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Il CAI e la società

Il CAI e la società
di Silvia Metzeltin Buscaini
(tratto da Vertice 29, CAI Valmadrera, per gentile concessione)

Mi ritrovo di nuovo in un ginepraio. Mica m’infilo in ricostruzioni storiche: nella ricorrenza del 150° ne abbiamo già avute a sufficienza. Anche se è vero che per capire qualcosa del nostro presente non possiamo ignorare la storia tradizionale, oggi mi viene da lasciar perdere quel passato ufficiale: per giusto o sbagliato che fosse, che nei rispettivi contesti sociali accompagnassero il CAI motivi quali Dio e la Patria, l’alpinismo eroico e le Alpi al popolo, tutto questo mi sta ormai stretto. Di riflesso, perfino recenti disquisizioni teoriche come quello sulle nuove identità montanare, per non parlare dell’introduzione dell’orso e dell’affare Dolomiti Unesco, mi paiono in qualche modo già superate.

Traversata dello Hielo Patagonico Sur. Disegno tratto da La montagna illustrata di Gino Buscaini
CAISocietà-HieloPatagonico-Sur

Dunque: cerco di rivolgermi all’oggi presente, a quella realtà immediata in cui vivo, senza peraltro capirci molto, così come credo che poco a loro volta ci avessero capito i nostri predecessori, perché di solito le cose si capiscono solo a posteriori e non mentre siamo immersi nella loro evoluzione.

Il CAI e la società? Pur trascurabili molecole, il CAI siamo ognuno di noi e anche la società siamo noi.

Non ce ne accorgiamo, ma siamo come agenti nel rapido fluire dell’evoluzione di ambedue e al momento non vedo qualcosa di stabilizzato da analizzare, neppure in contrapposizione. Men che meno considerando l’attuale dinamica accelerata di cui tutto sembra sfuggirci di mano, non solo la comprensione dell’alpinismo e del CAI, ma soprattutto la comprensione del divenire sociale.

A questo punto delle mie perplessità, mi è giunto in soccorso inaspettato, durante una di quelle conversazioni gradevoli a cena conclusa, in cui si spazia dall’esistenza di Dio alle vicende del quotidiano, scivolando sulle vicissitudini della scuola, il progetto di un simpatico docente di Psicologia, progetto che ha rintuzzato la mia avversione a certe tendenze di massa oggi più che mai in voga.

Mentre io cercavo di spiegare il programma del nostro corso di Studio della Montagna dell’Università dell’lnsubria, in collaborazione costruttiva con il CAI, adatto ad offrire anche apertura di orizzonte esistenziale ai giovani, lo psicologo mi spiega che, con colleghi, lui sta impostando un corso universitario per “imparare a gestire il futuro”, dato che i giovani sono disorientati di fronte ai cambiamenti epocali e non sanno come affrontare la vita. Lo vedi anche tu, mi dice: come fanno questi ragazzi a pensare al futuro, se non trovano lavoro e non possono sposarsi e pagare il mutuo per la casa? È stato sufficiente per rinverdire la mia predisposizione libertaria, quella della mia passione alpinistica, quella della mia relazione anche con il CAI e la società. Ci siamo: sono in pista per una reazione.

È certamente vero che un disorientamento epocale spinge molti, giovani e meno giovani, a non prendere più iniziative, a diventare rinunciatari. Si accettano le imposizioni di modifiche e adeguamenti frenetici, di cui spesso non sappiamo neppure cogliere il senso, che ci coinvolgono nostro malgrado a qualunque età e in qualunque ambito. II CAI non fa eccezione.

Illustrazione alla guida Dolomiti di Brenta. Disegno tratto da La montagna illustrata di Gino Buscaini
CAISocietà-GuidaDolBrenta-BocchettadiVallarga

Ma chi si ferma è perduto. A quanto pare, è proprio così, tanto nell’evoluzione degli organismi come in quello delle culture. I biologi spiegano che la “Regina Rossa” di Alice incalza, che la ricerca sugli antibiotici è sempre in ritardo perché il nuovo batterio è già mutato un’altra volta sotto i nostri occhi. Ci salveremo con la fuga in avanti?

E di questo confuso impasto in movimento caotico, di cui risulto essere formata oggi io stessa, CAI e società compenetrati, cosa posso fare e pensare? Ciò che mi pareva valido ieri, per oggi è già obsoleto, quando non rivelatosi chiaramente fuori tiro. In ogni caso, non è più adeguato alla frenetica contingenza. I miei recenti richiami accorati contro una frequentazione “mordi e fuggi” della montagna, di cui noi alpinisti siamo diventati campioni esemplari, mi appaiono pateticamente inutili. Inviti a considerazioni sociali riguardanti la vita delle popolazioni di montagna? Altrettanto malinconicamente disattesi. Mi sfugge il fine della rincorsa, ammesso che sappia trovare consenso alla rincorsa stessa.

Naturalmente sento di essere ancora alpinista, ma neppure io lo rimango come lo sono stata. L’alpinismo cambia e anch’io mi muovo nel tempo, nonostante metta in azione i freni derivati dall’esperienza e dall’indole incline all’autonomia. Tuttavia anche precorrere i tempi non funziona sempre. Anni fa avevo perfino approvato con entusiasmo anticipatore alcuni sviluppi dell’arrampicata che allora vennero stigmatizzati come eresia nel mondo alpinistico, prima di venire poi tranquillamente praticati dagli stessi detrattori. Però penso di sapermi ora distanziare dalle posizioni drastiche di un tempo, tentando di considerare in ottica più consona con gli sviluppi degli avvenimenti. In questo contesto, poiché riguarda proprio un CAI e la capacità di modificarsi con i tempi, vi ripropongo la rilettura del breve riassunto della vicenda Bonatti, presentato congiuntamente dal CAI Varese e Università dell’lnsubria durante la manifestazione in omaggio alla sua memoria. Una piccola rivisitazione della storia.

Qui mi pare giusto puntualizzare qualcosa che spesso trascuriamo quando ci riferiamo al CAI: un conto è la Presidenza Generale del CAI con i suoi organi centrali sul piano nazionale, altro conto sono le singole sezioni sparse sul territorio. È ovvio che le implicazioni economiche e politiche di una sempre più difficile conduzione nazionale lascino poco spazio a considerazioni sull’alpinismo e a iniziative per lo sviluppo sensato della frequentazione della montagna. Ci basti pensare ai rifugi obbligati a trasformarsi in alberghi in quota, agli intralci burocratici che stanno disincentivando il generoso volontariato spontaneo, ai contenziosi con guide alpine, con altri professionisti a vario titolo e con il soccorso in montagna. Eppure, se consideriamo i trascorsi 150 anni della sua storia, il CAI aveva anche saputo intervenire e mediare in situazioni nazionali complesse. Per quanto riguarda le guide alpine, ricordo il mio stupore negli anni Cinquanta: a me ragazzina spiegarono che le guide alpine in Italia non erano considerate come categoria professionale specifica, bensì inserita in un contenitore generico insieme a venditori ambulanti e prostitute. D’altra parte, se fino a trent’anni fa il CAI dalle molte anime aveva l’interesse di fregiarsi dell’alpinismo come bandiera e gli alpinisti stessi anche di punta se ne fregiavano a loro volta, oggi il CAI deve fare i conti con cambiamenti epocali. L’alpinismo è uscito dalla sua nicchia romantica, è diventato in gran parte attività commerciale e gli alpinisti di punta molto mediatizzati mi paiono spesso più lavoratori dello spettacolo che aventi un legame con il mio modo di andare per monti da “alpinista normale” – normale di una volta.

Il maltempo sta arrivando sul Paine Grande. Disegno tratto da La montagna illustrata di Gino Buscaini
CAISocietà-MaltempoArrivaPaineGrande

Non so bene come possa agire oggi un CAI sul piano nazionale in tale difficile contesto. Strizzare l’occhio a escursionismo di massa e ambientalismo, cercare di porsi come riferimento generale anche dove ha ormai perso il senso di appartenenza, divenendo una specie di onesto “club di servizi”? Potrebbe però anche diventare un mediatore autorevole nel dirimere contrasti tra interessi contrapposti che gravitano intorno all’ambiente alpino, potrebbe esprimere il rigore di attendibilità nell’informazione di settore, ma temo che non ne abbia né i mezzi né la statura. Che riesca a rappresentare gli “alpinisti normali” – vecchi e nuovi – mi pare sempre più aleatorio, dovendosi chinare a troppe istanze esterne, che con una pratica libera e responsabile dell’alpinismo virtuale hanno poco a che vedere.

Il CAI non ha saputo opporsi con efficacia a nessuna delle regolamentazioni e divieti che sul piano giuridico stanno ostacolando la libera frequentazione della montagna: si vede che anche il nutrito gruppo di “parlamentari amici della montagna” non deve avere molta dimestichezza con la pratica dell’alpinismo. Fatemi commentare che quando a un funerale ascolto la per me stucchevole invocazione di lasciar andare un alpinista morto per le ipotetiche montagne del paradiso, penso che prima bisognerebbe difendere il diritto degli alpinisti ancora vivi di andare liberamente sulle montagne reali della nostra terra. Ma devo riconoscere di essere stata perdente di persona nel mio impegno internazionale sulla questione e so quanto sia ingrato esporsi per obiettivi non mercantili. Ora non mi aspetto che qualche opportunistica iniziativa ufficiale, diplomatica e tardiva, abbia esiti oltre la facciata.

Insomma: per tornare al mio interrogativo dubbioso, anch’io sono molecola del CAI, ma di quale CAI? Beh, dalla sua espressione nazionale oggi mi sento lontana. Essa mi appare così invischiata nel rincorrere le trasformazioni dalla società senza imprimerle qualche innovazione significativa, da farmela ritenere di scarso interesse nella corsa esistenziale in cui io pure mi trovo trascinata.

Tuttavia, esiste un altro CAI, che è quello multiforme delle sezioni. Nonostante gli intenti degli operatori del vertice nazionale, a volte più zelanti del necessario, alcune sezioni sfruttano il grado di libertà rimaste nel tentare vie nuove. Mi viene da pensare che qui torni utile la sindrome della “Regina Rossa”, e cioè che ci si debba industriare nel fuggire in tempo all’incalzare delle pastoie burocratiche, comportarsi da microrganismo mutante prima che le autorità inventino l’antibiotico di turno per neutralizzare le iniziative. Vorrei fare un paragone tra gli intralci posti all’Alpinismo Giovanile, che in molti casi ne ha segnato il declino, e la felice disattenzione per i Gruppi Senior, sfuggiti allo zelo dei legislatori per una messa sotto tutela. Così nei Gruppi Senior, nel solco di residuati dell’Alpinismo Eroico che cercano di salvare la propria autonomia, confluiscono allegri i nuovi pensionati, ancora esenti da divise e certificati.

Ogni evoluzione è caotica e creativa dalla sua stessa essenza. Quando si cerca di prevederla, di attenersi a un modello, si sbaglia quasi sempre, semplicemente perché non si può. Così oggi posso immaginare un CAI delle sezioni in cammino intraprendente verso qualche sviluppo originale, che forse con il mio alpinismo privato e con quello tradizionale avrà solo poco a che vedere ma che saprà essere innovatore, a costo di imboccare anche qualche vicolo cieco. Penso alla nostra collaborazione aperta tra CAI Varese e Università dell’lnsubria. Penso al merito di irradiazione culturale cittadina del Palamonti della Sezione di Bergamo, coraggioso esempio di capacità imprenditoriale, che nella sua visione sociale va oltre il successo associativo. Penso alla Sezione di Riva del Garda che si è dedicata a coinvolgere soci e cittadinanza per la creazione di un Parco Fluviale, non per recintarlo rinchiudendoci un orso, ma per sottrarlo alla speculazione edilizia e salvarlo per la libera frequentazione responsabile di chiunque. Penso alle iniziative locali delle piccole Sezioni di montagna, le quali offrono attività che coinvolgono in forma congiunta i residenti e i turisti, dai giochi per ragazzi alle facili escursioni, alle mostre e alle serate di cultura. E se poi al loro interno si creano gruppi che si differenziano, perché no? Meglio se distribuiti un po’ in grotta, un po’ in bici è un po’ in canoa e un po’ ad arrampicare, che tutti insieme ammassati sulla stessa cima.

Torre Trieste, disegno a matita di Gino Buscaini realizzato per Silvia nel 1962. Disegno tratto da La montagna illustrata di Gino Buscaini
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CAI e società? Trovo in questo possibile tipo di evoluzione un seme comunitario di partecipazione intelligente, flessibile, adatto alle singole realtà. Dove sezioni del CAI e società civile inventano iniziative e collaborano oltre gli steccati giuridici, è possibile intravedere un futuro costruito della realtà di chi a qualunque titolo si senta legato all’ambiente della montagna.

Inoltre non è detto che proprio in questa fattiva ottica rinnovatrice, in fuga dalle pastoie burocratiche e da timorose chiusure mentali, non rimanga nelle Sezioni anche uno spazio per mantenere il meglio delle nicchie romantiche di un tempo. Una nicchia per gli alpinisti “non omologati”, per quelli di ieri, come eravamo io e altri come me, e per quelli di oggi che pur diversi aspirano ancora a qualcosa di simile: quelli che arrivano al CAI in cerca di rapporti privilegiati, di occasioni per esperienze autentiche, di qualche sogno privato da nutrire e realizzare, di desiderio di affermazione e riconoscimento tra pari, di condivisione della passione un po’ irrazionale è un po’ esclusiva. Non è detto che costituiscono solo elementi di disturbo: possono anche costituire un volano, una riserva di energia. Loro stessi possono poi rendersi conto che, per quanto individualisti, vi trovano campo e opportunità per una visione comunitaria alla quale collaborare. Avrei dovuto spiegarlo anche all’amico docente di psicologia…

Credo di essere una molecola CAI-società un po’ di questo tipo. Mi auguro che, nel turbine epocale che ci trascina, il CAI delle sezioni mantenga gli spazi perché anche i “diversi” di oggi vi trovino interesse e accoglienza: rimango irriverente verso le omologazioni e verso una esistenza da protocollo. Continuo a essere grata per aver trovato a suo tempo nel CAI una nicchia per il mio alpinismo, e continuo a ritenere più saggio e felice appassionarsi a una vita di ascensioni che inseguire rassegnata un mutuo per la casa, magari indirizzatavi da un insegnamento universitario per impostare “la gestione del proprio futuro”. E per concludere, una considerazione economica: dopo tutto, una tessera del CAI costa molto meno di un corso di psicologia.

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