ha in mano la presa d’uscita, un cecchino gli spara. Sul terzo tiro, ettore apprende l’uso del cliff su un passo precario; VII o A3 secondo filippi e rabanser, VII+ e basta secondo ga che in giornata di grande spolvero ha ragione dell’ostico passo nonostante il blocco tenuto per uscire decida al solo contatto di posizionarsi una cinquantina di metri più in basso. “Vabbè, dai, il più è fatto!“… disse qualcuno. E invece, la salita inizia ora! Buttiamo praticamente via la relazione, tanto fessure e diedri segnati non esistono, la “fessura difficile” è in realtà un pilastrino, la “lama instabile” forse proprio per la sua instabilità non si presenta in loco; l’unica cosa che coincide sono le difficoltà, VI un po’ ovunque, placche difficili da proteggere e corrispondenti run-out da paura… decisamente vietato volare! Se ne accorgono prima ettore poi lore, quando su un tiro di 30 metri, passano un chiodo e poi arrivano dritti dritti in sosta con sette-otto neuroni appesi al caschetto. Con la corda dall’alto non si capisce bene, così Ga ci tiene a vedere anche lui quindici metri di lasco prima di riuscire a piazzare un friend, e la via lo accontenta già al tiro successivo. Christian nel frattempo è passato allo stato solido grazie al freddo… partiti con un caldo becero, alle due senza giacca, diciamo così, “faceva freschino”. Via grandiosa e dal tracciato coraggioso ed elegante, nel cuore dell’enorme placconata con soli 9 chiodi a pressione. Impressionante e difficile, passi impegnativi anche parecchio distanti dalle protezioni, ingaggio notevole, mentalmente un vero viaggio… insomma una grande soddisfazione, e con una compagnia da 5 stelle!
Data: 20 marzo 2010

Cavallo Pazzo al Sasso Cavallo
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Cavallo Pazzo al Sasso Cavallo
Niente da dire: un capolavoro! Dura, veramente dura, ma stupenda. Pensare a una linea così, senza spit, fa davvero impressione: grandiosa! Un tiro più bello dell’altro, e tanto, tanto VII+ (… per gli ottimisti: per tutti gli altri, se qualcuno è in grado di dimostrare che L5 è 6b+ io appendo le scarpette al chiodo!). Attacchiamo la via alle 8, ne usciremo una decina d’ore dopo. Devastati. Felici. Soddisfatti! … ma andiamo con ordine. Preliminari del primo campionato italiano “del trovar lungo”; alla partenza si presentano Ga, Lore, Ettore e un altro simpatico Lorenzo, rappresentante del team “Sempre Carichi!“. Il sorteggio vuole che il team GAP affronti Cavallo Pazzo, e agli altri due viene assegnata la Oppio-Dell’Era. Prime polemiche scoppiano già all’attacco, ma l’arbitro decide di non intervenire nella disputa e aspetta che gli animi si plachino. Attacca Ga, su per un bel rumego di VI- che dà la sveglia. Ettore segue a ruota e si porta a sinistra alla sosta della Oppio passando un rinvio sulla nostra sosta; chiesto l’intervento del direttore di gara, il quale però provvede solo a un richiamo verbale nei confronti del bergamasco. Da lì in poi, la sfida proseguirà a distanza. Lore si prende un assaggio di impegno della via già al secondo tiro: passa bene sul duro, poi, convinto che non ci sia speranza, tenta di proseguire dritto invece che usare la comoda lama sei-sette centimetri a destra: un resting e tante parolacce. Ga tenta invece il gran numero: neanche il tempo di passare il primo chiodo del terzo tiro, che già si ritrova di nuovo in sosta. Ma è solo una falsa partenza, venti minuti dopo è già a far sicura a lore, che si trova a suo agio sul muretto di VII, ma quando si ritrova sul VII- non sa da che parte girarsi. Niente in confronto a quel che combina ga in L5: un tiro da fantascienza. Darlo VII+ è completa mancanza di buonsenso: già andar via dalla sosta è di più, e poi vengono 30 metri da brivido, di un’intensità incredibile: ga non tira chiodi, ma in quanto a resting non lesina… e già così arriva in sosta con i neuroni avvinghiati ai cordini, complice anche un discreto runout per sbarcare in sosta, che gli consegnerà tra l’altro il premio della critica. Lore arriva in sosta allucinato e gridando allo scandalo, più per distrarsi da ciò che lo aspetta che altro… uno “spigolo a placche” (?!) con un “singolo iniziale difficile, poi più facile”. Lore si ritrova con la descrizione sino alla prima parte, poi la successione di “singoli difficili” diventa eterna, in compenso, a tre metri dalla sosta, si ritrova con quel “poi più facile”. Nei 27 metri precedenti, rimane il dubbio del significato del termine “singolo”. Finalmente un po’ di relax per ga, quinto grado e si raggiungono i due bergamaschi sulla cengia: anche loro si stanno divertendo, pare! Poche decine di metri su roccia splendida per lore, ed eccoci sotto il tiro chiave: chi dice VII+, chi VIII e VII+/A1 obbligatorio, ma insomma, ga adotta la teoria di uno forte (“andavamo a scalare non per fare grado, ma per fare stile”) e lasciando perdere grado massimo e obbligatorio, si dedica allo stile, passa in libera e si toglie il pensiero! (… e una piccola soddisfazione!) D’altronde, la parete ha cambiato verso: prima muri tecnici ma anche strapiombanti, qui invece prevale la tecnica, e il team GAP torna finalmente a sorridere. Cosa che farà anche nei tiri successivi, che vanno via veloci e la cima si avvicina a grandi passi! Tocca a ga raggiungerla per primo alzando le braccia al cielo. L’abbraccio con lore in cima è di quelli da grandi prestazioni! Poco dopo arriva anche ettore, e infine anche lorenzo: tutti insieme sul Sasso Cavallo a festeggiare la bellissima giornata!
Data: 22 maggio 2010

Via Franz alle Meisules dlas Biesces
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Via Franz alle Meisules dlas Biesces
A metà tra un diedrone al croz dell’altissimo e, il giorno seguente, la mitica cassin alla trieste, si decide di comune (… ) accordo nel team gap per qualcosa di abbastanza facile. Obiettivo raggiungere il parcheggio per la trieste alle 7 di sera, così da preparare il materiale con comodo e poi partire per andare a bivaccare sotto la parete. Bel programmino. Ore 18.20: ga con gli ultimi metri di III grado (cioè, i primi di terzo, ma gli ultimi della via… ) mette piede sulla sommità prativa di sto luogo dal nome impronunciabile. L’unico tiro di sta via in cui, forse, non scappano parolacce… anzi no, in effetti ga forse qualcosa si lascia scappare quando vede la “comoda e veloce discesa” totalmente innevata e tendente al ripido. Dire che la scelta del giorno prima, dopo qualche ora di trasferimento in macchina e una pizza in val di fassa, era rimasta tra una via in moiazza di 450 m D/D+ (un tiro di V, UNO, e tutto il resto III-IV… lore non ci voleva credere!) e questa. Poi si sa, la birra entra veloce in circolo, la stanchezza fa perdere lucidità, il buon rabanser la dà per 4-5 ore, i gradi non sembrano impossibili… e allora lore si lancia in un (davvero poco saggio e imprudente) “vabbè, dai, quella è più lunga ma più facile, questa sembra carina, più corta e non troppo dura… dai, scegli te, a me vanno bene entrambe!”. E il disastro anche stavolta è servito. Il primo tiro è per lore, un V+ di stampo falesistico e che dà una bella sveglia: 15 metri e già si soffia. Poi parte ga, VII- di rabanser: eh… ma tira fuori gli artigli, e giunge in sosta sfinito ma soddisfatto della libera, e contento del seguito: “dai, che il tiro chiave è passato via bene! Ora si va su un po’ più tranquilli!”. Povero cretino! Ancora non ha capito il senso di questa via; prova a spiegarglielo lore sul quinto tiro, una follia di VI-. E certo che come sestomeno… una cosa che non mi spiego (aldilà del mio parere oggettivo, pur scalando da secondo: VI+ tranquillamente, forse VII- e protezioni “obbligatorie”, diciamo così!) è quel “-”. Perché?! Per quale assurdo motivo? La domanda mi si ripresenterà più volte e ancora adesso, a distanza di giorni, non capisco. Cos’ha che non va, per meritarsi un meno?! Comunque per sicurezza lore sbaglia anche un po’ via traversando un po’ troppo presto, e difatti ga parte baldanzoso per il tiro dopo, dato IV, e si invola su un diedrino che di quarto, non ha neanche l’aspetto… il tempo di convertirsi in “modalità sestopiù”, e riesce a trovare la vera sosta e il vero quarto grado. Lore nel frattempo si è mezzo ripreso dal tiro prima, meno male: si riparte per il secondo viaggio! 40 metri “selvaggi”, pochi chiodi, poco da aggiungere e… palla lunga e pedalare, e sul quinto (?!) i metri dal chiodo aumentano, aumentano… fino alla sosta. Lore chiama il cambio, visibilmente sfibrato, e ogni sosta, ormai, il pensiero è ricorrente: “domani, all’ipercoop a fare la spesa, altro che torre trieste!!”. Due tiri più facili ed evidenti, e siamo sotto al secondo VII-, che tocca a ga e, ironia della sorte, si risolve in due metri di sboulderata su uno strapiombo senza piedi, e poi diventa quinto. Insomma che, una volta tanto, ga salvando l’onore passa bene sul duro e si evita i tiri più rognosi… oggi, premio “best player of the game”, decisamente assegnato a lore: prestazione eccellente! Pur di conquistare tal titolo, come guida con cliente, traghetta ga alla salvezza dopo una discesa vagamente snervante, facendo le peste nel traverso nevoso expo, e gradinando tutto il canale di discesa. Grande lore!
Data: 4 giugno 2010

Diedro Rosso al Corno Stella
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Diedro Rosso al Corno Stella
… ed ancora un’altra perla da aggiungere a quest’anno probabilmente irripetibile! Questa volta siamo “a casa”, queste sono le “nostre“ montagne, questi sono i luoghi che abbiamo conosciuto da bambini passeggiandoci con i genitori. E’ strano tornare qui, ogni volta, dopo aver girato il mondo. Sei sempre in montagna, sei in questo luogo selvaggio e un po’ dimenticato, eppure, quando sei nelle “tue” alpi, ti senti un po’ a casa. La prima volta che sono stato in marittime, mi aveva portato mio papà, andando al rifugio Remondino… ricordo di aver patito tantissimo quella volta, quanta strada a piedi, che salita ripida! E lore, invece, la prima volta… probabilmente la volta in cui con suo papà, da secondo, aveva salito sul versante sud-ovest, la mitica De Cessole. Il tempo passa, ed essere qui sotto il Corno Stella, “la” montagna delle nostre alpi, dal suo misterioso e poco frequentato versante nord-est, evoca pensieri e ti porta inevitabilmente a pensare al passato, a chi eri e come sono cambiate le cose, i tempi, le persone. Girare i monti sparsi per il mondo è voglia di esplorare, di conoscere, di vedere posti nuovi, di allargare i propri orizzonti… ma è bello ogni tanto tornare “a casa” per confrontarti con quello che eri, e per lasciarti cullare dal silenzio dei ricordi. Carino, romantico, ma… proprio il Diedro Rosso bisognava venire a fare?! … alle quattro del mattino, la sveglia è inclemente, e alzarsi dal letto caldo è un oltraggio al buon senso, ma il team GAP è oramai abituato. Infatti, prima delle 4.40 nessuno è in piedi; è lore a suonare la carica, si riparte per l’ennesimo sbattone dell’anno! Dopo più di mezzora, la porta del bivacco, cigolando, si apre: l’avventura ha inizio! Lo zaino pesa una cosa inspiegabile: peccato non avere una bilancia! Nonostante ciò, la prima mezzora passa veloce. E’ il momento di mettere i ramponi, e appena il canale si raddrizza e si porta sui 40 gradi, ga capisce la differenza tra un paio di scarpe da ginnastica e quelle a suola semi-rigida di lore; e sarà battaglia! L’attacco è talmente facile da individuare, che persino il team GAP non può sbagliare. Nel frattempo il sole comincia a scaldare la vetta del corno… ma i nostri due oggi sono in vena di correre, e quando è ormai pronto a illuminare totalmente il diedro, lore porta ga alla partenza di questo enorme strapiombo. Cominciano le danze! … ma prima di partire, lo zaino perde peso: n° 2 camalot 4, e n°2 camalot 5 fanno il loro ingresso in campo! Ga parte spavaldo, poi tira giù le orecchie: se questo è V+, oggi sarà un disastro! Dopo pochi metri, ga è incastrato con il casco tra le due pareti, e fa la sua bella fatica per riuscire a compiere quei pochi movimenti per tirar fuori un 5 e incastrarlo. Poco dopo incontra la prima protezione-capolavoro dei mitici Ughetto e Ruggeri, nel 1962 con questa invenzione erano riusciti a tracciare una via diretta alla vetta per la parete nord. Tiro sopra, tocca a lore sfruttare il 4 e il 5: si lotta, si sbuffa, ma tutto sommato si scala! Ancora ga per il tiro dopo: questo sono grane! … e qui si vede cos’hanno combinato quei due nel ’62… cunei regolabili sino a 30 cm, roba che nemmeno il camalot 6 potrebbe servire! I cunei son sempre quelli da quasi 50 anni, che siano affidabili o meno chi lo sa… e soprattutto… chi ha il coraggio di volarci?! d’altronde, comunque, ciò che rende grandiosa questa salita è che… se vuoi salire il diedro rosso, a quelli ti devi affidare, non c’è nessun altro modo di salire! … e se quei due pazzi non avessero inventato questo ingegnoso sistema, probabilmente (viste le difficoltà) nessuno sarebbe mai salito su di qui! Insomma, tra un cuneo, un’imprecazione, un altro cuneo, un lancio di cordino su spuntone e la successiva staffata, ga supera sto diedro strapiombante in due versi (!) e arriva in sosta. Sul tiro dopo lore prova l’ebrezza di un tallonaggio su cuneo per uscire da un tratto di VI+ obbligatorio e fastidioso e riuscire a passare una protezione, termine che forse, in questo caso, andrebbe virgolettato. Poi ancora in libera fino alla sosta, meravigliosamente incastrata in posizione tale da non poter girare la testa. Mah! Con lo zainone, intanto, il VI+ diventa VIII-, e ga, al suo turno con lo zaino, ha di che ridire sulla gita nel suo complesso. Quando finalmente se ne libera, comincia a giochicchiare con i cunei: 8 per la precisione, per passare questo enorme tetto strapiombante dove il grande Patrick era passato in libera (7a+…). Ga ci pensa un po’, e non capisce né come abbia fatto lui a salirlo in libera, né come abbiano fatti quegli altri cinquant’anni fa, ma ravanando mica poco, alla fine giunge in sosta, e, ripensandoci, forse si è un po’ divertito! Un ultimo tiro per un diedro un po’ meno strapiombante porta lore al sole della cima, a 30 metri dalla croce di vetta. E’ fatta, è presto, c’è tutto il tempo per scendere dall’altro versante prima del buio… non è il caso di correre. E’ tempo di ripensare alla via, e godersi il (meritato) momento nel caldo sole della cima… un’altra grande avventura è finita nel libro dei ricordi!
Data: 12 settembre 2010

Via dei Finanzieri alla Quarta Pala di San Lucano
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Via dei Finanzieri alla Quarta Pala di San Lucano
L’avversione di ga per i giochini “old-style”, tipo palla prigioniera, bim-bum-bam, la pagliuzza e quant’altro inizia a venir fuori. Al momento di affrontare il famigerato “tiro-thriller” (… e questo lo è davvero: altro che il tiro affrontato tre settimane dopo, al confronto quello è una pacchia!!!), si decide di giocarsela al gioco delle tre pagliuzze. Però, ga non ricorda bene le regole, così, DOPO aver estratto ognuno la sua pagliuzza, gli dicono che vince (cioè parte) quello con la pagliuzza “media”. Che sarebbe niente. Se non che ga, colto alla sprovvista, ci crede! … e dopo 3 minuti si ritrova su muri di erba dritti. Si ricorda che la regola dice ben altro, ma se lo ricorda ormai avvinghiato a due ciuffi d’erba strapiombanti, ed ormai è tardi per recriminare. Maledizione! Che ravanata! … ma, non avendone a basta, decidiamo di fare altri 5-6 tiri sullo zoccolo… certo, l’intuito non ci manca. Troviamo subito modo di salire per muretti rocciosi niente male, ignorando totalmente che, non più di 100 metri a destra, si sale per un costone alberato di una facilità quasi disarmante. Meno male che stavolta abbiamo con noi come “superospite” della puntata il mitico sav, che in dolomiti ha fatto l’infinito mondo, e vuoi dire che, alla prima volta in san lucano, si trovi disorientato?! Infatti al posto che traversare (lungamente) a destra, traversiamo (un po’ meno lungamente) a destra, e poi dritto su per rumeghi e rocce. Insomma che all’attacco della finanzieri, abbiamo già fatto una via… e perso 7 ore e mezza! “E’ tutto allenamento!”, si dice in questi casi. Chissà come mai non c’è una volta che non ci si allena… ?! Alla buon’ora delle 3 attacchiamo la via, in 3 tiri e 160 metri si mette UNA protezione (ottimo cordino su pianticella di 2 cm di diametro). Per fortuna tocca al bergamasco di turno ricominciare a metter su roba, e anzi, arrivato al tiro di A2, vorrebbe che ce ne fosse di più da mettere, ma alla fine si accontenta e lascia un po’ di emozioni anche agli altri due, facendosi rimanere in mano il chiodo che protegge il traverso. Sguardi inorriditi dei soci. Nel frattempo cala il sipario su questa giornata, e l’agognata “nicchia” di cui parla la relazione si rivela essere una cengetta profonda 30 cm e larga un metro o giù di lì. Sarà un’altra (l’ennesima!) notte d’inferno, per la felicità di sav che, normalmente, i bivacchi fa di tutto per evitarli. Ga ed ettore, ormai al terzo (improponibile) bivacco dell’anno, sono assuefatti, cominciano a non capire perché di solito si dorma su un materasso. Il giorno dopo è una normale salita lucanica, si continua a salire, ma non si raggiunge mai la meta. Si arriva alla famigerata placca di VI/A2, bella, sembra di essere in marmolada! … e dura, sembra di essere… in marmolada! e poi è una lunga corsa sotto il sole ormai fin troppo caldo, passando per una piccola variante che regala però grandi emozioni (… ), fino all’ultimo, infinito traverso a sinistra per uscire al colletto del Pizet… giuntici (… ?), la soddisfazione è grande, per una via bellissima in grande compagnia… un grazie soprattutto a saverio per averci accompagnato in quest’avventura, ed anche… per averci “salvato” in discesa, quando, persa la traccia in mezzo alla neve alta, si è inventato un mega traverso ritrovando il sentiero… io ed ettore saremmo finiti, penso, a cencenighe… e il giorno dopo, mi sa!
Data: 2-3 aprile 2011

(continua)

ga e lore
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