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Il Gigante e il Col di Lana

Il Gigante e il Col di Lana
di Alessandra Panvini Rosati (maggio 2016)

Io sono piccola; ancora non parlo e non cammino, però capisco e cerco di farmi capire, a mio modo.
Sono una persona in miniatura, come i folletti.

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Vivo in mezzo alle montagne. Il mio papà e la mia mamma hanno scelto questi luoghi per loro e per me.
La mamma dice che quando si è in pace con se stessi ogni posto è casa propria.
Se attorno si hanno soprattutto cose belle, come me con i miei giocattoli, forse è più facile, no?
La sera, quando salgono le stelle e si uniformano i colori, mi prendono in braccio e mi raccontano la leggenda del Gigante Haunold, che viveva lassù, tra i monti che ci sovrastano e ammiriamo ogni mattina dalla nostra vetrata.
Gli abitanti del paese gli chiesero aiuto per costruire la chiesa.
Il gigante, che secondo me era buono, li aiutò trasportando tante pietre grosse e pesanti.

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In cambio reclamò del buon cibo perché, come me, aveva sempre fame.
I paesani, dopo un po’, si stancarono della sua ingordigia al punto che, con un tranello, lo fecero cadere in una trappola e Haunold morì.
Il papà mi dice che il suo spirito aleggia ancora attorno a queste montagne.
Mi spiega che uno spirito è quando una persona c’è, anche se non si vede, una specie di presenza fatta di aria.
Mi dispiace per lui. Era grande grande e aveva solo tanta fame. Povero Haunold.
Forse è meglio non chiedere un’altra cucchiaiata di pappa.
Quando potrò esprimermi meglio, chiederò alla mamma se gli abitanti del paese sono stati cattivi con Haunold!

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Quando ci sono i temporali, cioè quando piove forte forte e la luna viene infilzata da lame di luce e poi si sente un rumoraccio terribile, penso che sia il fantasma di Haunold che sta prendendo a calci le montagne, fa i capricci arrabbiato, affamato e solo.
Poi mi riaddormento, tra le braccia della mamma.
Il mio papà mi porta a spasso quando c’è il sole. Ormai riesco a stare tante ore fuori con lui, mentre la mamma si riposa.
Mi racconta tante storie, anche vere, accadute quando lui non era nemmeno nato.
Per esempio una volta mi ha detto che da queste parti venne il mio trisnonno, a fare la guerra.
Mi spiega che il trisnonno è un nonno vissuto tre nonni fa. Magari ha conosciuto Haunold?
I racconti del trisnonno hanno camminato per tanti anni e sono arrivati fino al papà, per fargli desiderare di visitarne i luoghi.
Dopo averli visti, il papà ha deciso che sarebbero diventati la sua, la nostra casa, quando io ero ancora un forse nella sua idea di futuro con la mamma.

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Non so che cosa sia la guerra.
Ho capito che è brutta più di quando mi sveglio al buio e la mamma non c’è.
Il papà non ha mai conosciuto il mio trisnonno; oggi c’è un sole più rosso del solito e, in segno di continuità, ha deciso che mi porterà là… dove il suo cuore si è fermato.
Forse, se non avessero fatto la bua ad Haunold, sarebbe potuto venire? Con gli altri giganti suoi amici, a far ripartire il cuore del trisnonno?
Non lo so.
Il papà ha dato un bacio alla mamma questa mattina e mi ha messo in auto sul seggiolino.
Ho fatto la nanna quasi subito. Meno male perché di solito vomito; al papà questo non piace.
Salite, discese, curve… se mi sveglio e vomito anche questa volta, non è colpa mia.
Adesso siamo arrivati. Mi fa entrare nello zaino porta bambini. E’ un po’ scomodo ma mi sento grande come Haunold!
Spiega che siamo al Passo Valparola.

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Sto vedendo tanti giganti di pietra attorno a me, magari Haunold si nasconde là dietro!
Vedo che c’è una casa a destra, lui mi spiega che si chiama rifugio.
Un rifugio è… dove si va quando si ha bisogno di aiuto?
“Guarda, quello è il Sass De Strìa, davanti verso sinistra”
Io non voglio vedere una strega, sono tutte brutte e con i capelli spettinati.
Il papà dice che mi porterà a visitare un luogo doloroso, dove non ci sono giganti né fate ma solo fantasmi nascosti tra i sassi scolpiti dai ricordi che accumunano tante famiglie come la nostra.
Ho capito che gli spiriti e i fantasmi dovrebbero essere lo stesso. Ma quante cose ci sono che non si vedono?!
Magari conosceremo Haunold. Vorrei dirgli che mi è tanto simpatico! E fargli le care sulla barba.
Nell’attesa, gioco col berrettino, mi succhio il dito e respiro l’aria fresca che sa di cacca di mucca e di fiori.

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La strada, che qui si chiama sentiero, inizia in discesa e il papà è tutto baldanzoso.
Si attacca a una catenella spiegando che è un tratto attrezzato, per aiutare le persone a non cadere.
A me ricorda quella della nostra altalena, anche lì se cado picchio il sederino.

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Il sentiero adesso è quasi pianeggiante; mi sembra di essere in mezzo ad un mappamondo azzurro, verde e grigio. Tanti colori così lunghi, che i miei occhi non riescono a vedere dove finiscono.
“Guarda, lassù a destra, questi si chiamano Sett Sass”. Io non so contare, gli credo.

La mia testolina gira di qui e di là perché voglio vedere ogni cosa; è la prima volta che salgo così in alto con il papà.
Ora rallentiamo un po’.
Sono piccola ma cicciottella, poi mi dondolo e muovo le gambe perché mi sto divertendo…ci sono le mucche!

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“Ecco, là in fondo, quelle due montagne scure, le vedì? Là a sinistra?”
“Sono il Monte Sief e il Col di Lana”.

Io le osservo, effettivamente sono strane e così diverse rispetto alle altre montagne che vediamo intorno, che so chiamarsi Dolomiti.
Queste sono nere, come le pellicce dei Krampus il giorno di San Nicolò! Magari il cuore del trisnonno si è rotto perché gli han fatto paura…
Che cosa è venuto a fare qui?
Mentre ci penso guardo attorno. Guardo gli alberi.
Il papà mi racconta: ci sono abeti, pini mughi e alcuni larici. Proprio come quello che abbiamo piantato un pomeriggio che nevicava, nonostante fosse maggio.

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Adesso nel bosco del nostro villaggio c’è un laricino piccolino che porta il mio nome; non vedo l’ora di tornare a trovarlo e annaffiarlo.

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Mi spiega che sulle Alpi – il nome di famiglia delle nostre montagne – il larice predilige stare in alto, come me quando facciamo il gioco dell’aeroplano.
E’ l’unica conifera a foglie caduche. Queste parole sono difficili.
Perde le foglie quando viene l’inverno. Ma così facendo, non sente ancora più freddo quando scende la neve?
So che comprenderò, prima o poi.
Arriviamo in uno spiazzo, dopo avere superato una casettina piccina che mi piace tanto, assomiglia a quella dei cartoni che guardo con la mamma.
Il papà si ferma e mi toglie dallo zaino. “Questo è il Passo Sief”.
Si siede e mi tiene in mezzo alle sue gambe, beve dalla borraccia e fa bere anche me, ma non ho sete.
Attorno è tutto verde e morbido, gioco con l’erba.
Di fronte a noi vediamo una montagna lontana che, mi dice, si chiama Marmolada.

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Scuote la testa mentre la osserva, scatta qualche fotografia.
“Accipicchia, com’è spelacchiata, da non crederci…”
Io penso che sia come i larici. Si è solo spelacchiata per l’inverno?
“Il suo ghiacciaio quasi non esiste più. Mi dispiace per te, per voi. Non riuscirete a vederla bella, come la vedevo io”.
No, i larici mi sa che non c’entrano. A me pare bella lo stesso, chissà se Haunold è andato fin là.
Via, è tempo di rimettersi in cammino.
Adesso saliamo a sinistra in mezzo a un sentiero strano, con muretti di pietre ai lati e tanti cunicoli, che però sono un po’ rotti.
Da lontano vedranno solo una bimba che vola! Perché lui ci cammina all’interno, con ritmo lento, ma i muri lo nascondono e a malapena si scorgono le sue spalle.
Mi spiega che non sono stradine ma trincee.

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“Le trincee servivano ai soldati per avanzare nelle posizioni in prima linea e anche per ripararsi dai soldati nemici”.
I cattivi?!
Mi spiega che la parola “nemico” non è sinonimo di cattivo.
Il nemico è solo un uomo costretto a spararti prima che tu spari a lui; è un uomo che fino al giorno prima manco ti conosceva.
Il papà promette di rispiegarmelo, tra qualche anno quando andrò a scuola.
Invece il cattivo può nascondersi anche tra chi combatte con te, tra chi decide che tu debba combattere.
Il nemico ha scadenza temporale dettata dalla storia, il cattivo può esserlo per tutta la vita.
Non sono sicura di avere compreso tutto, ma se lo dice il papà… sarà vero!
Si è alzato un po’ di vento ma è solo perché stiamo andando in cima.
“Eccoci al Monte Sief”.
“Qui stavano gli Austriaci, cioè gli pseudo nemici…”.

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“All’inizio della guerra, nel maggio del 1915, esattamente cento anni prima della tua nascita, gli Austriaci occuparono il Col di Lana ed il monte Sief. Così potevano controllare la val di Fassa”.
“E non solo! Da qui potevano anche percorrere la strada che abbiamo fatto noi e aiutare i loro commilitoni arroccati proprio al Sass de Strìa, che ti ho mostrato tre ore fa”.

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Io non riesco a immaginarmi chi siano e come siano gli Austriaci.
Penso che siano come gli amici di Haunold, che si aiutavano tra loro ed erano buoni, anche se qualcuno voleva ucciderli.
“Dai, piccola alpinista trasportata, facciamo un ultimo sforzo e conquistiamo il Col di Lana!”
Adesso dobbiamo prestare attenzione a dove porre i piedi, quelli del papà, perché scendiamo da qualche roccetta per un paio di metri e ci ritroviamo nella zona del cratere, un buco grossissimissimo.
Mi dice che proprio qui scoppiò una bomba grande come mille temporali, forte come tutti i giganti delle fiabe, brutta come… non so come… sto vivendo da troppo poco tempo per avere già certi paragoni!

Svoltiamo a destra.
Il papà respira forte, mi dice di essere un po’ stanco ed emozionato.
Saliamo diritti, direzione cielo.
Anche qui ci sono delle catenelle che lo aiutano nella salita.
Io sento il vento, sono certa che sia Haunold venuto fin qui per non lasciarci soli!
Nemmeno il sole riesce a schiarire queste pietre.
Siamo arrivati!

Il papà volta lo sguardo verso di me, dallo zaino allungo la mano e gli tocco il naso. Da sopra la sua spalla vedo i suoi occhi, mi fa un grande sorriso.
Ricambio con un doppio dondolamento di gambe!
Accarezza la croce grande. Ce ne sono anche di piccoline sparse sulla cima.

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“Shhhh, silenzio e stai attenta: c’è la custode di questa tomba, vedi?”

E’ vero: vediamo una viperetta che se ne sta a nanna, all’ombra di una croce di legno, la più piccolina, come a proteggerla.

Meno male che Haunold è fatto di vento, che altrimenti la schiaccia.
Sotto la cima c’è una cappelletta.
Per costruire questa cosuccia, non c’è stato bisogno di chiamare il gigante.

Il papà mi porta nel bivacco.
Il bivacco è un rifugio dove non ti danno da mangiare.
Questo non mi piace mica tanto perché inizio a sentirmi come Haunold!

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Si toglie lo zaino porta bambini, mi sfila e mi fa sedere su una panca, si cambia la maglietta e si siede vicino a me.
Finalmente, estrae un omogeneizzato alla mela (Haunold, come ti capisco!) e, imboccandomi, inizia a raccontare.

“Il 5 luglio 1915 noi Italiani attaccammo queste cime.
Il tuo trisnonno era con i Fanti del 59° reggimento; insieme con altri due reggimenti, a battaglioni di Alpini ed al 3° reggimento Bersaglieri, provarono a conquistare il Sief ed il Col di Lana.”
“Non ce la fecero. La battaglia terminò il 31 luglio.
Ci fu un’altra battaglia il 2 agosto, dove i nostri attaccarono le posizioni del “Panettone” e del “Cappello di Napoleone”.

Io penso che abbiano dei nomi strampalati.
Non so chi sia questo Napoleone col cappello ma so che il panettone è un dolce che piace alla mamma e se qui ce n’è uno grosso, sarà contento Haunold!

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Il papà continua.
“Anche la seconda battaglia finì con un nulla di fatto, se i morti possono essere considerati un nulla!”
“Il tuo trisnonno fu costretto, insieme a tanti suoi compagni, a stare qui fino a ottobre. Il maltempo imperversava. Il freddo si accaniva diventando il nemico numero uno, per tutti indistintamente. C’era una calma apparente tra Italiani e Austriaci, separati solo da pochi metri di muretti a secco”.

Come una specie di campeggio? Credo però che non si divertissero.

“Il 18 ottobre iniziò una nuova battaglia. Gli Italiani erano decisi! Vennero respinti ancora, ma il 29 ottobre i tre costoni del Col di Lana furono in mano alle nostre truppe”.

“Una battaglia davvero spaventosa! Tutto il fronte, dalle Tofane alla Marmolada, sembrava un fuoco vivo e unico! Nella sua immensa tragicità!”

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“Tornò la quiete per un breve periodo. I nemici erano sempre trincerati sul Sief e sul Col di Lana”.
“Là, proprio dove abbiamo camminato, c’erano reticolati larghi ben 8 metri e nei bunker, cioè delle grotte costruite con pale e picconi dai soldati, avevano 60 mitragliatrici e 50 pezzi d’artiglieria. Questo l’ho letto nei libri di storia di tuo nonno”.
“Alla fine, il 7 novembre, dopo un fuoco d’artiglieria durato un’eternità per chi c’era in mezzo, le truppe italiane, dal costone Salesei, ritornarono all’assalto.
Il 60° Fanteria piantò il Tricolore sulla quota 2464, sulla cima del Col di Lana!”.
”Qui, dove siamo noi ora”.

“Durò poco. Gli Austriaci reagirono.
Alle 22 la cima del Col di Lana era tornata in mano loro”

Dal diario della divisione austriaca Pustertal:
“Il giorno 7 novembre agli italiani riuscì di avere il possesso della nostra posizione sulla cima del Col di Lana con un attacco di sorpresa. […] la nostra artiglieria tenne subito sotto il fuoco più impetuoso la cima, in modo così brillante, che il battaglione Landschutzen del Kapitan Valentini alle 9 di sera compì con relativa facilità il suo obbligo d’onore ed ebbe in proprie mani in modo definitivo la contrastata cima.”

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Guardo il papà, ho finito l’omogeneizzato, con la pancia piena mi culla il suo ritmo di voce… ci sono troppe cose da tener in mente in questa fiaba vera.

“Gli Italiani provarono e riprovarono a riprendere quella benedetta/maledetta cima ma senza riuscirci”.
“Per provare a farcela, iniziarono a scavare una grande galleria in segreto con l’intento di far saltare in aria la Cima del Col di Lana: era il 13 gennaio 1916”.

Non mi pare tanto bello che si scavi di nascosto e che si facciano esplodere le mine.

“I lavori, nonostante il ghiaccio e la neve andarono avanti. A marzo lo scavo era lungo oltre 50 metri.
Anche gli Austriaci stavano scavando dalla loro parte!
Come un gioco atroce, dove non avrebbe vinto proprio nessuno”.

A me non piacerebbe questo gioco.

“Il 12 aprile la galleria di mina italiana fu terminata. Il 17 tutto era pronto; si attendeva l’ordine per farla esplodere. I nemici avevano capito. Non potevano abbandonare la cima. Gli ordini erano di non abbandonare il Col di Lana”.

Il papà mi abbottona il giubbottino, nel bivacco c’è umido, mi abbraccia e continua a raccontarmi.
“Alle 23,35 esplose una mina gigantesca di 5.500 chilogrammi di gelatina. Il cratere fu di metri 30×55 e profondo 12. Noi ci abbiamo camminato su…”
“Migliaia di metri cubi di roccia furono scaraventati in aria per ricadere sulle posizioni austriache”.

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Haunold, se tu e i tuoi amici giganti foste stati qui! Avreste potuto scagliare lontano tutti questi massi che schiacciavano le persone?

“Alle ore 01 del giorno 18 aprile, le truppe italiane rastrellarono le poche caverne rimaste integre”.

A quell’ora tutti fanno i sogni e stanno sotto il piumone, perché loro no?

“Il presidio austriaco della cima fu sepolto nell’esplosione. Il Col di Lana divenne italiano”.
“La situazione restò invariata fino al 2 novembre 1917 quando, a causa dello sfondamento del fronte a Caporetto, la 4a armata dovette abbandonare le posizioni conquistate per ritirarsi sul monte Grappa”.
“Il Col di Lana tornò austriaco”

Che brutto gioco. Il trisnonno… perché doveva giocarci?

“Il tuo trisnonno fece il suo dovere di Ufficiale Medico.
Aiutava i feriti: suturando lesioni, alleviando sofferenze che nessuno ormai potrebbe immaginare.
A volte teneva le mani dei moribondi, cioè di coloro che stanno per volare in alto per sempre, perché solo quello poteva fare. Così, come io tengo le tue manine calde, ora”.
“Prometteva di dare notizie ai loro familiari; a quei tempi le comunicazioni erano difficili e ci si aggrappava a tutto”.
“Cercava di salvare le vite. Una professione difficile, la sua, ma importantissima”.
“Morì colpito da uno shrapnel, durante la prima conquista del 7 novembre”.
“Lui che non aveva mai sparato un solo colpo”.

Il papà mi dice che il nome è tanto strano – shrapnel – ma che si tratta di un proiettile per artiglieria.
Sì insomma, una cosa che fa tanto male.

Usciamo dal bivacco, torniamo al sole.
Mi ripone nello zaino e si guarda attorno. Siamo soli con la viperina che non si muove.

E’ bello qui: silenzioso e profumato.
Andiamo nella cappelletta.

Il papà dice una preghiera pronunciando il nome del trisnonno e simbolicamente quello di tutti coloro che erano con lui o contro di lui, che tanto è lo stesso.
Mi dice che il trisnonno non avrebbe fatto differenze, se non costretto.

“E’ tempo di tornare a casa, la mamma ci sta aspettando, il ritorno è lungo quasi quanto l’andata”.

Mi spiace non poter ancora parlare bene. Non potrò raccontarle dei giganti di pietra, della viperina che abbiamo visto attorcigliata ad una croce, di Haunold che ci teneva compagnia.
Sono certa lo farà il papà.

“Riteniamoci davvero fortunati di poter salire su queste cime solo per puro divertimento. Anche se adesso la mia tristezza fa a pugni con la memoria, passerà presto”.

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Sto per addormentarmi al ritmo dei suoi passi.
Voglio tornare a casa, è stata una giornata impegnativa!

Prima di appoggiare definitivamente la fronte sulla sua spalla, sento ancora una frase che il papà dice a sé stesso:
“La pace non è un sogno: può diventare realtà, ma per custodirla bisogna essere capaci di sognare…” “Chi la disse? Nelson Mandela, mi sembra…”.
“Sogna piccolina, sogna tantissimo…”

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