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I nemici della Tosa

I nemici della Tosa

Il 27 giugno 1907 un gruppo di nove alpinisti aprì una variante alla via Migotti della Cima Tosa e la battezzò via Audax. Severino Casara annotò giustamente “si inizia così a spersonalizzare le ascensioni con aggettivi sportivi”: è la prima volta infatti che una via fu chiamata non con il nome dei primi salitori o del capocordata ma con un nome imposto, uso che oggi non ha eccezioni. Questo segnò la fine del periodo esplorativo.

Le guide Bonifacio e Matteo Nicolussi
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Tanto tempo prima, la prima ascensione della Cima Tosa era stata compiuta da Giuseppe Loss, di Primiero, con sei compagni il 20 luglio 1865, dalla Malga di Prato per la Forcolotta di Noghera e la Pozza Tramontana, per l’itinerario che in seguito fu chiamato via del Camino. La seconda ascensione fu di Germano Parisi, di Trento, con Giovanni Carlina e altri cacciatori di camosci nel luglio 1865: salirono da Molveno per la Val delle Seghe. Il grande esploratore delle Dolomiti, John Ball, qui arrivò soltanto terzo. Assieme a W. E. Forster e con la guida Matteo Nicolussi di Molveno, salì per la stessa via dei precedenti, il 9 agosto 1865. Sulla via del ritorno questi alpinisti vennero colti dalla notte e raggiunsero Molveno alle 23. La quarta fu di Francis Fox Tuckett con la guida svizzera Melchior Anderegg e con Bonifacio Nicolussi (di Molveno), il 6 giugno 1867. Questi alpinisti lasciarono Molveno alle 1,45 di notte portandosi per la Malga di Àndalo nella Val di Ceda. Giunti al Passo di Ceda trovarono della neve molle e impiegarono da lì tre ore per toccare la cima. Anche questa comitiva usufruì del camino trovato da Loss, ormai praticamente la via normale. Partirono dalla vetta alle 9,15 e arrivarono alla Bocca di Brenta alle 11,15. Seguì poi l’ascensione dei fratelli William M. e Richard Pendlebury, il rev. Charles Taylor e John Alfred Hudson assieme alle guide Gabriel Spechtenhauser e Bonifacio Nicolussi, il 6 luglio 1872. Nella salita essi superarono le rocce a destra del solito camino.

Una buona relazione ce la diede Douglas W. Freshfield quando fece la sesta salita assieme a I. e R. Richtie con le guide François Devouassoud e Bonifacio Nicolussi. Essi partirono da Molveno il 25 agosto 1873, a notte fonda. Giunti al Baito dei Massodi, l’alba infiammava di rosso le pareti della Brenta Alta. Freshfield informò il lettore di Italian Alps che quello spettacolo poteva essere meglio compreso osservando con attenzione un quadro di Turner conservato alla National Gallery, “Agrippina con le ceneri di Germanico”. Di fronte alla fortezza della Cima Tosa, Freshfield rimase colpito dalle forme della Pozza Tramontana, “uno strano altopiano interrotto nel mezzo da una profonda conca vuota come se fosse stata prosciugata di recente dalle streghe durante un sabba”. Il passo chiave della via del Camino fu descritto come “considerevolmente strapiombante”, tanto che durante la successiva discesa Freshfield seduto sull’orlo del risalto tentò invano di osservare colui che scendeva prima di lui. Ma la spiegazione era che nel muro verticale sporgevano alcuni appigli, “come se nella costruzione di un muro dei mattoni fossero stati lasciati sporgenti”. Scendendo nella Val di Brenta, Freshfield si attardò a contemplare il Crozzon di Brenta; osservò pure il grande canalone ghiacciato che divide questo dalla Cima Tosa (che Virgilio Neri salì da solo molti anni dopo, nel 1929) e scrisse: “Una comitiva di persone decise e resistenti, munite di piccozza, potrà superare questo canalone, tanto in salita come in discesa. Ma la fretta e la noncuranza significherebbero immediatamente la rottura dell’osso del collo”.

Nello stesso anno F. von Schilcher col cacciatore Domenico Sebastiano ripetè (29 luglio) la via dei primi salitori alla Cima Tosa. Lasciarono Sténico alle 3,50 e giunsero alla Forcolotta di Noghera, per la Val d’Ambiez, alle 10,30. Costeggiando la Pozza Tramontana arrivarono al camino alle 13,30 ed in cima alle 15,55. Ripartirono alle 16,10 e, toccando la Bocca di Brenta, furono a Campiglio alle 21,30. Venne poi l’ottava salita, fatta da Michele de Sardagna della SAT di Trento con la guida Bonifacio Nicolussi il 10 settembre 1873.

La Cima Tosa
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Come si è visto i fratelli Matteo e Bonifacio Nicolussi, di Molveno, furono le guide cui tutti i viaggiatori facevano riferimento per le loro scalate nel Brenta. Gelosi del mestiere, è leggenda che distruggessero tutti gli ometti di sassi costruiti da qualcuno per meglio segnare i percorsi: ma questo non è una novità, c’è chi lo fa ancora oggi. Pastori e soprattutto cacciatori, i due inseparabili fratelli divennero guide accompagnando molte comitive, perché erano simpatici e soprattutto conoscevano bene la montagna per averla percorsa in lungo e in largo nelle loro scorribande di caccia. Si narra che un giorno Bonifacio sorprese una martora nella cavità di un albero. Per non prenderla a fucilate e quindi rovinarne la pelliccia, introdusse la mano per strangolare il povero animale: che subito lo azzannò. Ma Bonifacio non mollò la presa e con l’altra mano riuscì nel suo intento!

Mi sono attardato a raccontare qualche brano della storia di Cima Tosa prima che l’alpinismo cessasse di essere esplorativo. Quando la più alta montagna del Brenta fu salita, nelle Alpi allora più famose l’alpinismo aveva già raggiunto ben altri livelli: solo sei giorni prima era stato salito il Cervino. Fino al 1881 questa fu la strada maestra, e le guide come i Nicolussi furono essenziali per la completa scoperta del gruppo, fino a salire il Campanile Alto o il Crozzon di Brenta. Per il Campanile Basso si dovette aspettare ancora un po’, ma ormai l’atmosfera stava cambiando: c’erano le questioni irredentiste, e anche l’alpinismo risentiva del fatto che le montagne fossero prese un po’ a pretesto per successi nazionalistici. Nel 1881 fu costruito alla Bocca di Brenta il Rifugio Tosa. Questo da una parte avrebbe permesso a un maggior numero di persone di accedere alla più alta vetta, dall’altra favoriva speculazioni che con il naturale sentire dell’uomo per la natura avevano ormai ben poco a che fare. Uno dei primi presidenti della SAT, Vittorio de Riccabona, moderato irredentista e appassionato di montagna, il giorno dell’inaugurazione del rifugio (22 agosto) rifletteva sul futuro di Cima Tosa e così scriveva: “Se la vergine Tosa in quel momento avrà abbassato gli occhi dal suo trono di neve e teso l’orecchio a quell’inusitato frastuono avrà potuto fare in cuor suo delle strane considerazioni. Che cosa era dessa un vent’anni fa? Una sfinge misteriosa… che cosa minacciava di diventare ora che la Società degli Alpinisti Tridentini le ha inciso il fianco e le ha piantato addosso un nido d’aquila (il rifugio)? Una rocca espugnata che indarno si circonderà di baratri e di precipizi che dovrà piegare la fronte baldanzosa dinanzi ai suoi nemici naturali, gli alpinisti di tutte le nazioni… Diamo un saluto alla Tosa che qui dispiega il suo ghiacciaio e mostra il candido lenzuolo che le copre il capo verginale. Domani sarà domata da nostri compagni che quasi per schernirla le lasceranno fra i sassi i loro biglietti da visita”.

Vittorio de Riccabona
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Dunque, cosa aveva ricavato dalla grande lezione dell’alpinismo degli anni precedenti il buon de Riccabona? Che la montagna è giusto sia colonizzata dai suoi “nemici”, gli alpinisti, e che la conquista per essere veramente tale dev’essere uno stupro di gruppo della vergine. E purtroppo molti altri, nei cento e passa anni seguenti, hanno seguito questi bei propositi.

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