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Guida alpina, prospettive per il futuro

La rinuncia al titolo di Guida Alpina da parte di Giuseppe Miotti, che tanto clamore ha destato su questo blog e sui social, non ha significato affatto la rinuncia alle sue idee e alla volontà di portarle avanti. Ecco il motivo per cui riproponiamo, dietro sua proposta, un intervento ch’egli fece nel 2010 (quindi in tempi non sospetti).

Guida alpina, prospettive per il futuro
di Giuseppe Popi Miotti
(intervento convegno ERSAF Bagni Masino, 2010)

Vorrei parlare delle grandi potenzialità che intravedo nella difesa della professione di Guida alpina e nella sua incentivazione, soprattutto nelle valli alpine.

Indiscutibilmente le Alpi stanno vivendo un momento di grande cambiamento e come per tutti i cambiamenti emergono situazioni di criticità magari prima esistenti, ma sopite da svariati fattori.

La più evidente di queste criticità è il disagio sociale ed esistenziale riscontrato fra tutte le popolazioni alpine. La sua causa principale è stata individuata nel progressivo “inquinamento” culturale portato dalla città, che, complici gli stessi montanari, si è manifestato spesso in una visione, speculativa e affaristica del territorio che, quasi ovunque, ha degradato il paesaggio alpino umano e naturale. Il patrimonio identitario che prima dava anche solo una parvenza di sicurezza alle genti locali è sparito e, soprattutto nei giovani e nelle persone più sensibili, ha creato un senso di smarrimento che talvolta ha portato a gesti estremi come il suicidio. Il giovane non si sente più parte della comunità originaria, ma neppure parte della città. I centri alpini sono diventati un po’ come delle periferie schizofreniche che s’affollano d’estate e nelle feste natalizie, per poi tornare a svuotarsi quasi del tutto gravate in più da una costipazione urbanistica inutilizzata (seconde case) che crea un senso di città fantasma abbastanza sconfortante. In loco il lavoro rimasto è per lo più nell’edilizia, che però, presto o tardi, dovrà fare i conti con l’esaurimento del territorio utile, e nell’attività estrattiva: le sole alternative all’emigrazione.

Giuseppe Miotti e Alessandro Gogna giungono in vetta al Grand Mont d’Areche, 25 marzo 1994, Beaufortain, Savoia, Francia
G. Miotti e A. Gogna giungono in vetta al Grand Mont d'Areche, 25.03.1994, Beaufortain, Savoia, Francia

Oggi fra le Alpi si sta combattendo una guerra non dichiarata fra concezione speculativa e consumistica del territorio e concezione conservatrice, che non vuol dire immobilizzante, orientata per lo più verso lo “sfruttamento” delle risorse ambientali ai fini turistici.

In alcune zone questo punto di difficile equilibrio è stato varcato in favore dell’assalto territoriale (seconde e terze case, cave, captazioni piccole e grandi, strade agro-silvo-pastorali che però nascondono secondi fini, ecc.) e qui, sebbene ancora esistente, l’attività turistica fatica abbastanza a sopravvivere, perché fastidiosa in tutti i sensi. Non solo perché sentieri, percorsi vita, aree verdi intralciano nuove iniziative speculative, ma anche perché la dimostrazione che in montagna si può vivere dignitosamente senza andare in cava, imprendere opere edili o sfruttare il territorio depredandolo, risulta controproducente per chi vuole far vincere la visione opposta.

Arrestare questo processo è forse ormai tardi ma, magari, si possono cercare dei modi per attenuarne la violenza e magari cambiarne un po’ la rotta.
 Incentivare e allargare le potenzialità lavorative dei giovani nelle loro vallate d’origine, può essere un elemento importante in questo tentativo e, di conseguenza, dare un volto nuovo, forse anche maggiormente istituzionalizzato, alla figura della Guida e dell’Accompagnatore potrebbe essere una mossa vincente.

Elementi importanti per ottenere questo risultato sono a mio avviso tre: il CAI, il CONAGAI (e i suoi Collegi Regionali), le Amministrazioni.

Il CAI
Mentre si formavano questi pensieri, processo durato molti anni, mi sono imbattuto spesso negli scritti di molti dei padri fondatori del Club Alpino Italiano, quasi tutti appartenenti alla nobiltà e all’alta borghesia, dai quali traspariva evidente un’idea politica; creare con il turismo alpino una grande risorsa per migliorare la precaria economia delle genti di montagna. Spesso usando le loro finanze si adoperarono per costruire i primi rifugi, per formare le prime Guide alpine, per rimboschire le pendici montane, per studiare i dissesti idrogeologici, per istituire un sistema di segnaletica dei sentieri, e poi per farli segnalare. Fu addirittura creato un fondo apposito per sostenere economicamente le famiglie di Guide alpine incidentate o morte sul lavoro. 
Ricordo che proprio qui, ai Bagni Masino, il Conte Lurani, organizzò una colletta fra i nobili ospiti, per aiutare le famiglie delle Guide Pedranzini ed Imseng, cadute con Damiano Marinelli sulla parete est del Monte Rosa. Ma le Guide avevano anche un loro fondo pensione, costituito da lasciti di diversi importanti alpinisti.

Non tutti questi nobili personaggi erano dei puri e sicuramente, sebbene con qualche disagio etico, alcuni vedevano in attività come quella mineraria o nel nascente sfruttamento idroelettrico una occasione di reddito anche per le proprie tasche.

Giuseppe Miotti nella discesa nel Canalone del Gigio, Marmolada pulita, 14 settembre 1988
14.09.1988, G. Miotti nella discesa nel Canalone del Gigio. Marmolada pulita 1988, Dolomiti

 

Il confronto magari ardito, ma proponibile, fra il CAI di allora con i suoi progetti e il CAI di oggi mostra indiscutibilmente un mutamento quasi speculare. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale il CAI, complice anche la decadenza della professione di Guida, ha progressivamente invaso tutti gli spazi entro i quali avrebbe potuto esprimersi la nostra professionalità: corsi di roccia, soccorso alpino, consulenze per interventi sul territorio, opere di segnaletica, opere di messa in sicurezza di pareti e sentieri. 
In questo modo una struttura come il CAI, che è arrivata a contare ben più di 300.000 soci (leggi, voti) è diventata logicamente l’interlocutore più importante delle amministrazioni per ogni tipo di azione sul territorio alpino. Purtroppo, questa posizione di favore ha portato il Sodalizio ad estendere sempre più la sua influenza, affiancando il suo importante peso consultivo con una notevole quota di personale “volontario” che, inevitabilmente, ha tolto e toglie spazio a chi di montagna vuole vivere. 
Anni fa ebbi modo di esprimermi in merito: «Il CAI… potrebbe fare molto per favorire la professione della Guida, cosa che in questi tempi di fame di lavoro mi sembra anche di ampio respiro sociale. I giovani che puntano su questo lavoro non lo fanno per lucrare sui puri ideali dell’alpe, ma per vivere se possibile ancor più a contatto con essa. Il loro è un atto d’amore per le montagne e il CAI dovrebbe appoggiare questa loro predisposizione. I vantaggi sarebbero ben presto evidenti ed equamente ripartiti sui due fronti. Inoltre c’è quella che io chiamo ‘concorrenza sleale ma ineluttabile’: il CAI, con i suoi programmi, i suoi istruttori e la sua forza, esercita una forma di concorrenza legittima, ma chiaramente dannosa per le Guide le quali devono sempre assumersi gli oneri e i rischi di ogni iniziativa. Per stringere e spiegarmi forse un po’ meglio direi che è come se in Italia accanto all’Ordine degli Ingegneri esistesse un organo statale che presta gratuitamente gli stessi servizi, promuovendo e sostenendo con i capitali pubblici l’opera dei propri addetti.» Mi pare che a oltre vent’anni di distanza il senso del mio pensiero non abbia oggi perso di valenza.

Le Guide
Stabilito che se si vuole vivere di sola montagna il semplice accompagnamento il più delle volte non basta e che le Guide hanno fatto passi da gigante per ritagliarsi altri spazi professionali sinergici e complementari, oggi la professione vive a mio parere una condizione a macchia di leopardo: ci sono aree dove, oltre al solito accompagnamento, già moltissime attività sono di competenza di questi professionisti e aree dove, invece, le Guide locali sono quasi ignorate dalle amministrazioni.
 Pur rendendomi conto delle notevoli difficoltà che si presenterebbero, bisognerebbe trovare il modo che il leopardo perdesse le macchie, in favore di una più comune e diffusa considerazione della professionalità anche da parte delle amministrazioni.
 A mio avviso abbiamo una legge quadro che, essendo stata costruita per non scontentare nessuno, e sicuramente con qualche suggerimento da parte del CAI, è talmente vaga nel delineare i confini della nostra professione che è quasi inutile. 
Ridisegnare tale legge e renderla realmente efficace per difendere la professione è uno dei primi passi necessari.

Un altro aspetto in cui le Guide alpine mancano è quello della presa di posizione di fronte a iniziative poco favorevoli per non dire contrarie alla tutela del territorio. Se per certi versi è comprensibile che il singolo professionista taccia per non vedere compromesso il suo interesse di lavoro in loco, è invece poco comprensibile che a livello collegiale si preferisca astenersi. 
In fin dei conti, e pare che non ce ne sia resi ancora conto, un sistema di sviluppo opposto a quello della valorizzazione del territorio, ci erode potenzialità lavorative. Faccio un esempio personale: parte del mio lavoro consiste nella descrizione di zone di pregio e di interesse per gli amanti della natura, dell’escursionismo, della montagna.
 Ebbene, sempre più spesso mi capita di non poter proporre (o di non poter riproporre) itinerari o immagini perché il paesaggio è deturpato da capannoni, colate di cemento, fili elettrici, tubi e quant’altro. Quindi io, come professionista, mi sento minacciato da quel tipo di “sviluppo” aggressivo, irrispettoso e consumistico e vedo parte del mio terreno di lavoro (per fortuna ne resta ancora tanto disponibile) distrutto.
 Questa continua erosione minaccia tutti coloro, in primis gli agricoltori, che potrebbero cercare di trarre risorse economiche dalla montagna senza danneggiarla. 
Credo che, dopo tanti notevoli passi avanti sul piano delle tecniche professionali, sia giunto il momento che le Guide alpine facciano collettivamente un passo avanti anche sul piano culturale aggiungendo un peso che sicuramente non sarebbe indifferente anche nelle scelte amministrative.

Non possiamo chiuderci nel nostro piccolo mondo di vette selvagge con la certezza che sarà sempre intoccato e che ci darà sempre da vivere. Questioni anagrafiche e accidenti vari ci possono sempre allontanare dalla nostra isola felice, ma se a valle, soprattutto a valle, è stata fatta terra bruciata la nostra attività di ‘svelatori delle montagne’ dovrà essere interrotta. 
Dobbiamo vedere ogni valle e ogni cima come un valore da difendere, superando anche i nostri pur comprensibili interessi particolari cercando di capire che bisogna considerare le montagne nel loro intero come un’importante risorsa di lavoro che continuerà ad esistere soprattutto se riusciremo a spostare gli equilibri per ora pericolosamente pendenti verso la rovina.

Le Amministrazioni
Sono il terzo soggetto di riferimento per ottenere quanto sopra detto e dovrebbero essere i terminali di questa politica, quindi dovrebbero essere in definitiva gli attuatori sul territorio di questo progetto.

Giuseppe Miotti alla base della cascata di ghiaccio Durango, 1a ascensione, 11 gennaio 1980 (Val Témola, Val di Mello)
Val di Mello, Alpi Retiche, cascata di ghiaccio "Durango" (Val Temola), 1a asc., 11.1.1980. Giuseppe "Popi" Miotti all'attacco.

 

Conclusione
Sulla base di quanto sopra è evidente che per parte mia vedrei bene una ricomposizione degli attriti fra Guide e CAI, tuttavia dovrebbe essere proprio quest’ultimo a fare il maggior sforzo possibile. 
Insomma proprio per contribuire a risolvere i problemi sociali e ambientali prima esposti, per tornare sulla strada aperta dai padri fondatori, il CAI dovrebbe farsi promotore di un new deal per le genti di montagna e usare i notevoli strumenti di cui ancora dispone (per quanto?), per farsi da promotore di iniziative tese a favorire a incrementare in tutti i modi l’economia delle genti alpine tramite l’incentivazione del turismo, la creazione e la protezione delle professionalità (meglio se locali), la cessione alle Guide alpine degli aspetti operativi riguardanti interventi sul territorio e accompagnamento. Se, per esempio, il CAI usasse il suo peso per orientare le amministrazioni locali verso l’utilizzo delle Guide alpine anche per un monitoraggio diffuso del territorio, queste ultime potrebbero disporre di dati aggiornati sullo stato di sentieri e versanti montuosi che difficilmente potrebbero avere.
 Se il CAI fosse quello dei Cederna e dei Lurani dovrebbe lavorare per far risaltare ogni tipo di attività attinente la professione di Guida e non per ritagliarsi spazi operativi che a volte creano oziose se non dannose sovrapposizioni.

L’Art. I.1 ( 1 ) – Costituzione e finalità dice: “Il Club alpino italiano (C.A.I.), fondato in Torino nell’anno 1863 per iniziativa di Quintino Sella, libera associazione nazionale, ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale“.

Ebbene se non s’incentivano i modi di trovare risorse economiche eco-sostenibili sul posto, se non s’incoraggia il recupero dell’identità, e l’orgoglio delle radici, inevitabilmente, in molte parti delle Alpi assisteremo a un progressivo degrado, anche dell’ambiente, il cui risultato meno grave potrebbe essere l’abbandono del territorio; in altri casi, per dar retta alla filosofia del cemento e della crescita (senza pianificazione), assisteremmo al suo depredamento.
 Ecco secondo me qual è la missione futura del CAI se si volesse prestar fede a quel primo articolo dello Statuto. Ecco un possibile nuovo punto d’incontro con le Guide dopo anni di separazione in casa.

Forse il paragone non è del tutto calzante, ma pensate ai grandi centri commerciali che sorgono come funghi e che giustificano spesso la loro esistenza col fatto di dare posti di lavoro. E’ vero, danno posti di lavoro, ma quanti ne distruggono a livello della rete dei piccoli negozi? E con tale distruzione non scompaiono solo posti di lavoro, ma anche quel tessuto sociale che in parte si creava anche grazie a quegli esercizi. Privato dell’anima un luogo è facile preda degli appetiti più disparati… 
Il costo sociale di queste strutture è difficilmente calcolabile perché si ripercuote non solo sull’aspetto citato, ma anche su altri fattori: viabilità, qualità della vita, rumore, inquinamento, ecc.
 Però credo sia più facile dare retta all’imprenditore di turno che dice che darà trenta posti di lavoro piuttosto che capire quanti se ne perderanno altrove e quali altri danni potrebbero venire dalla sua iniziativa: fra numeri certi e numeri incerti è più facile che prevalgano i primi per svariati motivi. Si cavano tot mila tonnellate di materiali, si costruiscono tot mila metri cubi di case ed edifici, si prelevano tot mila litri di acqua, si danno tot posti di lavoro. Diversamente, al di fuori dei dati relativi alle attività alberghiere è difficile quantizzare il valore del risparmio del territorio, valore che oltre tutto, scusate il gioco di parole, non perderà mai valore.

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