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Il campo mobile di Kandersteg

Il campo mobile di Kandersteg
(dal mio diario)

 

Riassunto
(11 marzo 2016)
Nel 1963 ero fiero di far parte di un gruppo di rover liguri (boy-scout più grandi) con in programma il «campo mobile di Kandersteg». In una pioggerella di agosto ci eravamo sistemati nel campeggio, proprio alla fine del tunnel ferroviario che collega il Vallese al nord della Svizzera. La stessa sera qualcuno, invece di cucinarsi una cena, era andato al ristorante. Il giorno dopo ricordo grandi studi sulla cartina assieme all’amico Marco Ghiglione, mentre i «grandi» riposavano in piscina. Finalmente, il terzo giorno, partimmo in sedici: nostra guida era un rover di Berna, biondo e alto, che soprannominammo Siegfried. Risalimmo la Gasteretal fino al Lötschenpass, ai piedi del colossale Balmhorn. Il gruppo vi arrivò parecchio stanco e la magnifica vista sul Doldenhorn e sul Blüemlisalphorn non li confortò più di tanto. Nelle ultime ore Marco ed io eravamo stati incollati a Siegfried, in testa, per non dare l’impressione di essere debolucci. Volevamo a tutti i costi andare con i grandi in vetta al Balmhorn. In serata accennammo a salire il Klein Hochenhorn, ma Siegfried ci sconsigliò perché «pericoloso». Ci accontentammo di provare i ramponi su una placca di ghiaccio. Il mattino dopo era grigio, dopo una notte insonne non riuscivo ad accettare che i compagni decidessero di rinunciare. Verso le 8 apparve chiaro a tutti che era solo un po’ di nebbia, il sereno ci beffava. Il gruppo disorganizzato non era tempestivo, io scalpitavo. Raggiungemmo il Gitzifurgge rassegnati alla rinuncia ed espressi tutta la mia ribellione salendo da solo sul Gitzihorn, per avvicinarmi all’ormai mitico Balmhorn. Fui richiamato in basso a gran voce. La discesa su Leukerbad falcidiò le ultime energie del gruppo. Con la funivia al Gemmipass e da lì penosamente verso Kandersteg. La pioggia dei giorni dopo impedì anche solo un ripensamento. Nella riunione di fine campo dissi ciò che da giorni mi premeva: quello non era stato un campo mobile, troppe comodità ed eravamo stati poco puntuali e approssimativi. Credo che i grandi non me la perdonino neppure ora. E non dissi che secondo me il Balmhorn si poteva benissimo salire, quel giorno. Nei deserti l’atmosfera è sempre nitida, come i ricordi che contano.

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Diario
(settembre 1963)
Dopo la Messa ci ritroviamo nell’atrio della stazione Principe (Genova). Siamo tutti novizi, a eccezione di Sergio Bione, Mauro Cuccadu e naturalmente il capogruppo Edilio Boccaleri. L’altro responsabile, Giorgio Tirasso, viaggerà in auto assieme a don Pino (l’assistente ecclesiastico) ed Ernesto Parodi (maestro dei novizi). Nello scompartimento del treno, Marco Ghiglione e io confabuliamo per una strategia comune, allo scopo di partecipare a una gita prevista per i soli rover e non per i novizi come noi.

Passato Milano, a Sesto Calende ho un lungo dialogo con Edilio, nel quale sfoggio (guida del Monte Rosa alla mano) tutta la mia sapienza escursionistica, nel tentativo di accaparrarmi una buona dose della sua fiducia.

Ancor prima di entrare in Svizzera, siamo tutti al finestrino, anche quando siamo nelle numerose gallerie. Appena usciamo dall’ultima, poco prima della stazione di Kandersteg, ci accoglie la pioggia.

Dopo aver cambiato un po’ di lire con franchi, percorriamo tutto il paese in direzione sud fino al nostro campo. Dopo le formalità burocratiche ci viene assegnato il nostro spazio: sette tende vicino a uno chalet. Nella nostra dovrò dormire con Orazio Carbone e Marco.

In tardo pomeriggio, ordinata ogni cosa, usciamo a fare acquisti, mentre alcuni decidono di andare a mangiare al Simplon. Al campo sono presenti scout e rover di tutta Europa e anche America. Sono lì a mangiar prugne secche quando capita un ragazzo inglese, Colin Chandler, con il quale faccio subito amicizia. Così faccio esercizio, con il mio inglese scolastico. Raggiungiamo gli altri al Simplon, dove tutti stanno già cantando assieme a inglesi e tedeschi. Torniamo alle tende alle 22.30 e, dopo la consueta orazione serale, crolliamo addormentati in tenda.

5 agosto 1963
Oggi è la cosiddetta “giornata dello spirito”. C’è la santa Messa, celebrata da don Pino, poi un discorso speciale, quasi una conversazione.

Marco e io fuggiamo verso una grotta individuata non so più come, per scoprire però che non possiamo entrarci senza attrezzatura speciale. Facciamo un po’ di roccia sui sassi, io trovo un coltello scout, senza fodero. E me lo tengo.

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Dopo mangiato alcuni vanno a fare il bagno in piscina, io resto al campo. Una giornata poco interessante.

6 agosto 1963
Non avevo perso tempo nello studiare la nomenclatura dei luoghi e in breve sono in grado di orizzontarmi. Oggi c’è in programma la partenza per la gita, perciò ci va tutta la mattina per i preparativi. Finalmente partiamo, in sedici. Non ci sono né don Pino né Ernesto Parodi, cui è stata diagnosticata un’ulcera: se ne andrà qualche giorno a Berna a fare il turista. In compenso è di Berna un rover che ci farà da guida, praticissimo dei luoghi. E’ alto, biondo, presto capiremo che è instancabile. Lo soprannominiamo Siegfried.

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Andiamo a piedi dal campo 1207 m alla partenza della funivia dello Stock: qui prendiamo la strada per la Gasterntal, scavata nella roccia. Dopo il restringimento finale, la valle si allarga in modo tale da poter vedere i rilievi che la circondano. Siamo sulla destra idrografica del Kander, Marco e io ci teniamo un po’ indietro, a un centinaio di metri dagli altri, per poter parlare a nostro agio. Guardiamo la nostra meta, il Balmhorn. Ci fermiamo per una breve sosta a Gastern 1520 m. Quando ripartiamo è per salire alle ultime conifere, il ghiacciaio è ancora lontano mentre il Leitibach ci scroscia vicino.

Ci beviamo una bella birra alla Gfalalp Gasthaus 1847 m. L’ambiente è grandioso, non lo si può chiamare paesaggio: il roccioso Doldenhorn, l’intero gruppo del Bluemlisalp, l’estesissimo Alpetligletscher/Kanderfirn. Su terreno detritico proseguiamo fino all’inizio del ghiacciaio, in zona Balme 2403 m. Fa freddino, ma Siegfried e io siamo in camicia. Ora che cominciamo a pestare neve, Marco e io non restiamo più indietro, bensì talloniamo direttamente Siegfried. E’ lui quello che dovrà guidare Edilio, Sergio, Mauro e Giorgio in vetta al Balmhorn. Se finora ci ha visti in retrovia, non vogliamo che pensi che siamo dei rammolliti. Vogliamo essere della partita del Balmhorn a tutti i costi!

Intanto, nella colonna, si notano i primi cedimenti nella marcia faticosa nella neve. Ci saranno 2 km prima di arrivare al Loetschenpass 2690 m e al suo rifugio. Dopo una breve merenda, Marco e io usciamo, perché è ancora molto chiaro. Volevamo salire sul Klein Hockenhorn 3163 m, ma la guida Siegfried ci dice che è “pericoloso”. Così, per non creare attriti, ci accontentiamo di gironzolare attorno, in cerca di qualche roccia o placca di ghiaccio. Dopo qualche evoluzione sui sassi, troviamo un piccolo pendio di ghiaccio nerastro, giusto quei 45° di ghiaccio vetrato che ci servivano per provare i ramponi.

Al rifugio mangiamo come lupi, io mi addormento con la speranza di salire il Balmhorn.

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7 agosto 1963
La sveglia è alle 5, ma io alle 4 sono pienamente sveglio nella mia cuccetta. A contatto di gomito ho Marco e Gianluigi Caminata, che dormono come ghiri. Quando fa un po’ chiaro riesco a vedere fuori della finestra che c’è un gran nebbia. Sento anche fischiare il vento. Dubito che oggi si facciano gite. Cerco di assopirmi, ma non c’è modo. Guardo di nuovo dal finestrino e vedo le rocce del Ferdenrothorn: ma allora la nebbia è passeggera… e forse anche il vento. Non è una bufera. Alle 5 sento Giorgio che dice a Edilio: – Fuori è brutto… non si vede niente!

Moderna veduta sul Balmhorn dalla Loetschenpasshuette
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E’ vero, ora non si vede nulla. Vorrei intervenire per urlare che non è niente, che bisogna che ci alziamo. Ma sto zitto.
– Allora… che facciamo? – continua il dialogo.
– Mah, vediamo più tardi.

Capisco disperato che il dialogo è finito. Passano due ore interminabili e fuori c’è sempre nebbia. Per me la situazione è indecente, nessuno che abbia voglia di alzarsi e appurare le cose. Alle sette capiscono che fuori non è bello ma neppure brutto. Anzi, sta lentamente migliorando, fino a diventare sereno. Ha nevicato un po’, quindi Siegfried, Mauro ed Edilio vanno a vedere fino al vicino valico del Gitzifurgge 2915 m se le condizioni del ghiacciaio sono buone. Poi scendono velocissimi, come sciatori. Alle 9 sono da noi e ci dicono di prepararci, perché si va. Ero pronto da un pezzo, ma devo aspettare gli altri.

Ora avanziamo lentamente sul Ferdengletscher verso il Gitzifurgge. Non riesco a trattenermi e parto per il Gitzihorn, sulla via per andare al Balmhorn. Questo cocuzzolo è a 2975 m, sgombro da neve. Richiamato a gran voce dal basso, riscendo dai compagni. Ci aspetta una magnifica discesa per il Dalagletscher, dove finalmente posso sfogare il mio malumore per il mancato Balmhorn, con scivolate, balzi, slittate e capriole assieme al bravissimo Siegfried. Tra le cadute generali, quella mia e quella di Siegfried sono rimarchevoli, rovinose direi…

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Alle 11.30 siamo alla Fluhalp 2039 m, in cerca di latte e formaggio. Ma in Svizzera non c’è questa bella usanza che invece c’è da noi. E’ tutto sotto controllo. Sotto alla Majingalp entriamo nel bosco, anche se Ivo Pellegri ha preso una storta e fa fatica a seguirci. Franco Giordano e Bruno Ferrobrajo sono stanchi morti. Dei novizi, solo Luigi Madama, Orazio Carbone, Marco e io siamo ancora tonici. Comunque arriviamo a Leukerbad, più o meno alle 12.30. Marco e io compriamo cioccolata, latte, formaggio, yogurt e succhi di frutta per la colazione di quando saremo arrivati al Gemmipass. Invece la birra, un bottiglione, la beviamo subito.

Con la funivia in pochi minuti siamo tutti trasportati al Gemmipass 2316 m. Durante il pasto il cielo è minaccioso, io vado a calpestare il passo geografico. Vorrei rimanere lì, ma non è possibile. Altra esercitazione di roccia sui sassi con Sergio Bione, poi ripartiamo costeggiando il bacino lacustre del Daubensee. Piove. Poi smette. Allo Schwarenbach ricomincia, con nebbia. piove fino allo Stock, cioè fino alla funivia. Per raggiungerla, una marcia a drappelli dalla forza residua a calare. Arriviamo bagnati fradici.

Scesi dalla funivia, c’è perfino gara per raggiungere il campo! Dopo esserci cambiati, la trattoria del Simplon ce la siamo guadagnata, questa sera!

Dopo cena ritorniamo al campo, ci sono anche gli inglesi, quindi anche Colin. Cantiamo e fumiamo. Sì, fumiamo! Che bagordi! Mai fumate così tante sigarette, in una sera più di quelle che avevo mai fumate prima!

A mezzanotte la cosa ha fine, ci ritiriamo in tenda: ma Marco, Orazio e altri preferiscono dormire nel saccopiuma accanto alle braci del grande fuoco acceso in serata. Io intanto, chiuso in tenda, mi fumo un’ultima sigaretta.

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8-10 agosto 1963
I giorni che seguono sono senza storia. Al Balmhorn non si va perché piove a dirotto, ormai abbiamo perso l’occasione. Impieghiamo il tempo a lavorare per un altro campo a Kandersteg. Sabato è una bellissima giornata, per fortuna non mi sento molto bene, tanto non si è fatto nulla. Salto anche il pasto. La sera, al Simplon, mi sento meglio e partecipo con gli altri al commento di fine campo. Tutti sono invitati a dare il proprio parere. Quando tocca a me, dico: “Beh, io vorrei far notare che questo “campo mobile” non è stato mobile per nulla, perché abbiamo sempre dormito a Kandersteg e solo una volta fuori, alla Loetschenhuette, non in tenda. Ma a parte questo, credo che la giornata di lunedì sia stata male impiegata. Doveva essere “dello spirito”, ma non è stata né dello spirito né del corpo e questo è davvero un peccato. La gita di due giorni è stata bellissima, ma poi abbiamo sprecato i giorni dopo. Sì, è vero, giovedì ha piovuto tutto il giorno, e le mattine del venerdì e del sabato siamo andati a lavorare. Ma i pomeriggi? Se non si poteva fare attività, si poteva almeno cercare di sapere qualcosa di più del posto dove siamo. Secondo me in questo campo ci sono state troppe distrazioni, troppe comodità. Non è forse vero che quasi tutti i giorni siamo venuti qui al Simplon a mangiare? Vi pare un “campo mobile” questo? Non vorrei sembrare disfattista, ma in tutta franchezza questo è ciò che ritenevo andasse detto”.

Tutti tacciono, io m’illudo che mi stiano dando ragione. E Marco aggiunge: “Devo anche far notare il difetto di puntualità: molto spesso siamo giunti in ritardo sull’ora programmata. Si diceva alle 8 e si faceva alle 9. Anche questo è perdere tempo”.

L’assemblea conclude che, per gli anni prossimi, occorrerà evitare il soggiorno prolungato in una sola località, al fine di evitare ciò che si è verificato questa volta.

11 agosto 1963
E’ il giorno del ritorno a Genova. La sera, con mio padre, riparto per la Val di Fassa.

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