Posted on Lascia un commento

I Cento Nuovi Mattini

I Cento Nuovi Mattini
(scalate brevi e libere in Piemonte, Val d’Aosta, Lombardia, Liguria, Emilia, Toscana, Lazio e Sardegna)

Trentaquattro anni fa usciva, per i tipi della Zanichelli, il mio libro Cento nuovi mattini. All’inizio degli anni ‘80 cominciava a essere praticata come fine a se stessa l’arrampicata in falesia, e si cercava di capire se questa fosse un’alternativa povera o un “alter-ego” dell’alpinismo.

Per ragioni diverse 100NM è diventato un cult dell’arrampicata (arrampicata libera ma ancora meglio arrampicata e basta). Consultato avidamente, collezionato, ricercato anche e soprattutto quando esaurito. Un libro che, senza volerlo, ha fatto scuola.

Qui di seguito ne trascrivo l’introduzione: al momento di scriverla mi sembrava un’attenta analisi dei tempi, mentre molto presto si è rivelata un monumento all’utopia. Alla luce dell’esperienza di questi trentaquattro anni, forse queste parole hanno più senso oggi che ieri.

100NM-dsc_9493_ridimensionare


Introduzione ai 100 Nuovi Mattini
(settembre 1981)
Dedica
Dedico questo libro ai dirupi, risalti, burroni, falesie, canyon, e a tutte le strutture di fondovalle nella speranza che la follia “costruttiva” dell’uomo non perseveri in un’opera di aggressione e distruzione moralmente ed ecologicamente inaccettabile oltre che incurante della futura sicurezza delle stesse abitazioni e degli stessi insediamenti industriali.

Omaggio
L’arrampicata di fondovalle in Italia è giovane. Il primo ad accorgersi delle enormi possibilità delle nostre strutture e quindi il primo a vivere la nuova filosofia dell’alpinismo senza vette fu Gian Piero Motti, nei primi anni ’70. Il suo incontro con Mike Kosterlitz, esponente di quell’alpinismo britannico che da sempre in questo campo era all’avanguardia, fu l’inizio di quella nuova era dell’arrampicata che oggi sembra così naturale e frutto spontaneo della nuova generazione. Nel 1974, Gian Piero Motti pubblicò sulla Rivista della Montagna un articolo dal titolo Il Nuovo Mattino. Analisi dell’Alpinismo Californiano.

Ringraziamento
Ringrazio coloro che appaiono nelle fotografie, ma anche quelli che non figurano solo a causa della selezione fotografica. Sono riconoscente a chi mi ha aiutato in qualunque maniera ed è rimasto nell’ombra. Di questi ho citato i nomi in apertura. Sono pure grato a coloro che non mi hanno aiutato o per pigrizia o perché non credevano in questo lavoro. Grazie a loro sono stato continuamente pungolato a fare del mio meglio perché questo documento si realizzasse a dispetto di ogni difficoltà.

Introduzione
Perché i “nuovi mattini”
Negli anni ’70 l’alpinismo è cresciuto, si è espanso e negli anni ’80 non sarà più un’attività elitaria per pochi pazzi. Già in Europa si è assistito a una rivalutazione morale dell’alpinismo da parte dei profani, che ora dimostrano maggiore sensibilità e apertura. Anche in Italia le cose stanno cambiando, il “boom” alpinistico è avvenuto anche da noi. Lo possono confermare l’aumento incredibile delle vendite di articoli sportivi legati alla montagna e il rifiorire delle attività editoriali con argomento la montagna e l’alpinismo. Ciò è consolante, anche se accanto ai lati positivi ci saranno quelli negativi. I primi segni di cambiamento, dovuto all’accresciuto numero di persone, si hanno nella diversificazione delle attività. Tralasciando l’escursionismo tradizionale (anch’esso in pieno “boom”, vedi i trekking e tutte le iniziative di traversate da rifugio a rifugio) e occupandoci solo di alpinismo, si possono distinguere ormai due nette direzioni. Da una parte sta l’alpinismo classico. Quello dell’alta quota, della neve, del ghiaccio e delle grandi salite su roccia. Dall’altra è nata una nuova forma di movimento, l’arrampicata fine a se stessa, privata dell’ideologia della cima e dell’eroismo, ma non della competizione. Entrambi i rami sono in rapida crescita, sia in qualità che in quantità, però stanno staccandosi sempre più e sempre più si dividono le mentalità che ne sono alla radice.

Personalmente ho vissuto entrambe le correnti e posso dire ancora oggi di non avere preferenze. Però debbo affermare che per vivere entrambe ho dovuto compiere un notevole sforzo di adattamento e duttilità. Gli ambienti umani sono incomparabilmente estranei uno all’altro. Questo è male, occorrerebbe cercare di riunire, di collegare. Un’esperienza unificatrice è quella di cui oggi in Italia c’è maggiormente bisogno. Se da una parte si cerca di camminare il meno possibile per accedere alle pareti, dall’altra si accentuano i dislivelli, si cercano montagne più isolate e grandiose. Se nell’arrampicata si evita il freddo, in alpinismo il freddo e la quota sono elementi essenziali. Anche se oggi si tende a scalare la parete ovest dei Dru con le scarpette, portando nello zaino gli scarponi, questo non basta a collegare caratteri così diversi. Di fondo rimane che in arrampicata il passaggio di settimo grado è la meta, mentre in alpinismo lo stesso passaggio è un ostacolo e va eliminato con l’uso della staffa.

28 luglio 1980: Val di Mello, Ivan Guerini tenta la fessura che diventerà La signora del Tempo
Val di Mello, Ivan Guerini su La signora del Tempo, 28.7.1980

A queste differenze se ne aggiungono altre più esteriori, come l’abbigliamento, il gergo, l’età media, l’allenamento più o meno intenso. Molti alpinisti classici che sfoglieranno questo libro potranno arricciare il naso di fronte a certe immagini “scapigliate”. Questo libro non vuole essere una difesa e neppure un’aggressione. Vuole essere un documento il più possibile esatto e reale di ciò che succede oggi nell’arrampicata pura. Documento che dev’essere inteso come tale, cioè strumento di informazione e di piacere visivo. Non soltanto io autore, ma tutti i ragazzi protagonisti, sappiamo che certi passaggi e certe “prodezze” non sarebbero stati possibili in montagna. Ma sappiamo anche che, da quando le strutture rocciose della bassa valle hanno cessato di essere “palestra”, il livello medio di capacità si è notevolmente alzato e non si può ignorare che la grande maggioranza delle vecchie vie classiche è stata ripetuta in arrampicata totalmente libera. In Dolomiti vie come la Brandler-Hasse alla Roda di Vael, la Carlesso alla Torre Trieste e la Comici alla Grande di Lavaredo hanno visto ripetizioni senza l’uso di un solo chiodo di progressione. E lo stesso è successo sul Monte Bianco e sulle Alpi Centrali. Questi sono risultati inoppugnabili e il merito va ascritto al fatto che non si va più ad allenarsi, ma si va ad arrampicare.

Questo fondamentale cambio di mentalità ha portato a parlare di tempi nuovi. Da che mondo è mondo ci sono stati “tempi nuovi” e sempre ci saranno. Per questo il mio documento di cronaca e di fotografia può essere intitolato “100 nuovi mattini”: perché ci vogliono cento giorni per salire tutto ciò che ho proposto qui, ma soprattutto devono essere cento giorni “nuovi”, altrimenti si rischia di ottenere il risultato ma di falsarne lo spirito, riproponendo il vecchio sistema dell’allenamento e riportando “in palestra” la mentalità della montagna.

Resta fermo che ognuno è libero di salire, di scalare, di arrampicare come meglio crede. Ciò che è inopportuno è il campanilismo, il settarismo invidioso dei compartimenti stagni e soprattutto l’ignoranza.

10 giugno 1973: Scoglio di Mroz, Alessandro Gogna sulla seconda lunghezza della Via della Torre Staccata, prima ascensione
Scoglio di Mroz, via Gogna, 1a ascensione

Per salire tutti e cento i nuovi mattini, ho dovuto calarmi integralmente nel nuovo mondo, viverne pregi e difetti. Ho sempre preferito alzarmi presto la mattina e invece qui dovevo stare a nuovi canoni, rimettermi alle abitudini degli altri, per esempio. Anche altre trasformazioni ho dovuto compiere, altrimenti il risultato finale non sarebbe stato possibile. Questa è la ragione per la quale il lettore classico troverà poche concessioni all’alpinismo tradizionale, ma è anche, secondo me, la verità del libro senza la pretesa di adattarsi ad uso di molteplici gusti.

Le difficoltà
Tra i più difficili compiti che mi sono assunto, quello di dare una valutazione omogenea delle difficoltà è stato il più duro e più discusso. Per cominciare ho rinunciato a dare una valutazione complessiva di ciascun itinerario. Ho percorso personalmente tutti e 100 gli itinerari e ho sempre fornito i dati salienti, dislivello, sviluppo, difficoltà dei passaggi, numero delle protezioni, ma ho evitato di riassumere, perché lo credo inutile. Per le difficoltà sui passaggi ho seguito i criteri della scala aperta UIAA, tralasciando le scale francese, inglese e americana. In questo libro il terzo e quarto grado sono ancora quelli di una volta e a me sembra più onesto non ricorrere all’espediente della compressione dei gradi. E’ importante notare subito che molti passaggi di VI, VII, ecc. sono tali solo se superati esclusivamente in arrampicata libera, cioè senza usare l’ancoraggio come progressione bensì solo per assicurazione. Questo vuol dire evidentemente che lo stesso passaggio è superabile all’occorrenza anche in A0 o con le staffe. Se ciò non fosse possibile, in quanto il tratto di parete non accetta protezioni di sorta, allora ho sempre specificato o nel disegno o nel testo che non si possono mettere chiodi e neppure nut. Do per scontato che dopo l’uscita di questo libro, molti andranno a ripetere queste vie e riusciranno a salire in libera tratti qui riportati in artificiale. Questo mi farà solo piacere quando avverrà, noi non abbiamo certo avuto la pretesa né di essere i migliori né di determinare a priori ciò che è possibile o ciò che è impossibile in arrampicata libera. Io ho riportato fedelmente sui disegni le nostre prestazioni, le nostre interpretazioni di un itinerario.

Perché ri-creazione?
Ed arrivo qui al punto più importante. Specificate le difficoltà, conosciuto il numero delle protezioni in posto, conosciuto il tipo di materiale da portare con sé, note la discesa e tutte le possibilità di sosta, cosa rimane a chi intende ri-petere un itinerario qualsiasi? Nulla, se uno non ci mette del suo. Fare la via con un chiodo in meno non è questo un gran progresso, a pensarci bene. Mentre la filosofia del nuovo mattino può essere creativa se ci si abbandona alla roccia, al sole, all’arrampicata. Appositamente ho voluto specificare al massimo tutto ciò che si può sapere su un itinerario così da non avere più alcun problema tecnico e non avere più alcuna scusante per trovare in noi stessi ciò che cerchiamo sulla roccia. Ecco perché non ho mai parlato di ri-petizione ma solo di ri-creazione. Perché io credo che a suo modo ciascuno ri-crea una sua esperienza personale nel filo della sua esperienza totale di vita. Questa ri-creazione è certo possibile anche in alta montagna e anche in altri campi che nulla hanno a che vedere con l’alpinismo, però è facilmente comprensibile che ogni tipo di creazione è difficilmente compatibile con l’eroismo e con la competizione: e qui in basso, su rocce arrampicabili tutto l’anno, è più facile dimenticare eroismo e meno facile eliminare competizione… Entrambi sono nemici delle creazione e di quel sentire noi stessi in pieno accordo con chi ci circonda e con la natura.

So che ciò che dico è un po’ quello che vorrei che fosse e che non ho nessun diritto di giudicare se si ri-crea, se si ri-pete, ecc. Ma almeno formalmente ho voluto slegarmi il più possibile dai vincoli della tradizione e ancora di più sciogliermi dai nuovi legami e codici dell’arrampicata moderna. Sono sempre gli altri che daranno un senso a ciò che faranno. Questo libro vuole essere un dito puntato, ma non un’esortazione e tanto meno una bibbia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.