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Il padrone degli orizzonti

Giancarlo Grassi, il padrone degli orizzonti
di Elio Bonfanti
(già pubblicato su Annuario del CAAI, 2009, per gentile concessione)

Anche se è una cosa che mi è capitato di fare abbastanza spesso, ho sempre cercato di limitare i miei contributi alla cronaca alpinistica ai casi di vera necessità, per documentare incontri o avventure meritevoli di attenzione. L’opportunità di ricordare Giancarlo Grassi sull’annuario del CAAI, se da un lato è estremamente appetibile, dall’altro pone la sicura difficoltà di dire qualcosa di nuovo su di lui. Sarebbe forse il momento di fare una biografia e il materiale di sicuro non manca, ma certo è che se le pagine dell’annuario, per evidenti limiti di spazio, non sono la sede adatta per ospitarla, io, che negli anni ho già avuto modo di scrivere molto su Giancarlo, non sono certo la persona più indicata a redigerla.

Devo confessarlo, la tentazione di condensare il tutto con un buon copia e incolla è molto forte, ma la possibilità di raccontare ancora qualcosa di lui, ora che siamo in vista del traguardo di vederlo finalmente riconosciuto, grande tra i grandi, mi dà quasi un senso di pace e, correndo a ritroso nel tempo, ritrovo scampoli di momenti passati insieme che andavano ben al di là del legame che la corda poteva dare.

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Il fatto è che Giancarlo era terribilmente vivo e ogni suo momento era calato nella ragnatela di rapporti che nutrivano la sua vita. Così molto spesso, in una sorta di auto analisi, soleva tradurre nei nomi che dava alle sue vie le proprie emozioni, fossero queste legate a quel velo di inconfessata malinconia che talvolta lo pervadeva piuttosto che a un momento di incontenibile euforia. Nasceva così Mandarina Citrouille, che si proponeva bonariamente di sbeffeggiare un giovane François Damilano, che aveva appena battezzato la prima salita di un seracco Sorbet Citrouille. Quando realizzò la prima via di 500 metri chiodata a spit nelle Valli di Lanzo, Giancarlo volle chiamarla Alla pagina seguente per sancire che anche sul terreno di quelle montagne era ora che cambiasse qualcosa. Non fece eccezione a questo suo modo di essere anche Boia chi dimentica alla Parete dei Militi, aperta a 25 anni di distanza dalla prima salita del vicino Diedro del Terrore per rendere onore alla memoria di Giampiero Motti. Come giustamente ha ricordato Roberto Mantovani alla presentazione del filmato su Grassi di Angelo Siri, presentato a Torino nel mese di febbraio 2009, Giancarlo degli amici non si dimenticava mai e non c’era giorno che non parlasse di loro raccontando qualcosa su Gianni (Comino) o su Danilo (Galante), al riguardo di Renato (Casarotto) o piuttosto di Gian Piero (Motti). Li aveva sempre con lui, li ricordava talmente spesso e con un tale affetto che addirittura una volta, sulle Pale di San Martino, legatosi con un compagno del tutto sconosciuto, ebbe modo di fargli notare che, visto che tutti i suoi amici erano morti, lui non voleva fare la stessa fine e che quindi le corde dovevano essere inserite all’interno del Job e non agganciate solo sui cornetti esterni. Per Renato Casarotto, poi, con il quale oltre a condividere lo storico viaggio in Canada ebbe modo di aprire alcune nuove e importanti vie, nutriva un’ammirazione sconfinata; gli piaceva raccontare di quando, nel bacino d’Argentière, furono avversati per alcuni giorni dal maltempo, cosa che li obbligò a un inatteso riposo in rifugio… a questa forzata inattività, raccontava con gli occhi sgranati, Casarotto ovviava facendosi di corsa due volte al giorno il giro del ghiacciaio… e sempre concludeva dicendo “era una forza della natura”.

Diceva questo forse senza rendersi del tutto conto che la vera forza della natura era lui. Lui che trasformandosi da nero pulcino in una libera e grande aquila aveva ormai definitivamente scacciato il fantasma del timido e impacciato ragazzotto preso di mira e talvolta irriso da alcuni personaggi dell’ambiente alpinistico torinese.

Giancarlo era veramente come una grande aquila e come questa era libero, non aveva condizionamenti di sorta e faceva ciò che più gli piaceva per il gusto di farlo e non di venderlo. Come l’aquila poi aveva la vista, l’occhio allenato nell’intuire ciò che gli altri non riuscivano a vedere. Ancora di questa aveva il cuore: “le aquile non volano mai sole”, e lui non era un solitario, anzi amava condividere con qualcuno le sue esperienze. Contrariamente a Gianni Comino, che portò fino alle estreme conseguenze questo tipo di interiorizzazione, sono infatti molto poche le solitarie di rilievo che fece. Una di queste fu il Couloir Bonnefant al Mont Maudit, ma da come ne parlava si capiva che in fondo in fondo avrebbe preferito farlo insieme a qualcuno. Non che tutti gli andassero a genio, anzi! Ma una volta acquisita la sua fiducia per lui era naturale dare spazio anche decisionale al suo compagno di cordata.
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Non amava l’Himalaya, del quale diceva, semplicemente e onestamente, “non è il mio posto”: la spedizione alla cresta ovest dell’Everest l’aveva segnato negativamente più sotto il profilo umano che sotto quello alpinistico. A esclusione di quella zona, lasciò però quasi dappertutto in giro per il mondo tracce tangibili del suo passaggio. Ebbe un’attività talmente importante e poliedrica che molte delle sue salite corrono il rischio di passare inosservate. In Perù tracciò vie nuove sulle difficili e tecniche pareti dell’Ocshapalca e del Kitaraju. In Patagonia fece altrettanto realizzando, tra le altre, una salita di grande pregio sui seracchi del Cerro Adela, riprendendo così il filo del superamento dei seracchi, mai completamente interrotto nella sua attività. Quel perverso gioco, che aveva portato alla ribalta lui e Comino con la salita del seracco di sinistra della Poire, continuava ad affascinarlo, nonostante fosse costato la vita al suo amico, e di tanto in tanto gli si accostava nuovamente contagiando ogni volta nuovi compagni.

Giancarlo raggiunse la fama grazie alle sue realizzazioni su ghiaccio e negli anni ’80 ebbe, in una vera e propria corsa all’oro, sia come amico che come antagonista, Patrick Gabarrou. Snocciolare qui la serie di realizzazioni che ne seguirono sarebbe un lunghissimo e sterile elenco che se da una parte farebbe risaltare la qualità di quanto fece, dall’altra non darebbe sufficiente rilievo allo spirito e alla profonda poesia che lo animavano. Su roccia non aveva gli stessi “numeri” che aveva su ghiaccio ma del Grassi rocciatore se n’è a torto sempre parlato molto poco. Volutamente mi limito soltanto a sottolineare che fu un antesignano nella ricerca e nella valorizzazione di molte pareti della provincia di Torino e che fu uno dei primi “boulderisti” in Italia; il suo libro sui massi erratici, divenuto ormai introvabile, data addirittura 1982.

Gian Piero Motti, Mike Kosterliz, il Nuovo Mattino, ma soprattutto la sua infinita curiosità, lo portarono a essere uno dei primi italiani a mettere il naso in Yosemite, che negli anni Settanta era la “terra promessa” per quasi tutti gli scalatori europei e in quanto tale per la maggior parte di essi quasi irraggiungibile. Roccia, quella vera… Giancarlo ne masticò sempre parecchia aprendo vie nuove dal Pic Gugliermina, al Pilier Bonington sui pilastri del Brouillard, dai satelliti del Bianco alla diretta al Pic Tyndall sulla Sud del Cervino. Passando dal Monviso al gruppo del Gran Paradiso per arrivare in Albigna e (cosa che ho scoperto solo quest’anno) anche in Val Masino, dove sul Torrione di Zocca, quel diavolo di uomo riuscì a inventarsi una nuova via.

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Mentre sognava di aprire una linea sulla Breach Wall del Kilimanjaro era già di partenza per la Rock Tower nel Garhwal Indiano. Tornava trafelato da una salita con un cliente ed ecco che lo trovavi magari da solo, a risalire delle fisse nel suo amato vallone di Sea. Davvero, ci vorrebbe una biografia analitica per tenere il conto e rendere merito dell’enorme attività di cui si rese protagonista e della quale sarebbe un peccato perdere la memoria storica.

La portata delle sue realizzazioni (che furono sempre in anticipo sui tempi) acquisisce, casomai ce ne fosse bisogno, ulteriore prestigio rileggendo i nomi dei compagni di cordata con i quali soleva legarsi. Dai già nominati Casarotto e Gabarrou a Marco Bernardi, da Jean-Noël Roche a Jean-Michel Cambon e François Marsigny per arrivare da ultimo sino a François Damilano e a Mauro Corona, il quale fu iniziato all’acqua (quella rigorosamente gelata) proprio da Giancarlo.

Sono troppi i ricordi che riaffiorano alla mia mente, fino a rivedere, immerso nelle melodie graffianti di Tracy Chapman che accompagnavano i nostri ultimi viaggi in Cristalliera, il volto terreo della mia collaboratrice domestica di allora che, accogliendomi in casa, mi dette la notizia della sua scomparsa. “Ma come è caduto? Devo parlargli, dobbiamo spiegarci!” -Avevamo litigato la settimana prima… e ora invece era tutto finito.

Poi qualcuno, più avanti di me, mi disse: “Non angustiarti, quello che doveva capire l’ha capito e il rancore o l’incompiuto non sono parte del mondo a cui ora appartiene”.

Per tanti anni ho cercato di non farlo dimenticare e lo feci in modo scientifico, sicuro che il semplice calcolo del due più due fosse sufficiente a ottenere cosa mi ero prefissato. Primo era stato un grande alpinista, secondo era stato un personaggio notevole e quindi il piedistallo per me era cosa fatta. Invece tutte le porte cui bussavo, a un breve quanto apparentemente interessato spiraglio facevano seguire una umiliante chiusura. Chiesi al CAI Torino di darmi il permesso di ristrutturare un rifugio nelle valli di Lanzo, cui Giancarlo era molto legato, ma malauguratamente l’allora responsabile morì prima di firmare i permessi necessari e il suo successore, nonostante anni di insistenze non dette seguito all’idea. Passai quindi all’attacco di alcuni amici in Val Varaita i quali mi promisero che in breve gli avrebbero fatto dedicare un sentiero attrezzato, idea questa che per una ragione o per l’altra non vide mai la sua applicazione. Intanto gli anni passavano e un senso di vergognosa impotenza iniziava in qualche modo a palesarsi.

La folgorazione venne un giorno salendo al rifugio Dalmazzi, ripercorrendo con il pensiero la scomoda traccia che conduce al bivacco Comino al Greuvetta. “Bingo!” pensai, Gianni e Giancarlo furono una delle cordate più importanti degli anni a cavallo tra i ‘70 e gli ’80, furono loro ad accendere la curiosità e a stravolgere le regole che governavano parte dell’alpinismo di allora… Pensai che sarebbe stato “romanticamente” bello riunirli almeno idealmente in questo piccolo nido. Picche anche lì, non capii mai bene il perché, ma il CAI di Mondovì, facendosi portavoce del gruppo dei Fiamenghini che fecero costruire il bivacco, con una cortese lettera mi rimbalzò nuovamente al via di un ipotetico monopoli.

Rifugio Monzino, 1978: Giancarlo Grassi, Renato Casarotto e Gianni Comino di ritorno dalla via alla Brêche des Dames Anglaises. Foto: Archivio Grassi
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Ci misi un po’ a metabolizzare questo nuovo insuccesso ma non mi detti per vinto e ricordandomi con quanto entusiasmo Giancarlo mi descrisse una parete innominata nel gruppo del Bianco dove aveva aperto un nuovo itinerario, mi lanciai nuovamente all’avventura con l’intento di aprire a mia volta una nuova via e di fargli intitolare la cima. Pensai inoltre che, raccogliendo il preventivo consenso da parte di gruppi e istituzioni, la regione Valle d’Aosta non avrebbe potuto che dare un parere positivo. Fu così che raccolsi l’entusiastica adesione delle Guide Alpine Piemontesi, di quelle Valdostane, del CAI Torino, del Club Alpino Accademico Occidentale, del GHM e da ultimo ruppi le scatole anche a un generale dell’Istituto Geografico Militare… ebbene, tutto ciò non fu sufficiente (essendo moderna prassi l’utilizzo di nuovi toponimi solo se legati al territorio) e non fu possibile dedicargli ufficialmente nessuna cima.

Ma porca miseria, il mio sterile ma rassicurante due più due continuava a non fare quattro, ma ormai qualcosa che sfuggiva alla mia percezione aveva incominciato a muoversi. Era la fine di novembre quando, durante la cena di fine corso della Scuola Gervasutti, l’allora presidente del Gruppo Occidentale dell’Accademico, Massimo Giuliberti, mi comunicò che il sodalizio aveva deciso di co-dedicare a Grassi il bivacco Lampugnani al Col Eccles, in via di ristrutturazione. L’idea era nata dal confronto scaturito dalla mia richiesta di appoggio all’iniziativa di dedicargli la famosa cima innominata, che la maggior parte dell’assise giudicava inadeguata al personaggio, trattandosi di un contrafforte non particolarmente prestigioso. Ricordo che per la felicità quella sera non potei nascondere la mia commozione…

E se quella “cimetta” era stato il cavallo di Troia per raggiungere un risultato del genere, tanto valeva vincere ogni restante dubbio e andare a terminare la via iniziata l’anno prima e arenatasi sotto a un compatto scudo di placche. Fu così che l’agosto successivo mi ritrovai alla base della parete insieme a Paolo Stroppiana e Luca Maspes. Grazie a loro riuscii a terminare la via superando questo difficile muro centrale, oggetto dell’antico entusiasmo di Giancarlo.

Nel frattempo anche qualcos’altro stava muovendosi: Angelo Siri, vecchio amico e compagno di Giancarlo, dopo tanti anni di silenzio mi aveva telefonato accennandomi al fatto che, in modo ancora abbastanza embrionale, stava lavorando a un lavoro di raccolta di materiale su di lui, ma che non sapeva ancora esattamente cosa farne. Con entusiasmo mi misi a sua disposizione e nei successivi contatti capii che stava prendendo forma un progetto addirittura più grande di quanto non fosse la sua idea primitiva.

Quel momento fu quasi una rivelazione, e contribuì a sancire definitivamente che tutto quanto stava accadendo non solo sfuggiva alla mia percezione ma che addirittura qualche imperscrutabile disegno superiore stava per arrivare a compimento. Alla luce di questo mi piace davvero pensare che da lassù Giancarlo abbia coordinato il tutto.

Prova ne è in prima battuta la tardiva passione di Angelo per la cinematografia, attraverso la quale, ripercorrendo una parte della sua storia, è riuscito in modo esemplare a ricordare più l’uomo che l’alpinista. In seconda analisi, se dal 1991 a oggi io fossi riuscito a fargli dedicare una qualsiasi targa in un qualsiasi rifugio in giro per le nostre Alpi, quasi sicuramente oggi Giancarlo non sarebbe arrivato fin lì, sotto il Pic Eccles, uno degli angoli più selvaggi del Bianco… diventandone, con il suo sguardo acuto e penetrante, il padrone degli orizzonti.

Per rendere al meglio l’immagine di Grassi vorrei presentare lo stralcio di un suo scritto riguardante una prima salita sul Cervino e appartenente alla pubblicazione 90 Scalate su guglie e monoliti, Görlich edizioni: si tratta di uno scritto tecnico e scarno, dal quale traspare però una profonda vena poetica.

“L’effetto prodotto dalla vista della sagoma del Cervino ha suscitato in ogni epoca suggestioni particolari: ci si sente attratti dalle linee semplici e continue delle sue creste, che convergono per creare quella piramide incombente e mutevole da ogni punto di vista, immagine romantica che ricorda il mondo di Guido Rey.

Chi non è rimasto colpito vedendolo nella luce del tramonto, chi non ha desiderato almeno una volta calcarne la cima? Molte sono le interpretazioni che si possono dare di una montagna, ma quella che meglio si attaglia, a parer nostro, al Cervino, il “più nobile scoglio delle Alpi”, è quella di monolito ingrandito fino a far parte della sfera dell’alta montagna.

Da tempo immaginavo la possibilità di tracciare una via nuova su uno dei suoi versanti, cercando uno spazio personale tra le pieghe della parete. Venne programmata una bella avventura: nella parete sud si innalza, da un ciarpame di roccia, uno spigolo affusolato che punta direttamente alla sommità del Pic Tyndall: un’ossatura potente, ricca di promesse, in linea con quell’alpinismo classico che da qualche anno non aveva più espresso idee. La stagione estiva volgeva al termine: giornate brevi, freddo notturno, rischi di un cambio repentino di tempo; come controparte il Cervino si offriva secco, sgombro dalla minima traccia di neve. Più che mai mi appariva come un monumento simbolico, un ultimo eremo inaccessibile alla speculazione e alla logica imperante nella conca del Breuil. Al termine dell’estate è difficile trovare validi compagni per le lunghe scalate, ma questa volta Renato Casarotto non poteva mancare all’appuntamento.

Abbandonammo l’Oriondé di notte con la luna piena e, complici le lampade frontali, risalimmo tutto lo zoccolo. Prima di raggiungere le vere difficoltà avevamo superato slegati un salto isolato ripido sino al quinto grado. Il sole all’attacco attenuava lievemente la sacralità del luogo, lo insistevo per due chiodi di fermata, anche se sopra non sembrava eccessivamente duro, infatti dopo cinque metri Renato precipitava con un appiglio in mano cadendomi quasi addosso. Ripartimmo più prudenti: più in alto le difficoltà già ci facevano lottare per una posizione verticale. Le condizioni meteorologiche sembravano incantate, un clima mite favoriva la progressione. Salivamo sull’elegante struttura senza sciupare energie, alternandoci in testa alla cordata senza zaino. La roccia ci suggeriva i movimenti esatti, sintetizzavamo con velocità la successione dei gesti e le posizioni di equilibrio adattate ai tipi di passaggi.

Una lunghezza di corda su una sovrapposizione di lastre simili a una pila di piatti mi aveva impressionato. Poi tutto filò liscio sino in cima al Pic Tyndall. Casarotto non era mai stato in vetta al Cervino, così alle 5 di sera, in tuta e pedule da arrampicata, eravamo seduti sulla sommità. Dopo quindici ore di continua scalata si può anche essere stanchi, ma questa vetta non mi sembrava invivibile, anzi la luce fresca della sera ci faceva indugiare a rimanere di più per vedere allungarsi le ombre dei monti (Giancarlo Grassi).

Il Bivacco del CAAI al Pic Eccles. Foto: Elio Bonfanti
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Cenni biografici
Giancarlo Grassi nacque a Condove (TO) il 14 ottobre del 1946, nella casa di campagna dei genitori, sfollati da Torino a causa della guerra.

Seguendo le orme paterne studiò da disegnatore grafico alla scuola Paravia di Torino. Nonostante il singolare aneddoto confessatomi dal fratello secondo cui il bimbo Giancarlo fece fermare la ruota panoramica di piazza Vittorio a Torino perché pativa di vertigini, nella sua gioventù riscattò questa incertezza iniziale. Un compaesano di Condove chiamato “Zio Michele” lo iniziò infatti all’escursionismo facendogli girare tutte le cime circostanti, aiutando così a germogliare quella passione che avrebbe condotto la sua intera vita.

Dopo un difficile periodo in cui dovette combattere una grave forma di tubercolosi, Giancarlo, abbandonato il lavoro di grafico, si mantenne per un certo periodo facendo i lavori più disparati. Trascorse così più di un inverno nelle stazioni sciistiche a fare il “Pistard” e alcuni autunni a vendemmiare nel sud della Francia. Fu proprio durante una di queste campagne che conobbe Nicole, che sarebbe presto diventata sua moglie. Una volta ottenuto il brevetto di Guida Alpina e dopo il matrimonio, Giancarlo si trasferì definitivamente nella casa dove nacque che divenne così il suo quartier generale. In circa 25 anni di attività entrò a far parte del GISM (gruppo italiano scrittori di montagna), del GHM (groupe haute montagne) e, prima di diventare Guida Alpina, divenne membro del CAAI.

Dalle visioni del “Nuovo Mattino” alla ricerca sui “boulder” della Val di Susa, dalla scoperta della “Piolet Traction” sulle cascate alla salita lampo dei “Seracchi” più minacciosi, Grassi si dimostrò sempre un infaticabile ricercatore, pronto a far propria ogni innovazione con fantasia e determinazione. La sua personalità poco appariscente e ingiustamente misconosciuta proprio perché così poco allineata, diede un grande impulso all’alpinismo di avventura nel periodo di fondamentali cambiamenti compreso tra gli anni ‘70 e ’80.

Gli fu fatale una cornice di neve sul Monte Bove (Monti Sibillini) che, cedendo sotto il suo peso, lo fece precipitare per qualche centinaio di metri. In seguito alle lesioni riportate durante la caduta, morì a Camerino (MC), il 1 aprile del 1991.

Ripercorrere la sua carriera diventa estremamente difficile in quanto il numero delle sue realizzazioni in giro per il mondo è davvero troppo importante. Mi limiterò a ricordare la sua attività di apertura di vie nuove nel solo gruppo del Monte Bianco, per accrescere di ulteriore significato la scelta fatta dal Club Alpino Accademico di dedicargli il bivacco Lampugnani alle pendici del Col Eccles.

Prime ascensioni di Giancarlo BGrassi nel gruppo del Monte Bianco
Aiguilles di Pra Sec, via Italiana, 1971
Mont Blanc du Tacul, Pilier Sans Nom, 1977
Aiguille Verte, goulotte Grassi-Comino, 1978
Grandes Jorasses, Hyper couloir, 1978
Mont Maudit (Brenva), via Casarotto, 1978
Brêche des Dames Anglaises, couloir nord-est, 1978
Mont Maudit (Brenva), via del Gran Diedro, 1978
Mont Maudit (cirque), via Comino-Grassi-Miotti, 1979
Mont Maudit (cirque), goulotte Comino-Grassi, 1979
Mont Maudit (cirque), seracco del Col Maudit, 1979
Monte Bianco di Courmayeur, Seracco della Poire, 1979
Monte Bianco di Courmayeur, Cascata del Freney, 1980
Pie Gugliermina, parete sud-ovest, via Grassi-Meneghin, 1982
Mont Greuvetta, parete nord-est, 1983
Petit Mont Blanc, couloir nord-est, 1983
Mont Maudit (cirque), Filo di Arianna, 1984
Picco Luigi Amedeo, Fantacouloir, 1984
Picco Luigi Amedeo, Pilastro Rosso, 1984
Grandes Jorasses, Direttissima, 1985
Brêche du Carabinier, goulotte Grassi-Stratta, 1985
Mont Maudit (cirque), Lacrima degli angeli, 1985
Mont Maudit (Brenva), Rencontre au Sommet, 1985
Mont Maudit (Brenva), goulotte sud-est, 1985
Clocher du Tacul, Conflitto Finale, 1985
Mont Maudit (Brenva), Overcouloir, 1986
Pilastro Bonington, Etica Bisbetica, 1986
Mont Maudit (Brenva), Couloir del Bicentenario, 1986
Aiguille de Rochefort, Visa per la Siberia, 1987
Col de Grandes Jorasses, Durango, 1987
Mont Blanc du Tacul, Labirinto di Minosse, 1987
Petit Capucin, Goulotte Valeria, 1987
Seracco del Ghiglione, via Grassi, 1987
Punta Baretti, Goulotte Franco Garda, 1988
Clocher du Tacul, Pifferaio di Spit, 1988
Dôme de Rochefort, Luna Nera, 1989
Mont Blanc du Tacul, Una Follia per Umberto Maria, 1989
Petit Capucin, Alla ricerca del tempo perduto, 1989
Mont Maudit (Brenva), Nata di Pietra, 1989
Aiguille de la Brenva, couloir nord-est, 1989
Col de Grandes Jorasses, Fievre Blanche, 1990
Dent de Jetoula, Gelati Grassi Rossi, 1990
Petit Greuvetta, goulotte sud-est, 1990
Quota 2950 m, bacino di Rochefort, via Grassi-Ghirardi-Barus, 1990

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