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I cannoni dei 3000

Sci alpino: i casi di Val della Mite e di Col Margherita (Moena) impongono una inversione di tendenza.
L’essenza stessa di ciò che realmente sono le montagne, unita agli effetti dei cambiamenti climatici, richiede alla comunità politica di impedire ogni spreco energetico, ogni velleitaria fuga in avanti e suggerisce sobrietà, intelligenza, rispetto degli ambienti naturali, specie all’interno di un parco nazionale.

Ormai il limite del buon senso è stato invece ampiamente superato, invadendo il territorio del tragicamente ridicolo. Gli impianti d’innevamento artificiale sono sempre più numerosi, più potenti e a quote sempre più elevate.

E’ del 31 agosto 2016 la notizia che la giunta della Provincia di Trento ha accordato (il giorno prima) il via libera ai cannoni sparaneve per innevare la pista della val della Mite, servita dalla nuova funivia Pejo 3000. Sarà senza dubbio l’impianto d’innevamento artificiale più elevato in Trentino: perfino in Marmolada e in Presena i cannoni si fermano attualmente ben al di sotto dei tremila metri.

Il clima sta cambiando? La giunta provinciale alza il tiro.

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Gli impiantisti di Pejo 3000 sono terrorizzati che si ripeta una stagione drammatica come quella dell’inverno scorso, così povera di precipitazioni che la moderna funivia che sale da Tarlenta ai Crozi Taviela (dove c’era una volta il rifugio Mantova 3073 m, da non confondere con il rifugio Mantova al Vioz 3535 m) entrò in funzione solo a febbraio (per un paio di giorni alla settimana) mentre la pista della val della Mite fu aperta agli sciatori solamente il 3 marzo.

Lassù, se la neve manca, o se è poca, i problemi per sciare sono enormi: il terreno è caratterizzato dalla presenza di massi più o meno grandi, per poter scendere con gli sci di neve ce ne vuole davvero molta.

E’ stato facile per i tecnici delle funivie, nella relazione sottoposta alla Provincia, dimostrare che la neve artificiale garantisce risultati migliori rispetto ai fiocchi naturali “che a quelle quote sono spesso leggerissimi, tanto che il vento li spazza da un versante all’altro rendendo inutili i lavori di battitura delle piste”.

Alla fine la Provincia ha dato il via libera al “più alto impianto d’innevamento del Trentino”, nonostante i dubbi avanzati già quattro anni fa, quando i cannoni sparaneve vennero autorizzati “solamente” fino a 2500 metri di quota: «Non sono emersi problemi dal punto di vista tecnico e ambientale, considerati anche i buoni risultati d’inserimento paesaggistico ottenuti con l’impianto realizzato finora» ha detto l’assessore Mauro Gilmozzi. Valutata l’incidenza ambientale, il nulla osta è arrivato anche sentito il parere di un Parco Nazionale dello Stelvio da poco privato di qualunque potere e rigorosamente a gestione ripartita tra Trentino, Alto Adige e Lombardia.

Certo che il freddo – fondamentale per i cannoni – a quelle quote non dovrebbe essere un problema. Ma l’acqua? Sono 170 mila i metri cubi d’acqua che gli impiantisti contano di utilizzare per creare – a inizio stagione – un fondo di circa 40 centimetri di neve artificiale che farà da base per i fiocchi naturali. Nessuna esitazione dunque a rifornirsi dalle sorgenti e dai laghetti, canalizzandoli e prosciugandoli completamente.

In più, al posto del vecchio rifugio diruto, c’è il progetto di realizzare a 3073 m un nuovo rifugio d’altissima quota, proprio alla stazione d’arrivo della funivia. Così lo scavo per le condotte dell’innevamento artificiale servirà anche per ospitare l’acquedotto e la fognatura che collegheranno la nuova struttura con la rete già esistente presso il rifugio Doss dei Cembri.

Il comunicato stampa di Mountain Wilderness
(2 settembre 2016)
Quanto sta avvenendo nel settore dello sci alpino in tutte le Alpi è a dir poco disarmante. Nessun ente pubblico cerca risposte sensate e lungimiranti alla crisi dello sci alpino, nonostante i dati di questa industria siano allarmanti. Un fatto sembra incontestabile: sta diminuendo il numero degli sciatori in tutta Europa, sia per la crescente scarsità e volubilità del mantello nevoso, sia perché praticare questo sport è divenuto estremamente costoso e sempre meno alla portata delle famiglie del cittadino medio. Nell’arco alpino in questi ultimi 50 anni la temperatura media è aumentata più del doppio di quanto avvenuto sul resto del pianeta e le precipitazioni scarseggiano sempre più.

Saggezza imprenditoriale e riflessione politica vorrebbero che il turismo invernale puntasse su altre proposte più dolci e durature.

Innanzi tutto è necessario investire in pratiche sportive meno energivore, evitare lo sperpero della risorsa idrica, mantenere integri gli spazi aperti e non ancora antropizzati. Invece anche in Trentino, provincia che nel nome dell’autonomia vorrebbe porsi all’avanguardia in tema di difesa ambientale, si percorrono strade rivelatesi ovunque fallimentari. Si costruiscono enormi bacini idrici arrivando a sconvolgere paesaggi e foreste di alta quota (si superano ormai comunemente i 100.000 metri cubi di invaso), si porta l’innevamento artificiale fino a quote impensabili come avviene in val della Mite, nel parco nazionale dello Stelvio. Una recente concessione provinciale permetterà di raggiungere con gli impianti di risalita i 3.000 metri di quota, mentre contestualmente si aprono nuove, inutili e distruttive piste in ambiti pregiati come a Passo San Pellegrino (Moena) con la nuova pista La Volata: una direttissima che solo una minoranza di sciatori sarà in grado di affrontare. Per costruirla si stanno demolendo a suon di cariche di dinamite interi costoni di roccia e si stanno invadendo gli ultimi spazi liberi a disposizione della pernice bianca e del gallo forcello.

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Senza contare la distruzione di una secolare pineta di pino cembro che arricchiva di fascino l’intero versante. In tutti i casi citati quest’opera di distruzione è sostenuta non solo dall’avvallo politico delle comunità locali e della Provincia Autonoma, ma anche da sostanziosi contributi pubblici che vengono investiti in società private i cui bilanci mostrano, anno dopo anno, deficit sempre più pesanti. Ma perché preoccuparsi? Quei debiti vengono ripianati regolarmente con l’intervento pubblico.

Riguardo agli impianti fognari e d’innevamento artificiale previsti a Pejo 3000 va ricordato che si tratta di infrastrutturazioni difficilmente compatibili con i valori su cui si fonda un Parco Nazionale. Un’area protetta acquisisce il suo senso quando riesce a dimostrare, anche all’esterno, che è possibile, attraverso il lavoro teso all’intelligente conservazione dei beni naturali, alla tutela e alla riqualificazione della biodiversità, alla protezione dei paesaggi identitari, costruire sviluppo, innovazione e cultura, fuori dai desueti modelli di sfruttamento mercantilistico che tanti danni hanno arrecato alle vallate alpine.

Mountain Wilderness si attendeva dal Trentino una inversione di tendenza riguardo agli indirizzi politici del turismo invernale. Sui versanti settentrionali dell’arco alpino, a esclusione di aree ormai devastate, da anni si propongono modelli e scelte che puntano sulla mobilità alternativa, che tendono a massimizzare il risparmio energetico, che riportano i beni naturali, la fauna selvatica, le specificità locali, l’agricoltura di montagna in tutte le sue connessioni a essere motori primari di uno sviluppo reale, libero dagli schemi del passato. Nelle Alpi italiane sembra che questi processi non vengano nemmeno presi in considerazione. In Trentino poi si raggiunge il massimo dell’ipocrisia quando si preannunciano nuove prospettive per il turismo (come quelle contenute nel progetto TURNAT) e poi nei fatti, giornalmente, le scelte della politica e dei territori le smentiscono.

Anche nelle Province autonome e nelle Regioni non è venuto il momento di ripensare le scelte e di investire in una progettualità più sobria, alternativa e culturalmente responsabile, cercando di recepire, se non gli allarmi ormai consolidati dai dati del mondo scientifico, i messaggi etici profusi con continuità dal Sommo Pontefice? La monocultura dello sci alpino appartiene al passato.

E’ tempo di voltare pagina!

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