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Il clima che cambia

Il clima che cambia
(mio intervento all’omonimo convegno, Università Statale di Milano, 9 ottobre 2015)

Se è vera, come è vera, la considerazione di Gianpietro Verza per cui “l’alta montagna è diventata più difficile e più pericolosa”, allora diventa essenziale che alpinisti e trekker siano in grado di adeguarsi, di comprendere con attenzione, in definitiva di essere più umili.

Umili non significa essere rinunciatari. Se c’è da rinunciare, si rinuncia. Anche prima era così. Umiltà è pensare il meno possibile che la montagna sia luogo dove noi possiamo fare quello che vogliamo.

A me piacerebbe fare un viaggio nel tempo, vedere com’era nel Seicento, quando dalla conca del Breuil (l’attuale Cervinia) si oltrepassava il Teodulo con i muli per andare nella valle di Zermatt. M’incuriosisce proprio sapere com’era allora. In secoli il clima cambia: per ciò che riguarda l’ultimo ci sono state affidabilissime analisi dei cambiamenti, ma per ciò che era quattro secoli fa non disponiamo di tale precisione. Sappiamo solo che l’estensione dei ghiacciai era ben inferiore a quella di secoli dopo.

Noi dobbiamo cambiare delle abitudini. Alcune abitudini che noi cambiamo non sono determinate dal clima, o meglio ci sembra che non sia così.

La parete nord dell’Eiger come mediamente si presentava nelle estati di qualche decade fa
Eiger (3.970 m, Berner Alpen, Nordwestseite), von Kleine Scheidegg aus

Per esempio, quando nei lontani 1964 e 1965 m’iscrissi alla scuola di alpinismo e poi di scialpinismo, una delle prime cose che i nostri istruttori ci dissero fu che era imprudente fare gite di scialpinismo nei mesi invernali: solo da marzo (più o meno incompreso) in poi il rischio per i gitanti era accettabilmente basso. Noi rispettavamo questo consiglio. Perché? Probabilmente perché la neve cadeva più abbondante, durava più a lungo, c’era una primavera che dunque intaccava molto più lentamente le riserve di neve sciabile. Sapevamo che il periodo in cui avremmo potuto andare a divertirci sulle montagne innevate era assai più lungo e più certo.

Oggi si va a fare fuoripista con la prima neve, dunque a volte anche a novembre. E le statistiche parlano chiaro: la maggior parte di incidenti nel freeride e nello scialpinismo si verifica nel trimestre dicembre-febbraio. Questo è un dato di fatto.

La parete nord dell’Eiger come mediamente si presenta nelle attuali estati
ClimaCambia-Alps2011_64

La nostra frequentazione è cambiata, sia per le spinte del mercato che della nostra passione: ma soprattutto perché quella poca neve che cade vogliamo godercela subito e non perderne neppure un po’. Ma il pericolo di accumuli instabili e di placche a vento è lì a minacciarci, non facilmente prevedibile, che a volte anche occhi esperti non riescono a diagnosticare in tempo.

Altro cambio di abitudini: prendiamo a esempio la salita della famosa parete nord dell’Eiger. Una parete che tanto ha fatto parlare di sé, ancor prima che fosse salita per la prima volta. A parte la prima invernale del 1961, questa parete dal 1938 in poi è sempre stata salita di luglio e agosto, massimo a settembre, il periodo in cui presentava più opportunità. Adesso? Ora sarebbe pura follia andare la Nord dell’Eiger in piena estate. E infatti non ci va nessuno.

Oggi si va in marzo e aprile, talvolta a ottobre e novembre. Giulia Venturelli, la bravissima e giovane bresciana che ne ha compiuto la prima femminile italiana, l’ha salita nell’aprile 2015.

Un giornalista bravo come Lorenzo Cremonesi nel 2014 si è occupato della frequentazione della montagna, osservando che al rifugio del Caré Alto, nel gruppo dell’Adamello, in pieno periodo di ferie estive, non c’era assolutamente nessuno che scalasse quella cima, soprattutto che lì pernottasse per salirla il giorno dopo. Francamente a me sembra ovvio: d’agosto, in questi anni, il Caré Alto è poco più che un cumulo di detriti, senza alcuna copertura nevosa. E allora la gente quando ci sale? Cremonesi deve andare al rifugio ad aprile o a maggio e allora vedrà gli scialpinisti che vanno in cima al Caré Alto.

Possiamo dire la stessa cosa di tante altre vie normali: per esempio quella del Gran Zebrù. Andare lassù d’agosto vuole spesso dire esporsi a scariche di sassi e comunque arrampicare in cordata su ghiaia e rocce rotte sgombre di neve e assai pericolose, ben più che un tempo.

E siccome nessuno ha intenzione di mettere in soffitta piccozza e ramponi, allora le abitudini cambiano.

A volte vogliamo cambiarle anche in modo molto invasivo. Qualche anno fa c’è stato il tentativo, per fortuna abortito, delle guide di Zermatt che volevano attrezzare la cresta di Zmutt, cioè la cresta nord-ovest del Cervino.

Ci sarebbero state in questo modo ben tre vie attrezzate alla montagna: la via normale svizzera (Hoernli), quella italiana (Leone) e una seconda via svizzera (Zmutt). Perché si sentiva l’esigenza di attrezzarla? Quella che una volta era una delle grandi vie classiche di arrampicata mista su una vetta significativa oggi in periodo estivo non è più così innevata. C’è un’impressionante quantità di detrito dove una volta si saliva con progressione elegante. Oggi occorre evitare questi tratti così pericolosi andando a cercare altre linee più o meno sul filo di cresta che richiedono però un buon livello di arrampicata su roccia e notevole perdita di tempo. Ecco quindi la soluzione di addomesticare la cresta con gradini e cordoni.

Il pilastro Bonatti al Petit Dru prima del crollo
ClimaCambia-pic2mod_633

Le frane. Ci sono sempre state, ma sembra che oggi siano aumentate, non fosse altro che per la rapidità mediatica di comunicazione dell’evento franoso, che ci raggiunge in tempo reale al nostro tavolino.

Ricordo l’emozione con cui lessi lo spaventoso racconto di Emilio Comici quando fu sfiorato dalla gigantesca frana del Pomagagnon, a fine anni Trenta. Oppure il racconto di Walter Bonatti, quando con Michel Vaucher nel 1964 scampa a un’orrenda frana sullo sperone Whymper alle Grandes Jorasses; lo stesso pilastro Bonatti al Petit Dru è crollato completamente ai primi del nostro secolo.

Non ci si può dimenticare della famosa Cheminée del Cervino, crollata nel 2003: è stato necessario aprire e attrezzare una variante di aggiramento per poter raggiungere la capanna Carrel.

Ma, anche senza andare così distante nel tempo, prendiamo l’esempio di San Vito lo Capo, in Sicilia, 2014: una zona di arrampicata sportiva ben attrezzata su calcare perfetto e a densa frequentazione arrampicatoria. Una guida austriaca a momenti ci lascia le penne perché gli è crollato sotto ai piedi un intero blocco di roccia sul quale era sistemato l’ancoraggio della sosta. Non credo che nel caso di quest’isola si possa ragionevolmente parlare di permafrost, con il caldo che ci fa. L’amico siculo Luigi Cutietta mi confidava scherzando che tra loro, quando vogliono parlare di una “grande impresa” isolana, parlano di “prima estiva”… Comunque un evento del tutto imprevedibile.

Ci sono stati dunque molti episodi, e si noti che stiamo parlando delle sole Alpi o dell’Appennino. Se ci spostiamo all’Himalaya, andiamo a osservare fenomeni ciclopici. Ma ci basta già quello che succede da noi.

Tutto questo dovrebbe essere comunicato bene, ma la nostra comunicazione odierna è troppo veloce e superficiale. Oggi pochi leggono libri o riviste. E quei pochi sono in diminuzione. Soprattutto diminuisce il tempo dedicato alla lettura cartacea. Auguriamo lunga vita al libro e alla rivista, ma è un dato di fatto che ci si affida invece al web, alle immagini di Instagram, ma soprattutto al passaparola dei social. A questo si aggiunge la comunicazione degli enti pubblici, solitamente molto negativa e inutile. Tutti sono liberi di contraddirmi quando dico che un’amministrazione comunale come quella di Valtournenche non dovrebbe preoccuparsi ogni anno di chiudere il Cervino per qualche giorno o settimana, semplicemente perché non rientra nei suoi compiti. E’ una prevenzione che serve a ben poco, perché quando poi l’Amministrazione, obtorto collo, è costretta a riaprire ecco che scatta nelle persone meno esperte la certezza che la montagna in quel momento sia “sicura”. Quando invece sappiamo benissimo che in montagna di sicuro non c’è mai nulla. E allora perché vietare per poi illudere?

E, a proposito di divieti, non posso non accennare al Couloir du Goûter, sulla una delle vie normali francesi al Monte Bianco. Con il trenino che porta su abbastanza alto, è la via normale più frequentata, lungo il refuge de la Tête Rouge, il refuge du Goûter e la cabane Vallot. Sotto al nuovissimo refuge du Goûter occorre passare tra due costole rocciose, alte circa 5-600 metri, traversando il cosiddetto Canalone della Morte, a volte innevato a volte detritico, in ogni caso circondato da roccia instabile e in perenne movimento. Le scariche sono assai frequenti. L’itinerario segue per un centinaio di metri la costola di sinistra, traversa il Canalone della Morte e poi risale la costola di destra. Sia in salita che in discesa, con colonne di alpinisti che aspettano i loro turni o che, peggio, si muovono in contemporanea.

In arrampicata con cattive condizioni sulla Cheminée della cresta del Leone, grande fessura sopra alle Placche Seiler. Questo passaggio è oggi crollato e l’itinerario segue una variante. Foto: Mario Piacenza/Archivio Antonio Carrel.
In arrampicata con cattive condizioni sulla Cheminée della cresta del Leone, grande fessura sopra alle Placche Seiler. Questo passaggio è oggi crollato e l'itinerario segue una variante. Foto Mario Piacenza/Archivio Antonio Carrel, Valtournenche. In arrampicata con cattive condizioni sulla Cheminée della cresta del Leone, grande fessura sopra alle Placche Seiler. Questo passaggio è oggi crollato e l'itinerario segue una variante. Foto Mario Piacenza/Archivio Antonio Carrel, Valtournenche.

Ogni anno, nel silenzio quasi rigoroso, vi muoiono dalle 7 alle 10 persone, vittime di scariche o frane. E per parlare di come dobbiamo adeguarci a questa nuova situazione climatica, abbiamo avuto dei divieti del sindaco di St-Gervaise, nonché dei tentativi di numero chiuso. Convulse ordinanze o proposte tali che in ogni caso hanno a che fare con l’esigenza turistica di tenere ben aperto l’itinerario. Lo dimostra la recente costruzione del nuovo rifugio del Goûter, costata milioni di euro, all’avanguardia per la gestione ecologica e per le fonti energetiche. La capacità e l’accoglienza di questo nuovo rifugio sono tali da esigere che l’itinerario resti aperto. Eppure nulla è stato fatto per cambiare la situazione di pericolosità: da un lato a me personalmente questo conforta, proprio per non svilire ulteriormente la salita al Monte Bianco, ma dall’altro mi domando perché ancora una volta illudere la gente che, sopra al Canalone della Morte, sa esserci uno dei rifugi più costosamente sicuri. Come dire: come può esserci tutto ‘sto pericolo se ci hanno costruito sopra una meraviglia?

In realtà non sono mancate le ipotesi di “messa in sicurezza” (espressione che odio, ma tant’è). Hanno pensato a una funivia, hanno escogitato un tunnel che passasse sotto al couloir. Hanno perfino vagheggiato un ponte tibetano sospeso sul canale e ancorato a due trespoli alti circa 15-20 metri ben infissi nelle due costole rocciose. Ma poi hanno rifatto i conti e hanno concluso che i due trespoli avrebbero dovuto misurare almeno 35 m ciascuno: e quindi per fortuna il progetto è stato abbandonato.

La soluzione più ovvia è quella di aprire un nuovo itinerario che prosegua sulla costola di sinistra evitando così la traversata. Non ci sono difficoltà di VI grado, sono rocce un po’ più verticali di quelle del gemello costolone di destra. Perciò, anche se normalmente sono contrario a ogni tipo di via ferrata, questa volta mi vedo costretto ad ammettere che quello sarebbe il male meno invasivo, cioè quello minore.

E’ il nostro atteggiamento verso il mondo della quota e del selvaggio che ci deve far concentrare. Abbiamo previsioni meteorologiche affidabilissime, abbiamo la quasi certezza del soccorso che ci può venire a prendere quando siamo in difficoltà; abbiamo tutta una serie di tecniche e di strumentazioni che s’interpongono tra noi e il selvaggio. Tutto questo tende a farci travisare quella che invece è la vera essenza della wilderness e della montagna. In più cresciamo e viviamo in una società che c’inculca che quando una cosa è certificata sicura, allora lo è. Quando invece continua a non esserlo. Mi vengono i brividi ogni volta che leggo o sento di certificazioni di sicurezza. Sarebbe meglio eliminarle tutte, in modo che ciascuno di noi possa con maggior approssimazione determinare quanto rischioso sia il nostro piccolo o grande progetto.

Il Grand Couloir du Goûter
CanaloneMorte-600px-Mont_Blanc-Gouter_route-via-normale-francese-fonte-it_wikipediaorg
Una volta si diceva la montagna è severa. Chi è iscritto da un po’ di anni al CAI si ricorda di quel manifesto con quel motto un po’ minaccioso. Ora c’è un fiorire di iniziative, montagna sicura, neve sicura, arrampicata sicura. Questo modo di comunicare le iniziative può risultare molto pericoloso per chi non ha esperienza e dimestichezza con il mondo dell’avventura. Se mi dicono che, comportandomi nei modi suggeriti, ciò che faccio è “sicuro”, che motivo ho di preoccuparmi e incrinare le mie possibilità di divertimento?

Più volte ho suggerito di modificare quei titoli a questo modo: montagna più sicura, ecc. L’utilità di queste benemerite iniziative non ne sarebbe sminuita, bensì ne sarebbe esaltata. Perché anche il pubblico più a digiuno capirebbe che non si può mai parlare di sicurezza al 100%.

A riguardo poi dei comportamenti che devono cambiare, bisogna osservare che tutta questa problematica ha a che fare con il problema della libertà.

La società sicuritaria ha la tendenza a deprimere la libertà individuale. La negazione del pericolo è negazione della libertà.

Esiste un saggio del francese René Thom, del 1994: Determinismo o libero arbitrio: una conciliazione? Egli disse chiaramente: “Dunque è bene avere alla mente come la problematica della libertà presenti una connessione essenziale con il problema del pericolo che l’azione può comportare per l’individuo… (più precisamente) la libertà emerge da situazioni eminentemente rischiose per il soggetto, sia nell’immediato come danni che sarebbero conseguenze fisiche dell’azione, sia, in secondo luogo, a causa di una reazione sociale all’azione del soggetto agente”.

Occorre ri-parlare dei pericoli della montagna, di questi cambiamenti climatici e fare in modo che forino la corazza della finta sicurezza. Si aumenterà la libertà, la responsabilità. Perché libertà non è fare ciò che si vuole, ma ciò che si è scelto in autonomia.

Un modo per trasformare un ciclo climatico apparentemente a noi sfavorevole a nostro vantaggio, trasformarlo in opportunità.

A montagna che cambia, alpinismo che cambia, comunicazione che cambia, ma anche e soprattutto individuo che cambia: con le sue motivazioni e con il suo approccio all’ambiente selvaggio, di cui deve imparare a essere ospite.

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