Posted on Lascia un commento

Il drago, la pulzella e la decadenza della scalata moderna

Il drago, la pulzella e la decadenza della scalata moderna
di Alessandro Jolly Lamberti
(pubblicato il 25 febbraio 2016 in http://www.climbook.com/)

 

Per far capire bene la mia idea sullo stato dell’evoluzione o, se a parlare è un vecchio nostalgico, della decadenza della nostra nobile arte, farò un parallelo con il sesso, che è un affare con il quale quasi tutti, prima o poi, hanno avuto un coinvolgimento emotivo.

DragoPulzellaDecadenza
Nella cultura medioevale il cavaliere, per conquistare una pulzella (notate questo termine “conquistare”… non si usava anche per le montagne?), doveva come minimo sconfiggere un drago. Tutta la passione romantica del sesso scaturiva dalla difficoltà e pericolosità del percorso per arrivare a consumare l’atto sessuale.
Siegfried, l’eroe wagneriano dell’Anello del Nibelungo, l’uomo-selvaggio che non sa cosa sia la paura, uccide il drago Fafner e poi scala una montagna, avvolta dalle fiamme, per risvegliare con un bacio sulle labbra la valkiria Brunhilde. Conoscerà così l’amore e con esso la paura. Ma uccidendo il Drago, entrerà in possesso dell’Anello che porterà lui e il mondo alla distruzione
Come dice David Foster Wallace, ogni animale è capace di scopare ma solo gli umani sanno (sapevano) cos’è la passione sessuale, tutta altra cosa rispetto all’impulso biologico a accoppiarsi. E se questa passione sessuale ha resistito per millenni come forza psichica vitale nell’animo umano, questo non è stato nonostante gli intralci, ma grazie a loro. Nei secoli i draghi si sono poi trasformati in mille altri tipi di impicci naturali e culturali per arrivare alla copula fino a che, a un certo punto, improvvisamente, questi draghi sono morti e la passione romantica ha cominciato a decrescere tanto più aumentavano facilità, sicurezza, sterilizzazione: facile il parallelo con la scalata, no?

Plastificazione, indoorizzazione, volumizzazione, uniformità alle mode.

Lo scalatore moderno non ha più un drago da sconfiggere e, oltretutto, gli è stata anche oscurata l’immaginazione, quella facoltà che rende la passione sessuale diversa dal mero accoppiamento, il mangiare diverso dal semplice metabolismo cellulare, e che rende lo scalare diverso dallo sfogo ginnico.
In un mondo che sembra senza draghi, il nuovo climber scala come un moscerino scopa, e il punto non è soltanto l’assenza del pericolo, che non è scomparso del tutto, ma di certo è stato nascosto come polvere sotto a un tappeto.
Il punto è che la scalata è stata virtualizzata. Per sfuggire definitivamente dal drago agonizzante, si è pensato bene di prendere tutto l’ambaradan e di allontanarlo il più possibile dal reale. Gli appigli ruvidi e tattili sono diventati enormi prese di plastica colorata (neanche più resina, quelli più in voga oggi sono panetti di poliuretano… aiuto! che provocano un certo disgusto tattile). Le prese che ancora un poco somigliavano alla roccia sono state sostituite da orrendi “volumi” assolutamente dissimili dal reale; sempre su questi “volumoni” si svolgono tutti i campionati, dalla garetta sociale alla coppa del mondo, cosa che, all’inizio, poteva pure sembrare divertente, ma che, ora, ha finito per decreativizzare il tracciatore modaiolo. Tracciatore che ormai veste soltanto scomodi vestiti climber – hip hop e avvita prismi di legno annoiando il pubblico (che vorrebbe immaginare come sia possibile tirarsi supcon la punta delle dita), dicevo lo annoia, invece, con ginniche evoluzioni circensi a mano piena, che di scalata non hanno più nulla.

DragoPulzellaDecadenza-CampionatoBoulder

La sala boulder è diventata una playstation, il reale è stato abolito. Quando giochi a tennis con la Wii o scopi su una chat non rischi di incontrare un drago e neppure di slogarti un polso. Ma neppure impari a giocare e neppure ti verranno le farfalle nella pancia al pensiero di una nuova partita.
Un altro esempio paradigmatico di questa fuga dalla realtà sta nell’abbigliamento. Così come i volumoni sono cool, pur essendo dannosi per la scalata vera e propria, così gli scomodi (e oggettivamente brutti) pantaloni larghi, duri, con il cavallo così basso da sembrare un mega pannolone, pur intralciando oltremodo la progressione, sono considerati (??) fighi; una veste funzionale, invece, è considerata alla stregua di un vecchio appiglio similroccia degli anni novanta: da sfigato.
A questo punto sorge un dubbio: o lo stilista delle “uniformi” del climber standardizzato non è uno scalatore e quindi non sa neppure che voglia dire fare un incrocio di piede sullo stesso appoggio (o alzare tantissimo una gamba) oppure è un genio che riuscirebbe a vendere scarpe col tacco a spillo per correre in spiaggia. Esattamente come il gestore di una sala boulder “moderna” che riesce a vendere (ma per quanto ancora?) a migliaia di scalatori di falesia una maestria che, sulla roccia vera, può risultare scomoda ancor più dei pantaloni hiphopclimber.

Ma c’è una cosa che il tracciatore-gestore dovrà considerare, e forse anche lo stilista dei pantaloni gialli col cavallo a pannolone: l’espressione sul volto del principiante che si iscrive a un corso di roccia quando entra in una sala boulder plastificata, volumizzata e playstationata.
La scalata è una disciplina e forse un’arte, e pertanto sopravvivrà per secoli e secoli, come lo yoga.
Le mode, per definizione, sono passeggere: i volumi presto marciranno nelle soffitte, al fianco dei pantaloni hiphopclimber oversize e alle calzamaglie di lycra.
Ah, un’ultima cosa:
Presto il Drago si risveglierà.
Perché non è stato mai ucciso. Sta solo dormendo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.