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I Nuovi Mattini e la salvezza dell’inutile

I Nuovi Mattini e la salvezza dell’inutile
di Enrico Camanni

(già pubblicato su In movimento del maggio 2016)

Ho scritto tanti libri sull’alpinismo, ho percorso molti periodi storici, ma i lettori continuano a chiedermi dei Nuovi Mattini. Gente di tutte le età, dai venti ai settant’anni. Mi ha chiamato anche un professore della Bocconi: diceva che i giovani degli anni Settanta avevano saputo affrontare con sorprendente lucidità la crisi della scalata, e che poteva essere d’esempio per la crisi del nostro sistema economico.

Io credo che i ragazzi di allora non avessero in mente niente del genere. Erano solo incazzati con un modo vecchio e un po’ fascista di fare montagna, metà caserma e metà sacrestia. Non ne potevano più di croci di vetta, morti sacrificali, passioni eroiche nel nome dell’alpinismo. Volevano divertirsi e fare l’amore come tutti, e anche scalare pareti è una forma di erotismo. Basta non violentare la roccia ma amarla.

Nel 1961, alla Scuola di alpinismo Gervasutti di Torino, l’accademico Pino Dionisi diceva: «Non è necessario rammentare che la disciplina ha un’importanza di prim’ordine. Nella scuola che dirigo da molti anni è obbligo all’Istruttore dare del Lei all’allievo, così come, naturalmente, l’allievo deve fare rivolgendosi all’Istruttore».

Enrico Camanni
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Era inevitabile che tanto obbedire portasse alla ribellione. Tra Torino e la Valle dell’Orco, Milano e la Val di Mello, Trieste e la Val Rosandra, Reggio Emilia e la Pietra di Bismantova, nasce un movimento di rivolta che preferisce le montagne alle piazze e in montagna fa una strana rivoluzione. Gli esponenti del rinnovamento alpinistico sono ispirati dal torinese Gian Piero Motti, ottimo scalatore e libero trasgressore. Uno che pensa, elabora e scrive.

I giovani contestatori rifiutano i vecchi pantaloni alla zuava e gli abiti grigi della festa, mettendoci vestiti colorati, orari rilassati, allegri bivacchi, iniziazioni dai nomi musicali: Itaca nel Sole, Luna nascente, Il lungo Cammino dei Comanches, la via della Rivoluzione. Ispirati dal mito dell’arrampicata californiana anche se non hanno mai attraversato l’oceano, lavorando di fantasia trovano splendide pareti a pochi minuti dalla civiltà e su quelle rocce immaginano di essere in Yosemite Valley, sulle Dolomiti o in Paradiso, comunque lontano dagli obblighi e dai tabù. Lontani, appassionati e liberi.

Per capire le esperienze di noi ragazzi di allora esistono due parole chiave: piacere e libertà. Il problema è che erano e sono difficilmente conciliabili, perché la libertà è cosa faticosa e fragile, mentre il piacere aspira alla solidità e alla durata…

Il vero piacere lo hanno goduto non gli apripista di quegli anni là ma gli arrampicatori sportivi dagli Ottanta in avanti, che sono un po’ figli del Sessantotto alpinistico e un po’ traditori di quello spirito anticonformista e ribelle. Perché, come scriveva Pasolini, «arriverai alla terza età e poi alla vecchiaia senza aver goduto ciò che avevi diritto di godere, e così capirai di aver servito il mondo contro cui con zelo portasti avanti la lotta».

Alla fine il Nuovo Mattino è morto non perché gli alpinisti siano tornati a indossare i pantaloni alla zuava ma, al contrario, perché le scarpette da scalata, le braghe di tela, la polvere bianca e le fasce nei capelli – vecchi segnali di guerra – hanno sorriso al mercato dello sport e il mercato ha ricambiato il sorriso. Negli anni Ottanta la passione per la roccia è rinata in panni atletici e collettivi, beneficiando del cammino liberatorio del decennio precedente: si è buttata la dimensione simbolica e si è conservata la parte utile, esportabile e riproducibile.

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A Torino si arrampica di fantasia quando i ragazzi del Nuovo Mattino scoprono che può esserci più piacere in una placca di gneiss a due passi dal fondovalle che in una parete consumata dai precetti stonati dell’alpinismo eroico. Oggi lo sappiamo tutti, per i tempi è una rivoluzione.

Gian Piero Motti detto «il Principe» guida il cambiamento, non tanto perché nel 1974 scrive sulla Rivista della Montagna il famoso articolo Il nuovo mattino, ricavando dall’alpinismo californiano e dalla famosa via di Harding e Caldwell The wall of the early morning light (El Capitan, 1970) una sorta di legittimazione domestica per rompere con il passato, quanto perché riesce a dar voce, forma e dignità letteraria a un fenomeno che forse nessuno avrebbe notato.

Motti intuisce che è venuto il tempo di imitare il modello americano: meno chiodi in parete, rispetto della roccia, arrampicata «ecologica» secondo i ritmi di madre natura. Nell’autunno del 1972 corteggia e sale la parete del Caporal, il piccolo Capitan della Valle dell’Orco a pochi minuti’ da Ceresole Reale. Le difficoltà tecniche non sono poi così elevate, ma la concezione è eversiva: «È vero – scrive su Scàndereai piedi della parete si estende la foresta e sopra, usciti dal verticale delle rocce, ti accoglie il verde e pianeggiante altopiano. Ma quando sei impegnato in parete vivi lo stesso “istante” che potresti vivere sul Petit Dru o sulla Civetta. È lo spirito dell’alpinismo californiano. Lo scopo non è raggiungere la vetta, e nemmeno affermare se stessi. L’arrampicata è un mezzo per vivere sensazioni più profonde». Alla fine aggiunge: «Se poi qualcuno dirà che questo non è più alpinismo, di certo non ci sentiremo offesi».

Lanciata la prima pietra, manca una prova tangibile del nuovo corso. Arriva con Io scozzese Mike Kosteriitz, che nel marzo del 1973 sale il diedro centrale della Torre di Aimonin, sopra Noasca, senza usare un solo chiodo. I piemontesi al seguito restano sgomenti, finché Kosteriitz non mostra loro dei misteriosi blocchetti metallici chiamati nut, noccioline, che si incastrano nelle fessure senza far male alla roccia.

In ottobre Gian Carlo Grassi e Danilo Galante scoprono il fratellino del Capitan, il Sergent, e vi tracciano una via degna dei loro disegni trasgressivi: la Cannabis. Durante il lungo lavoro di chiodatura Galante nota la spaccatura diagonale che incide la fascia inferiore della parete. Una sciabolata nella roccia. Al contrario dei fessurini della Cannabis, la diagonale è troppo larga per i chiodi e perfino per i cunei di legno. Promette un’arrampicata libera senza respiro, pane per antichi cavalieri. Galante torna in maggio, quando i larici mettono il verde tenero, e sale con un incastro epico di braccia e gambe rischiando la pelle. Nasce la Fessura della Disperazione.

Arriva un altro autunno. Larici gialli, ombre lunghe, il cielo che batte sullo specchio argentato del Caporal. In un mese Motti e compagni scalano da indiani il ciclopico diedro Nanchez e il lungo Cammino dei Comanches, strisciando come lucertole verso la liberazione dell’altopiano. Ci sarebbero ancora sogni da inseguire affinando le tecniche del clean climbing d’oltreoceano, spingendo l’arrampicata libera verso il settimo grado e oltre, ma l’epoca d’oro della Valle dell’Orco si esaurisce nel 1975, appena tre anni dopo i primi approcci, l’antico timore, l’irresistibile amore. Le belle avventure finiscono, decide Motti citando Dylan: «Non vorrei essere Bach, Mozart, Tolstoj, Joe Hill, Gertrude Stein o James Dean: sono tutti morti. I grandi libri sono stati scritti. I grandi detti sono stati pronunciati. Voglio solo mostrarvi un’immagine di quello che succede qui qualche volta, anche se io stesso non so bene cosa sia». Motti chiude la sua storia con la Valle salendo Itaca nel Sole, la linea perfetta sul muro centrale del Caporal. Sbucato per l’ennesima volta sull’altopiano di rododendri, «il Principe» raccoglie le sue cose e se ne va.

Eva Grisoni
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Quarant’anni dopo una ragazza del 1977, il 15 luglio 2013 Eva Grisoni scrive su Planetmountain.com: «L’ideologia che ha caratterizzato il Nuovo Mattino è morta. Credo che oggi non abbiamo più ideali: nella vita di tutti i giorni, nella politica, quindi anche nell’arrampicata. Non c’è più nessuna lotta, nessun valore, nessun cambiamento effettivo che possa trasformare l’attuale situazione di stallo: potendo far di tutto, decidiamo soprattutto di fare quello che ci piace, che ci diverte. Ma non riusciamo più a distinguere ciò che conta davvero (L’articolo La scalatrice del pomeriggio viene ripreso dall’Annuario del CAAI 2014-2015 nonché da questo GognaBlog, 7 agosto 2015, NdR)».

Eva si considera una «scalatrice del pomeriggio», quando il sole – se c’è – è realtà assodata e non il miracoloso incedere dell’alba. Noi scalatori al tempo di internet abbiamo conquistato l’onnipotenza di programmare il piacere ma le nostre certezze uccidono il mistero. È già successo altre volte nella storia dell’alpinismo, per esempio quando le superdirettissime delle Dolomiti soffocarono l’avventura a forza di buchi e chiodi a pressione e i giovani, ribellandosi, risuscitarono con l’arrampicata libera il drago ferito da eccesso di tecnologia, riscoprendo il rischio e l’avventura. Ma adesso è molto più difficile ridestare il drago libero e selvaggio, ci vuole più coraggio, serve più fantasia, perché nelle immagini che navigano in rete c’è sempre un bel sole, bella neve, bella roccia e bella gente, bellezze garantite, e nessuno ha più tempo di perdere tempo.

Eppure bisognerà riprovarci, perché quella è la vocazione dell’alpinismo. Non le gesta estreme nate dal narcisismo e dall’egocentrismo delle star, non le morti temerarie o le fughe dalla società, e nemmeno la retorica perduta e perdente degli eroi. Il cielo sarà anche più vicino, sulle montagne, ma la virtù della vetta è un inganno e gli alpinisti non sono uomini superiori. Sono altro, però: testardi, litigiosi e passionali, e anche un po’ bambini. Duellando con i chiodi e le fantasie, hanno difeso un gioco libero e gratuito, perfino in un mondo dove tutto è previsto e monetizzato.

Praticando l’inutile lo hanno salvato.

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