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Hans Dülfer: morte sul fronte

Questo è il primo capitolo di Le quattro estati di Hans Dülfer, un libro su cui il noto alpinista e guida alpina Ivo Rabanser ha appena cominciato a lavorare.

Siamo lieti di pubblicare in anticipo il primo capitolo di quello che certamente sarà la più bella biografia del grande alpinista tedesco.

La morte sul fronte
di Ivo Rabanser

«Sono tremila, affinché rimangano in duemila quando saranno giunti presso i colli e i villaggi»
Thomas Mann

Si levò l’alba del 15 giugno 1915. La notte era stata tiepida e la luce dell’aurora ebbe ben presto la meglio sulle tenebre. Con il nuovo giorno ricominciò il fuoco di sbarramento dell’artiglieria, che spietatamente martellava le postazioni nemiche sul fronte occidentale nei pressi di Arras. Era un rombo senza posa, cupo di morte, di tuoni e di boati; sembrava voler sconquassare il cuore nel petto e i timpani nelle orecchie. L’odore acre del fumo ammorbava l’aria umida, empiendola con rossi bagliori d’incendio.

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Dai boschi si riversavano frotte di soldati verso l’altura che si allungava davanti a loro, correndo col cuore palpitante per la paura e i piedi appesantiti dalle zolle. Correvano bilanciando il fucile nella mano abbassata, buttandosi a terra a ogni sibilo di una granata in arrivo, da dietro incalzati dal rullo del tamburo. Occorreva arrivare ai reticolati, dare l’ultima spinta a un sanguinoso sfondamento. Sotto l’elmo il viso dei soldati era bagnato di sudore e sporco di fango. Ardevano quei volti sfigurati dallo sforzo compiuto, ma ancor di più per l’orrore alla vista di questo macabro spettacolo di morte. Avanzavano a precipizio, con grida scomposte e passo sempre più maldestro. All’urlo dei proiettili in arrivo si buttavano ancora a terra, per poi rialzarsi e proseguire avanti, con esclamazioni di giovanile incoscienza per non esser stati colpiti. Altri invece cadevano per non rialzarsi più, centrati da una scheggia di granata, trafitti da uno sparo in fronte, nel cuore, nelle viscere. Cadevano agitando le braccia, ritrovandosi col viso nel fango. Giacevano poi con la schiena sollevata dallo zaino, la nuca affondata nel terreno. Non si muovevano più, oppure si scuotevano in ultimi convulsi sussulti, mentre la vita sfuggiva via, irrimediabilmente. Cadevano come corpo morto cade. Era un inferno di detonazioni e di fiammate, di proiettili e schegge di granate. Con ogni soldato che sul campo rimaneva, dal bosco ne arrivavano degli altri. E urlando anch’essi si buttavano a terra, accovacciandosi nelle buche aperte dai proiettili, per poi rialzarsi e procedere con sforzo ostinato, incespicando tra i morti.

Per riportare movimento sul fronte ed uscire dallo stallo di una logorante guerra di posizione, l’esercito francese intendeva sfondare le linee nemiche, facendo breccia nelle trincee fortificate. Sapendo di questo ennesimo attacco, i soldati tedeschi avevano puntato sull’avanzata francese un micidiale fuoco d’interdizione, con granate di grosso calibro, che scoppiavano saccheggiando i campi dell’ampia distesa.

In questa guerra si uccideva in modo mirato e meccanico. La rivoluzione industriale aveva prodotto armi potenti e precise, la cui gittata faceva sì che spesso i soldati non vedevano neppure i nemici che stavano massacrando. E sul campo di battaglia ormai i morti non si contavano più. La ferrea motivazione istillata negli ufficiali e soldati francesi, di assicurarsi la vittoria con l’impiego di truppe lanciate in impetuosi attacchi alla baionetta, «svolti col massimo ardore possibile», s’infransero contro i reticolati di filo spinato, controllati dal fuoco delle mitragliatrici tedesche, impossibili da forzare. Nonostante la scarsa resa, questi logoranti attacchi si protraevano ormai da oltre un mese. «Tre uomini e una mitragliatrice possono paralizzare un intero battaglione di eroi», dirà in seguito un generale francese. La guerra a occidente si era irrigidita definitivamente in un conflitto di posizione, con intermittenti bombardamenti e qualche singolo colpo di mano nelle trincee nemiche.

«Domani torneremo in postazione», aveva scritto Hans Dülfer in una lettera a suo padre. «E dopodomani – 15 giugno 1915 – è l’anniversario della Est della Fleischbank. Per festeggiare fumo dalla pipa che allora insieme allo zaino mi ruzzolò giù da metà parete».

Questa data, che due anni prima era stata una giornata luminosa che aveva riempito il cuore del giovane arrampicatore con gioia e soddisfazione, stavolta non gli porterà fortuna. Di rinforzo in un reggimento di volontari, che con le loro baionette dovevano decidere le sorti della difesa alle trincee davanti alla linea dei colli e ai villaggi in fiamme. Erano studenti per la maggior parte, sangue giovane, da poco tempo sul campo di battaglia. Avevano l’ordine di agire e di vincere, senza tener conto delle gravi perdite che stava decimando la fanteria. Occorreva resistere, fermare e respingere sul nascere ogni avanzata dei francesi. Poco più che ragazzi, alcune di queste reclute erano già perite durante la marcia forzata d’avvicinamento, dimostrandosi troppo fragili per il fronte. Altri non sarebbero sopravvissuti al fuoco delle prime granate, che esplodendo rivoltavano il terreno e i soldati. Se il loro corpo giovane, sostenuto dalle più profonde riserve di vita, sopportava le fatiche, non reclamando il sonno mancato né il cibo negato, era invece impossibile abituarsi a quell’inferno di schianti e di fiammate, di gemiti dei moribondi e grida disperate. E questa continua tensione nervosa chiudeva lo stomaco anche ai più coraggiosi.

Hans Dülfer sarebbe stato fra i primi a scontrarsi con i massicci attacchi delle truppe francesi. Il suo compito, oltremodo rischioso, con tanto di ordine dal proprio comandante, prevedeva una ronda d’ispezione agli avamposti della compagnia. Doveva agire da solo, con risolutezza. Sapeva del pericolo estremo di questa missione e non gli pesava la solitudine. Fin dall’infanzia aveva imparato a doversi bastare. E in questa guerra era già stato impegnato nella logorante guerra di posizione di St-Quentin, che sfociò in una battaglia tra le più sanguinose del fronte occidentale, aveva toccato con mano la precarietà della propria esistenza. In quel fracasso infernale era rimasto accovacciato nelle trincee circolari scavate nel terreno dalle esplosioni delle granate. Il cuore gli batteva all’impazzata, come a volergli scoppiare nel petto, e al suono di ogni nuovo proiettile serrava gli occhi per un attimo, come faceva da bambino, quando una situazione lo spaventava. Come da ordine, sarebbe uscito dalla protezione di quella trincea, si sarebbe spinto in avanti su quella terra di nessuno, ammorbidita dalle piogge, verso la linea nemica.

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Cadde Hans Dülfer – oppure si scaraventò a terra – all’arrivo di una granata, che esplose lì vicino con dirompente potenza, affondando nel terreno e riversando in aria zolle d’erba, fuoco e micidiali schegge di piombo. Con tutto il corpo descrisse un semicerchio, piegandosi poi violentemente di lato, con i piedi simmetricamente allineati. In quell’istante lo sguardo gli si spezzò, ma non per gli occhi chiusi, come faceva da bambino ogni qual volta si spaventava. Una scheggia di granata gli aveva reciso la gola. Lo sforzo sui lineamenti si distese e la bellezza di una gioventù precocemente svanita poté rasserenare il suo volto. Erano le undici antimeridiane di una giornata di quasi solstizio estivo.

Cosa avrai pensato, Hans Dülfer, udendo il sibilo di quell’ultima granata? Quell’ordigno micidiale che in una giornata luminosa di tarda primavera avrebbe tranciato il filo sottile che ti legava alla vita? Riversato per terra, avrai guardato verso la luce del cielo? Quella luce a cui tante volte arrivasti, uscendo dall’abisso di una parete. In fondo tra la vita e la morte il rapporto è come se non fosse poi tanto reale. Fintanto ci siamo, la morte non c’è, e quando c’è la morte non ci siamo noi.

Ogni persona è quello che in vita ha fatto ripetutamente. E tu hai vissuto di montagna e di musica, ricercando quella sublime bellezza che può dare un senso alla vita. Avventure dello spirito hanno potenziato la tua semplicità, hanno permesso di superarti, di realizzare i tuoi ideali. Alla montagna andasti, di montagna vivesti. E in montagna, una volta dicesti, sarebbe stato bello conciliarsi infine con la vita. Ci sono stati momenti in cui nei tuoi sogni paventavi la brevità della tua esistenza terrena. Come dei cupi presagi di morte imminente. «Se non avessi visto null’altro che il fondovalle del Hinterbärenbad e dal Stripsenjoch la forma unica del Predigtstuhl, sarei già contento, malgrado la mia giovane età».

Hai vissuto velocemente percorrendo al galoppo le stagioni della vita, che non ti fu concesso di raggiungere nel tempo. Hai vissuto pericolosamente e come potevi immaginare di dover dire «ho avuto l’onore» su un campo di battaglia, abbrutito dalle miserie umane, dove il fango si mischiava alla sofferenza, su una pianura, così lontano dai tuoi monti. L’armonia ti attirava, sia sui monti come nella musica. Hai vissuto in un periodo di grandi illusioni, in cui la società danzava spensierata, non sapendo che il piano su cui si muoveva era spiovente sull’abisso. Un’epoca che inneggiava alla vita eroica, che per te non è stato solo un inno. Ora questa macabra danza di morte, nella quale sei stato trascinato, a cui andasti volontario per quell’senso d’onore inculcatoti dal tuo tempo, ha segnato la fine di quello spicchio di esistenza che la sorte ti aveva assegnato. E sarebbe stato solo l’inizio. Per lunghi anni ancora i paesi europei si sarebbero dilaniati a vicenda in questa guerra tremenda, che dopo nessuno voleva aver iniziato, ma che nessuno neanche aveva saputo impedire. Ma forse questo rientra nella natura sconclusionata del genere umano, che non riesce a prosperare nell’idillio e di tanto in tanto sembra doversi perdere e rigenerare nella confusione e nella totale rovina.

Nella primavera della tua vita, proprio quando compiutamente avevi trovato uno scopo, una collocazione, persino l’amore, si doveva concludere il tuo viaggio terreno. Non eri destinato a scoprire se l’emozione selvaggia dei tuoi vent’anni fosse sopravvissuta ai tradimenti e agli inganni del tempo e dell’età.

Questa è la storia di Hans Dülfer. Racconta la breve parabola di vita di un giovane studente di musica, che con le sue innovazioni tecniche e la sua concezione influì in modo determinante l’evoluzione dell’arrampicata. La storia si svolse nel mondo di ieri, negli anni che precedettero la prima guerra mondiale, con il cui principio s’infransero molteplici illusioni. Una storia per certi versi fiabesca, che solo un’epoca di grandi entusiasmi e di grandi speranze poteva propiziare. Che doveva concludersi brutalmente con i bagliori di un immane incendio propagatosi poi su tutta l’Europa. Dove, come in tutte le guerre, la verità fu la prima a morire. Ma come era stato possibile che i popoli europei fossero scivolati nel baratro di un conflitto talmente catastrofico che sarebbe costato milioni di vittime, avrebbe scardinato imperi e intere società e messo per sempre in discussione il primato dell’Europa nel mondo?

Fin da quando mio nonno materno attraverso i suoi racconti mi schiuse il mondo della montagna, una delle figure che maggiormente animarono la mia fantasia di intrepido adolescente è stata quella di Hans Dülfer. Questo ragazzo, caduto nel 1915 sul fronte occidentale a soli ventitré anni, spalancò le porte allo stile d’arrampicata che in seguito si sarebbe imposto definitivamente, legittimando l’uso della corda e dei chiodi quali assicurazione contro il rischio di una caduta mortale. Malgrado la sua giovane età fece scuola, senza mai proporselo come obiettivo, ma semplicemente indicando un esempio che la storia avrebbe poi del tutto convalidato. Impressionava i compagni di cordata per lo stile con cui affrontava le pareti, arrampicando con calma e sicurezza, con accorto impiego della corda, «accarezzando» la roccia, in perfetta simbiosi con la natura. Con Hans Dülfer cominciò anche a farsi strada il concetto di eleganza del tracciato su una parete e la scalata giunse ad essere un mezzo di espressione, di creazione personale. Trionfi del corpo, che concretizzavano i bisogni e le aspirazioni dello spirito.

Di questo irripetibile protagonista della storia dell’alpinismo mi colpì la fermezza nei suoi propositi, la tranquilla ponderatezza del suo agire, che gli consentirono di passare di successo in successo con decisa perseveranza. Nell’arco esiguo di quattro estati riuscì a concretizzare cinquanta prime ascensioni sulle pareti rocciose del Kaisergebirge e delle Dolomiti, alcune delle quali figurano fra le massime e più audaci realizzazioni del periodo d’anteguerra. Sono convinto che se non fosse scoppiata la guerra, con qualche anno d’esperienza in più, questo ragazzo avrebbe anticipato l’avvento del sesto grado, disciplinato e concentrato com’era sempre in tutte le sue scalate.

Ivo Rabanser

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Di certo Hans Dülfer è stata una stella luminosa nel firmamento alpinistico dell’epoca. Una luce che brillava accanto di quella di Angelo Dibona, Paul Preuss, Luigi Rizzi e pochi altri. Ma cosa spingeva questo ragazzotto nato e cresciuto nel Reihnland della Germania, lontano quindi dai monti, ad esprimersi attraverso l’arrampicata e la musica? Cosa lo portava a sviluppare la propria creatività nel confronto aspro con le pareti rocciose? Molto più del fatto che nell’arte dell’arrampicata abbia superato i limiti dell’allora fattibile, di questa figura mi affascina sempre più che concepisse l’apertura di una nuova via su una parete rocciosa come la composizione di un pezzo musicale. Con la sua metrica, i ritmi, una propria musicalità. Come un artista che sulla tela non soltanto dipinge dei colori, ma gli riesce la meraviglia di farli armonizzare assieme.

La vita di Hans Dülfer coincide con la Belle Époque, con la vita brillante nelle grandi capitali europee, le numerose esperienze artistiche, lo spirito spensierato e positivo che esprimeva l’idea che il nuovo secolo sarebbe stata un’epoca di pace e di benessere. Un’epoca ricca di fermenti e di cambiamenti epocali. Ma anche di grandi illusioni e speranze andate disattese. Sempre più m’interessai a chi fosse stato veramente Hans Dülfer. Iniziai così a raccogliere sue notizie. Scritti pubblicati in riviste tedesche dell’epoca. Consultai materiale fotografico. Ripercorsi molti dei suoi sentieri verticali, le tracce indelebili che lasciò sulle pareti delle Dolomiti e del Wilder Kaiser. Cercai di capire la società e le istituzioni che impressero il suo mondo, oltre a familiarizzare con i valori, le idee, le emozioni e i pregiudizi che orientavano la visione delle Germania a cavallo tra i due secoli. Come tanti tasselli che man mano riuscirono a restituirmi un’immagine sua, sempre più nitida e comprensibile. Una visione soggettiva, certo, come tutte le inquadrature sono soggettive all’occhio di chi le osserva. E non è stato semplice tentare di cogliere l’essenza di questo giovanotto. In fondo, il regista nel teatro del nostro io sta nascosto dietro le quinte.

Per oltre un anno l’ho sempre portato nei miei pensieri, Hans Dülfer. Durante le escursioni sci alpinistiche o negli avvicinamenti, quando riflettere ti fa sentire meno la fatica, aggiustavo mentalmente le frasi che potessero essere appropriate a descrivere la sua persona. Poi, come d’incanto, successe che le parti s’invertirono. E fu lui, Hans Dülfer, a schiudermi il suo mondo, a farmi comprendere il «Zeitgeist», lo spirito della sua epoca, fatta d’entusiasmo e di speranza, di un oggi incomprensibile senso dell’onore, spinto fino all’ultima istanza dello scacco finale.

Col tempo riuscii a immaginarmelo. Alto e magro, col viso serio e la fronte largamente stempiata, malgrado la giovane età. La sua camminata svelta, sulle lunghe gambe dinoccolate, salutando i conoscenti con garbo cavalleresco. Come stava assorto nei propri pensieri, fischiettando un motivo, isolandosi dal mondo che lo circondava. Parlava poco, Hans Dülfer, e preferiva stare in disparte. «Una volta per tutte», rimproverò Hanne Franz, la sua compagna di corda e di vita, «ricordati che quelli che fanno tante parole non sono mai i migliori». Il supremo dettame della vera eleganza, che consiste nel non farsi notare.

«Non si poteva considerarlo in modo superficiale e credo che a pochi abbia consentito di conoscerlo nell’intimo», disse Franz Nieberl, con cui si legò in cordata per alcune prime ascensioni. Ho cercato di farmelo amico, avvicinandomi in punta di piedi. In senso ideale gli ho come teso la mano e ho imparato a volergli bene. E come per un amico sfortunato, che troppo presto è dovuto partire, ho avuto il piacere di srotolare la sua storia, così come si srotola una preziosa pergamena. Affinché la memoria possa conservare ciò che merita esser conservato.

Ivo Rabanser, guida alpina
11 febbraio 2014

Hans Dülfer e Hanne FranzHans Duelfer e Hanne Franz al rifugio Vajolet

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